CENABIS BENE MI FABULLE … A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI

Come mangiavano gli antichi Romani? Le fonti ci danno molte informazioni ma, onestamente, non sembrano prelibatezze culinarie paragonabili a quelle moderne. In fondo, come si usa dire proprio riprendendo un detto latino, de gustibus non est disputandum.
Buona lettura … magari provate qualche ricetta.

Marisa Moles's Weblog


Così inizia il carme 13 di Catullo, famoso poeta latino vissuto nel I secolo a.C. Ecco il testo originale:

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Famoso lo era davvero, Catullo, ma non tanto per l’attività poetica, quanto per l’amore appassionato che gli ispirò gli indimenticabili versi dedicati a Lesbia. Ma di questo ho già parlato in un altro post. (LINK )
L’attività poetica, a quanto pare, non doveva essere molto redditizia; infatti, al verso 8 del carme…

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IL DOLCE DEL BUON ANNO: LA CROSTATA AI MARRON GLACÈ

torta buon anno
Come promesso, vi posto la ricetta della torta che ho preparato per la cena (chiamarlo “cenone” sarebbe da megalomani! 😉 ) di San Silvestro. Si tratta di una crostata semplicissima da fare e buonissima … anche se per caso ci si dimentica del burro (“per caso” nel mio caso – e scusate il bisticcio – è freudiano).

INGREDIENTI

1 disco di pasta frolla (io uso quella surgelata di circa 500 gr)
4 uova
50 gr di farina 00
50 gr di farina di castagne
100 gr di zucchero
60 gr di burro (io uso quello con l’87% in meno di colesterolo di Pam-Panorama)
1 fialetta di aroma vaniglia
qualche cucchiaio di crema di marroni
300 gr di marron glacè
liquore se piace (io uso il nocino)
1 bustina di lievito

PREPARAZIONE

Sbattere bene due uova intere e due tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una crema liscia e consistente. Aggiungere le farine setacciate amalgamando bene, poi la fialetta di vaniglia, il liquore, la bustina di lievito, il burro fuso ma non caldo (io l’ho dimenticato ma il dolce è venuto benissimo ugualmente!) e per ultimi i due albumi montati a neve fermissima con un po’ di sale.
Imburrare e infarinare uno stampo di 24-26 cm (in alternativa lo si può foderare con la carta forno), adagiare il disco di frolla in modo che vengano coperti anche i bordi e spalmare su di esso abbondante crema di marroni (circa 3-4 cucchiai). Coprire con i marron glacè spezzettati (tenere da parte qualche pezzo per la guarnizione), versare quindi il composto preparato in precedenza e richiudere i bordi della frolla. Infornare per circa 45’ nel forno già caldo (180°, 170° se ventilato). Non preoccupatevi se la pasta scurirà in breve tempo. Non dovrebbe bruciare ma se non siete convinti, dopo mezzora coprite la torta con un foglio di alluminio.
A cottura ultimata, lasciare raffreddare la torta, quindi scaldare un cucchiaio di crema di marroni e spalmarlo per bene sulla superficie. Guarnire con i restanti marron glacè spezzettati e spolverizzare la superficie lo zucchero a velo. In alternativa, si può semplicemente spolverizzare sulla torta dello zucchero a velo.

[post aggiornato in data 26 gennaio 2014]

DOLCETTO O SCHERZETTO? DOLCETTO, OVVIO!

halloween_pumpkin
Halloween è, da tempo ormai, entrata a far parte delle tradizioni nostrane, pur essendo sempre considerata un’americanata. Le sue origini, tuttavia, sono europee e risalgono ad un’antica festa celtica durante la quale venivano richiamati gli spiriti dei morti, con l’intento principale di scacciare la paura della morte.

Emigrata in America a metà dell’Ottocento assieme agli irlandesi, la festa di Halloween conquista ben presto la popolazione locale e viene arricchita da altre tradizioni, come per esempio il travestimento (derivato anch’esso dall’antica usanza dei Celti di indossare pelli di animali e maschere mostruose durante i riti di Samhain e dell’accensione del Fuoco Sacro, il 31 ottobre). Usata tipica statunitense sembra essere quella dei bambini che, la notte di Ognissanti, se ne vanno di casa in casa recitando la famosa frase: “Dolcetto o scherzetto?” (“Trick or treat?”). Ma anch’essa probabilmente ha origine celtica e rievoca l’usanza di lasciare cibo e latte fuori dalla porta, nella speranza di ingraziarsi gli spiriti ed evitare le loro malefatte.

Ora, io personalmente non mi porrei il problema della scelta, essendo golosissima di dolci. E per l’occasione, vi regalo una semplicissima ricetta che, in qualche modo, è legata alla tradizione di Halloween e alla zucca, usata dagli immigrati irlandesi per confezionare le classiche lanterne per le quali, in origine, si utilizzavano le cipolle. Un dolcetto alle cipolle credo possa essere considerato un esperimento azzardato ( e non poi così gradito), ma con la zucca si possono preparare ottimi dolci.

Pumpkin Muffins
MUFFIN ALLA ZUCCA E MANDORLE

Ingredienti per 14 muffin:

200g farina 00

50g fecola di patate

200 ml latte

130g olio di semi di girasole

130g zucchero di canna

1 cucchiaino cannella

1 cucchiaino lievito

1 uovo

130g polpa di zucca lessata

20g mandorle pelate

zucchero a velo

Fate lessare la zucca (io uso il passato già pronto surgelato), frullatela con le mandorle e lasciatela raffreddare. Mescolate tutte le polveri e aggiungete tutti i liquidi mescolando energicamente fino ad ottenere una pastella omogenea. Ponete i pirottini di carta nello stampo da muffin e riempiteli fino a 1 cm dal bordo con la pastella. Infornate per 30 minuti a 180°.
A piacere, spolverate con lo zucchero a velo.

E ora non mi resta che augurare a tutti (anche a quelli come me che non amano particolarmente questa festa) un buon Halloween e … BUON DOLCETTO!

[immagine muffin da questo sito]

DOLCETTI “RAFFAELLO” LIGHT

Simil raffaello
Ieri ho avuto ospiti a pranzo, per finire in bellezza queste feste (oddio, non ne posso più di mangiare, la mia dieta ha subito una battuta d’arresto e il mio colesterolo credo abbia subito un’ulteriore impennata!). Non avevo il tempo per preparare una torta così ho aperto il frigo, ho dato un’occhiata in dispensa e mi sono inventata questa ricetta, utilizzando quello che avevo. Ne sono venuti fuori dei dolcetti tipo “Raffaello” (quelle delizie della Ferrero) solo che gli ingredienti utilizzati rendono il prodotto sicuramente più light di quello originale.

Ingredienti (per 16 palline):

8 wafer alla vaniglia
150 gr di ricotta
30 gr. di cocco grattugiato + q.b. per la copertura
30 gr. di zucchero semolato (in alternativa va bene anche quello grezzo di canna)
1 cucchiaio di liquore a piacere (io ho usato il nocino fatto in casa … quello avevo!)
16 nocciole intere spellate e tostate
latte q.b.

Preparazione:

Sbriciolare abbastanza finemente i wafer (operazione da fare preferibilmente con il tritatutto) e unirli alla ricotta passata al setaccio mescolando bene. Aggiungere lo zucchero, il cocco e il liquore, amalgamando il tutto. Se il composto risultasse poco compatto, aggiungere il latte sufficiente per ammorbidirlo e renderlo facilmente lavorabile.
A questo punto, prendere con le mani un po’ di composto e inserire la nocciola formando delle palline non troppo piccole ma nemmeno troppo grandi (più o meno della grandezza del “Raffaello” originale), farle rotolare nel cocco grattugiato e sistemarle nei pirottini.
Lasciare i dolcetti nel frigorifero per almeno 2 ore.

Ho visto sul web delle ricette in cui si consiglia l’utilizzo dei wafer alla nocciole e, al posto della ricotta, del cioccolato bianco. L’alternativa dei wafer mi pare buona (in dispensa, però, avevo solo quelli al cioccolato o alla vaniglia e, essendo i dolcetti originali bianchi, ho preferito i secondi). Indubbiamente sostituire il cioccolato bianco con la ricotta rende i dolcetti più light.

Comunque i miei sono venuti davvero buoni. provare per credere!

Naturalmente, non mi è venuta l’idea di fotografare i dolcetti (d’altra parte, non sono mica una food blogger 😉 ). Quindi la fotografia è presa da questo sito dove potete trovare una variante appetitosa di questa ricetta.

TORTA DI MELE LIGHT

Visto il gradimento ottenuto dai brownies per i miei studenti, mi lancio in un’altra ricetta, questa volta light. So che le attuali temperature scoraggiano l’uso del forno, però ora ho più tempo a disposizione per preparare le torte, pur facendomi la sauna ogni volta.

Io sono a dieta da gennaio. Ho dovuto eliminare i grassi, specie quelli di origine animale. All’inizio pensavo che non fosse proprio possibile preparare una torta di mele senza il burro. Volevo provare a sostituirlo con la margarina o con l’olio di semi, poi però mi sono inventata questa torta che è riuscita benissimo pur senza l’aggiunta di alcun condimento. L’esecuzione è facilissima e, se si dispone di un robot, è velocissima.

Ingredienti:

200 grammi di farina 00
100 grammi di farina Manitoba
150 grammi di zucchero (se si preferisce, si può usare quello grezzo di canna; in questo caso la dose dovrebbe essere 200 gr. A me, tuttavia, questa torta piace anche meno dolce)
3 uova intere
100 ml di latte parzialmente scremato
4 mele di media grandezza (io ho usato le fuji perché avevo quelle in abbondanza ma si possono usare anche di altre qualità)
50 grammi di uvetta
30 grammi di pinoli (se piacciono, non sono indispensabili)
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 bicchierino di Marsala

Preparazione:

Sbucciare le mele, affettarle sottili (io uso la grattugia “quadrata”; in teoria andrebbero cosparse di succo di limone perché non anneriscano ma io non lo faccio quasi mai), aggiungere l’uvetta ed eventualmente i pinoli, irrorando il tutto con il Marsala. Accendere il forno e impostarlo sui 170 gradi (se non è ventilato anche 180 gradi). In una ciotola (se fate a mano, altrimenti nel contenitore del robot) montare i tuorli con lo zucchero, aggiungere quindi a cucchiaiate le due farine alternandole con il latte. Poi versare la bustina di vanillina e il lievito, nonché le mele tenute da parte. Per ultimi aggiungere gli albumi montati a neve fermissima con un pizzico di sale, avendo cura di mescolare dal basso verso l’alto per non smontarli. Versare il composto ottenuto in uno stampo tondo di 26 cm (io uso anche quello rettangolare di 30×22 cm circa), precedentemente imburrato e cosparso di pane grattugiato, cospargerlo con un po’ di zucchero (meglio se di canna) e metterlo nel forno per circa 45 minuti. È bene comunque controllare la cottura con uno stuzzicadenti. Lasciare la torta nel forno spento per cinque minuti prima di estrarla (lo faccio sempre, per qualsiasi torta).

Buon appetito!

[nell’immagine: Bimba con cesto di mele di Calidè, olio spatolato, 50×70, da questo sito]

DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO … MA NON CHIAMARLO SOLO PANE

Dando un’occhiata alla pagina speciale de Il Corriere dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia sono rimasta colpita dal titolo di un articolo che tratta dei diversi tipi di pane prodotti nella nostra penisola: “Dalla michetta al cafone”. Che esistesse la michetta, tipico pane milanese come la baguette è tipica di Parigi, credo sia noto ai più. Ma io, confesso la mia ignoranza, non avevo mai sentito parlare di un pane “cafone” e credevo che tale aggettivo fosse usato solo come insulto nei confronti di gente maleducata.

Insomma, in Italia sono circa 300 le specialità regionali di pani, dalle forme e dai nomi più strani. Secondo un’indagine della Cia (Confederazione italiana agricoltori) per più del 50% degli italiani il pane rappresenta il cibo emblema dell’Italia, anche se nel tempo, complici i regimi alimentari che inducono ad un’assunzione limitata di carboidrati, il consumo è molto calato. Nei 150 anni che ci separano dall’unificazione dell’Italia, infatti, il consumo è sceso dal chilo al giorno, nel 1861, ai 120 grammi a persona di oggi.

Tornando alle varietà di pane, ho letto che il pane cafone è di origine campana e la sua preparazione, almeno stando alle ricette che trovato, è piuttosto elaborata e lunga (richiede diverse fasi di impasto e molto tempo per la lievitazione). Alla fine, però, ha l’aspetto di una qualsiasi pagnotta tipo pugliese o, a seconda della forma scelta, di una ciabatta.
In ogni caso, sono moltissime le varietà regionali, come ho già detto, anche se dal panettiere troviamo dei tipi di pane che si vendono dappertutto.
Curiosando in rete ho trovato un sito in cui sono elencate le più comuni varietà regionali. Ad esempio, qui in Friuli – Venezia Giulia le specie tipiche sono:

La biga, diffusa a Trieste ma anche in Istria, che si prepara con la farina di grano tenero ed è formata da due pezzi di pasta uniti insieme in modo da formare un panino a forma di sferette unite.

Il Grispolenta, originario di Prisco di Socchieve, in provincia di Udine, che si prepara con una miscela di farina di mais (30%) e di farina frumenta (70%) e ha la forma di grossi grissini tipici della cultura contadina, fragranti e friabili dall’aspetto rustico.

Il Pan de Frizze, originario del Friuli, è un pane della tradizione contadina. Preparato con una miscela di farina di frumento e segale (rapporto due a uno), uova, ciccioli di maiale, burro, lardo, sale, lievito acido e ha la forma di filoncini la cui parte superiore è tagliata in modo trasversale. Il nome deriva dall’utilizzo delle “frizze”, termine dialettale con il quale sono conosciuti in Friuli i ciccioli di maiale.

E nella vostra regione quali sono le specialità? Se non lo sapete, potete trovarle QUI.

Io sono poco amante del pane e lo mangio quasi esclusivamente se lo faccio in casa, naturalmente con la macchina perché non sono brava ad impastare … ci vuole troppo “olio di gomito”!
Inoltre, amo il pane ai cereali o preparato con il grano duro che lo rende più croccante. Ma quello che amo di più lo preparo con il kamut. La farina di kamut, solo recentemente introdotta nella panificazione italiana, ha un’origine antichissima e proviene dall’Egitto. Già all’epoca dei faraoni utilizzavano il kamut che, tra l’altro, ha delle proprietà nutritive eccezionali: ricco di minerali, aminoacidi e vitamine, soprattutto la E che è presente in questo cereale in quantità pari al 30% in più rispetto al grano comune.

Ecco la ricetta che seguo per preparare il pane al kamut.

400 gr di farina di kamut
200 gr di farina bianca “0”
350 ml di acqua
1 cucchiaino di zucchero
2 cucchiaini di sale
3 cucchiai colmi di olio extravergine di oliva
1/2 di cubetto di lievito di birra (oppure una bustina di quello secco, meglio se “Mastro fornaio”)

La preparazione è semplicissima sia a mano sia con la macchina.

Infine, una chicca: avevo più o meno sette anni quando composi una poesia dedicata al pane. Eccola:

Leggero, croccante
pronto all’istante
il pane tanto buono
che sfama ogni uomo

Be’, non è proprio un capolavoro, ma avevo solo sette anni … 🙂

[immagine da questo sito]

UN ANTIPASTO FRESCO E SFIZIOSO: SPECK COTTO ALL’ACETO BALSAMICO

Ieri ero a pranzo sul Carso triestino, in un’incantevole locanda con cucina dove mangio sempre benissimo e soprattutto digerisco! La cucina carsolina è, in effetti, un tantino pesante e il mio stomaco spesso si ribella alle ricette tipiche di quei posti. Allora cerco di non rischiare con intingoli superunti, anche se non rinuncio, ahimè, al dolce: là, ad esempio, quello tipico è la pasta crema che non è esattamente la pastina tipo diplomatica che si trova dappertutto, in ogni pasticceria; no, è una sberla da mezzo chilo che, se avessi il coraggio di mangiarla, mi sazierebbe senza bisogno di mangiar altro. Non avendo questo coraggio, mi limito a gustarmi una bella fetta di strudel (in quella locanda lo fanno buonissimo anche con i fichi!), semplice e leggera, un po’ di sfoglia e solo delle mele, al limite arricchito con un po’ d’uvetta e pinoli. Come lo faccio io, insomma.

Tornando al pranzo di ieri, per non appesantirmi ho optato per un antipasto, semplicissimo ma davvero gustoso: speck cotto all’aceto balsamico. Facilmente qualcuno si meraviglierà, conoscendo lo speck come un insaccato crudo, simile al prosciutto, solo che è affumicato. In realtà questa varietà è nota anche con il nome di “prosciutto cotto tirolese” e si trova in tutti i supermercati … almeno qui!
In definitiva il piatto che mi hanno servito era questo: su un “letto” di rucola, alcune fette di speck cotto tagliate un po’ spesse e tiepide, il tutto irrorato con del buon aceto balsamico. C’est tout! Nemmeno un filo d’olio, anche perché lo speck ha un po’ di grassetto e scaldandolo si scioglie quel che basta per non far sentire la mancanza di altro condimento. Lo speck scaldato, poi, cuoce un pochino la rucola.

Buonissimo e semplicissimo. Un’idea fresca per l’estate. Mi è piaciuto condividerla con i miei lettori e … BUON APPETITO!