QUARESIMA E QUARANTENA: LE PAROLE DELLA PASQUA 2020


La Quaresima è finita giovedì. Curioso il fatto che le due parole che caratterizzano questo momento particolare abbiano in comune il numero quaranta. La Quaresima è il periodo di quaranta giorni che nella tradizione cristiana inizia con il mercoledì delle Ceneri e separa, quindi, il periodo di Carnevale e la festività della Pasqua.

Quarantena, per definizione, è un periodo di quaranta giorni che può essere interpretato in diversi modi e può durare più o meno a lungo. L’emergenza coronavirus ha messo tutti in quarantena, nel senso che ci ha obbligati a rimanere a casa, uscendo solo per strette necessità. Peccato, però, che mentre la Quaresima è terminata, la nostra quarantena resta e non sappiamo nemmeno quanto ancora durerà. Il numero quaranta in questo caso è puramente indicativo.

Cosa abbiamo fatto, e cosa faremo, in questo periodo di reclusione?

C’è chi ha continuato a lavorare da casa. Lo chiamano smart working anche se c’è una traduzione italiana che rende perfettamente l’idea, almeno quella teorica: lavoro agile. Ecco, io ho continuato a lavorare da casa, anche se il lavoro non è per nulla agile. Praticamente mi sta ammazzando.

C’è chi, forzatamente a casa dal lavoro, si è dato all’arte culinaria (finalmente anche Masterchef ha un suo perché…), chi al giardinaggio o alla cura dell’orto (i più fortunati perché almeno l’ora d’aria, e anche di più, possono godersela), c’è chi ha riscoperto le relazioni umane in famiglia (a volte, però, tali relazioni si rivelano faticose per mancanza di abitudine… e di spazio!), c’è chi ha letto finalmente i libri che stazionavano sui ripiani della libreria in attesa del buon tempo per la lettura e c’è chi ha preso alla lettera il detto “pulizie pasquali” per mettere in ordine la casa. Insomma, di tempo da ammazzare ce n’è tantissimo.

Ma che cosa abbiamo perso, e perderemo, in questo periodo di reclusione?

Il lavoro, per esempio. Chi momentaneamente, anche se la ripesa non è così sicura per tutti.

La vita scolastica, perché, diciamolo chiaramente, condividere un monitor e vedere le facce dei compagni nei rettangolini piccoli piccoli, e nemmeno tutti assieme, non è minimamente paragonabile alle mattine passate quotidianamente in aula. La condivisione degli spazi, a volte davvero esigui (specialmente quando si devono fare i compiti in classe), non è solo un disagio ma è anche convivenza. Sguardi che si incrociano, bigliettini che volano o messaggini scritti con il cellulare in velocità per non farsi scoprire, l’ora della merenda, l’entrata e l’uscita da scuola con tante cose da dirsi, le lacrime per un compito andato male e i sorrisi per un bel voto, sono tutte le emozioni che in questo periodo i ragazzi, costretti alle videolezioni, stanno perdendo. Un tempo che non ritornerà.

Apprezziamo sempre quello che abbiamo perso. Questa è la verità.

Oppure sentiamo la mancanza di qualcosa che nemmeno ci passava per l’anticamera del cervello, ma la sentiamo proprio perché non abbiamo la libertà di scegliere.

Quanta gente si rammarica per la vita troppo sedentaria, per la mancanza di passeggiate o di giri in bicicletta? Tantissime, eppure sono perfettamente convinta che molte persone, pur lamentandosi di tale privazione, in realtà quelle cose non le hanno mai fatte.

Guarda un po’, le palestre sono chiuse proprio ora che avevo intenzione di iscrivermi a un corso prima della prova costume!

La prova costume… chissà se riusciremo a vedere il mare, quest’anno. Chissà se potremo andare in spiaggia, fiondarci sotto l’ombrellone a leggerci un buon libro, incuranti del vociare della gente tutt’attorno.

Chissà.

Per ora non ci è concesso nemmeno goderci la Pasqua con la famiglia, il pic nic del lunedì dell’Angelo con gli amici. Sarà una Pasqua triste.

Certo, ma siamo qui a lamentarci (anzi, io a farlo e voi a leggere). Certo, ma siamo vivi.

Guardiamoci attorno, per un momento, oltre l’orizzonte delle nostre necessità. Per una volta guardiamo l’erba del nostro giardino e non quella del vicino. La nostra erba è pur verde, non importa se c’è chi ha un prato inglese perfetto di un colore più brillante.

Verde è il colore della speranza e in questa circostanza, cercando di superare l’amarezza del momento, con un po’ di ottimismo guardiamo con speranza al futuro. Senza lamentarci troppo e accontentandoci delle piccole cose che ogni giorno la vita ci offre. Piccole ma immensamente grandi se rivolgiamo lo sguardo e il pensiero a chi non le ha più.

AUGURO A TUTTI UNA FELICE PASQUA.
UN PENSIERO PARTICOLARE A TUTTI I MEDICI, AL PERSONALE OSPEDALIERO E AI VOLONTARI CHE IN QUESTA EMERGENZA STANNO DIMOSTRANDO LA VERA GRANDEZZA DI NOI PICCOLI ESSERI UMANI.

G R A Z I E!!!

I NONNI

mamma e nonna
Il 2 ottobre si celebra la Festa dei Nonni, introdotta in Italia con la Legge 159 del 31 luglio 2005, quale momento per celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale. Dato che quest’anno la ricorrenza cade durante la settimana, la celebrazione è stata anticipata ad oggi, domenica 28 settembre.

Questa mattina in piazza San Pietro a Roma, proprio per ricordare questi “pilastri” della famiglia, Papa Francesco ha incontrato i fedeli e, per l’occasione, ha voluto la presenza del Papa emerito Benedetto XVI. Bergoglio, parlando della presenza di Ratzinger in Vaticano, una volta si espresse così: “È come avere il nonno a casa”. Quindi oggi il predecessore di papa Francesco non poteva mancare.

Io non amo molto le feste della mamma, del papà, della donna, San Valentino … sono feste consumistiche, nate per far muovere i soldi. Non credo ci sia bisogno di una festa per pensare a queste importanti figure nella vita di ciascuno, all’amore, all’orgoglio di essere donna. Tutti i giorni dobbiamo ricordarcene.
E ciò credo sia valido anche per i nonni, pertanto questa ricorrenza mi dà solo l’occasione per riflettere sui nonni e sulla loro importanza nella vita di ognuno di noi. Anche quando non ci sono più.

Io ho conosciuto soltanto una nonna, la mamma di mia mamma. Si chiamava Caterina – che poi è anche il mio secondo nome e devo dire che lo preferisco al primo – ma tutti la chiamavano Tina (nella foto sotto il titolo è in compagnia della mia mamma, a passeggio per il Corso Italia a Trieste). Per me era semplicemente “nonna”, visto che era l’unica e non c’era bisogno di nominarla per non confondersi con l’altra, nonna Vincenza, che è mancata poco prima delle nozze dei miei genitori.

Nonna era una donna autoritaria, esigente, con le sue idee … era siciliana, e pure dell’800, quindi le sue idee erano proprio particolari, distanti dalle mie e da quelle delle nuove generazioni.
Viveva con noi e dettava legge. Si pranzava e cenava all’ora che lei preferiva (sempre troppo tardi, per i miei gusti), si usciva se le andava, altrimenti si rimaneva a casa. Quando ho preso la patente sono automaticamente diventata la taxista di casa e la cosa non mi garbava affatto, io non ho mai amato guidare.

Io avevo un caratteraccio e con nonna gli scontri erano quotidiani. Naturalmente parlo di quando ero adolescente ma le cose non cambiarono poi tanto quando divenni adulta. Io ero trasgressiva e non sopportavo che qualcuno dicesse cosa dovessi e cosa non dovessi fare.
Per fare un esempio, quando ho avuto il mio primo ragazzo, lei si era messa in mezzo e aveva cercato di allontanarlo dicendogli; “Lascia stare mia nipote, è piccola e deve giocare con le bambole!”. Ora, ditemi voi se una non si deve incavolare … ero effettivamente molto giovane ma sapevo ciò che facevo e di certo avevo smesso di giocare con le bambole da un pezzo.

Mia mamma e mio papà le davano sempre ragione, così anche mio fratello, io quasi mai. I miei genitori per rispetto, mio fratello per convenienza. Lui aveva sempre capelli e barba lunghi e a mia nonna non piacevano. Così lei gli diceva: “Tieni 5 lire e vai dal barbiere”. Peccato che gli allungasse una banconota da 5000 lire, non una monetina da 5, che gli sarebbero bastate per andare dal barbiere almeno un paio di volte. Lui intascava e non ci andava, finché nonna non gli dava un’altra banconota, pensando di non avergliela data, e lui finalmente si faceva tagliare barba e capelli.

Ora non vorrei che si pensasse che con me nonna non fosse generosa. Nonostante la trattasi spesso male, lei era sempre pronta a comprarmi qualcosa. Quelle rare volte in cui mia mamma si rifiutava di accontentarmi, ci pensava nonna. Immagino che poi, in separata sede, facessero discussioni a non finire.
Caterina era orgogliosa di me, dei miei studi, del mio lavoro (le prime supplenze le ho fatte quando lei c’era ancora) e mi spiace che non abbia potuto vedermi laureata e sposata. Nonostante chiamasse mio marito – allora fidanzato – “coso”, fingendo di non ricordarsi il nome, so che lui le piaceva. E poi ero grande quando l’ho conosciuto, avevo superato da un pezzo l’età dei giochi con le bambole.

teo max nonni

I miei figli (nella foto sopra siamo in compagnia dei miei genitori) sono stati fortunati perché hanno potuto godere dei quattro nonni per molto tempo. Ora sono rimasti solo i miei genitori, anche se li vedono poco. A me dispiace perché so che non potranno godere della loro compagnia all’infinito e anche perché sono sempre stati per loro “nonni a distanza”, dato che viviamo in due città diverse.

Le nonne – Mariuccia (mia mamma) e Marcella (mia suocera) – erano rispettivamente “la nonna delle tute da ginnastica” e “la nonna delle scarpe”. Non che facessero solo questi regali, ma ad ogni cambio stagione le tute e le scarpe erano appannaggio loro.
A proposito di scarpe, devo raccontare un aneddoto. Per i primi anni, io compravo le scarpe e mia suocera mi dava l’importo dovuto. A un certo punto, non ho mai capito perché, ha iniziato a darmi i soldi e con quelli avrei dovuto arrangiarmi. Forse pensava che io spendessi troppo per le scarpe – non era affatto un problema di soldi, le possibilità le aveva, piuttosto una questione di principio -, fatto sta che la prima volta che mi diede la busta con l’importo, all’interno ritrovai esattamente metà della cifra che ero solita spendere. Il mio secondogenito, che è sempre stato un bimbo ciarliero (ora lo è molto meno) e sveglio (lo è ancora …), la prima volta che mia suocera, invece di rifondermi, mi consegnò la busta con il denaro, mi chiese se quelli fossero i soldi per le scarpe. Io purtroppo ho un bruttissimo vizio: penso ad alta voce. Fu così che replicai: “Veramente questi bastano per una sola scarpa”. Poi mi morsi la lingua ma era troppo tardi. Invano raccomandai al piccolo – poteva avere 4 o 5 anni – di non riferire alla nonna quanto avevo detto, pensando ad alta voce. Alla prima occasione d’incontro con nonna Marcella, le mostrò le scarpe nuove e disse: “Tu hai pagato la scarpa destra, l’altra l’ha comprata la mamma”. Avrei voluto sprofondare … 😦

I nonni – Vittorio (mio papà) e Silvo (mio suocero) – erano, invece, i “nonni bancomat”. I miei due demonietti sapevano bene come ruffianarseli ed ottenere una mancia. Raramente erano servizievoli ma in certe occasioni sfoggiavano tutte le abilità che pensavo non avessero e che invece tenevano ben nascoste.
Anche crescendo, le cose non sono cambiate. Io mi arrabbiavo sempre quando chiedevano soldi ai nonni, specialmente a mio suocero. Dicevo: i nonni non sono dei bancomat. In realtà a loro non pesava dare qualche banconota ai nipoti, ero io che trovavo disdicevole il solo pensiero che l’affetto si potesse comperare. D’altra parte, non vivendo nella stessa città, è anche vero che quello con i nonni per i miei figli era un rapporto occasionale, non c’era la possibilità di frequentazione quotidiana o settimanale, non c’è mai stato un rapporto speciale fra loro. Ora che sono grandi, si può dire che i nonni li vedano una o due volte l’anno e questo mi rammarica molto.

Ecco, queste sono le riflessioni che la Festa dei Nonni ha suscitato in me.
I Nonni ci sono sempre, anche quelli che non abbiamo mai conosciuto o quelli che ci hanno abbandonato. Sono le nostre radici, noi siamo i rami del loro albero e questo non dobbiamo mai dimenticarlo.

Un ultimo pensiero alla mia amica Isabella che da poco è diventata la nonna felice di Arianna. A lei va il mio pensiero speciale, a lei e a tutti i nonni il mio abbraccio.

Il destino non esiste: dipende da noi

Il ragionamento non fa una piega. Una buona riflessione d’inizio anno.
Grazie, Pino!

La Torre di Babele

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Tanto tempo fa, ho partecipato a una serata buddhista. E ho imparato il principio fondamentale della loro filosofia. In sostanza, i buddhisti sostengono che non esiste il fato, ma che ognuno di noi è protagonista del suo destino: credo che fondamentalmente abbiano ragione. Siccome il web è terreno fertile per gli equivoci, spiego. Se sono tollerante, cioè se il mio approccio è di tolleranza, non potrò che riceverne altrettanta. Se sono aggressivo, non posso che ricevere in cambio aggressività. La generosità può provocare lo stesso spirito, così come l’avarizia. Se sono violento intorno a me non potrò che trovare violenza. Lo stesso vale generalmente per tutti gli altri comportamenti. Insomma, siamo noi e soltanto noi che indichiamo la via del rapporto, quindi del destino. Ecco perché continuo ad essere un profondo sostenitore del sorriso. La chiave di un mondo migliore.

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