JE NE SUIS PAS CHARLIE

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Sul web la polemica infuria: tutti (o quasi, perché c’è chi tenta di dar lezioni di interpretazione e analisi del fumetto satirico) contro la rivista satirica francese Charlie Hebdo, tristemente nota per l’attentato del 7 gennaio 2015, dove morirono 11 persone, tra cui il direttore Charb e alcuni vignettisti.

Allora anch’io avevo gridato “Je suis Charlie”, nonostante non stessi completamente dalla parte della rivista che trovo faccia satira di cattivo gusto (e i fatti più recenti mi hanno dato ragione), ma in primo luogo ritengo debba essere difesa la libertà di espressione e in secondo luogo non si poteva, allora, rimanere indifferenti davanti a tanto sangue, davanti a una strage così assurda.

Ma, come penso sappiate, la rinata rivista satirica ha recentemente pubblicato una vignetta sul terremoto che ha colpito il Centro Italia, scatenando moltissime reazioni, per la maggior parte di dissenso. Come risposta, Charlie Hebdo ha pubblicato on line un’altra vignetta che offende ancor di più gli Italiani.

Io mi rifiuto di pubblicare i disegni incriminati (li potete vedere QUI). Dico solo che la satira è satira ma c’è un limite invalicabile che è quello del rispetto nei confronti di persone che soffrono.

Nel terremoto che ha sconvolto paesi di tre regioni, ci sono persone che hanno perso i propri cari e, anche se sopravvissute, sono rimaste senza casa, senza lavoro, con di fronte a sé un futuro incerto.

Noi non siamo islamici, non metteremo bombe, non spareremo ma non per questo dobbiamo tacere. Io esprimo tutto il mio disperezzo per il fumettista e i responsabili di Charlie Hebdo, che credo abbiano oltrepassato il limite della civiltà e del buon gusto, senza nemmeno ottenere lo scopo che la satira si prefigge: una sana risata.

Ora abbiamo bisogno di sorridere, è vero, con un po’ più di fiducia nel domani. Ma non abbiamo ancora smesso di piangere le vittime e l’incuria umana che, più della natura stessa, ha provocato questo disastro.

Je ne suis pas Charlie. Non più.

DA “SUPER MARIO” AL “MONTI PHYTON”: IL WEB SI SCATENA


Imperversa il “Monti Phyton”: dalle banche al privato, SuperMario oggetto di freddure irriverenti. Alla faccia della sua compostezza.

di Vittorio Macioce per Il Giornale

L’ultima è questa. «Monti è talmente istituzionale che quando è nato si è congratulato con la madre». Oppure questa. «Nella squadra di governo Di Paola, Cancellieri, Severino, Terzi, Fornero, Balduzzi, Clini, Milanesi, Giarda. L’unico precedente simile è il Foggia di Zeman». Eccolo. Il premier bocconiano, con la sua truppa di professoroni, si sta lentamente guadagnando le attenzioni della satira. È il segno che ormai è davvero uno che conta. Che ci vai a fare a Palazzo Chigi se nessuno racconta barzellette su di te? Neppure una battuta, uno straccio d’aforisma. È come un giapponese che viene in Italia senza macchina fotografica. Non ha visto nulla.

Mario Monti è il vicino di casa che spunta inaspettato da chissà quale quartiere lontano. Nessuno lo conosce davvero bene, ma intanto lo salutano, sorridono, è un signore tanto distinto, davvero a modo, sembra una così brava persona. Intanto lo studiano,s’incuriosiscono, chiedono che fa. E’ un professore, anzi di più un rettore, scrive sul giornale, va tutti i giorni a messa e la domenica lavora. Ma in tv? No, no, in televisione non tanto. Ecco così che piano piano in Italia si va sviluppando la «monteide», la narrazione del meraviglioso mondo del professor Monti, pardon rettore, e si inseguono gli aforismi, le battute di spirito, gli aneddoti, le curiosità, le manie, i caratteri del personaggio. Il nuovo vicino di casa è ormai uno di noi. Sappiamo già quasi tutto quello che c’è da sapere. Non l’essenziale, ma i contorni gustosi. Il rettore è un loden verde. È british, parla english,legge economist, passa in Goldman, sente Obama, vede Merkel, saluta Sarkò. Il rettore è austero e serio, ma con la freddura in tasca quando serve. È europeo, tanto europeo, molto europeo, solo la macchina è italiana perché fa rappresentanza. Monti consulta, Monti provvede, Monti stravede. Monti ha un biglietto d’ingresso pronto per il Quirinale. E intanto nei bar, negli uffici del quartiere, sul web, sui social network cominciano a raccontarlo così, un po’ sfottendolo, come si fa con le vecchie conoscenze. Il professore, pardon rettore, ovverosia il premier, è ormai uno di noi, quasi un amico. Si scherza sull’età. Dicono. «Monti ha cancellato il ministero della gioventù. E ora al suo posto che c’è? Il ministero del “Ai miei tempi!”». Mario Monti è un predestinato. Arriva lui e i mercati scappano. Questo ci hanno raccontato e all’inizio gli italiani ci stanno credendo. Si sforzano. È un parafulmine. Subito arriva la battuta, questa davvero bella e sottile. «La crisi del ’29 fu risolta annunciando che nel ’43 sarebbe nato Monti». Micidiale.

La popolarità dei ministri non è certo quella di uno Scilipoti. Così qualche sferzata sul «chi è chi» dei vari professori è quasi scontata. Malignità. «La lista dei nuovi ministri dà un nuovo significato alla frase “ Lei non sa chi sono io”». Su Facebook un ragazzo scrive: «Mercati ancora incerti dopo la presentazione del nuovo governo. Certo, ci vuole un po’ di tempo a cercare su Wikipedia tutti quei nomi».

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[immagine da questo sito]

BONANNI: “IL GOVERNO, È MEGLIO CHE VA VIA”

Tutti in attesa a Pontida … anche i miei lettori che, incuriositi, stanno leggendo in massa il post su Il Giuramento di Berchet. Tra poco Umberto Bossi parlerà. Di che cosa? Dei ministeri, almeno quattro, che vuole spostare al nord (a Milano e Monza, per l’esattezza) e della riforma fiscale.

Anche Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, è dello stesso avviso: la riforma fiscale è urgente. Questo si aspetta dal governo: che la vari al più presto.

Precisamente, nel suo discorso di ieri, Bonanni si è espresso in questi termini: “Diciamo al governo che se vuole un piccolo barlume di senso dopo tutto quello che è successo, la sua presenza o fa le riforme o lo diciamo chiaro e forte: è meglio che va via, nell’interesse di tutti”.

Ma che bravo oratore! Chissà cosa direbbe il maestro per eccellenza dell’eloquenza, Marco Tullio Cicerone.
Insomma, una cosa si è capita di Bonanni: la sintassi non è il suo forte.

Qualcuno si sarà forse stupito che il segretario della Cisl e gli uomini della Lega siano d’accordo almeno sul tema della riforma fiscale. Chissà cosa dirà Bossi fra poco a Pontida. Secondo me darà ragione a Bonanni così tutti potranno essere confortati dal fatto che i due parlino lo stesso linguaggio …. sgrammaticato.

AGGRESSIONE A BERLUSCONI: QUALCUNO HA VOGLIA DI RIDERCI SU

Mi sono trattenuta fino ad ora dallo scrivere un post sull’aggressione al premier. La stampa nazionale ed estera e i blog stanno scrivendo fiumi di parole a tal proposito. Le foto e i filmati del lancio della statuetta del duomo contro la faccia di Berlusconi sono stati visti e stravisti. Le parole di condanna del gesto inconsulto di un folle sono state sentite e risentite. Anche le voci fuori dal coro: quelle del solito Di Pietro e, seguite a ruota, di Rosy Bindi che si trova d’accordo con l’ex pm che “il cavaliere se le vada a cercare”. Il primo rimane sulle sue posizioni; non si sposta di un millimetro, nonostante la condanna dell’opposizione e del suo partito (quella della maggioranza, infatti, è scontata). La Bindi, pateticamente, cerca di dar la colpa ai giornalisti che fraintendono; energicamente afferma che il gesto in sé è da condannare, però conclude il discorso con la solita litania: “Berlusconi semina odio”.

Insomma, la condanna dell’aggressione è unanime e ci si chiede il perché, soprattutto si teme che non si tratti di un gesto isolato ma l’inizio di una spirale di violenza che potrebbe stritolare il premier. In realtà a me sembra solo il gesto di un malato di mente (lo è, non è una mia personale valutazione) che in meno di ventiquattro ore ha fornito diverse spiegazioni per giustificare l’aggressione. Credo che se di odio si tratta, non dev’essere generalizzato. Anche se i nemici di Berlusconi ci sono, eccome: in poche ore su Facebook sono nati numerosi gruppi che non solo approvano l’aggressione, ma chiamano Tartaglia “santo”, “uomo dell’anno” e c’è qualche donna, folle come lui, che lo vorrebbe sposare. D’altronde, Dio li fa e poi li accoppia.

Molte sono, però, le persone che hanno manifestato solidarietà al cavaliere e c’è qualcuno che afferma, dati alla mano, che l’aggressione, al di là delle ferite, farà del bene al Silvio nazionale: il suo gradimento, dopo un momento di crisi, sarebbe salito al 70%. L’egocentrismo del premier è noto ma non credo che goda di quest’impennata del gradimento: nel suo letto d’ospedale, imbottito di antidolorifici, credo abbia altro a cui pensare. Però sono convinta che qualche maligno fra poco dirà che è stato lui stesso a pagare Tartaglia per aggredirlo!

In questo quadro tutt’altro che edificante, in cui l’incredulità è il sentimento più condiviso, c’è pure qualcuno che ha il piacere di riderci sopra. Naturalmente la satira è di sinistra; che c’è da stupirsi?
Sull’Unità compare questa vignetta del solito Staino:

E qui mi fermo: che c’è da commentare? Ovvero, ci sarebbe tanto da dire ma non riuscirei a far buon uso di una favella decente. Il turpiloquio non mi piace.