8 agosto 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: A NUOTO TRA I COCCODRILLI PER ANDARE A SCUOLA

Posted in attualità, bambini, cultura, famiglia, figli, La buona notizia del venerdì, libri, scuola tagged , , , , , , , , , , , a 5:31 pm di marisamoles

India bimbi nuotoNon so se quella di oggi possa essere considerata una buona notizia. Quanto meno lo è a metà e sarebbe davvero buona se avesse una fine lieta: la costruzione di un ponte lungo 600 metri. In ogni caso, come già altre notizie riportate in questo blog su argomenti simili, serve a far riflettere noi adulti ma anche i bambini e i ragazzi. Invito, pertanto, genitori e nonni a raccontare questa storia ai loro figli e nipoti.

La notizia è stata diffusa dal quotidiano The Indian Express: più di cento bambini che abitano nei sedici villaggi del povero distretto del Gujarat, lo Stato del premier Narendra Modi nell’India nord occidentale, per andare a scuola sono costretti a percorrere circa cinque chilometri a piedi, attraversando a nuoto un fiume infestato da coccodrilli per 600 metri. Eppure basterebbe solo un ponte per risolvere il problema.

Nonostante il progetto per costruire il ponte sia stato già approvato, da ben sette anni, i lavori non sono mai iniziati. Il Gujarat, tra le altre cose, è definito Stato modello per lo sviluppo industriale, ma ancora uno strato di popolazione poverissima vive per lo più in tribù. Ora un appello è stato lanciato al premier Narendra Modi, per aiutare questi bambini che quotidianamente rischiano la vita per andare a scuola.

Il viaggio è, infatti, avventuroso. I 125 bambini del distretto per guadare il fiume devono spogliarsi, mettere i vestiti dentro a delle anfore e utilizzare dei sacchetti di plastica per proteggere i libri che portano sulla testa durante la traversata.
Le bambine, più pudiche, restano con i vestiti addosso, bagnate fradicie per quasi tutta la durata delle lezioni. Ovviamente devono compiere questo tragitto all’andata e al ritorno, con notevoli disagi e rischi.

Il periodo più rischioso è quello dei monsoni. I bambini, che sono accompagnati da un genitore nella traversata del fiume che dura circa 30 minuti, rischiano non solo di essere aggrediti dai coccodrilli ma anche di essere trascinati via dalla corrente, cosa già avvenuta, come testimonia Nagin Baria, il padre di una bambina, che dice: “Per fortuna siamo sempre riusciti a recuperarli in tempo”.

Ora, io adesso vorrei che molti dei nostri bambini e ragazzi, che possono godere di ogni agio e che spesso vengono accompagnati a scuola dai padri o dalle madri in automobili dotate di ogni confort (riscaldamento d’inverno e aria condizionata negli ultimi mesi di scuola), che nuotano in superattrezzate piscine con esperti allenatori, in vista di qualche gara sportiva e che i libri quasi li schifano, tanto che sarebbero ben contenti se divenissero inutilizzabili a causa di un acquazzone, riflettessero non sulle comodità di cui godono ma sul valore che l’istruzione ha per i loro coetanei che non possiedono nulla, tranne una grande dignità e forza di volontà.

Se dico questo, sono troppo severa?

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

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25 luglio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UNA SCUOLA PER MIGRANTI ECOSOSTENIBILE IN THAILANDIA

Posted in bambini, La buona notizia del venerdì, scuola tagged , , , , , , , , , , , , , a 6:03 pm di marisamoles

Kwel-Ka-Baung-School-
La Kwel Ka Baung è una scuola per più di 300 alunni costata appena $25.000 e realizzata con materiali naturali, quasi interamente trovati dove sorge il cantiere.
La scuola si trova a Mae Sot, una cittadina thailandese sul confine con la Birmania.

Il progetto, realizzato dall’architetto tedesco Jan Glasmeier, che ha firmato il progetto insieme allo spagnolo Albert Company-Olmo, è dedicato alla comunità Karen, uno dei gruppi etnici scappati dalla Birmania per fuggire dalla guerra civile o per cercare lavoro.

La particolarità della scuola Kwel Ka Baung è, come si è detto, l’ecosostenibilità. I muri della scuola sono stati realizzati con mattoni di adobe, una miscela di acqua, buccia di riso essiccata e argilla, materiale povero ma “intelligente”: le sue particolari capacità termiche gli permettono, infatti, di mantenere fresco l’interno degli edifici anche quando la temperatura sfiora i 40 gradi e allo stesso tempo di riscaldare gli ambienti durante le più fredde giornate invernali. “E il fatto che sia gratuito è una caratteristica molto interessante per chi ha un budget limitato” sottolinea l’architetto Jan Glasmeier.

Anche gli infissi sono completamente naturali, realizzati con rami di eucalipto e bambù, mentre il tetto è sostenuto da assi di recupero. Non solo, alcuni dettagli nella costruzione garantiscono il benessere degli scolari che vengono ospitati nell’edifico: la circolazione d’aria è agevolata dalle finestre lunghe e strette, disegnate dagli stessi lavoratori Karen, l’orientamento delle classi e la dimensione delle pareti sono stati progettati in modo da permettere all’edificio di resistere al caldo di giorno rilasciando il calore accumulato durante la notte.

Kwel Ka Baung school

Jan e Albert continuano a lavorare in questa parte dell’Asia cercando di cambiare la mentalità delle persone. “Qui il cemento è considerato buono perché è costoso e resistente – spiega Jan -, mentre l’adobe è considerato cattivo perché è gratis e proviene dalla terra”. La Thailandia è un Paese abbastanza ricco e l’ostentazione fa parte della cultura thailandese: più gli edifici sono alti e maestosi più diventano simbolo del benessere. Le basse case color terra che formano il comprensorio dell’istituto scolastico e ben si sposano con la bellezza della campagna che circonda Mae Sot, sono considerate povere. Lo sforzo degli architetti Glasmeier e Company-Olmo è quello di dimostrare che naturale non è sinonimo di povero e che l’ecosostenibilità non sminuisce la ricchezza delle persone ma ne migliora la qualità della vita.

[fonte della notizia: La Stampa; immagini da questo sito]

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30 giugno 2014

TEMPO DI PAGELLE

Posted in adolescenti, affari miei, lavoro, scuola, valutazione studenti tagged , , , , , , , , a 6:41 pm di marisamoles

pagelle ai profGli scrutini si sono ormai conclusi da tempo, i tabelloni con i voti sono stati esposti e gli studenti italiani possono godersi o meno le meritate vacanze. Ci sarà chi esulterà per una promozione inaspettata, chi già si sta pregustando il regalo per una promozione meritata, altri piangeranno sul latte versato (cioè sull’opportunità sprecata di essere promossi), i più grandi stanno meditando su come organizzare lo studio estivo per “saldare” i debiti.

Ora lo so che qualcuno starà pensando che ho sbagliato blog, che quello più adatto a un post del genere è laprofonline. Vero, ma in realtà la pagella di cui sto per parlare non è quella dei ragazzi bensì la mia.

Sono stata valutata. Nel mio liceo gli studenti hanno deciso di mettere i voti ai prof. Nella massima discrezione, beninteso. Ognuno di noi, se interessato, con una e-mail può richiedere la sua valutazione. Nessun tabellone, nessuna pagella ufficiale per noi. Così hanno stabilito, anche contro il parere del Consiglio di Istituto.

Nelle settimane scorse nei corridoi ho sentito dei commenti. C’è qualcuno che s’è preso una bella sfilza di insufficienze in “spiegazione” e “correttezza”. Qualcuno ci ride su, altri si rammaricano. Ma c’è davvero qualcuno che crede nell’onestà e obiettività del giudizio degli studenti? Più volte ho espresso le mie perplessità e la riflessione più recente la trovate in questo post pubblicato sul Corriere.it.

Per quanto mi riguarda, ho ricevuto la sufficienza in “correttezza” (che poi non so nemmeno cosa s’intenda, credo nella valutazione ma non ne sono sicura) e “spiegazione”. So che la valutazione è il risultato della media dei voti totali e questo mi piace meno. Sono consapevole, infatti, che il gradimento di un docente dipende molto dal clima che si è instaurato in classe e nelle mie tre è stato molto diverso.

In seconda, forse per l’esiguo numero di ore (solo 4 di Italiano) e per la giovane età dei ragazzi, il clima è stato piuttosto formale, a volte un po’ freddino. Bravissimi, devo ammetterlo, tutti promossi a giugno con dei voti più che dignitosi. I miei, però, sono stati decisamente più bassi rispetto a quelli dell’area matematico-scientifica. Non per causa mia, sia chiaro, ma per colpa della preparazione scarsissima in Italiano con cui gli allievi arrivano in prima liceo e io in due anni miracoli non ne ho potuti fare.

In quarta il clima è sempre stato buono. Mi sono arrabbiata più volte per il comportamento troppo esuberante di alcuni, ma a parte questo c’è sempre stata la massima collaborazione da parte mia e loro.

In quinta, nonostante i cinque anni passati assieme, purtroppo già a partire dallo scorso anno qualcosa si è incrinato, il nostro rapporto è stato più volte vicino alla rottura completa e non ho mai capito perché. Facendo il confronto con le classi terminali del passato devo ammettere, a malincuore, che il clima in questa classe non è stato dei migliori e ciò di certo non ha agevolato il lavoro, da entrambe le parti. Se state aspettando il solito post di saluto, che non ho negato nemmeno alla quinta del 2011 nonostante il poco tempo passato assieme (solo un anno), dico subito che non ci sarà.

Detto questo, appare evidente che pur essendo io sempre la stessa, il rapporto che si instaura fra docente e discenti può fare la differenza. Certamente la fa in termini di giudizio … mi sa questi ultimi mi hanno abbassato la media. 😦

Al di là di tutto, credo che la valutazione da parte degli studenti, che deve comunque essere presa con le pinze, possa costituire uno stimolo per migliorare. I voti sulla “disponibilità” e il “rapporto con gli studenti” sono decisamente migliori (8 e 7) e questo mi rincuora. Per il resto, vedrò di impegnarmi maggiormente per migliorare la “correttezza” e la “spiegazione”, anche se mi spiace che in classe nessuno mi abbia mai detto che le mie spiegazioni non sono brillanti e che la correttezza non è una delle doti migliori che possiedo.

[immagine da questo sito]

20 maggio 2014

RENZI: “GLI INSEGNANTI OGGI SONO EROI”. BERSANI DOCET

Posted in politica, scuola tagged , , , , , , , , , a 5:48 pm di marisamoles

renzi-giannini
Gli insegnanti oggi sono degli eroi: con stipendi quasi ridicoli – e potremmo anche togliere il quasi – sono chiamati alle funzioni di educazione della persona“.

Intervenuto a un incontro a Milano alla rivista Vita, il premier Matteo Renzi si è lasciato andare a questa esternazione. Ha aggiunto, affrontando il discorso dell’edilizia scolastica, che la questione centrale è l’educazione, puntualizzando: ma io non sono credibile se pongo quella questione senza aver risistemato le scuole.

Be’, certo, se i soffitti ci piovono addosso effettivamente l’educazione passa in secondo piano. Peccato che lo Stato si sia impegnato per tre anni con l’Invalsi stanziando 14 milioni di euro per i famigerati test, soldi che avrebbe potuto utilizzare per iniziare a mettere in sicurezza le scuole. Una goccia nell’oceano, comunque, dato che per l’edilizia scolastica ci vorrebbero 4-5 miliardi.
Ma non è di questo che volevo parlare.

Quando ho letto la frase pronunciata da Renzi a proposito degli insegnanti eroi (ma chi di noi si sente effettivamente tale?), mi sono detta: questa l’ho già sentita.
Ecco dunque che rispunta nella mia mente un post che risale a quattro anni fa. Protagonista è un altro esponente del Pd, Pier Luigi Bersani.

Nel maggio 2010, intervenendo all’Assemblea Nazionale del partito si era così espresso nei confronti dei docenti e dell’allora ministro del MIUR Mariastella Gelmini (riporto le sue parole e perdonate il suo pessimo italiano): “Io sono per fare uscire da questa assemblea una figura eroica, i veri eroi moderni, gli insegnanti che inseguono il disagio sociale in periferia, lottano contro la dispersione”, aggiungendo che “la Gelmini gli rompe i coglioni” (e perdonate l’uso di gli per loro che a me fa accapponare la pelle … lo so, le grammatiche dicono che si può usare ma io non mi ci abituerò mai!).

Ecco dunque che l’allievo cita il maestro: Renzi fa suo il concetto di insegnante – eroe, anche se non può dire che “la Giannini gli rompe i coglioni”, essendo stata scelta da lui medesimo per rivestire quel ruolo.

13 maggio 2014

UN POMERIGGIO DI ORDINARIA FOLLIA

Posted in affari miei, lavoro, scuola tagged , , , , , a 9:01 pm di marisamoles

mafalda che stress
Ormai siamo alla follia. Lo diceva quel relatore di un corso di aggiornamento sull’empowerment della persona: vi ospito qui (centro di igiene mentale) visto che dicono che a insegnare si diventa pazzi, così vi abituate all’ambiente. Un vero profeta costui.

Lunedì è la mia giornata libera e ho passato il pomeriggio a scuola. Libera per modo di dire.
Arrivo e trovo una sorpresa nel cassetto: oltre a somministrare il test InValsi (nei confronti del quale da anni nutro una profonda avversione) in una classe non mia e relativamente alla matematica (va da sé che nelle scuole per bene non si facciano inciuci …). lo dovrò pure correggere (quello di italiano, s’intende, sempre per una classe non mia).

Protesto e mi dicono che devo farlo, è un ordine di servizio. L’alternativa è lo sciopero … che, però, mi costa 80 euro.

Pensa che ti ripensa, non arrivo a una decisione ma intanto devo presentarmi a un consiglio di classe. Vado.

Dopo un’ora, sono lì che rimugino, e mi accorgo che non solo dovrò somministrare (che brutto verbo!) e correggere il test, ma lo devo fare iniziando la quarta ora, un’ora libera.

Protesto: il tempo è mio e me lo gestisco io. Se ho un’ora libera non sono in servizio, quindi posso disporre del mio tempo come meglio credo. Semmai mi si può consultare e poi sta a me decidere se accettare di impegnare una mia ora buca o meno. Mi dicono che è un ordine di servizio. Avrò diritto a recuperare un’ora. Bene, mandiamo la quinta via un’ora prima, propongo. Quelli fanno il compitone di italiano, avrei la sesta ora di lezione, saranno cotti, è meglio che se ne vadano a casa. Proposta accettata.

Mi rifugio in un posto tranquillo (il posto lo è, io molto meno) e correggo compiti. Devo attendere un’ora e mezza per il prossimo consiglio.

Mi presento puntuale, il clima è tranquillo, la casse va bene, nessuno si lamenta. Unica nota positiva in questo pomeriggio di ordinaria follia. Eh no, il bello (è una battuta) deve ancora arrivare. Vengo insultata da una collega per una cosa che non riguarda nello specifico l’andamento della classe (oggetto dell’ordine del giorno), per di più un fatto che risale a due mesi prima, anzi, una situazione che, a suo dire, si protrae da ben tre anni.

Sono allibita. Gli altri si guardano e non sanno cosa dire. Io sono infuriata. Gli altri cercano di calmare le acque. Si discute, ridiscute, mettiamo a verbale, no mi oppongo, ‘sta cosa non c’entra nulla con l’odg, è un fatto personale, se ne poteva discutere in privato, poi in due mesi, anzi, tre anni, un’occasione la si trovava.

Morale: arrivo a casa alle 19 e 30, con lo stomaco chiuso e un senso di nausea che nemmeno quand’ero incinta. Ho la testa che mi scoppia, i brividi di freddo, mi provo la temperatura, ho un po’ di alterazione ma a me sembra di avere un febbrone. Non ceno, mi metto sul divano, cerco di rilassarmi. Sforzo inutile. Per tutta la serata ho un pensiero fisso: non si può reggere un ritmo così, non si può andare a scuola, luogo che per me è sempre stato un’oasi di pace, e avere l’idea di stare in trincea. Per giunta con l’aggravante di essere colpiti da quelli che stanno nella stessa trincea.

L’insegnamento, lo dicono gli esperti, è uno dei lavori maggiormente soggetti allo SLC (stress lavoro correlato). Ma pensandoci bene, non è lo stare in classe, il far lezione la cosa più stressante. E’ tutto il resto che ci annulla fisicamente, ci toglie le forze e ci manda il morale sotto il livello della suola delle scarpe.

Oggi volevo rimanere a casa. Sciopero o malattia, i motivi li avevo tutti, potevo pure scegliere. Poi ho pensato ai miei allievi, quelli cui avrei potuto far lezione nelle prime tre ore. Loro non c’entrano nulla, anzi, l’aula è il posto in cui sto più al sicuro, dove non posso temere attacchi oppure ordini di servizio poco graditi.

Sono andata regolarmente a scuola. Tutto sommato è stata una giornata tranquilla.

P.S. Colgo l’occasione per scusarmi con gli amici che mi seguono per non essere presente qui e nemmeno sui loro blog. Ho più di 300 notifiche da aprire sulla posta elettronica. Non ce la farò mai. Se ci penso finisce che aggiungo stress a stress.Aarriveranno tempi migliori, almeno lo spero.

7 maggio 2014

“LA BUSTINA DI MINERVA” di UMBERTO ECO: “E QUANT’ALTRO”

Posted in attualità, lingua, scuola tagged , , , , , , a 5:29 pm di marisamoles

lettereE quant’altro: un’espressione che detesto. Mi fa venire l’orticaria quasi come “assolutamente sì”. Hai voglia di spiegare a scuola, agli allievi, che “assolutamente” non ha una connotazione positiva, che è nato come avverbio negativo. Loro candidamente replicano che sul dizionario è scritto che si può dire “assolutamente sì”. Per forza, i vari Zingarelli, Sabatini-Coletti e i Devoto-Oli, cari compagni dell’età che fu, hanno deposto le armi davanti agli usi impropri del lessico italiano. Il bell’idioma è morto, facciamocene una ragione.
Personalmente nella riflessione di Umberto Eco, non trovo disdicevole quanto lui l’uso dell’abbreviazione prof. Un tempo sì, la ritenevo alquanto offensiva. Ora non più, anzi, mi sembra quasi un titolo affettuoso più che accademico, un’apostrofe che rimanda all’umanità della persona piuttosto che al suo titolo professionale. Sarà che la scuola è caduta dal suo piedistallo, sta sulla terra e non più innalzata al cielo del beati italofoni, ed è già tanto che non sprofondi nell’inferno più buio. Saremo noi prof dal titolo abbreviato a salvarla dallo sfacelo? Speriamo.

E quant’altro non avrei da dire, se non rivolgere l’invito a voi tutti a leggere questa “Bustina di Minerva” del sempreverde Eco. Mi rammarico, tuttavia, che fra le espressioni in voga nel nostro eloquio (a volte trasformato in turpiloquio) quotidiano, il buon Umberto, paladino del bel parlare, non abbia inserito anche l’insana abitudine di usare “piuttosto che” nell’accezione, tutta sbagliata ma tanto amata da molti, disgiuntiva al posto di “oppure”. Ma questo è un altro libro.

BUONA LETTURA!

umberto_ecoÈ ovvio che le persone che hanno raggiunto un’età sinodale siano infastidite dallo sviluppo della lingua, non riuscendo ad accettare i nuovi usi degli adolescenti. E la loro unica speranza è che questi usi durino lo spazio di un mattino, così come è accaduto con espressioni come “matusa” (anni Cinquanta-Sessanta, e chi la impiega ancora si rivela appunto, lui o lei, come matusa) o “bestiale” (ho udito una signora di incerta età usarlo e ho capito che era ragazza nei lontani anni Cinquanta). Però sino a che i nuovi usi circolano tra i ragazzi, direi che sono affari loro, talora molto divertenti. Diventano urtanti quando ci coinvolgono.

Non ho mai potuto sopportare, diciamo dagli Ottanta in avanti, che mi si chiamasse “prof”. Forse che un ingegnere lo si chiama “ing” e un avvocato “avv”? Al massimo si chiamava “doc” un dottore, ma era nel West, e di solito il doc stava morendo alcolizzato.

Non è che abbia mai protestato esplicitamente, anche perché l’uso rivelava una certa affettuosa confidenza, ma la cosa mi dava noia e me la dà ancora. Meglio quando nel ’68 gli studenti e i bidelli mi chiamavano Umberto e mi davano del tu. Chissà perché quando uno dice “prof” mi viene in mente uno con la faccia di Ricky Memphis.

Un’altra cosa a cui ero abituato è che le donne si dividevano in bionde e brune. A un certo punto “bruna” è diventato forse fuori moda e certo a me evoca le canzoni degli anni Quaranta e le pettinature con la frangetta. Fatto sta che a un certo punto non solo i ragazzi ma anche gli adulti hanno iniziato a parlare di una “mora” (e l’altro giorno ho letto su un giornale che un ballerino classico è un bel moro).

Orribile espressione, perché ai tempi andati “mora” veniva riservato alle odalische musulmane che danzavano sui cadaveri degli ultimi difensori di Famagosta, e oggi mi evoca il richiamo scurrile di un maschiaccio in canottiera che grida a una ragazza che passa “ehi, bella mora!”, e fatalmente si pensa alle maggiorate fisiche di Boccasile, o a giovani italiane che vincevano il concorso Cinquemila Lire Per Un Sorriso, olezzanti di profumi nazional popolari e con una foresta sotto le ascelle. Ma è così, le bionde rimangono bionde (platinate o cenere o paglierino che siano) mentre chi ha capelli scuri diventa una mora, anche se ha il viso di Audrey Hepburn. Insomma, preferisco gli inglesi che dicono “dark-haired” o “brunette”.

Detto questo, non è che sia misoneista, e via via ho assorbito nel mio lessico, se non come parlante attivo almeno come ascoltatore passivo, gasato, rugare, tavanare, sgamare, assurdo, punkabbestia, mitico, pradaiola, pacco, una cifra, lecchino, rinco, fumato, gnocca, cannare, essere fuori come un citofono, caramba, tamarro, abelinato, fighissimo, allupato, bollito, paglia e canna, fancazzista, taroccato, fuso, tirarsela. Ancora giorni fa un quattordicenne mi ha informato che a Roma, anche se si capisce ancora “marinare”, in ogni caso non si usa più “bigiare” ma si dice “pisciare la scuola”.

Comunque, a essere sincero, preferisco i neologismi giovanili al vizio adulto di dire a ogni piè sospinto “e quant’altro”: Non potete dire “e così via” o “eccetera”? Per fortuna son tramontati “attimino” ed “esatto”, per cui l’Italia era diventato il bel paese dove l’esatto suona, ma “quant’altro” rimane anche nei discorsi di persone serie ed è pareggiato in Francia solo dall’uso incontenibile di “incontournable” che serve a dire (udite, udite) che qualcosa è importante (e al massimo è imprescindibile). “Incontournable” è qualcosa che quando lo incontri non puoi giragli intorno ma devi farci i conti, e può essere una persona, un problema, la scadenza del pagamento delle tasse, l’obbligo della museruola per i cani o l’esistenza di Dio.

Pazienza, meglio i vezzi linguistici che l’uso improprio della lingua e, visto che recentemente un nostro deputato, per dire che non l’avrebbe tirata per le lunghe, ha affermato in Parlamento che sarebbe stato “circonciso”, sarebbe stato preferibile che si fosse limitato a dire soltanto “sarò breve, e quant’altro”. Però, almeno, non era antisemita. [LINK all’articolo originale]

4 maggio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ (IN RITARDO): ADOTTARE UNA VILLA DI ROMA ANTICA

Posted in La buona notizia del venerdì, scuola, storia tagged , , , , , , , , a 8:03 pm di marisamoles

villa romana

In questo periodo sono spesso “disconnessa” (sarebbe meglio dire “sconnessa”, per rendere meglio l’idea del periodo incasinato che sto vivendo, ma in realtà principalmente sono poco on line, come si sarà capito dato il mio silenzio), quindi mi scuso per aver saltato più volte il consueto appuntamento con la buona notizia del venerdì. Anche se oggi è domenica, ho appena letto una notizia che, a mio parere, è davvero buona. Cerco quindi di rimediare, sperando di poter essere più presente sui blog nelle prossime settimane, anche se credo sarà dura.

Adottare una villa romana antica: una missione possibile, grazie alla passione per l’archeologia e a un po’ di manualità che non guasta mai.

Si tratta del progetto didattico «Radici del presente», ideato e sponsorizzato da Assicurazioni Generali e organizzato dall’associazione Trivioquadrivio. Partito nell’autunno 2012, il progetto ha raggiunto in due anni più di quattromila studenti: 104 classi nel 2012/2013, cento nell’anno scolastico in corso.

Ma come funziona? Ai ragazzi vine distribuito un kit composto da bussola, plastico e schede sui livelli del terreno per ricostruire una villa romana proprio com’era allora. Poi un sopralluogo per vedere dal vivo l’edificio da riprodurre e per ragionare su come si viveva ai tempi dei Romani. Ogni scuola, poi, ha la possibilità di personalizzare il progetto. Solitamente viene scelta una villa antica che si trova sul proprio territorio, un po’ per comodità ma anche perché l’obiettivo principale dell’iniziativa, come si può intuire dal titolo, è proprio quello di scoprire le proprie radici.

Sul Corriere.it Scuola vengono riportate due testimonianze.

L’istituto comprensivo Giovanni Gavazzeni di Talamona (Sondrio), ha scelto una villa sul lago di Garda. Racconta l’esperienza la professoressa Flavia Zanchi: «Una volta tornati i ragazzi hanno arricchito il plastico con tantissimi dettagli: hanno fatto riflessioni sui materiali utilizzati per costruire la villa e hanno analizzato il terreno, poi hanno capito che orientamento dare all’abitazione in scala. Insomma, si sono divertiti: imparare facendo è il modo migliore per interessare i ragazzi. Ce ne fossero di più di progetti simili, gratuiti per le scuole ma così ben fatti».

Spostandoci a sud, per i ragazzi campani non c’è che l’imbarazzo della scelta, compresa la possibilità di scostarsi dalle mete turistiche per eccellenza di Pompei ed Ercolano. Ad esempio, gli alunni che frequentano la seconda media di Casamicciola Terme, piccolo comune sull’isola di Ischia, hanno optato per la villa di San Marco, a Castellamare di Stabia. Il progetto è stato poi allargato allo studio del territorio, prestando anche attenzione alle comunicazioni che avvenivano in epoca romana tra la terraferma e le isole. Questo il racconto della professoressa Valentina Pirozzi,che ha seguito il progetto con i suoi ragazzi: «Noi ci siamo anche allargati e abbiamo inserito uno studio su com’era Ischia ai tempi dei Romani. Come veniva usata, come era collegata alla terraferma. Il progetto interessa molto, spesso lo usiamo come pretesto di coesione sociale per far lavorare gli alunni insieme anche a casa. In questo comune ci sono molti disagi, tra ragazzini stranieri, famiglie in difficoltà, giovani con problemi di apprendimento. Un progetto pratico come questo riesce a unirli».

Il progetto “Radici del presente” ha anche un proprio sito web cui ritengo valga la pena di dare un’occhiata.

ALTRE BUONE NOTIZIE:

Internet scaccia depressione: i “silver surfer” (navigatori non più giovanissimi) che navigano stanno meglio di laurin42 (notizia del 2 maggio)

A 13 anni usa Facebook per salvare i cani randagi di laurin42 (notizia del 25 aprile)

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[immagine da questo sito]

26 marzo 2014

IL NUOVO CONCETTO DI ÈGALITÈ MADE IN FRANCE: JEAN HA DUE MAMME

Posted in adolescenza, bambini, famiglia, figli, religione tagged , , , , , , , , , , , , a 9:06 pm di marisamoles

famiglie gay
Al grido di “niente discriminazioni!” negli ultimi tempi si è sentito di tutto: l’abolizione della festa del papà a scuola perché i bambini possono avere due mamme, la scomparsa delle parole “madre” e “padre” dai moduli di iscrizione alle scuole, sostituite dai più asettici “genitore 1 e 2, la polemica contro le fiabe che inculcherebbero nelle fragili menti dei bambini un modello di famiglia tradizionale ormai superato, l’abolizione della dicitura “mamma” e “papà” sui braccialetti in dotazione nei reparti maternità, la propaganda esplicita nelle scuole attraverso opuscoli di educazione sessuale… l’ultimo è il caso scoppiato in Francia all’indomani della pubblicazione del programma governativo ABCD de l’ègalitè, dove vengono suggerite ai bambini e agli insegnanti letture come Jean a deux mamans (Jean ha due mamme), Tango a deux papas e Tous à poils (tutti nudi).

Ora, io non discuto sul fatto che i tempi siano cambiati e che la discriminazione sia una brutta bestia. Però, come ho più volte detto, il rischio che ad essere discriminate siano proprio le famiglie – non dico normali perché poi vengo fraintesa – in cui ci sono una mamma e un papà è concreto. Quello che trovo discutibile in particolar modo è qualsiasi campagna sia rivolta ai più piccoli, che non sono degli sprovveduti come sembra.

Insomma, se la maggior parte dei bambini ha due genitori di diverso sesso, è come fare 2+2 e ottenere 4 come risultato. Poi ci sono sempre le eccezioni – e le famiglie omosessuali lo sono ancora – però 2+2 non farà mai 5. Questo, a parer mio, è bene che i bambini capiscano. Non c’è nessun motivo perché pensino che i compagnetti di scuola che per caso hanno due papà o due mamme siano diversi, così come non c’è alcuna distinzione di tipo qualitativo tra chi ha i capelli biondi, rossi o castani e gli occhi blu, verdi o celesti.

La cosa che però non sopporto è che, secondo il punto di vista di molti, se si difende la famiglia tradizionale si debba essere per forza bigotti. Insomma, la religione non c’entra nulla. Io non giudico chi ha una relazione omosessuale, non ritengo che essere gay sia una sorta di depravazione, anzi, una malattia da curare. Ci mancherebbe. Non mi importa nulla, da credente, che gli omosessuali compiano un grave peccato secondo i precetti di Santa Romana Chiesa. Sono affari loro e non mi occupo degli eventuali peccati altrui, tutti hanno una coscienza con cui fare i conti, al limite. Se non ce l’hanno, cavoli loro.

Questo mio sfogo è dovuto al fatto che all’ennesima notizia, quella sul programma francese che vuole imporre a tutti i costi l’egualité (rivisitazione dell’antica rivoluzione?), c’è chi commenta tirando fuori la solita storia della religione, del bigottismo, della chiusura mentale condizionata dalla Chiesa … come se non fosse possibile ragionare con la propria testa senza condizionamenti di sorta.

Non ho amici atei, però mi piacerebbe sapere se chi non ha fede sia così aperto nei confronti delle novità sociali degli ultimi anni. Forse si dichiara tale per coerenza … del resto tutti sono capaci di fingere a seconda delle situazioni e della convenienza, o no? Be’, io sono una persona sincera e dico quel che penso. Per questo motivo non sopporto chi vuole per forza dare una spiegazione ad una mia presa di posizione.

In ultimo, vorrei dire che l’educazione dei figli, specie se piccoli, è un compito che spetta alla famiglia e non alla scuola. Poi, sulla necessità di discutere con i più grandi su determinate realtà sociali non ho nulla da obiettare. Senza forzature e costrizioni, però. Anche perché sarebbe controproducente che un bambino o un preadolescente, discutendo a casa su certe questioni, sentisse un parere del tutto opposto da parte dei genitori. Ne resterebbe disorientato e basta.

[immagine da questo sito]

16 marzo 2014

MONTALE, LE CINQUE TERRE E LE CINQUE STELLE

Posted in attualità, Letteratura Italiana, poesia, politica, scrittori, web tagged , , , , , , , , , , , a 5:59 pm di marisamoles

luperiniHo una grande stima per Romano Luperini, ne ho adottato spesso i manuali di letteratura italiana. Non ho una conoscenza approfondita del poeta Eugenio Montale ma ho letto e spiegato più volte la poesia “A mia madre”. Ora, visto che questo non è il blog laprofonline, qualcuno si starà chiedendo come mai affronto un argomento “didattico” qui. Succede perché ho letto un interessante articolo di Luperini, per laletteraturaenoi.it, in cui racconta del “simpatico siparietto” che ha avuto luogo, grazie ad un giovane docente pentastellato, in occasione di un intervento dello studioso a Siracusa sul tema: “Il modernismo nella poesia italiana del primo Novecento”.
Incredibilmente si è passati, in me che non si dica, dalle Cinque Terre, amate dal poeta Montale, alle 5 Stelle del comico Grillo. Sempre in Liguria restiamo.

In sintesi è successo questo: mentre Luperini spiega la poesia di Montale, facendo un paragone con quella di Ungaretti dedicata alla madre, un docente lo interrompe facendogli notare un errore d’interpretazione, a suo dire. Ne nasce una diatriba in cui il letterato cerca di far capire, purtroppo con sforzi inutili, all’insegnante che è lui ad aver preso un abbaglio (vi risparmio gli aspetti “tecnici” della faccenda, rinviando gli interessati alla lettura dell’articolo linkato). Niente da fare, lui insiste, anzi, come scrive Luperini, grida che l’ho deluso, e continua a lungo a protestare. Di fatto ottiene di porre fine alla lezione che termina così nella confusione e nella agitazione.

Cose che possono succedere, direte voi. Certamente ma è anche vero che di fronte ad uno dei maggiori esperti contemporanei, se non proprio il maggiore, di letteratura italiana bisognerebbe essere un po’ più umili e tentare, se possibile, di non fare delle piazzate inutili rovinando una lezione che avrebbe potuto essere bella e interessante fino alla fine.

La cosa più sorprendente è la conclusione dell’articolo. Scrive Luperini:

Mi dicono poi che quell’insegnante è un esponente del Movimento Cinque Stelle. Ora so bene che gli ignoranti si trovano in ogni partito. Piuttosto questa arroganza, questa convinzione incrollabile di essere dalla parte del giusto anche contro ogni evidenza contraria, questa petulanza, questa assoluta mancanza di umiltà, e soprattutto questo narcisismo incontrollabile e questa divorante e micidiale volontà di protagonismo mi sembrano caratteristiche non solo o non tanto di un movimento politico, anche se tali tratti abbondano nel Movimento Cinque Stelle, quanto del periodo storico in cui viviamo, dominato, direbbe Recalcati, dal narcinismo (narcisismo+cinismo) e dalla presunzione di onniscienza e di onnipotenza che nasce dall’accesso all’informazione di Internet.

Fa bene Luperini a sottolineare che non è, almeno non solo, una questione di partito. Però è anche vero che la “scuola” è quella, basta ascoltare e leggere Beppe Grillo. Che poi a ciò si aggiunga anche quella presunzione di onniscienza e di onnipotenza che nasce dall’accesso all’informazione di Internet è un dato inconfutabile che si tratti di una caratteristica del nostro tempo.

Inoltre bisogna riflettere anche sul concetto di democrazia, sempre più minata dalla posizione che ciascuno fa propria, senza lasciare spazio al dibattito. Ognuno parte dalla presunzione di essere il Verbo.
Aggiunge Luperini:

La democrazia non è chiacchiera vuota, non è dire la prima cosa che salta in mente, né esibizione di sé; implica anzitutto documentazione accurata, conoscenza dei problemi, consapevolezza dei propri limiti e, conseguentemente, predisposizione all’ascolto e al confronto che solo un accertamento condiviso dei dati di fatto può garantire.

Tutte cose che a scuola, con tanta costanza e pazienza, noi docenti ci sforziamo di insegnare. Per questo mi sembra oltremodo grave che un insegnante, come quello che ha ingaggiato la singolar tenzone con Luperini, si sia comportato in quel modo.
Non penso, tuttavia, sia solo colpa dell’iPod e nemmeno del partito pentastellato. Forse il problema sta a monte: abbiamo proprio perso di vista la democrazia e il rispetto per le opinioni altrui. La famiglia, la scuola, la società tutta dovrebbero assumersene la responsabilità.

14 marzo 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: PAPÀ PERCORRE OGNI GIORNO 29 KM A PIEDI PER PORTARE IL FIGLIO DISABILE A SCUOLA

Posted in bambini, figli, La buona notizia del venerdì, scuola tagged , , , , , , , , a 12:10 am di marisamoles

cinese

A me questa notizia ha sinceramente fatto venire i brividi … di commozione.
Noi siamo abituati a vedere i genitori litigare davanti alle scuole per un parcheggio, oppure ad assistere all’arrogante maleducazione di chi, meglio se al volante di un Suv – e non me ne vogliano i lettori che per caso ne posseggono uno -, si piazza sulle strisce pedonali per scaricare i pargoli con lo zainetto sulle spalle.
Raramente vediamo dei bambini che da soli raggiungono l’edificio scolastico, pochi quelli che prendono l’autobus e per lo più sono figli di immigrati.
Chi mai, nel nostro mondo occidentale, a volte viziato e arrogante, si sognerebbe di percorrere quotidianamente 29 km a piedi per accompagnare a scuola un bimbo disabile, portandolo sulle spalle? Come minimo si rivendicherebbe il diritto ad un trasporto gratuito a spese del Comune. Ma dall’altra parte del globo le cose stanno diversamente. Forse anche grazie al fatto che la scuola viene vista come un privilegio e non semplicemente un obbligo da assolvere.

Questa storia ci porta nella Cina meridionale, sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan. Ogni giorno il quarantenne Yu Xukang cammina per 18 miglia, ovvero 29 chilometri, con il suo bambino sulla schiena, sistemato dentro un canestro di vimini, facendo attenzione a non farlo cadere gli tiene le mani. Il dodicenne Xiao Qiang ha solo 90 centimetri di statura ma una grande forza d’animo e un papà meraviglioso. Secondo il Daily Mail Yu Xukang è l’uomo dell’anno, ma sarebbe meglio dire il papà dell’anno. Un omino anche lui, che ogni giorno instancabile percorre sentieri polverosi e accidentati, tra muretti a secco e poveri alberelli, l’immagine stessa di questa provincia cinese che sembra abbandonata da tutti. Il governo, dopo che il video di questo papà coraggio è stato divulgato, ha promesso di dargli una mano perché se la forza d’animo non verrà mai meno, le forze fisiche potrebbero presto abbandonarlo.

Dopo il divorzio, avvenuto nove anni fa, Yu Xukang si è fatto carico da solo della crescita ed educazione del piccolo Xiao Qiang e, portandoselo sulle spalle ha marciato, finora, per almeno 1.600 chilometri. Un sacrifico ricompensato da quel figlio minuto di cui va fiero: «Sono orgoglioso – dice – che Xiao Qiang sia il migliore della classe e sono sicuro che farà grandi cose. Il mio sogno è che un giorno si iscriva al college».

Una storia che ha molto in comune con un film-documentario di Pascal Plisson, uscito pochi mesi fa. Racconta tante storie simili a quelle di Yu Xukang, storie di povertà e ambizione, allo stesso tempo, girate in Kenya, in India, in Marocco, in Patagonia. Ragazzi che devono alzarsi all’alba e attraversare fiumi, pianure, montagne, kanyon o foreste, per andare a studiare. Alcuni sono costretti a portare pesanti secchi d’acqua e di legna, perché la loro scuola non offre da bere durante la giornata e non garantisce il riscaldamento.

E dopo aver letto questa storia, pensiamo ai nostri ragazzi, a quanto siano fortunati ad avere tutto, senza l’obbligo di guadagnarsi nulla con il sacrificio e le privazioni. E riflettiamo sul valore che i nostri giovani danno alla cultura … poco, decisamente. Per non parlare di quei genitori iperprotettivi che non permettono ai figli di crescere affrontando difficoltà e ostacoli, sempre alla ricerca del modo migliore per ottenere molto con il minimo sforzo. Senza percorrere sentieri accidentati ma cercando la via più semplice e comoda.

Bisognerebbe provare a capire cosa voglia dire percorrere 29 km a piedi, ogni giorno, con un figlio sulle spalle. Un carico di dignità, soprattutto. Quella di cui oggi molti hanno dimenticato il significato.

[notizia e foto da Il Corriere]

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