13 febbraio 2012

L’ISTAT FOTOGRAFA L’ITALIA: UN PAESE DI VECCHI

Posted in bambini, donne, famiglia, figli, lavoro, terza età, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

Già lo sapevamo. Dov’è la novità?
Che l’Italia sia ormai un paese di vecchi non è affatto una novità.
L’Istat ce lo conferma, ancora una volta: ogni 144,5 anziani ci sono 100 giovani. Una cifra che incute non poco timore. Eh sì, perché se è vero che i bambini continuano a nascere (pochi e prevalentemente figli di immigrati: il numero medio di figli per donna si attesta a 1,41, con valori pari a 2,23 per le straniere e a 1,31 per le italiane), è anche vero che la popolazione invecchia anche per effetto della maggior longevità che si registra tra la popolazione adulta. Quindi, a meno che non ci sia un’impennata delle nascite (cosa da escludere a priori per questioni economiche: solo nel primo anno di vita un bambino costa migliaia di euro, figuriamoci mantenere un figlio fino a trent’anni, età in cui perlopiù avviene il “taglio del cordone ombelicale”), in Italia ci saranno sempre più nonni che nipoti. La prospettiva non è consolante: 256 vecchi ogni 100 giovani nel 2050.

Un altro dato che deve far riflettere, sempre reso noto dall’Istat, è quello relativo all’occupazione. Non ce lo doveva dire Mario Monti che il posto fisso è ormai è un’utopia, lo sapevamo già. Dallo studio Istat emerge che nel primo semestre 2011 sono stati attivati oltre 5,325 milioni di rapporti di lavoro dipendente o parasubordinato: il 67,7% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a tempo determinato, il 19% con contratti a tempo indeterminato e l’8,6% con contratti di collaborazione.

Non è dato sapere, dall’indagine pubblicata, a che livello si attesti la disoccupazione giovanile ma è risaputo che in Italia ci sono milioni di giovani che non lavorano né studiano (quella che viene chiamata la generazione né né). Senza contare che ci sono persone di cinquant’anni che si sono trovate di punto in bianco senza lavoro e, per sopravvivere, sono costrette ad accettare contratti capestro (i famigerati co co pro, senza ferie, senza malattia, senza contributi …) attraverso i quali è ben difficile arrivare all’età pensionabile, sempre più lontana.

Al di là dei dati diffusi dall’Istat, non va sottovalutato il rovescio della medaglia della superelogiata riforma pensionistica voluta dal governo tecnico capitanato dal premier Monti. Io non sono molto brava a fare i conti, ma semplicemente ragionando mi viene spontaneo concludere che: se è già difficile per i giovani trovare lavoro, la situazione non può che peggiorare con l’allungamento dell’età pensionabile perché i “lavori forzati”, cui saremo costretti noi che avremmo potuto andare in pensione fra otto anni e invece dovremo lavorare ancora 15 anni, precluderà ai giovani la possibilità di trovare un impiego in tempi ragionevoli.

E come sarà, in futuro, la vita di questi vecchi italiani? Con il calcolo della pensione sul contributivo anziché sul retributivo sicuramente misera. Quindi, non solo siamo costretti a lavorare più anni ma dovremo anche accontentarci di una mensilità che, nella maggior parte dei casi, ci permetterà di sbarcare il lunario.

Secondo il mio modesto parere, la riforma delle pensioni sarebbe stata anche accettabile se avesse interessato le nuove generazioni che, visti i tempi di crisi e le oggettive difficoltà di trovare un’occupazione, sono destinate ad attendere i trent’anni per entrare nel mondo lavorativo, anche senza garanzie per il futuro. Ma perché io, che ho iniziato a lavorare a 23 anni, devo continuare fino a 67?

Infine, tornando all’indagine pubblicata su Il Corriere, i dati che emergono relativamente al lavoro femminile sono sconfortanti: gli uomini guadagnano circa il 20% in più delle donne che, in aggiunta, sono gravate dal lavoro domestico per il 71,3%. Ma anche questa non è una novità (leggi QUI).

[immagine da questo sito]

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22 luglio 2009

UMBERTO VERONESI BOCCIA LA “SCUOLA CHE BOCCIA”

Posted in adolescenti, attualità, Esame di Stato, Mariastella Gelmini, politica, scuola tagged , , , , , , , a 3:43 pm di marisamoles

umbertoveronesiUmberto Veronesi, classe 1925, scienziato di fama mondiale, eletto nelle file del Pd alle ultime elezioni, oltre ad essere senatore della Repubblica riveste il ruolo di membro nella 7^ commissione permanente nel settore Pubblica Istruzione e beni culturali. Dall’alto del suo scranno, attraverso il quotidiano La stampa,tuona contro questa “scuola che boccia”, fiore all’occhiello, si fa per dire, del ministro Gelmini. Perché lei ne va fiera di questa scuola che, dati alla mano, ha rivelato di essere quella “del rigore e delle severità”, una scuola in cui l’aumento delle bocciature (ma le percentuali sono ancora tutte da vedere perché pare che poi quest’aumento non sia così significativo) è indice di una maggior serietà dei docenti. Accanto a questo indice inconfutabile ve n’è però un altro, a parer mio: quello che attesta un aumento di studenti poco impegnati che, abituati a sprecare ben poche energie sui libri di testo, pensavano di cavarsela anche all’esame. Ma così non è stato.

Chiarisco subito una cosa: anch’io sono dell’idea che una scuola che boccia di più non sia la soluzione ai problemi, fin troppo evidenti, della pubblica istruzione. Nel momento in cui si grida un no deciso alla dispersione e all’abbandono, si finanziano progetti ad hoc per prevenire la fuga dalle aule scolastiche, bisognerebbe chiedersi se l’aiutare gli studenti nei primi anni di scuola superiore –ricordiamoci che il biennio è a tutti gli effetti scuola dell’obbligo- significhi davvero fare il loro bene. Perché una scuola che boccia è da denigrare, certamente, ma ancor più degna di biasimo è la scuola che aiuta, che fa passare tutti, chiudendo un occhio, anzi tutti e due. A volte fra i docenti s’insinua una malattia subdola: la cecità. Una malattia da cui si guarisce non appena si lascia l’aula scolastica, però. Capita spesso, seppur con la convinzione di aver fatto bene ad essere così ciechi. E quando capita tutto ciò? Ad esempio dopo aver dato un 6 ad un allievo che non se lo meritava, mettendosi in pace la coscienza con la solita frase: “va be’, diamogli una possibilità, poverino”, oppure pensando che un 6 regalato sia una sorta di premio incentivante, e allora la coscienza la si mette a posto pensando “se lo gratifico un po’, questo mezzo somaro, la prossima volta s’impegnerà di più”.

Pensieri errati quelli che corrono nella mente dei prof, a volte troppo stanchi e demotivati per comprendere che il bene degli allievi non lo si ottiene in questo modo. A volte bisognerebbe pensare che la scuola deve cambiare, le prove di valutazione devono essere diverse, la valutazione stessa dovrebbe essere più oggettiva. Altre volte sarebbe necessario interrogarsi sul percorso didattico: se faccio questo, sarò interessante? Se la lezione la propongo in modo meno frontale, coinvolgendo gli allievi, sarò meno noioso? Se il recupero lo organizzo “a piccoli passi”, invitando gli allievi in difficoltà ad organizzare lo studio per argomenti e, invece di chiederglieli tutti in una volta, sondo la loro preparazione in momenti diversi, i risultati saranno migliori e permanenti?. Sì, si può fare anche così e l’insegnante ce la mette tutta, ma poi pensa che di allievi ne ha 28 o anche 30 per classe, che quelli veramente in difficoltà sono pochi, che possono organizzarsi da soli lo studio, che hanno la possibilità di frequentare i corsi di recupero o di affidarsi allo sportello IDEI. Certo, ce la possono fare anche da soli gli studenti insufficienti. Peccato, però, che si pensi in questo modo solo durante l’anno, per poi arrivare alla conclusione che se uno non ce la fa, non ce la fa. Che non si può cavare il classico ragno dal ben noto buco, che se uno ha sbagliato scuola, perché magari ne ha scelta una troppo impegnativa per la sua volontà o troppo difficile per le sue capacità, allora quello stesso docente che fa? Si autoassolve. E quando lo fa? Allo scrutinio finale.

Sempre allo scrutinio finale di giugno si decide, poi, di ammettere all’esame chi zoppica da anni. “Diamogli una possibilità”, si pensa sempre con l’intento di far del bene. Ma quanto male si faccia all’allievo in questione non si perde tempo a valutarlo. Certo, una volta ammesso all’esame, se la vedrà la commissione, caso mai saranno i commissari interni a prendere le sue difese. C’è da giurarci che questi Ponzio Pilato esistano e che si comportino così per il bene dell’allievo. Senza contare che loro passano l’estate in tutta tranquillità, con la coscienza pulita perché tanto, quello che si poteva fare è stato fatto. Dall’altra parte, però, l’allievo bocciato se la rovina l’estate e con lui tutta la sua famiglia. E nessuno penserà che quella bocciatura se la sia meritata: come si fa a bocciare uno dopo averlo ammesso all’esame? Mah, come si fa proprio non lo so. Non sarebbe nemmeno tanto giusto avere la matematica certezza che una volta ammessi all’esame si venga promossi, ma questo ragionamento non sfiora nemmeno la mente degli studenti. Per forza, se li hanno sempre “mandati avanti”, perché mai fermarli all’esame? Diamogli un bel calcio nel sedere, il ben poco meritato 60 e via …

Dopo aver fatto questi ragionamenti, quasi un flusso di coscienza, sarei anche disposta a dar ragione a Veronesi quando afferma:

Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme. Credo che non dovrebbe succedere che solo alla fine della fase fondamentale del cammino scolastico ci si renda conto che uno studente non è idoneo a proseguire, o ad accedere a una professione. Penso che sia un segnale preoccupante, che può indicare che la nostra scuola non è in grado di capire e interessare i nostri ragazzi, e deve ricorrere a strumenti di autoritarismo obsoleto per stimolare un percorso di crescita.

Oppure quando rincara la dose addossando la responsabilità del fallimento degli allievi agli insegnanti che non tengono conto della capacità innovativa e creativa. Due doti che la scuola attualmente non incentiva e non valuta. Sono convinto che la punizione (quale di fatto è la bocciatura alla maturità) non serva alla maturazione di un diciottenne. Servirebbe invece che la scuola fosse un luogo di formazione di una coscienza individuale, ruolo oggi giocato prevalentemente dalla tv e da Internet.
Eh già, come si fa a competere con la tecnologia, con Internet, ad esempio. È una battaglia persa in partenza se pensiamo agli stimoli che provengono ai giovani dalla rete, Peccato, però, che molti dei nostri studenti alla rete si affidino per “svolgere i compiti”, che sul web, da disperati quali sono di fronte ad una traduzione di latino o di greco, trovino la soluzione ai loro problemi, scaricando la versione bell’ e pronta. Peccato che non si consideri che i programmi stessi delle nostre scuole siano vastissimi e, diciamolo, noiosissimi se confrontati con la vivacità di certe trasmissioni televisive –naturalmente non culturali- e di certi programmi informatici. Peccato, però, che i programmi scolastici, noiosi o meno, li si debba svolgere, soprattutto in quinta quando c’è l’esame, altrimenti il commissario esterno crederà che il collega interno non abbia fatto nulla o gli studenti stessi addosseranno la responsabilità della loro impreparazione al docente che non ha fatto bene il suo lavoro. (A questo proposito, leggi qui )

La scuola non è malata, signori miei, è solo vecchia e pure io, nonostante gli innumerevoli corsi frequentati per diventare un’insegnante efficace, non mi sento più tanto giovane. E il ministro Brunetta ha appena deciso di mandarmi in pensione a 65 anni. Una condanna senza possibilità di appello, non ci sono attenuanti che tengano.
Proprio perché anch’io, come Veronesi, amo profondamente i nostri ragazzi e ritengo che la nuova generazione sia straordinaria per intelligenza, apertura mentale, ricchezza di ideali e generosità, non vorrei scoraggiarli, ma se Brunetta non cambia idea, povera me … e poveri i miei futuri allievi!

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