1 agosto 2016

LIBRI: “LE DIFETTOSE” di ELEONORA MAZZONI

Posted in donne, figli, libri tagged , , , , , , , , , , , a 2:15 pm di marisamoles

EleonoraMazzoni_tmbL’AUTRICE
Eleonora Mazzoni nasce a Forlì il 9 ottobre 1965. Laureata a Bologna in Lettere moderne e diplomata alla Scuola di Teatro diretta da Alessandra Galante Garrone, negli anni Novanta si trasferisce a Roma e intraprende la carriera di attrice.
Interpreta molti ruoli in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta nel 1996 con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio. La carriera prosegue con numerose interpretazioni sul grande schermo ma partecipa anche a fiction televisive tra cui Elisa di Rivombrosa dove interpreta la contessa Margherita Maffei, seguita da altre fortunate produzioni come Il giudice Mastrangelo, Il bambino sull’acqua e Il commissario Manara.

Nel 2012, per Einaudi, esce il suo primo romanzo, Le difettose, che ottiene un buon successo di pubblico. La carriera di scrittrice di Eleonora Mazzoni prosegue con la pubblicazione di Racconti di Natale (Graphe.it, 2013), insolito duetto narrativo con Carlo Collodi, il celeberrimo autore di Pinocchio, e il secondo romanzo Gli ipocriti (edizioni Chiarelettere collana Narrazioni, 2015).
Nel 2016, prendendo spunto da alcune delle bellissime lettere ricevute dopo l’uscita de Le difettose, la scrittrice torna ad affrontare, dopo un lungo lavoro di studio, il tema dell’infertilità e della procreazione assistita con In becco alla cicogna! Procreazione assistita: istruzioni per l’uso (edizioni Biglia Blu collana Terra).

Le difettose (Einaudi, 2012) nasce dall’esperienza diretta dell’autrice, oggi mamma felice di due bambini nati in provetta, del dramma vissuto da moltissime donne che desiderano ardentemente diventare madri e sono pronte a tutto pur di riuscirci. Il sottotitolo del romanzo – Volere un figlio a tutti i costi può dare dipendenza? – chiarisce molto bene qual è il confine tra desiderio e ossessione.
La Mazzoni spiega, in un’intervista rilasciata a mangialibri.com che il libro è solo in parte autobiografico:

«Durante la mia lunga ricerca di un figlio che tardava ad arrivare ho incontrato, nelle sale d’aspetto e in chat, un esercito di donne con la mia stessa difficoltà. Una miriade di storie ed emozioni che chiedevano di essere raccontate. Il tema della maternità, dove si intersecano vita e morte, così carico di pressioni culturali e sociali, anche di stereotipi, così complesso, ambivalente, primordiale, mi sembrava molto interessante. Mi sembrava molto interessante anche la sua declinazione contemporanea: il ricorso alla fecondazione artificiale, con quel groviglio di desiderio smisurato, speranza di farcela, senso di fallimento all’arrivo delle mestruazioni (dette appunto “le malefiche” o “le maledette”), ansia di non riuscire, paura del tempo che passa. Anch’io, come Carla [la protagonista del romanzo, NdR], sono passata attraverso “fecondazioni artificiali fallite e aborti naturali riusciti”. Detto questo ho creato situazioni e personaggi di fantasia e mi sono fatta guidare soprattutto dall’immaginazione. Il romanzo nasce da una realtà che conoscevo bene ma è meno autobiografico di quello che potrebbe sembrare

Dal romanzo di esordio dell’autrice è stato tratto uno spettacolo teatrale, di e con Emanuela Grimalda, PRO-CREAZIONI #1. Naturalmente la Mazzoni ha collaborato all’impianto drammaturgico.

[fonti: le difettose.it, blog.graphe.it, unilibro.it]

mazzoni_le_difettose

IL ROMANZO
Carla Petri è una quarantenne ricercatrice universitaria in Letteratura Latina, ha un compagno, Marco, che l’ama e l’asseconda, come un uomo è capace di fare, nella disperata ricerca di un figlio che non arriva.
Dopo un’interruzione volontaria ai tempi del liceo, la vita di Carla trascorre felicemente, sia dal punto di vista personale che professionale, e sembra che l’idea di avere un figlio non rientri nelle sue priorità. Ma la relazione stabile con Marco e l’avvicinarsi di un’età, 35 anni, in cui l’orologio biologico inizia a far sentire il suo ticchettio inesorabile, porta la protagonista alla ricerca di una gravidanza che però non arriva.

Odio tutti i ritardi tranne uno è una frase che si ripete spesso nel libro ed esemplifica molto bene lo stato d’ansia e, conseguentemente, l’afflizione che caratterizza l’arrivo, puntuale o meno, del ciclo mensile.

Il tempo per Carla non è certo un alleato, è un nemico contro cui la lotta è impari. Quando si guarda indietro, vede una vita semplice ma appagante, non vuota. Ma dal momento in cui ha deciso di affidarsi alla scienza per realizzare il suo desiderio, osserva, contrapponendolo al presente caratterizzato da uno stato di impotenza disarmante, un passato familiare popolato di donne appagate nel desiderio di maternità, anche se non sempre felici. Ma le donne della sua famiglia sono “a posto”, hanno onorato il dovere di procreare. Lei, e tutte le donne che non riescono a diventare madri, sono invece le difettose.

E che cos’è un difetto se non un vuoto da colmare? Un vuoto che assume le sembianze di un tempo che non ritorna, di tempo sprecato, pezzi di vita buttati.
Il filosofo Seneca, l’autore latino da lei più amato, cerca di venire in soccorso a Carla, con le sue massime spesso ignorate ma terribilmente vere:

Sei tu, Seneca?
Sono io. Per dirti di aver cura del tempo che finora ti è sfuggito. Non ne abbiamo poco, ne abbiamo perduto molto.
In effetti il mio si è assottigliato di botto […] Ma dove l’ho buttato, che adesso mi sento in ritardo su ogni cosa. […]
La perdita più ignobile è quella che avviene per nostra negligenza. E così la vita ci sfugge nel fare alto da quello che dovremmo.
[…]
Così non vale, Lucio Anneo Seneca. Niente giochetti. Non si getta il sasso e si nasconde la mano. Dimmi cosa dovremmo fare. Dimmelo chiaro e tondo e io ti seguirò. Mi fido di te. (pag. 50 dell’edizione citata)

Le parole di Seneca, che riecheggiano a tratti lungo tutto il romanzo, se da una parte aumentano l’ansia della protagonista, dall’altra le pongono davanti un’altra prospettiva: è vero, spesso il tempo viene buttato via inutilmente, quello che abbiamo perso non si può recuperare ma si può sempre sperare di acchiappare quello che ancora abbiamo di fronte, cercando di sfruttarlo al meglio.

Il chiodo fisso della protagonista la porta ad affrontare un vera e propria via crucis, fatta di cure ormonali, interventi per impiantare gli embrioni nel suo utero difettoso, speranze, fallimenti, ancora tentativi e ancora speranze. Non le manca il supporto del suo uomo, anche se sembra che lui semplicemente assecondi i desideri di lei. Quel figlio per Marco non rappresenta una priorità, gli basta l’amore che prova per la sua donna, difettosa o meno.

Quello in cui cade Carla è un vero e proprio vortice, fatto di sigle incomprensibili ai più (PMA, ICSI, FIVET, IUI, PO, PM, PDG, IVF, GEU) ma non è sola, anzi, si ritrova in buona compagnia di donne come lei, a volte anche molto più giovani, tutte accomunate dal desiderio di maternità che spesso viene confuso con un diritto. Ma la natura, e anche la scienza, impone di fare i conti con una realtà diversa dall’immaginazione. Tanto che Carla è pronta anche a cedere, sconfitta, senza forze per continuare a combattere. Si fa strada in lei la consapevolezza di aver messo al primo posto nella sua vita una gravidanza che non arriva, relegando al secondo posto il suo essere donna attraente, il suo rapporto di coppia, con il rischio concreto di annullarsi completamente, avendo anche messo da parte il lavoro, per un sogno che pare irrealizzabile e che forse la farà ritrovare più sola.

Sono una sciatta professoressa senza alcun appeal per l’altro sesso. Come ho fatto a ridurmi così?
Mi accorgo che per strada nessuno mi guarda. Provo a fissare gli uomini che mi passano vicino, ma non ricevo risposte.
Li conoscevo a menadito i trucchetti che noi donne impariamo presto: un certo sguardo, una risata, un reclinare il capo sulla spalla. Mi bastava un gesto, uno solo, per attirare l’attenzione. Ora il meccanismo si è arrugginito. Nel prepararmi a diventare madre ho assassinato la mia femminilità.
Passando davanti alla vetrina di un ottico noto che due rughe pronunciate scavano tra gli occhi, rendendomi corrucciata. La stessa aria di disapprovazione che aveva mia madre. L’immagine di una donna risentita e ostile ai piaceri. (ibidem, pag. 123)

Ed è forse in questo irrisolto rapporto con la madre che Carla sente maggiormente il suo essere difettosa.

***

Le difettose è decisamente un bel libro, scritto bene, non un romanzo “gastronomico” (mi perdoni Brecht se utilizzo l’aggettivo che lui aveva riservato al teatro, indicando un’opera che si gusta in fretta e che, una volta usciti dalla sala teatrale, non lascia alcun sapore in bocca) ma una narrazione che fa riflettere, schiudendo davanti agli occhi del lettore una storia di vita che solo chi prova può conoscere fino in fondo.
Lo stile della Mazzoni è vario: perlopiù la narrazione è caratterizzata dalla frammentazione dei periodi, per rendere più diretta l’esperienza della protagonista. Sono presenti anche molte parti dialogiche, che frenano il ritmo della narrazione ma in modo non eccessivo, e dei flashback in cui riemerge il vissuto della donna e della sua famiglia. Interessanti le riflessioni “dotte” che vedono protagonista il pensiero più che attuale di Seneca e che rispecchiano molto bene la cultura umanistica dell’autrice, laureata in Lettere.
Il tema trattato non è certo leggero. Ma la Mazzoni riesce, con una certa ironia e a volte un linguaggio agile, vicino al parlato, a sdrammatizzare. Indubbiamente, accanto alle parti romanzate, c’è la scrittrice con la sua storia, il travaglio interiore che qualsiasi donna difettosa prova, con quel pizzico di esperienza in più che rende molto verosimile il racconto.

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27 luglio 2012

LIBRI: “BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE” di ALESSANDRO D’AVENIA

Posted in film, libri tagged , , , , , , , , , , , , , a 7:16 pm di marisamoles

Bianca come il latte rossa come il sangue (Mondadori 2010) è il primo romanzo del giovane professore-scrittore siciliano Alessandro D’Avenia. Un successo editoriale, il suo, forse giunto inatteso, ma che rappresenta un faro che illumina la notte buia della narrativa contemporanea. Perché non basta saper scrivere bene – e molti scrittori non sanno fare nemmeno questo -, è necessario entrare nel cuore di chi legge; non basta avere qualcosa da dire ma bisogna saperlo fare rendendo il lettore partecipe delle vicende ma soprattutto delle emozioni che animano i personaggi, creando quasi un unicum diegetico tra autore, narratore e lettore. Queste sono le peculiarità del giovane siciliano.

Lo stile di Alessandro è curato ma non dotto, a volte ricercato ma non retorico e il linguaggio sa adattarsi molto bene ai personaggi. La lettura è gradevole e avvincente allo stesso tempo. È un libro fresco, sprizza giovinezza ma non si abbassa a descrivere situazioni degradanti, che spesso i giovanissimi vivono perduti tra sesso, droga, alcol e azioni al limite della legalità. D’Avenia non utilizza, come altri narratori tipo Moccia, lo strumento letterario per far breccia nei cuori degli adolescenti servendosi del turpiloquio o delle situazioni da sballo, per intenderci.

La narrazione è in prima persona, espediente che rende ancora più coinvolgente la lettura perché è attraverso gli occhi del protagonista che scopriamo il suo mondo, è attraverso il suo cuore che ci sentiamo partecipi delle sue stesse emozioni, della sua felicità e del suo dolore.
Leonardo, detto Leo, è un ragazzo di sedici anni come tanti, con le sue passioni, il calcetto e la musica, le sue amicizie (Silvia e Niko) e l’amore (Beatrice, la “rossa”) che prepotentemente fa capolino nella sua vita trasportandolo in un vortice di emozioni che a volte lo fanno sentire piccolo piccolo, indifeso, incapace di gestirle. In sella al suo bat-motorino si sente un dio, quasi volesse calpestare il mondo che non gli piace così com’è per ricrearlo e plasmarlo a suo piacimento. Ma deve fare i conti con una realtà che non può cambiare, foriera di gioie ma anche di dolori. Con l’aiuto dell’amica Silvia e in particolare del suo prof di storia e filo (abbreviazione di filosofia, naturalmente) cerca di rincorrere un sogno che però si sgretola di fronte agli eventi imprevedibili della vita.

Leo odia la scuola, la considera una perdita di tempo, le ore passate in classe sono quasi un tormento ma, seppur inizialmente riluttante, si lascia a poco a poco conquistare dalle lezioni “fuori programma” di quel professore di storia denominato il Sognatore e considerato, come tutti i suoi colleghi, uno sfigato, uno dei tanti. Però quelle lezioni “fuori programma”, che Leo considera le migliori che il prof sia capace di inventare, lo conquistano. Proprio al Sognatore Leo chiede aiuto per capire quale sia il suo sogno e come riuscire a realizzarlo, perché non sa proprio come fare.
Ecco cosa gli dice il prof quando Leo gli chiede “Come si fa a trovare il proprio sogno?”:

“Cercalo.”
“Come?”
“Poni le domande giuste.”
“Che vuol dire?”
“Leggi, guarda, interessati … tutto con grande slancio, passione, studio. Poni una domanda a ognuna delle cose che ti colpiscono e appassionano, chiedi a ciascuna perché ti appassiona. Lì è la risposta al tuo sogno. Non sono i nostri umori che contano, ma i nostri amori.”
Così mi ha detto il Sognatore. Come gli vengono in mente certe frasi lo sa solo lui. Devo trovare ciò che mi sta a cuore. […]
Provo a seguire il metodo del Sognatore: devo partire da quello che so già. Mi sta a cuore la musica. Mi sta a cuore Niko. Mi sta a cuore Beatrice, mi sta a cuore Silvia, mi sta a cuore il mio motorino, mi sta a cuore il mio sogno che non conosco. (pag. 52, edizione economica 2012)

C’è molto di Alessandro nel Sognatore: c’è la passione per la scuola, l’attenzione per i giovani e le loro problematiche, la voglia di capire il mondo degli adolescenti guardandolo a volte attraverso i loro stessi occhi, altre volte con l’esperienza di chi sa quello che per essi è ancora ignoto.
È un insegnante che crede nel valore formativo della scuola, che non riserva ad essa il solo compito di istruire, trasmettendo nozioni. È un prof che valuta, perché questo è il suo lavoro, ma non giudica. E magari premia anche chi non ha studiato perfettamente la lezione ma ha dimostrato di saper ragionare: Proprio per questo Leo alla fine lo considera un mito.

Non sa risolvere i problemi, quel professore, ma sa aprire gli occhi e far scoprire il mondo ai giovani come Leo. Soprattutto è uno disposto a credere in loro.

Mi lascia lì come un babbeo inebetito. Mi dà già le spalle. Sono spalle esili, ma forti. Spalle di un padre. […] Ho gli occhi rossi di pianto, sono senza forze, svuotato, eppure sono il sedicenne più felice della Terra, perché ho una speranza. Posso fare qualcosa per recuperare tutto: Beatrice, Silvia, amici, scuola … A volte basta la parola di qualcuno che crede in te per rimetterti al mondo. (pagg. 149-150)

C’è molto di Alessandro docente in questo romanzo. Non solo nelle citazioni dotte ma anche nella scelta dei nomi. Beatrice è colei che alla fine, pur inconsapevolmente, salverà Leo. Proprio come la Beatrice dantesca, colei che per il poeta fiorentino incarna la salus, la salvezza, appunto.
Beatrice è il rosso, il colore dei suoi capelli e del sangue che scorre nelle vene, e allo stesso tempo il bianco della vita:

Beatrice continua a non venire a scuola.
Non c’è neanche alla fermata al pomeriggio.
Le miei giornate sono vuote.

Sono bianche, come quelle di dante quando non vede più Beatrice.

Non ho niente da dire, perché quando non c’è l’amore le parole finiscono.

Le pagine diventano bianche, manca inchiostri alla vita. (pag.51)

Bianca come il latte rossa come il sangue non ha una trama scontata, per più di due terzi della narrazione si ha l’impressione di conoscere il finale, quello delle belle favole, dell’ “e vissero felici e contenti”. Ma il bianco e il rosso, filo conduttore dell’intero romanzo, non sono due colori messi lì a caso. Il rosso può essere gioia, può essere il colore dell’inchiostro che solca le pagine bianche della vita scrivendo una trama che non è mai prevedibile, mai scontata. Ma rosso è anche il sangue, il sacrificio.

Io normalmente ignoro le recensioni dei libri che voglio leggere, proprio perché spesso ne svelano la trama, l’evolversi delle vicende, qualche volta anche il finale. Oppure perché, quando la trama è intessuta sul dolore, passa la voglia di leggere, specie se la lettura si profila tutt’altro che di evasione.
Anche in questo caso mi sono accostata al romanzo di Alessandro, il cui blog da qualche mese seguo, senza saperne quasi nulla, con la voglia di scoprire. Avevo già letto il suo secondo romanzo, Cose che nessuno sa, e devo dire che, nonostante i molti tratti in comune e lo stile ineguagliabile, si tratta di due romanzi diversi, unici. Devo anche ammettere che Bianca come il latte rossa come il sangue mi è piaciuto molto di più.

Dall’opera prima di Alessandro D’Avenia si sta girando a Torino il film prodotto da Lux Vide e Raicinema e diretto da Giacomo Campiotti. Luca Argentero vestirà i panni del prof Sognatore e Filippo Scicchitano quelli di Leo, Aurora Ruffino sarà invece Beatrice. Alessandro ha collaborato alla sceneggiatura.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

11 maggio 2010

LUCIANO DE CRESCENZO HA SCRITTO “ULISSE ERA UN FICO” … E IO SCRIVO A LUI

Posted in Letteratura Italiana, libri, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 5:37 pm di marisamoles

Luciano De Crescenzo è da sempre uno dei miei scrittori preferiti. Ho letto quasi tutti i suoi libri (dico “quasi” perché, onestamente, i tomi sulla filosofia greca non li ho affrontati: ebbene sì, la filosofia, in generale, non è mai stata una delle mie materie preferite al liceo!), ho seguito anni fa le divertenti ma istruttive “lezioni televisive” sulla mitologia antica, ho visto i suoi film … insomma, lui è il mio mito. E amando io la scrittura (credo si sia capito, vista anche la prolissità di molti miei post!), come Dante considerava Virgilio il suo maestro, per me De Crescenzo è il mio Virgilio.

Anni fa sono rimasta folgorata da uno dei suoi libri: Le donne sono diverse e sulla scia di quell’entusiasmo mi sono cimentata a scrivere una sorta di “risposta” a quel libro, cogliendo l’invito che De Crescenzo faceva ad un’ipotetica scrittrice: spero di essere letto da qualche brava scrittrice e di poter leggere a mia volta un libro intitolato Gli uomini sono diversi.

Il problema non è stato scrivere quel libro, ma pubblicarlo. O meglio, fare qualcosa per vederlo pubblicato. Certo, non mi sono adoperata molto e, in questi casi, non è che la montagna vada da Maometto. Ho tentato, comunque, di mettermi in contatto con De Crescenzo ma inutilmente. Non disponendo del suo indirizzo, ho inviato una lettera alla sua casa editrice, la Mondadori: nessuna risposta.

Sono passati ormai più di cinque anni ed ora, venendo a sapere della pubblicazione del suo nuovo libro, Ulisse era un fico, mi sono detta: vedi mai che magari mi legga sul blog? Almeno qualcuno in vece sua, se non lui di persona. Così ho deciso di pubblicare qui alcune parti di quella lettera che per anni è rimasta nel cassetto … ovvero, tra i file del mio computer.

Udine, 5 novembre 2004

Egregio dott. De Crescenzo,

Lei non mi conosce, ma io sono una Sua affezionata ammiratrice, avendo letto molti dei Suoi libri. Il motivo per cui Le scrivo è molto semplice: vorrei chiederLe il Suo parere su una “cosetta” che ho scritto e che forse Le potrebbe interessare. L’uso del condizionale è d’obbligo, naturalmente, anche perché per carattere sono una che non si fa mai troppe illusioni.

[…]
L’idea di scrivere questo libro mi è nata dopo aver letto il Suo Le donne sono diverse. Ricorda la frase finale? Naturalmente quando ho iniziato a scrivere, l’ho fatto per puro divertimento, ma poi leggendo e rileggendo, correggendo, un ritocco qua una ritocco là, ho pensato che mi piaceva, e allora perché non provare a contattare il mitico De Crescenzo?
Ci ho rimuginato su per mesi e ho sempre saputo che la cosa non sarebbe stata facile. Non è che ho pensato subito a Lei per pura megalomania, ma so che il mondo dell’editoria è precluso a molti “aspiranti scrittori” che non vengono ascoltati perché non sono nessuno. D’altra parte, mentre si pubblicano delle cose davvero indecenti o alquanto frivole (vedi i “libri” dei comici di Zelig che vanno a ruba o le barzellette di Totti – ma almeno lui fa beneficenza), molti sconosciuti, seppur con buone attitudini e qualità, aspettano invano che qualcuno si degni di leggere i “manoscritti” che diligentemente continuano a spedire a destra e a manca.
Ora, il problema è anche un altro: io sono un po’ pigra, ovvero mi do da fare tantissimo quando mi assumo un impegno e tutte le volte che ho un obiettivo da raggiungere, altrimenti prima di fare un solo passo avanti passano mesi, se non anni. Generalmente devo avere una spinta, qualcuno che mi dica “Dai, forza, tenta che ce la fai! Dai che sei brava” e cose del genere, che servono ad aumentare il mio livello di autostima alquanto basso. Ecco, finora una vera propria spinta non l’ho avuta … almeno fino a qualche giorno fa.
Sapendo che le case editrici non danno l’indirizzo degli scrittori a degli sconosciuti, non mi ero fatta troppe illusioni di riuscire a contattarLa per vie dirette. Avevo, comunque, escluso la possibilità di spedire il “manoscritto” in giro per l’Italia e avevo scartato l’ipotesi di rivolgermi alle case editrici locali. Non è un fatto di presunzione, ma ritengo che forse questa potrebbe essere un’opportunità unica ed è inutile sprecarla. Inoltre, ho potuto osservare da vicino come lavorano i piccoli editori; un caro amico ha pubblicato un romanzo dopo due anni d’attesa, la stampa del libro si è conclusa a giugno, la presentazione (affidata a me) continua a slittare di mese in mese, l’opera non è ancora uscita in libreria (nonostante le assicurazioni dell’editore), visto che ho fatto il giro delle librerie di Udine e nessuno ne sa niente. Non mi pare il caso di tentare con editori-lumache. Infine, nonostante qualcuno si sia offerto di sovvenzionare la pubblicazione a “mie” spese, ho declinato l’offerta, non per orgoglio (si sa a quanto ammonta lo stipendio di un’insegnante!), ma per il motivo di cui sopra.
Dopo aver tentato invano di ottenere il Suo indirizzo, mi sono rivolta a Luca Goldoni
[…] Sinceramente non nutrivo molte speranze ma, inaspettatamente, dopo appena un mese di attesa, il signor Goldoni mi ha telefonato a casa! Sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché non mi aspettavo che mi chiamasse, soprattutto non la domenica mattina! Si vede che anche lui svolge il suo lavoro con passione e non guarda il calendario: se c’è da lavorare, si lavora! (io correggo i compiti quasi sempre durante il week-end, con somma disapprovazione di mio marito; dopo vent’anni si è pure abituato, anche se non rinuncia a brontolare)
Ecco che giungeva inattesa, la domenica mattina del 31 ottobre, quella spinta che inconsciamente stavo aspettando. Il signor Goldoni mi ha riferito che nonostante vi conosciate da decenni, non siete in contatto, salvo rare occasioni come l’uscita delle rispettive opere, e inoltre ha sottolineato che non possiede il Suo indirizzo privato (chiaramente non mi ero illusa che me lo desse). Mi ha consigliato, quindi, di contattarLa tramite la Mondatori; avevo, in effetti, pensato a questa soluzione ma c’è sempre il rischio che la posta non Le arrivi, o che giunga in “altre mani”. Insomma, non nascondo la mia diffidenza. D’altronde, ho forse delle alternative? No, quindi accolgo il consiglio del Suo amico Goldoni, soprattutto dopo aver accolto il suo apprezzamento nei confronti del “saggio” del mio lavoro che gli ho inviato e dopo aver sentito dalla sua viva voce una frase che ho impressa nella memoria: “Accolga la sfida di De Crescenzo”. Gliel’ho fatta ripetere due volte, così per sicurezza!
Eccomi qua, dunque, a chiederLe un parere, se avrà la bontà di offrirmelo.
[…]
Spero che Lei voglia o possa accogliere la mia richiesta e la ringrazio anticipatamente per l’attenzione che mi vorrà rivolgere (sempre che la missiva sia giunta proprio nelle Sue mani – sa, la diffidenza prende sempre il sopravvento). Per me è già una grande cosa aver trovato il coraggio di mettermi in contatto con due dei miei scrittori preferiti (l’asserzione è assolutamente sincera, non dubiti) e di aver avuto l’onore di comunicare telefonicamente con Luca Goldoni. Ora non mi resta che attendere un Suo riscontro; non è necessario sia positivo, anche un “lascia perdere”, sincero ed affettuoso, mi va bene. Il mio sogno sarebbe quello di pubblicare questa mia opera con la Sua introduzione … ma è, appunto, solo un sogno.

Cordiali saluti
Marisa Moles

Le pagine del mio “libro” pubblicate finora su questo blog possono essere lette cliccando QUI.

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