15 giugno 2009

LA FORZA DI UN UOMO E LA LEGGEREZZA DI UNA FARFALLA

Posted in adolescenti, affari miei, Amici, scuola, spettacolo tagged , , , , , , , , , a 9:59 pm di marisamoles

scarpe-danza-classicaSono stata invitata al saggio finale di danza da una mia allieva di seconda. Lei, la mia dolcissima allieva, sa che la danza è stata la mia passione da bambina e sa che l’amo tuttora. Chi ama la danza, specie quella classica perché la DANZA è solo quella CLASSICA, tutto il resto è semplicemente BALLO, comprende che è una passione talmente travolgente e unica che, anche a distanza di tempo, non la si può dimenticare. E io devo ringraziare Carla –non è il suo vero nome, ovviamente, ma la chiamerò così in onore della ballerina per antonomasia, la mitica Fracci– per avermi fatto rivivere delle emozioni che, pur rendendomi conto di non aver mai del tutto dimenticato, non sapevo che albergassero ancora in un angolino del mio cuore, in attesa di essere risvegliate.

Fin dal primo momento, fin dal mio ingresso nel teatro, il più grande e bello della città, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei saggi di danza. Me li hanno riportati alla memoria gli sguardi orgogliosi delle madri, i sorrisi fieri dei padri, i delicati bouquet di roselline che sbucavano qua e là dai crocchi di gente che si era fermata nel foyer. Entrare nella platea mi ha catapultato in quel mondo che ormai, per la troppa stanchezza che la sera mi fa stramazzare sul divano alle nove, non frequento più da tempo. Ed è stato bellissimo vedere il sipario calato e immaginare la concitazione delle allieve e degli allievi –pochi, in verità- in procinto di fare il debutto nella serata di gala. È meraviglioso sentirsi protagonisti per una sera, sapere di avere tutti gli occhi puntati addosso, ma è anche tremendamente inquietante perché sai che tutti si aspettano da te una grande esibizione, sai che non puoi sbagliare, che non puoi deludere amici e parenti.

Dalla mia poltrona di prima fila, mentre attendevo l’inizio dello spettacolo, ripensavo alla mia agitazione, a quando dietro le quinte provavo e riprovavo i passi più difficili per l’ultima volta prima di entrare in scena, e mi pareva di non ricordare più nulla, proprio come succede, per l’emozione, prima di un’interrogazione o di un esame. Ti assale l’ansia ma cerchi di dominarla perché sai che non puoi fare brutte figure. Leggere negli occhi delle compagne la stessa paura ti conforta. Poi, una volta alzato il sipario, sai che non puoi scappare, ti devi buttare in mezzo a quel palcoscenico e non pensare ad altro se non al tuo balletto.
Pensando ai miei saggi sono stata spettatrice di quello di Carla e di molte altre. Negli abiti a volte leggeri e ariosi come un palpito di vento, a volte fruscianti come un alito che smuove appena appena le foglie, rivedevo i miei tutù, corti e romantici, e gli abiti di scena. Il primo saggio fu, tutto sommato, una delusione: io associavo alla danza le scarpette di raso con la punta e i lacci che s’intrecciano attorno alle caviglie e, invece, fui costretta a ballare con le anonime “scarpette da salto” –espressione usata comunemente per definire le scarpe senza punta- mentre ad una compagna, la più brava e forse già un po’ esperta, fu permesso di partecipare ad un balletto con le più grandi e di usare le tipiche scarpine con la punta rafforzata. Ho sempre avuto delle difficoltà ad accettare che qualcuno ottenesse qualcosa che, invece, a me era preclusa. Il primo tutù fu, però, quello corto, classicissimo, con il tulle bianco, il mio sogno da sempre. Poi via via che passavano gli anni e diventavo più esperta ho avuto modo non solo di ballare sulle punte ma anche di indossare i tutù romantici, quelli lunghi. Ne avevo uno viola e uno bianco, con cui ho interpretato il valzer viennese di Strauss. Mi ricordo che il tipico chignon era incorniciato da un diadema di strass, al collo avevo una collana di perle di vetro, quelle che se le guardi alla luce scintillano riflettendo tutti i colori dell’arcobaleno –un po’ come capita quando si osserva una bolla di sapone prima che scoppi-, i guanti di raso lunghi e un ventaglio, anch’esso bianco con l’orlo di pizzo e una delicata fantasia di fiori che ravvivava il tessuto, lucido come i guanti.

Guardando i costumi delle ballerine che sfilavano sul palcoscenico davanti a me, ho ripensato anche ai balli interpretati senza il classico tutù. Uno di questi era ambientato in una fattoria, con le musiche di Respighi. Io ero la “prima contadina”. Già, proprio così, niente di eclatante davvero, ma quando ho letto il mio nome sul programma con a fianco esplicitato il ruolo, per me aveva lo stesso significato di “prima ballerina”. Il mio compito, infatti, era quello di dar da mangiare a tutti gli animali, e poco importava se le altre compagne avevano parti più impegnative, io ero e sarei restata per sempre, almeno su quella pagina, la “prima contadina”.

Vedendo le maestre di danza che, da dietro le quinte, si affannavano per ricordare le coreografie alle ballerine meno esperte, non potevo non pensare alla mia insegnante. Paragonata a lei, Crudelia Demon era una specie di fata turchina. Si chiamava Cornelia e per l’assonanza dei nomi il confronto con Crudelia vien da sé. Lei era non dico cattiva, semplicemente spietata. Non ammetteva errori, non giustificava ritardi o malesseri e credo che ce l’avesse con me perché fisicamente non assomigliavo per nulla a una ballerina, almeno non all’inizio. Un po’ in carne –ma mio fratello, simpaticone, vedendomi in tutù la prima volta, rincarò la dose paragonandomi alle elefantesse interpreti della “Danza delle ore” in Fantasia di Disney- certamente non abile nella spaccata o nel gran jeté, alla sbarra avevo delle difficoltà a tener diritta la schiena … insomma, non ho mai negato i miei difetti, sia fisici sia tecnici, ma essendo una che s’impegna in tutto ciò che fa, avrei voluto almeno una gratificazione per quello. Senza contare che, finiti i corsi, continuavo ad allenarmi per buona parte dell’estate nella camera da letto dei miei, per fortuna molto spaziosa e con lo stesso parquet della palestra, creando anche delle coreografie originali. Non credo che l’inquilino del piano di sotto fosse particolarmente felice, ma io non potevo rimanere un’intera estate senza la danza.

Uno dei balli che ricordo con maggiore affetto fu la danza ungherese. Non solo l’affetto mi lega a quel ballo, ma anche un episodio, per dir la verità, alquanto comico. Avevo un abito splendido, in velluto giallo e verde, con la tipica corona guarnita con dei nastri che cadevano ai lati del viso, gonna ampia con sei strati di tulle che la facevano rimanere gonfia e stivali rossi. Mentre il vestito l’avevamo dovuto comperare, gli stivali ci furono noleggiati dal teatro. I miei, invece di essere del mio numero, cioè 38, erano 40. Alle mie proteste, Crudelia Demon rispose che potevo metterci un po’ di cotone in punta. Detto fatto. Peccato che alle prime prove, per fortuna eseguite in palestra –dovevamo abituarci a ballare con gli stivali, quindi cominciammo subito ad indossarli- al primo slancio in aria della gamba destra, lo stivale è partito a razzo, attraversando la palestra in diagonale e arrivando pure a sfiorare la terribile Cornelia. In quel momento avrei voluto colpirla in pieno ma ottenni ugualmente soddisfazione: il giorno dopo arrivarono dal teatro i “miei” stivali numero 38.

La cosa che, al saggio di Carla, ho potuto vedere con maggior piacere, a parte ovviamente le splendide coreografie, è stato il gran numero di ballerine formose, per intenderci non quelle filiformi sul modello di Oriella Dorella. Ciò significa che, almeno dalla scuola di danza frequentata dalla mia allieva, lo spettro dell’anoressia è tenuto sufficientemente lontano. Mi viene in mente uno sketch recitato almeno trent’anni fa da Tullio Solenghi, non ricordo in quale trasmissione. Nelle vesti di un’improbabile ballerina, si presentò in scena come Galina Padovanska, parodia di una delle ballerine russe del Bolscioi che, come si sa, sono tra le più brave al mondo. Nella scenetta ricordo che Solenghi, presentando il personaggio con il tipico accento sovietico, disse che “le ballerine devono avere poco di seno, poco di sedere e devono fare poco amore … ma con poco di seno e poco di sedere questo non è affatto difficile”. Sorrido a ripensare allo sketch, anche se mi rendo conto che leggere la battuta scritta non è come vedere Solenghi conciato al modo che io ricordo. In effetti, una ballerina esile è più sciolta, può essere sollevata facilmente dal partner che non si trova “impacci” che, in altre situazioni, sarebbero assai graditi, ma sicuramente no quando si deve fare una presa. Certo è che al saggio ho visto qualche allieva grandina con una seno prosperoso e un sederotto alquanto sporgente che se mi ha consolata un po’, ricordando i miei tempi, mi ha portata ad osservare, forse per la prima volta con reale obiettività, che il fisico in una ballerina è fondamentale. Quindi, comprendo perfettamente tutte le critiche che Alessandra Celentano fa alle allieve di “Amici”, comprese quelle relative al “collo del piede” e devo ammettere che sul palcoscenico l’altra sera di piedi come li vuole la Celentano ne ho visti assai pochi.

Quando è entrata in scena Carla, l’ho riconosciuta subito, per quelle sue fossette che le si disegnano sulle guance ogni volta che sorride. Osservando il suo sorriso, sono stata travolta da altri ricordi. Una ballerina brava deve sorridere sempre. Non importa se si fa una fatica bestiale a stare sulle punte e se i piedi ti fanno malissimo, anche a causa delle vesciche che vengono più spesso di quanto si possa pensare. Il sudore che imperla la fronte e che rischia di scendere fino alla bocca facendoti assaporare l’inconfondibile gusto salato, che ricorda l’acqua del mare, non può far sparire il sorriso dalle labbra di una brava ballerina. Io so quanto è difficile mantenerlo quel sorriso, quando la fatica ti schiaccia e la concentrazione sui passi si distoglie dalla tua bocca. Per questo ho ammirato Carla, con quel suo dolce sorriso sempre immutato; l’ho apprezzata ancor di più quando mi sono resa conto che non tutte riuscivano a mantenerlo così lungo.

La danza è rigore, disciplina, sacrificio. La mamma della mia allieva, anche lei ex ballerina nonché ex allieva della mia stessa maestra crudele, ha definito le qualità che per danzare una ragazza deve avere con un’espressione che mi è rimasta nel cuore: la forza di un uomo e la leggerezza di una farfalla.
Io credo di aver avuto davvero la “forza di un uomo”, forse un po’ meno la “leggerezza di una farfalla”; ad ogni modo la mia era davvero una grande passione Eppure il mio sogno, il mio amore di bambina e di ragazza ad un certo punto è finito. Ricordo ancora quel pomeriggio: dopo aver passato due ore a percorrere su e giù la palestra in diagonale senza quasi mai scendere dalle punte, arrivai nello spogliatoio con i piedi doloranti, un dolore così intenso che non dimenticherò mai. Tolte le scarpine, mi sono ritrovata la calzamaglia completamente insanguinata; aveva cambiato il colore, da rosa a rosso. Forse le scarpette nuove o la fatica eccessiva dell’allenamento disumano cui Crudelia-Cornelia mi aveva obbligata, aveva causato le vesciche; queste poi erano scoppiate ma io avevo continuato a danzare sulle punte e la carne viva aveva cominciato a sanguinare copiosamente. A quel punto io quel sorriso che, mentre ballavo, avevo imparato a tenere immutabilmente stampato in faccia, l’ho perduto. Insieme alla fatica, al sangue e al sorriso se n’è andato via quel grande amore, la mia passione di sempre. Ho, come si dice, appeso al chiodo le scarpette e con la danza ho chiuso definitivamente. Ho continuato a ballare, questo sì, ma non a danzare. Mai più indossati i tutù e gli abiti di scena se non a Carnevale.

Per non ammettere la mia sconfitta, ho giustificato l’abbandono con la scusa di essere diventata grande, vesciche a parte, ovviamente. La danza classica, allora, era praticata per lo più dalle bambine e dalle ragazzine. Io ero cresciuta e il mio cuore mi stava portando altrove.
Quando, per l’ultima volta, ho sceso le scale e varcato il portone d’ingresso della scuola di danza, ho ripreso a sorridere. Un sorriso che, questa volta, era destinato non al pubblico che dalla platea, dai palchi o dalle gallerie del teatro assisteva al mio spettacolo, ma al ragazzo per cui avevo preso una cotta e che mi aspettava là sotto. Lui mi ha preso per mano e mi ha portato via dal sogno. Non gli ho mai detto il vero motivo per cui avevo smesso di sognare. Forse non lo sapevo nemmeno io.

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