10 aprile 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “IL GIURAMENTO DI PONTIDA” DI GIOVANNI BERCHET

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Un’altra poesia che caratterizza il Romanticismo italiano, strettamente legato all’età risorgimentale, è Il giuramento di Pontida di Giovanni Berchet. Un’altra celebre lirica, tornata negli ultimi decenni alla ribalta, suo malgrado, come inno della Lega Nord. (per leggere i commenti alle altre poesie del Risorgimento CLICCA QUI)


Giovanni Berchet (Milano 1783 – Torino 1851) fu poeta, critico e traduttore. Nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, pubblicata nel 1816, avviò, assieme a Borsieri e Di Breme, la battaglia romantica, proseguita sul Il Conciliatore, a favore di una poesia accessibile a un pubblico ampio, identificato nella borghesia considerata la classe sociale dotata della cultura sufficiente per apprezzare gli scritti del tempo.
Partecipò attivamente al Risorgimento italiano, aderendo alla Carboneria ma nel 1821, per evitare l’arresto, fu costretto a fuggire, visitando parecchi paesi europei. Ritornò in patria nel 1845 e a Milano nel 1848 fu membro del Governo provvisorio, in seguito all’insurrezione popolare delle 5 giornate. Si stabilì, quindi, a Torino dove morì.

Il giuramento di Pontida fa parte delle Fantasie, una lunga romanza, divisa in cinque parti, di argomento storico-patriottico. L’opera di Berchet rompe con la tradizione creando un modello epico-lirico, dal ritmo concitato e popolare, assai imitato dai poeti civili del Risorgimento. Lo stile mescola il decoro classicistico con modi e lessico attinti dal linguaggio popolare, presentando un ritmo acceso che ben si concilia con il vigoroso entusiasmo civile che caratterizza i versi.

La pagina di storia che Berchet recupera, al fine di proporne l’esemplarità, è medievale: siamo nel XII secolo, all’epoca di Federico Barbarossa. Il giuramento di Pontida rievoca l’alleanza stretta tra i Comuni lombardi contro il Sacro Romano Impero di Federico, sancita il 7 aprile 1167 presso l’abbazia di Pontida, e formata da Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma. Il 1 dicembre 1167 venne allargata tramite l’alleanza con la Lega Veronese ed altri Comuni, che portò nella Lega ben 26 (in seguito 30) città dell’Italia settentrionale, tra cui Crema, Cremona, Mantova, Piacenza, Bergamo, Brescia, Milano, Bologna, Padova, Reggio nell’Emilia, Treviso, Venezia, Vicenza, Verona, Lodi, e Parma e che venne detta Concordia.
La Lega godeva del supporto di Papa Alessandro III, anch’egli desideroso di veder declinare il potere imperiale in Italia. Il papa, infatti, aveva tutte le ragioni di temere Federico in quanto la spedizione che l’imperatore stava preparando era in parte rivolta contro di lui e Alessandro III si aspettava di vedere ben presto l’esercito imperiale comparire sotto le mura di Roma. Era necessario, dunque, fermare l’avanzata germanica. La città di Alessandria, fondata in Piemonte dalla Lega Lombarda, prese il suo nome proprio dal Pontefice e nacque come fortezza antimperiale ai confini del marchesato del Monferrato, alleato del Barbarossa.

Ma perché mai Berchet si sofferma proprio su questo episodio della storia medievale per spronare i suoi contemporanei alla ribellione contro l’oppressione austriaca? Non dobbiamo dimenticare che il Romanticismo aveva recuperato il Medioevo come età storica esemplare. Consideriamo che si era inaugurato il filone storico con il romanzo di Walter Scott Ivanhoe ambientato in Inghilterra intorno al 1194. A favorire la diffusione del romanzo di carattere storico in Italia fu indubbiamente il grande valore dei Promessi sposi, ma soprattutto le caratteristiche della situazione politica italiana che spronava i romanzieri a farsi portavoce delle vicende storiche dell’Italia che si erano susseguite dal Medioevo al Risorgimento, riportando esempi eroici di libertà e di resistenza all’oppressione dello straniero. Se Manzoni scelse per il suo capolavoro un’ambientazione risalente al XVII secolo, per le tragedie preferì, invece, attenersi al modello di Scott: nacquero, così, Il conte di Carmagnola e l’Adelchi, entrambe di ambientazione medievale. Stesse scelte operarono altri scrittori: tra i romanzi storici successivi ebbe, ad esempio, un particolare successo il Marco Visconti (1834) che Tommaso Grossi scrisse sull’esempio manzoniano ma svolgendo ampiamente temi cavallereschi e pittoreschi legati al Medioevo di maniera.

Dal punto di vista metrico, Il giuramento di Pontida è scritto in settenari ed endecasillabi.

L’han giurato gli ho visti in Pontida
convenuti dal monte e dal piano.
L’han giurato e si strinser la mano
cittadini di venti città
Oh spettacol di gioia! I Lombardi
son concordi, serrati a una Lega.
Lo straniero al pennon ch’ella spiega
col suo sangue la tinta darà
.

Fin dall’inizio colpisce la reiterazione di quel L’han giurato che scandisce con forza elementare il racconto epico. La Lega che unisce venti città suscita un’enfasi di giubilo da parte del poeta che vuole trascinare il lettore verso l’epilogo sperato: il pennone, lo stendardo della Lega, presto sarà tinto di rosso con il sangue dello straniero.

Più sul cener dell’arso abituro
la lombarda scorata non siede.
Ella è sorta. Una patria ella chiede
ai fratelli, al marito guerrier.
L’han giurato. Voi donne frugali,
rispettate, contente agli sposi,
voi che i figli non guardan dubbiosi,
voi ne’ forti spiraste il voler
.

Nei primi due versi c’è il palese riferimento alle punizioni che Barbarossa infliggeva ai Comuni ribelli: Milano, ad esempio, fu bruciata nel 1162. Ma ormai la popolazione è insorta e, attraverso l’unione, rivendica il diritto ad una Patria. E questa risolutezza deriva ai mariti e ai fratelli guerrieri dalle donne: modeste, onorate, fedeli agli sposi, guida sicura per i figli fiduciosi e ispiratrici dell’amor patrio agli uomini forti, pronti a combattere per la libertà dal giogo straniero. In questi versi prende forma il modello ideale della donna ottocentesca: sorella, sposa, madre di eroi, ispiratrice dei grandi ideali di Dio, Patria e famiglia.

Perché ignoti che qui non han padri
qui staran come in proprio retaggio?
Una terra, un costume, un linguaggio
Dio lor anco non diede a fruir?
La sua patria a ciascun fu divisa.
È tal dono che basta per lui.
Maledetto chi usurpa l’altrui,
chi il suo dono si lascia rapir
!

Il poeta si chiede perché degli uomini ignoti, stranieri, che non possono vantare né discendenza né eredità, debbano appropriarsi di una terra non loro. Secondo il dottrinarismo liberale ottocentesco, la Nazione si distingue per aver avuto in dono, direttamente per volontà divina, la terra, i costumi e la lingua. Chi usurpa ciò che non gli appartiene non ha, tuttavia, meno colpe di chi permette che altri si approprino del dono che hanno ricevuto. Questa “maledizione” ha lo scopo di smuovere le coscienze e far sì che gli Italiani possano combattere uniti contro lo straniero per recuperare ciò che in modo illegittimo gli è stato sottratto.

Su, Lombardi! Ogni vostro Comune
ha una torre, ogni torre una squilla:
suoni a stormo. Chi ha un feudo una villa
co’ suoi venga al Comun ch’ei giurò
Ora il dado è gettato. Se alcuno
di dubbiezze ancora parla prudente,
se in suo cor la vittoria non sente,
in suo cuore a tradirvi pensò
.

Ecco che il richiamo si fa esplicito: Su, Lombardi è giunto il momento di reagire. In ogni Comune la campana faccia sentire i suoi rintocchi e tutti gli abitanti dei feudi si rechino nel Comune cui hanno giurato fedeltà. Ora il dado è gettato, chiara eco di quel Alea iacta est di cesariana memoria; non si può tornare indietro né si possono nutrire dubbi. L’accenno a qualche possibile ripensamento esprime efficacemente il clima di sospetto e di timore che caratterizzava gli ambienti del patriottismo clandestino dell’epoca. Il tradimento era sempre possibile ma era nello stesso tempo un rischio che bisognava correre.

Federigo? Egli è un uom come voi.
Come il vostro è di ferro il suo brando.
Questi scesi con esso predando,
come voi veston carne mortal.
– Ma son mille più mila – Che monta?
Forse madri qui tante non sono?
Forse il braccio onde ai figli fer dono,
quanto il braccio di questi non val
?

L’imperatore, nominato in questo passo per la prima volta, è un uomo come tanti altri, nel pugno stringe una spada di ferro esattamente come i Lombardi pronti a fronteggiarlo e i suoi soldati sono fatti di carne ed ossa proprio come qualsiasi mortale. Il numero dei nemici non deve spaventare perché anche le madri lombarde hanno tanti figli e hanno trasmesso, nel partorirli, la forza di cui sono dotate al pari delle madri tedesche. In questo passo è evidente che Berchet usi argomenti incoraggianti per spronare un popolo indebolito dalla servitù e dalla scarsa fiducia in se stesso.

Su! Nell’irto increscioso Alemanno,
su, lombardi, puntate la spada:
fare vostra la vostra contrada
questa bella che il ciel vi sortì.
Vaghe figlie del fervido amore,
chi nell’ora dei rischi è codardo,
più da voi non isperi uno sguardo,
senza nozze consumi i suoi dì
.

Anche in quest’altra ottava il poeta cerca di infondere coraggio negli uomini affinché essi, puntando la spada nell’ispido e selvaggio (aggettivi che denotano perlopiù il carattere morale del popolo tedesco, aspro e ostile) petto dei tedeschi, si riprendano quella terra che Dio ha concesso loro, altrimenti non sperino nemmeno di poter conquistare il cuore delle donne. Esse, infatti, devono premiare la virtù e castigare la viltà dei loro uomini.

Presto, all’armi! Chi ha un ferro l’affili;
chi un sopruso patì sel ricordi.
Via da noi questo branco d’ingordi!
Giù l’orgoglio del fulvo lor sir
Libertà non fallisce ai volenti,
ma il sentier de’ perigli ell’addita;
ma promessa a chi ponvi la vita
non è premio d’inerte desir
.

In quest’altra strofa si ribadisce lo stesso concetto: le armi devono essere affilate, pronte a fronteggiare l’invasore che, senza freno, ha tolto al popolo ciò che era loro. Per incitare con più forza i suoi concittadini, Berchet, attraverso l’esempio del Lombardi alleati, li invita a ricordare dei soprusi subiti. La libertà non viene meno a chi la desidera; tuttavia essa addita un percorso pieno di pericoli, concedendosi solo a chi è disposto a morire per lei perché non può essere offerta in premio per gli ignavi e i velleitari.

Gusti anch’ei la sventura, e sospiri
l’Alemanno i paterni suoi fochi;
ma sia invan che il ritorno egli invochi,
ma qui sconti dolor per dolor.
Questa terra ch’ei calca insolente,
questa terra ei morda caduto;
a lei volga l’estremo saluto,
e sia il lagno dell’uomo che muor
.

Nell’epilogo della poesia, l’autore trascina il lettore nell’immaginazione della vittoria sullo straniero: il tedesco sofferente sospiri pensando al suo focolare domestico ma invochi il ritorno invano perché deve provare lo stesso dolore che ha cagionato alle popolazioni sottomesse. L’insolenza con cui ha calpestato un suolo non suo possa farlo cadere definitivamente e, morente, rivolga l’ultimo saluto e l’estremo sospiro alla Patria perduta.
In questi ultimi versi Berchet sfiora, nell’incitazione alla lotta, un inconscio sentimento di crudeltà che si discosta dalla visione tipicamente romantica rivolta al culto della Fede. Non c’è, come in Manzoni, quel provvidenzialismo che, attraverso la sofferenza, porta alla soddisfazione finale del desiderio. Il nemico, prima visto in tutta la sua umanità (vedi seconda strofa), qui assume quasi la connotazione della vittima, ma egli è soprattutto vittima di quella violenza che lui stesso ha generato.

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28 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “LE ULTIME ORE DI VENEZIA” DI ARNALDO FUSINATO

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , , , , , , , a 4:37 pm di marisamoles

Un altro poeta romantico (ho già parlato di Giuseppe Giusti QUI e di Luigi Mercantini QUI) che legò la sua produzione poetica allo spirito patriottico fu Arnaldo Fusinato, autore di numerose liriche anche se la più nota è, senz’ombra di dubbio, Le ultime ore di Venezia, ricordata anche con il titolo di Bandiera bianca, dall’ultimo verso che chiude ben quattro delle undici ottave di cui si compone la lirica. Gli ultimi due versi di quello che appare quasi un appassionato ritornello, Sul ponte sventola / bandiera bianca, furono resi popolari dal cantautore Franco Battiato che li riprese nella nota canzone del 1981.


Arnaldo Fusinato nacque a Schio, in provincia di Vicenza, nel 1817. Fin dai tempi dell’università (studiò a Padova), iniziò a comporre le sue liriche, caratterizzate dalla vena satirica, in cui manifestava spesso quel “male di vivere” sotto la dominazione austriaca comune a molti patrioti del tempo.
La lotta contro l’usurpazione austro-ungarica nel Lombardo-Veneto vide il giovane poeta, allora trentenne, imbracciare le armi a difesa prima della sua città, che fu assediata e dovette arrendersi, poi di Venezia alla cui eroica resistenza dedicò i versi della poesia menzionata. In seguito alla sconfitta della città lagunare, Fusinato condivise con molti altri eroi del Risorgimento l’amara esperienza dell’esilio. Morì a Verona nel 1888 e fu sepolto nel cimitero del Verano a Roma.

Nella poesia Le ultime ore di Venezia l’autore descrive, coniugando patriottismo e sentimentalismo (a tratti par di leggere tra i versi un amore disperato nei confronti di una donna), l’estrema agonia di una città che solo ridotta allo stremo è costretta ad arrendersi (la bandiera bianca, infatti, è convenzionalmente simbolo della resa) al nemico, dopo una strenua difesa operata dall’eroico Daniele Manin che per breve tempo fu a capo della “Repubblica di San Marco”. Costui, dopo aver guidato per oltre un anno, dal 1848 al 1849, la straordinaria resistenza di Venezia assediata dagli Austriaci, fu esiliato a Parigi, dove continuò fino alla morte, sopraggiunta nel 1857, a lavorare per l’unità d’Italia.
La “schiavitù” di Venezia non era recente. Nel 1797 Napoleone aveva decretato la fine della gloriosa Repubblica della Serenissima e con il Trattato di Campoformio (17 ottobre) aveva tradito le aspettative di molti che ritenevano concreto il pericolo di passare sotto la dominazione asburgica (uno tra tutti, Ugo Foscolo che, sentendosi tradito dall’imperatore francese, preferì l’esilio volontario e la morte in miseria, al giogo straniero), cedendo definitivamente Venezia all’Austria. Ma i veneziani non si arresero mai alla dominazione austriaca e quasi miracolosamente, dopo diciotto mesi di lotta, il 22 marzo 1848 riuscirono a riacquistare la libertà, dopo più di cinquant’anni di oppressione, prima francese e poi austriaca. Liberato Manin dal carcere (era stato imprigionato perché ritenuto pericoloso per la stabilità del dominio austriaco, vista la sua propensione per gli atti di ribellione), “per unanime volontà del popolo”, e portato quasi in trionfo in piazza san Marco, fu nominato presidente della neonata “Repubblica Veneta di San Marco”.
Come già detto, la resistenza contro gli Austriaci fu feroce e determinata ma i veneziani furono lasciati soli a combattere contro l’oppressore. Il Piemonte, Stato guida nei moti insurrezionali, non si curò della città lagunare e Cavour definì l’indipendenza veneta di Manin “una corbelleria”. Ma la resistenza contro l’esercito del generale Radetzky, pur indefessa e valorosa, non fu sufficiente per difendere la libertà: ai mali della guerra, si aggiunsero la fame, dovuta all’impossibilità del vettovagliamento, e il caldo afoso di luglio che causò un’epidemia di colera. A questa tragedia si riferisce Fusinato quando canta il morbo infuria, il pan ci manca, una tragedia che ha le ore contate: Manin, vincendo la resistenza del popolo che avrebbe voluto, nonostante tutto, continuare a lottare per l’indipendenza, il 27 agosto 1849 consegnò agli Austriaci una città silenziosa, ammutolita dal dolore, dagli stenti, dalla morte. Una popolazione decimata non solo dalle armi ma anche e soprattutto dalla fame e dal morbo insensibile all’eroismo dei veneziani.
Il 30 agosto Radetzky entrò in città e fece celebrare dal Patriarca una messa solenne per ringraziare Dio di aver restituito Venezia, sebbene semidistrutta, al legittimo sovrano. (mi sono limitata ad una sintesi della vicenda; trovate la cronaca dettagliata consultando la FONTE cui ho attinto).

Ecco, dunque, come il poeta patriota Arnaldo Fusinato, descrive la fine della città.

È fosco l’aere,
il cielo è muto,
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia
!

La lirica, dal punto di vista metrico, è costituita da ottave di quinari, per lo più a rima ABCBDEFD, dove A, C,E sono sdruccioli.
Fin dall’incipit si nota come la natura accompagni con la sua fosca tristezza lo sgomento del poeta, ma anche quello di tutti i veneziani, per la prossima caduta della città: l’aere è fosco, il cielo è ammutolito, quasi impotente di fronte all’imminente disgrazia che grava sull’eroica città. Dal balcone Fusinato, malinconico e solo, non può far altro che osservare, sconsolato e con le lacrime agli occhi, la “sua città”, una città che non è propriamente sua, essendo egli nato a Vicenza, ma sente come sua patria.

Fra i rotti nugoli
dell’occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l’aria bruna
l’ultimo gemito
della laguna
.

Il sole scompare al tramonto (occidente) tra le nuvole che spezza con il suo raggio cui si accompagna l’estremo gemito della città sconfitta, un sibilo portato dal vento attraverso l’aria scura, quasi a voler sottolineare la tristezza di cui è pervaso il paesaggio, partecipe inerte della tragedia del popolo veneziano. Da sottolineare l’accostamento di un elemento visivo (il raggio del sole) e uno uditivo (il gemito) in cui si esprime tutta la sofferenza del poeta.

Passa una gondola
della città:
– Ehi, della gondola,
qual novità?
– Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca
!

Ecco che il paesaggio cupo è animato da una gondola in transito. Il poeta s’informa sullo stato della povera Venezia, ma la malattia e la carestia hanno già messo in ginocchio l’eroica popolazione. Non resta altro da fare che collocare sul ponte la bandiera bianca, segnale della resa.

No no, non splendere
su tanti guai,
sole d’Italia,
non splender mai;
e sulla veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna
.

Anche in questa strofa il poeta invoca la natura, chiedendo al sole dell’Italia (la laguna non può più condividere la sorte della Nazione) di non illuminare la sofferenza, il dolore senza fine di una città costretta dalla sorte a cadere nuovamente in mani nemiche.

Venezia! l’ultima
ora é venuta;
illustre martire
tu sei perduta…
Il morbo infuria,
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ormai il destino si è compiuto: Venezia acquista, nei versi di Fusinato, una fisionomia quasi umana, quella del martire che sacrifica se stesso per la fede in cui crede. L’unica fede per la città ormai perduta è la libertà.

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame…
Viva Venezia!
muore di fame
.

L’unica consolazione che rimane alla città lagunare è quella di non morire colpita dai proiettili che paiono vomitare fuoco e che piombano fischiando su di lei come fulmini. È la fame che uccide Venezia, una fame dovuta all’assedio nemico che impedisce il rifornimento di viveri. Per cantare la fine dell’amata Patria il poeta riprende l’immagine classica della Parca che, decretando la morte di qualcuno, tronca lo stame della vita.

Sulle tue pagine
scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame
!

In questa strofa ritroviamo l’invito alla Storia a scrivere, usando lettere indelebili, la gloria di Venezia e le colpe malvage dei suoi nemici. La Storia, dunque, deve perpetuare l’eroismo della popolazione facendo ricadere sui nemici vigliacchi la malvagità di chi, non potendo ottenere lo scopo con le armi, cerca di arrivarci con un mezzo molto meno nobile: la fame. Ma l’infamia rimarrà marchio eterno sugli avversari così come la gloria stessa della città.

Viva Venezia!
L’ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan le manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ecco che in quel “Viva Venezia” dell’incipit il poeta esprime tutta la stima che dev’essere tributata ad una città che ha saputo reagire all’impeto iroso degli Austriaci trovando il coraggio e la determinazione nel ricordo della sua gloria passata, emulando il valore degli antenati che hanno difeso più volte la città. Un esempio di virtù che, tuttavia, non servirà più.

Ed ora infrangasi
qui sulla pietra,
finché è ancor libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto
!

A questo punto Fusinato dedica alla sua patria l’ultimo canto, prima che la cetra (evidente simbolo della poesia) s’infranga sulla pietra. È chiaro il senso di queste parole: d’ora in poi il poeta tacerà, non scriverà più dal momento che il suo canto non sarà più libero. E insieme alle ultime parole dedicate alla città stremata, invia anche l’ultimo bacio, a dimostrazione dell’affetto che prova, e l’ultimo pianto, espressione di un dolore ormai inconsolabile.

Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero,
vivrai nel tempio
qui del mio cuore
come l’immagine
del primo amore
.

L’aggettivo ramingo, ad inizio verso, rende il lettore partecipe del destino del poeta: l’esilio. Ma anche lontano dalla sua patria, calpestando il suolo di una terra straniera, la città lagunare sarà sempre la Patria e continuerà a vivere nella memoria e nel cuore. L’immagine del tempio dà sacralità al concetto stesso di Patria mentre il riferimento al primo amore pervade questi versi di un sentimentalismo sincero e nello stesso tempo maturo: il primo amore non si scorda mai, recita il detto. E Fusinato lo sa.

Ma il vento sibila,
ma l’onda è scura,
ma tutta in tenebre
é la natura:
le corde stridono,
la voce manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ed eccoci alla strofa finale, un commiato triste e rassegnato. Il sibilo del vento e l’onda scura ripresentano l’immagine di una natura desolata di fronte alla tragedia umana. Le tenebre che avvolgono la natura rappresentano il lutto di un popolo che, guardando la bandiera bianca sventolare sul ponte, non può che ammettere la sua sconfitta. Anche le corde della cetra stridono, si rifiutano di cantare oltre così come al poeta manca la voce. Non c’è più nulla da dire.

12 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “SANT’AMBROGIO” DI GIUSEPPE GIUSTI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, Milano, poesia tagged , , , , , , , , a 7:11 pm di marisamoles

La letteratura italiana di metà Ottocento fu caratterizzata dal binomio poesia-patriottismo. Il Risorgimento dei poeti fu, infatti, legato ad una letteratura che venne definita “per il popolo”, in altre parole quella borghesia che Giovanni Berchet, nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, individuò come il pubblico ideale. Una poesia che aveva lo scopo di smuovere le coscienze, che tuonava contro lo “straniero”, che anelava all’indipendenza, nei cui versi il poeta intrecciava amor patrio e sentimento individuale per condividere con gli Italiani un fermento d’emozioni che aveva un denominatore comune: la voglia di essere una nazione, di vivere in uno Stato finalmente unitario.

Uno dei poeti, un tempo certamente più conosciuti dagli studenti (i suoi versi si imparavano a memoria fin dalle elementari, spesso senza capirci un’acca), è Giuseppe Giusti(1809-1850), i cui versi sono caratterizzati dall’associazione tra la satira e l’invettiva, efficacemente espressa usando, tuttavia, un linguaggio, la parlata toscana, spesso oscuro e, comunque, di non facile impatto. Eppure lui le sue poesie le chiamava “scherzi”, senza prendersi troppo sul serio. Su uno di questi “scherzi”, Sant’Ambrogio, lavorò a lungo per giungere ad una poesia dal tono narrativo, con uno stile colorito e colloquiale, fondendo l’emozione lirica con l’occasione comica. Il risultato è una lirica tradizionale nella forma ottave di endecasillabi, rimati secondo lo schema ABABABCC, quello del poema epico cavalleresco, per intenderci) ma decisamente fuori dal comune nel contenuto, specialmente laddove il poeta vuole esprimere un giudizio severo nei confronti dell’oppressore ma nello stesso tempo esterna, attraverso il registro comico, un atteggiamento pietoso e tollerante verso chi in casa altrui la fa da padrone.

La lirica prende spunto da un fatto realmente accaduto: mentre si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, Giusti fece visita alla basilica di Sant’Ambrogio, al cui interno s’imbatté in un gruppo di soldati austriaci che a quei tempi occupavano il Lombardo-Veneto. Ad un primo sentimento di repulsione nei confronti dell’oppressore, si sostituisce una sorta di compartecipazione alla sorte di quei soldati che, lontani dalla patria, sono ridotti, forse loro malgrado, a strumento di sopraffazione. Il canto intonato da quei soldati suscita nel poeta una commozione inaspettata da cui scaturisce una riflessione profonda sulla sorte dei popoli che spesso sono soltanto delle marionette nelle mani di chi detiene il potere.

Immaginando di rivolgersi ad un alto funzionario della polizia o granducale (il poeta è pistoiese) o austriaca, Giusti inizia con questi versi:

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

Fin dall’incipit si può osservare l’ironia con cui il poeta esprime la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che l’ha di certo etichettato come anti-tedesco perché nei suoi scherzucci si prende gioco dei birbanti (tiranni, traditori, finti liberali …). Dopo il preambolo, con quel O senta tutto toscano si appresta a raccontare al suo interlocutore ciò che gli era successo una mattina in occasione di una visita nella basilica di Sant’Ambrogio.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Il poeta si trova in compagnia del giovane figlio del Manzoni (forse Filippo), qui chiamato confidenzialmente Sandro e scherzosamente definito un di que’ capi un po’ pericolosi, riferendosi, senza mezzi termini, alla palese avversione che Manzoni nutriva nei confronti degli Austriaci e definendo il capolavoro del poeta lombardo romanzetto, prendendosi gioco anche di lui. L’intento di gabbare il funzionario si fa palese in quel Che fa il nesci (più o meno lo gnorri), salvo poi giungere alla conclusione che forse quel romanzo non l’ha letto perché il suo cervello ha tante altre faccende di cui occuparsi, prima fra tutte, è sottinteso, rendere infelici i poveri “oppressi”. Ecco che, proseguendo lo scherzo, arriva la sferzata per l’ignaro interlocutore: Dio lo riposi è un augurio che solitamente viene rivolto ai morti: il cervello del tale è, dunque, morto e sotterrato, constatazione che porta ironicamente l’attenzione del lettore sull’ignoranza e la pochezza di certi ufficiali.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi
.

Eccoci arrivati al racconto del fatto accaduto a Giusti in quel di Sant’Ambrogio. Nella basilica il poeta trova dei soldati, forse Boemi o Croati, popolazioni che allora facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. Erano lì, come i pali che sorreggono le vigne, a controllare l’ordine, mandati dai funzionari austriaci (le vigne); l’ironia si coglie anche qui in quell’impalati che li descrive nell’atteggiamento servile di chi è sempre pronto ad obbedire. Anche i baffi che Giusti paragona alla stoppa (capecchio), riferendosi ai caratteristici “colori” di quei popoli, perlopiù biondi, costituiscono una nota ironica che si accompagna a quel dritti come fusi davanti a Dio, come se dovessero stare sull’attenti anche davanti al Creatore.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ecco che il ribrezzo, la repulsione prende il sopravvento: Giusti non ha voglia di mischiarsi a quella “marmaglia”, un ribrezzo che, ovviamente, il funzionario non può provare, visto che ci vive in mezzo abitualmente e che, proprio grazie a questo suo impiego che gli garantisce lo stipendio, riesce a sopportare. L’aria, poi, là dentro è decisamente viziata (e non può essere altrimenti visti gli “ospiti”), talmente pesante da far sprigionare persino dalle candele un odore non simile alla cera (che allora doveva essere di ottima qualità) quanto al sego con cui i soldati si ungevano i baffi. Insomma, sembra proprio che la sacralità del luogo risenta dell’influsso negativo di quei soldati puzzolenti.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti
.

Quel Ma nell’incipit della nuova ottava riporta l’attenzione sulla sacralità del luogo e ispira nel poeta una sincera commozione religiosa. Le note di un canto (nell’ottava seguente verrà specificato che si tratta del coro dell’opera verdiana I Lombardi alla prima crociata) rende l’atmosfera soave e nel contempo drammatica: si parla di un popolo che soffre fra gli stenti ricordando tutto il bene che ha perduto. Come non leggere tra le righe la sofferenza dei Lombardi, contemporanei di Manzoni e di Giusti, sottoposti all’ingiusta tirannia austriaca?

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente
.

Il coro porta ad una specie di trasfigurazione del poeta che si sente parte di quella gente, di quel branco che prima aveva osservato da lontano e con disprezzo, come se non fosse più lui, rapito dalla musica e dal canto che lo inebria e lo porta ad essere solidale con chi forse non soffre meno di lui.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno
.

E sì, ormai è totalmente rapito da quel pezzo nostro, perché legato al concetto di patria, perché appartiene alla nostra cultura, quella italiana, di cui nessuno straniero potrà mai privarci. Sull’onda emotiva di quella musica suonata con arte, ovvero “maestria”, passano in secondo piano anche l’ubbie, i pregiudizi. Ecco, quindi, che al cessar della musica, il poeta vorrebbe ritornare allo stato iniziale, a quella repulsione provata all’entrata in chiesa, ma involontariamente viene giocato da un nuovo tiro: dalle bocche che parean di ghiro (il riferimento ironico è ai baffi dei soldati, simili a quelli del piccolo mammifero) viene intonato un altro canto, questa volta tedesco, che s’innalza verso l’altare, una preghiera che è allo stesso tempo un lamento, un suono grave e solenne, ma contemporaneamente flebile, che gli rapisce per sempre l’anima. L’emozione è, quindi, temperata dall’ironia con cui dipinge gli austriaci: cotenne, in riferimento all’insensibilità come quella della pelle spessa dei maiali, e fantocci esotici di legno, espressione in cui l’aggettivo esotici rimanda a tutto ciò che è estraneo alla nostra cultura. L’empatia, attraverso la musica, si fa incredibilmente concreta.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio
.

Anche nel coro tedesco il poeta percepisce la rinascita di quel sentimento nostalgico di infanzia e di patria lontana. Il cuore custodisce e ripete nei momenti di dolore i canti imparati da fanciullo: gli affetti familiari, il desiderio di pace, la voglia e l’inclinazione ad amare in modo disinteressato, il dolore per la lontananza dalla patria sono sensazioni che il poeta non può fare a meno di condividere con quei soldati in un primo momento detestati. Anche il tono della poesia cambia e questa ottava costituisce l’apice del pathos.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme
.

Inizia qui la riflessione profonda di Giusti. A ben vedere questi soldati sono vittime anch’essi del potere: un imperatore timoroso dei moti insurrezionali, tanto in Italia quanto nei paesi slavi, strappa alle loro case (evidente qui la metonimia tetti) questi uomini che tengono schiavi noi pur essendo schiavi anch’essi. (evidente qui il chiasmo che rende ancor più drammatica la considerazione del poeta). Provengono dalla Croazia e dalla Boemia ma non sono poi molto diversi da quelle mandrie di buoi che i pastori toscani portano in Maremma a svernare.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme
.

L’ottava inizia con un’enumerazione per asindeto che rende particolarmente lento il ritmo dei primi versi. È come se il poeta volesse sottolineare il senso della desolazione che caratterizza la vita dei soldati, incolpevoli strumenti della rapacità consapevole (occhiuta rapina) del sovrano, senza goderne i frutti. La rapacità, poi, riporta allo stemma austriaco, l’aquila grifagna. Essi, sottoposti ad una dura disciplina e costretti ad una condizione di vita difficile, soffrono in silenzio e solitudine, subendo la derisione di chi li odia per quel che rappresentano. È un odio che divide (efficace, qui, la litote non avvicina) i due popoli, l’italiano e il tedesco, giovando a chi regna e può confidare nell’impossibilità di una loro complicità pericolosa. È il concetto del divide et impera.

Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo
.

Nei primi versi dell’ottava finale c’è ancora spazio per la commozione del poeta: la comprensione arriva alla pietà nei confronti di questa povera gente, lontana dalla patria e costretta a subire l’atteggiamento ostile del paese che l’ospita. Ma presto la pietà sfuma in umorismo e chiude ciclicamente la lirica: l’arguzia di Giusti arriva a definire principale l’imperatore che, forse, i soldati intimamente mandano a quel paese. Magari, è pronto a scommetterlo, non lo sopportano esattamente come gli Italiani.
Ma l’immedesimazione qui si ferma: per non correre il rischio di abbracciare uno di quei soldati, l’autore, ricordandosi del suo spirito patriota, deve fuggire. Il caporale rimane lì, con il suo bastone di nocciolo (era l’insegna dei caporali austriaci), impalato esattamente come l’abbiamo trovato all’inizio della poesia, insieme ai suoi compagni di sventura.

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