17 agosto 2011

A PROPOSITO DELLA PATRIMONIALE: CARI CALCIATORI, SE MI E’ CONCESSO, VERGOGNATEVI!

Posted in attualità, politica, sport tagged , , , , , a 4:28 pm di marisamoles


Di solito non sono così esplicita, tanto meno nei titoli dei post. Ma in questa circostanza non riesco a trattenermi, specialmente se penso che, essendo statale, su di me potrebbero gravare degli oneri non da poco in seguito alla manovra finanziaria del 13 agosto scorso.

Se è vero ciò che scrivono i giornali, mi chiedo con quale coraggio i calciatori osino protestare sulla patrimoniale che colpisce i redditi alti (oltre i 90mila e i 150mila euro lordi), minacciando scioperi, e conseguente slittamento dell’inizio del campionato (tanto a me che me frega!), e chiedendo che la famosa tassa venga pagata dalle società di calcio, per non sborsare di tasca loro. Poverini, quale indegna richiesta proviene dallo Stato italiano!

Di fronte a queste esternazioni (sempre che siano vere e correttamente interpretate) le reazioni sono diverse. C’è ad esempio il ministro Calderoli che propone di far pagare il doppio della patrimoniale ai calciatori, visto che protestano. Ora, io raramente condivido le proposte leghiste, non per partito preso, ovvio, ma perché quelli della Lega hanno una particolare fantasia e le sparano proprio grosse, a volte. Ma almeno ‘stavolta il ministro Calderoli lo abbraccerei, nonostante non sia affatto il mio tipo, e lo bacerei dal momento che ha definito i calciatori “la casta dei viziati“.

Se poi pensiamo che la “casta” sia protetta da chi la rappresenta, sbagliamo di grosso … è proprio il caso di dirlo. Leo Grosso, vicepresidente dell’Aic, l’Associazione italiana calciatori, ai microfoni di Sky Sport 24 ha dichiarato: «La situazione è semplice e chiara, i giocatori sono lavoratori subordinati e in quanto tali rispettano le stesse regole, pagando regolarmente le tasse». Ma c’è un ma: «Sui contratti fatti sulla base dell’accordo vecchio che è scaduto è indicata una cifra lorda e una cifra netta e società e calciatori possono aver stabilito a quale cifra fare riferimento. Se l’accordo fa riferimento al lordo, la tassa è carico del calciatore, se fa riferimento al netto è a carico della società. Se non è previsto nulla, l’inasprimento dell’aliquota grava sul calciatore». Già, ma non sia mai che quando verrà siglato l’accordo nuovo, si cambino le carte in tavola proprio per evitare questo enorme disagio per i poveri calciatori che lo stipendio se lo sudano letteralmente. Peccato, però, che nel tempo libero se la spassino alla grande e si possano permettere tutte gli sfizi che noi comuni mortali nemmeno riusciamo a vedere in sogno.

Il parere dell’esperto, poi, non chiarisce un bel nulla: il noto fiscalista Victor Uckmar afferma che «bisogna vedere come sarà formulata la legge. Se si trattasse di un tributo autonomo non sarebbe coperto dal contratto stipulato tra calciatore è società. Se, invece, si trattasse di un’aggiunta di aliquota all’Irpef, saremmo nel regime dell’Irpef». Quindi l’onere graverebbe sul club. Al di là del parere tecnico, che lascia comunque dei dubbi, Ukmar di suo afferma che «sarebbe un segnale positivo se i calciatori contribuissero a prescindere, visti gli ingaggi che percepiscono».

Ecco, appunto. Accordi o non accordi, leggi o non leggi, sarebbe davvero il caso che contribuissero … a prescindere e la smettessero di protestare. E noi, forse, c’incazzeremmo di meno.

Io propongo una cosa: nel caso i calciatori fossero esonerati dal pagamento della patrimoniale, stadi deserti e tv spenta in occasione delle partite, per la durata dell’intero campionato. Sto vaneggiando?

[fonte: Il Corriere; foto da questo sito]

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15 aprile 2011

DEPUTATI A 18 ANNI E SENATORI A 25: MA È UNO SCHERZO?

Posted in politica tagged , , , , , a 6:44 pm di marisamoles


Leggendo la notizia, sono rimasta allibita: i ministri Giorgia Meloni e Roberto Calderoli hanno avanzato la proposta di abbassare da 25 a 18 anni la soglia di età richiesta per potere essere eletti deputati e da 40 a 25 quella per diventare senatori. Il disegno di legge costituzionale è stato approvato dal governo su proposta dei succitati ministri e recepisce i contenuti di una proposta bipartisan avanzata lo scorso gennaio dai deputati Gozi e Graziano del Pd e Formichella e Centemero del Pdl. (QUI la notizia)

Cercando di riavermi dallo choc, non appena mi sono resa conto che non si trattava di uno scherzo, stavo pensando di scrivere un post quando mi sono imbattuta nell’editoriale di Giuseppe Morello, per Affari Italiani.it, che mi trova perfettamente d’accordo.
Quindi non mi resta altro che riportarlo per intero.

Giovani parlamentari fuori di….meloni
Venerdí 15.04.2011 16:38
Di Giuseppe Morello

I giovani italiani hanno scuole e università spesso scadenti, non trovano lavoro, se lo trovano è precario e malpagato, faticano a trovare casa, per questo non mettono su famiglia e non fanno figli.
Più o meno è questo il quadro. E cosa propone il ministro della Gioventú Giorgia Meloni? Di abbassare l’etá per essere eletti, portando da 25 a 18 anni l’età per essere eletti deputati e da 40 a 25 quella per diventare senatori.

La proposta spicca per involontario umorismo. Non si capisce infatti se è uno scherzo o se è la risposta assurda e demenziale a un problema serio. Lo slogan del ministro potrebbe essere: esci dal precariato ed entra in Parlamento. Il ministro Meloni sembra voler estendere ai giovani la logica dei suoi colleghi, che grazie all’elezione hanno risolto seri problemi di disoccupazione.
“Vorremmo dare un segnale – ha detto il ministro – di attenzione per i giovani, e dire che non si è mai troppo giovani per ricoprire ruoli importanti”. E qui veniamo al secondo nodo della faccenda.

Consideriamo pure come lodevole l’idea di togliere il tappo normativo che tiene chiuse le porte del Parlamento ai giovani, ma non é che basti una legge. Fa un po’ ridere cambiare la norma all’interno di un sistema politico in cui il più giovane non ha 25 anni, ma 60. L’Italia infatti è da tempo una gerontocrazia, ma non basta consentire per legge una elezione a un 18enne, se giá un 30enne ha poche chance di essere eletto. Che senso ha cambiare i parametri di una legge quando già gli attuali limiti non impediscono ai partiti di mandare in Parlamento solo gente che ha più di 50 anni, pur con qualche rara eccezione.

Visto che ci sono potrebbero mettere il limite anche ai 12 anni, o anche a 8, tanto non cambia nulla. Ministro Meloni, sicura di non avere qualche idea migliore per i giovani? Su, faccia uno sforzo, magari qualcosa le viene in mente.

giuseppe.morello@affaritaliani.it

Una sola riflessione: a casa potrei avere due deputati. Povera Italia!

10 febbraio 2011

150 DELL’ITALIA: FESTA SÌ, FESTA NO

Posted in attualità, lavoro, Mariastella Gelmini, politica, scuola, vacanze tagged , , , , , , , , , a 6:32 pm di marisamoles

“Italia sì, Italia no …” cantava Elio con le sue Storie Tese. Oggi, mentre si discute sulla festa nazionale che pareva già indetta per il 17 marzo, in ricordo dell’unificazione dell’Italia, la questione è un’altra: festa sì? festa no? Per il momento non è chiaro se sarà festa oppure no.

Il 20 gennaio scorso pareva che il Consiglio dei Ministri avesse deliberato per la proclamazione della festa nazionale, una tantum. In occasione del 150esimo anniversario e poi per altri cinquant’anni ci si può tranquillamente dimenticare di quest’evento. Mi chiedo, quindi, come mai altre feste civili continuino ad essere celebrate: il 25 aprile, per esempio, o il 2 giugno.

La proposta ha subito suscitato delle polemiche: la prima ad espirmere la propria contrarietà fu Emma Marcegaglia. Il Paese è in crisi, non è proprio il caso di far festa con il rischio, poi, che si faccia anche il ponte, considerato che il 17 marzo cade di giovedì. In Italia, si sa, i ponti si fanno con facilità, eccetto quello sullo Stretto di Messina di cui si parla da decenni.

A ruota segue la disapprovazione della Lega: Calderoli, infatti, sostiene che in un periodo di crisi come quello attuale appare paradossale caricarsi dei costi di una giornata festiva, un evento significativo quale il 150esimo dell’Unità d’Italia può essere celebrato degnamente lavorando e non restando a casa. Ma che tale obiezione provenga proprio dalla Lega non stupisce nessuno: come ben dice il mio amico frz40 in un commento ad un suo post, se si trattasse dell’anniversario dell’indipendenza della Padania, una settimana di festa, per Calderoli, sarebbe andata benissimo.

Ora ci si mette anche il ministro del MIUR Mariastella Gelmini, contraria alla chiusura delle scuole: «Il miglior modo di celebrare il 17 marzo e’ quello di dedicare questa giornata alla riflessione sui valori dell’Unita’ d’Italia. Io credo che, nella scuola, questo obiettivo non si raggiunga stando a casa. Non si deve equiparare l’anniversario a una qualsiasi giornata di vacanza. E’ giusto invece dedicare le ore di lezione all’approfondimento e alla conoscenza della nostra storia unitaria. In questo modo la scuola potra’ svolgere un ruolo da protagonista nelle celebrazioni».

Mi chiedo, quindi, come mai si rifletta così bene stando a casa sul significato della Liberazione, del giorno dedicato ai lavoratori o quello in cui si ricorda la nascita della Repubblica Italiana. E si riflette standosene tra le quattro mura domestiche – sempre che non lo si faccia durante un’allegra scampagnata fra amici, cosa ben più probabile – tutti gli anni, badate bene. Il 17 marzo, invece, si festeggerebbe solo quest’anno.

Lo stesso tipo di riflessione l’ha fatta anche Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, secondo il quale «non si possono fare guerre di principio su una celebrazione così importante» e aggiunge: «poiché la ricorrenza si può celebrare solo in quell’occasione, se ne dovrà sicuramente parlare in classe, ma non è detto che si debba fare necessariamente il 17 marzo: si può anche creare un dibattito e un confronto sull’Unità d’Italia il giorno prima o il giorno dopo». E se qualcuno ha qualcosa da obiettare sul mancato rispetto dei 200 giorni di lezione, «le scuole potranno rimanere chiuse, per poi recuperare le lezioni non svolte quel giorno attraverso l’eliminazione di una delle vacanze meno rilevanti». Poiché il 25 aprile quest’anno coincide con il Lunedì dell’Angelo e il Primo Maggio cade di domenica, si potrebbe eliminare proprio quel 2 giugno che, a pochi giorni dalla fine delle lezioni, appare pure un po’ scomodo, proprio quando si devono concludere i programmi e terminare le verifiche per la salvezza dei soliti ritardatari.

Senza contare il caos che, proprio nelle scuole, si è venuto a creare. Dopo che a palazzo Chigi il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, solo pochi giorni fa, ha annunciato la festa nazionale per il 17 marzo, in molti istituti è già stato deliberato il giorno di vacanza e in alcuni casi, su richiesta dei genitori, è stato già concordato il fatidico ponte.
Ora i presidi chiedono chiarimenti e lamentano che questo clima polemico abbia contribuito a rovinare la festa.

Insomma, che si faccia o meno festa a scuola, poco importa, sinceramente. Ma è una questione di principio: la Gelmini ha, infatti, caldamente incoraggiato le attività rivolte all’educazione dei fanciulli, delle scuole di ogni ordine e grado, nell’ambito della Cittadinanza e Costituzione. Va da sé che fare un giorno di vacanza in questa occasione per gli studenti rimane sempre un’opportunità in più per dormire fino a tardi ed evitare compiti in classe ed interrogazioni. Ma quel che conta è il messaggio che si lancia: una “festa” è sentita come “vacanza” (a chi mai salterebbe in mente di andare a scuola il giorno di Natale o a Capodanno?); recarsi al lavoro o andare a scuola significherebbe non attribuire ad una “festa” il significato che le è dovuto.

La questione, secondo me, è un’altra ed è politica. Già la Lega ha mostrato la sua contrarietà, dimostrando come questa unità l’Italia ce l’abbia solo sulla carta. Poi ci sono anche le rimostranze che provengono da regioni, diciamo così, separatiste: «Non mi sembra il caso di festeggiare e posso dire che non è una questione etnica e non vogliamo offendere nessuno. I 150 anni per noi non rappresentano soltanto Garibaldi e i moti di fine Ottocento ma ci ricordano la separazione dalla nostra madrepatria austriaca. Noi non abbiamo fatto iniziative per favorire l’Unità d’Italia come altre regioni. Non volevamo nel 1919 e non volevamo nel 1945. Successivamente abbiamo accettato il compromesso dell’autonomia amministrativa. Se gli italiani vorranno parteciparvi lo possono fare, certamente noi non ci opporremo», così si esprime il presidente della giunta provinciale altoatesina, Luis Durnwalder. E noi Italiani lo ringraziamo, naturalmente.

C’è qualcos’altro da aggiungere?

Io una cosa l’avrei: VIVA L’ITALIA!

[Fonti: LINK 1, LINK 2, LINK 3 e LINK 4]

ARTICOLO CORRELATO: Friuli – Venezia Giulia: per celebrare l’unità d’Italia la bandiera asburgica al posto del tricolore?

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