4 luglio 2016

LIBRI: “LA LIBRERIA DELLE STORIE SOSPESE” di CRISTINA DI CANIO

Posted in libri, Milano tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho acquistato questo romanzo spinta dalla curiosità. Avevo sentito parlare di Cristina Di Canio e della sua libreria milanese grazie al post dell’amica Laura (Arriva il libro sospeso, dopo pane, pizza e caffè) in cui tratta delle librerie, in Italia sempre più numerose, in cui è possibile lasciare un “libro sospeso” per il cliente che entrerà dopo di noi. Un’iniziativa che nasce nel Sud, grazie alla generosità dei napoletani che molti anni fa hanno inventato il “caffè sospeso”, cui Luciano De Crescenzo ha dedicato anche un libricino assai gradevole (ne ho parlato QUI).

L’AUTRICEcristinadicanio
Cristina Di Canio, classe 1984, figlia di un operaio e di una casalinga, ha sempre avuto il pallino dei libri. Fin da piccola è stata irresistibilmente attratta dalla lettura, coltivando il sogno di diventare una libraia. Ma la realtà, molte volte, ci costringe a fare altre scelte: Cristina, mentre studia per diventare perito turistico, svolge svariati lavori come baby-sitter e cameriera. Dopo il diploma le viene offerto un contratto a tempo indeterminato come commessa da Benetton che rifiuta. Il suo sogno è un altro e sa che prima o poi lo realizzerà.
Seguono altri no, lavori che avrebbero fatto gola a tanti giovani come lei. «Ho mandato all’aria tante chance, sarà che avevo quel tarlo in testa… – spiega in un’intervista pubblicata sul Corriere – Nel tempo libero mi informavo su come aprire una libreria, mi spingeva una frase di Un posto nel mondo di Fabio Volo: “Voglio di più per me, voglio buttarmi per cadere verso l’alto”».

Dopo aver fatto i conti con la realtà per troppo tempo, arriva per l’autrice la grande occasione di dare una svolta alla sua vita: nel 2010 lascia un posto fisso da office manager in una sociatà energetica per rincorrere il suo unico sogno. Accetta un contratto part time in una libreria «per vedere se la sconfinata passione per i libri potesse davvero diventare un lavoro». Questa specie di test ha un esito positivo e, complice la lettura di Libraio per caso di Romano Montroni, decide di mettersi in proprio. Nasce così “Il mio libro”, la libreria di Cristina, un negozietto di appena 30 mq nel quartiere milanese di Porta Romana in cui è cresciuta. Dal colore delle pareti del negozio viene affettuosamente detta “La scatola lilla” che dà il nome anche a un blog attraverso il quale vengono diffuse varie iniziative legate all’attività della libreria.

«Non volevo una semplice libreria, desideravo creare un punto d’incontro e ce l’ho fatta. Organizzo laboratori per i bimbi, incontri con gli autori, aperitivi. Alcune attività, come i corsi di scrittura creativa, mi aiutano a sostenere le spese, oltre all’affitto ho un mutuo di 10 anni, l’ho dovuto accendere per comprare il primo assortimento di libri», spiega la Di Canio sempre nell’intervista sul Corriere.

L’inizio non è stato dei più facili ma a Cristina non mancano le idee: «Prendendo spunto da La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, ho iniziato a chiedere ai clienti di recensire i libri in vendita su dei biglietti che infilo tra le pagine o di suggerirmi titoli che hanno amato: uno scambio che li fa sentire partecipi consentendo a me di migliorare la selezione».
Nel 2014 è arrivato il “libro sospeso”, sulla scia di iniziative analoghe sparse lungo tutto lo stivale. «Ho sempre pensato che il libro fosse portatore sano di emozioni e sogni. Oggi il “ libro sospeso” è un VIRUS che si sta diffondendo in tutta Italia. Ma non preoccupatevi non dovete vaccinarvi anzi. Contagiate più persone possibili!», scrive la Di Canio in un post sulla sua pagina Facebook.

A maggio 2016 da questa entusiasmante esperienza è nato il romanzo, dichiaratamente autobiografico, La libreria delle storie sospese edito da Rizzoli. Cristina rifiuta l’appellativo di “scrittrice”: «Ma non voglio essere chiamata così. Con questo libro (e non ce ne saranno altri in futuro) spero solo di far conoscere la mia storia e la mia attività. A parte alcuni elementi romanzati, ciò che ho messo in queste pagine è tutto vero: Nina sono io, mi sono ribattezzata con il nome di una delle mie due gatte perché mi sembrava carino». [per la biografia, oltre il Corriere già citato, ho fatto riferimento anche a interviste uscite sull’HuffingtonPost e su IoDonna, da cui è tratta anche l’immagine]

coverlibreria storie sospese

LA TRAMA
Nina è una giovane donna, da sempre amante dei libri, che a un certo punto decide di dare un calcio alla sorte che le aveva offerto su un piatto d’argento un buon impiego, per rincorrere il suo sogno di aprire una libreria. Nasce, così, “la scatola lilla”, una libreria indipendente, piccola ma graziosa, che con fatica riesce a farsi un nome, grazie anche all’iniziativa del “libro sospeso”. La zona in cui sorge il negozietto è Porta Romana, un quartiere di Milano che negli ultimi anni è diventato sempre meno periferico, abbracciando il centro di una città continuamente in espansione. Nulla a che vedere con la zona operaia, popolata da migranti (provenienti specialmente dal Sud), che qualche decennio fa occupavano le chiassose case di ringhiera, accontentandosi di poco perché quel poco era abbastanza rispetto alla prospettiva di morire di fame nel meridione che quasi nulla aveva da offrire ai suoi figli.

il_mio_libro_milano1La “scatola lilla” è per Adele una specie di seconda casa e il legame che si instaura tra la giovane Nina e l’anziana signora è molto forte.

Quando il destino mi ha portato da Nina, è stato un viaggio indietro nel tempo. Ho ritrovato molto di me in lei. Non ha la mia durezza né il mio cinismo, che mi sono serviti da scudo per tutte le battaglie della mia lunga vita, ma è determinata, visionaria e temeraria. (pp. 71-72)

Porta Romana è anche il quartiere dove è vissuta Adele, proveniente dal paesino pugliese di Ginosa dove ancora i fratelli litigavano su come dividersi fino all’ultimo centimetro le terre e gli ulivi lasciati dal padre, morto con le mani piene di calli e senza aver mai baciato i figli, per non “perdere il loro rispetto”. (pag. 62)

Adele è un’ottantenne, “un pezzo d’antiquariato”, come ama definirsi, ed è la co-protagonista di questo romanzo nonché la voce narrante. Emigrata a Milano con il marito Domenico, già scomparso al tempo del racconto, è madre delle gemelle Maria e Rosa, arriviste e spose dei rampolli della Milano bene. La sua famiglia includeva anche l’amatissima Angela, nata per caso e strappata al troppo amore dei genitori in giovane età.

Il ruolo di Adele non è solo quello di narrare ciò che accade attorno a lei in quella bizzarra libreria dove regna il caos che solo Nina è in grado di gestire. All’anziana signora è affidato il compito di testimoniare il cambiamento subito dal quartiere in cui sorge “Il mio libro”:

Un tempo qui, a poche decine di metri da noi, arrivavano e partivano treni in continuazione. Portavano passeggeri stipati nei vagoni sporchi del solito fumo nero che non ci abbandonava mai. Erano gli operai che arrivavano dalla provincia, per riversarsi nelle manifatture, nelle officine, nelle fabbriche con le fornaci sempre accese. La ferrovia era un essere animato, una cosa viva, che tutto il giorno sbuffava, brulicava, strisciava. A guardarla adesso, deserta, attraversata solo da sparuti veicoli delle linee suburbane, spesso ritrovo di disperati, drogati in cerca di una fuga, vagabondi bisognosi di un riparo, stranieri senza più una patria, un’identità e la dignità, a caccia di un nascondiglio, è difficile immaginare come sia stata, per lungo tempo, il centro esatto del mondo. Del mio mondo. (pag. 149)

Attraverso la voce di Adele, sprofondata nella sua poltrona tanto da sentirsi, a volte, lei stessa un pezzo di arredamento, scopriamo le storie di altri personaggi che frequentano il negozietto: Emma la fioraia e Ilaria, inguaribile romantica che affida al “libro sospeso” il ruolo di Cupido, nel tentativo di far breccia nel cuore di Paolo, lettore sconosciuto, amore virtuale che lei vorrebbe vedere concretizzato. Poi c’è il musicista Leonardo il quale, entrato in sordina, avrà un ruolo importante nella vicenda.

Tra tante storie d’amore fissate per sempre sulle pagine dei libri, ce n’è una vera, anzi due. Il cuore di Nina è diviso tra Filippo e Andrea, entrambi persone inaffidabili su cui la saggia Adele esprime giudizi tanti lapidari quanto impietosi, pur senza farsi sentire. Anche la tentazione di mettere in guardia la giovane libraia da un uomo, Filippo, con cui conviveva da anni e che si era rivelato un vile traditore, viene allontanata per il bene dell’amica. Adele sa la verità su Filippo ma la tiene nascosta a Nina che, più tardi, l’abbandonerà in favore del bell’Andrea, pieno di segreti anche lui.

Avrei dovuto dirlo a Nina? […] Mi sarei dovuta intromettere nella sua vita più privata, istillarle il dubbio, darle il via a una serie di sgradevoli eventi, per essermi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato? […] E comunque lo è venuto a sapere da sola. La verità è un vecchio tronco di legno che viene sempre a galla. (pp. 84-85)

La “scatola lilla”, a volte meta di personaggi di passaggio alquanto stravaganti, fa da contorno a tante storie, alcune felici altre meno, pezzi di vita già scritti o storie sospese. Storie vere intrecciate con altre inventate, nate dalla penna di autori famosi. Libri che diffondono nel piccolo ma vivace spazio un intenso odore di carta. E la magia di tante pagine in attesa di essere lette.

***

Il romanzo di Cristina Di Canio è, a mio parere, una gradevole lettura. La scrittura è semplice ma allo stesso tempo efficace, a volte velata di una sottile malinconia, altre vivacizzata dall’entusiasmo del momento.
La narrazione, come già detto, è in prima persona: Adele, l’io-narrante, alterna i flashback in cui rievoca i momenti salienti della sua vita, alla descrizione di ciò che vede e sente dalla sua posizione privilegiata: la poltrona su cui siede tutti i giorni per l’intero orario di apertura della libreria. L’unico difetto che ho riscontrato (a parte alcuni refusi che davvero è difficile aspettarsi da un editore come Rizzoli!) è la grafica: personalmente avrei scelto il corsivo per i flashback o comunque quelle parti che si discostano dal tempo del racconto. In questo modo, anche visivamente, sarebbe più facile e immediato distinguere i due piani narrativi.
Un espediente di grande effetto è sicuramente l’aver scelto come introduzione ad ogni capitolo alcune frasi di pezzi musicali di autori più o meno famosi, molti dei quali riferiti a Milano. Ad esempio, quello tratto dalla canzone Domenica bestiale di Fabio Concato:

Sapessi amore mio come mi piace
partire quando Milano dorme ancora
vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella
prima che cominci a correre e urlare
. (pag. 175)

E Milano è il palcoscenico su cui si muovono le storie narrate in questo romanzo. La Milano di ieri, rievocata nei ricordi di Adele, e quella di oggi. Una Milano diversa ma non meno bella. Non una Milano da bere, come recitava un vecchio spot, ma una Milano da leggere. Meglio se all’interno di una “scatola lilla”.

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

[immagine del negozio dal sito sulromanzo.it]

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3 agosto 2014

LIBRI: “CORTO VIAGGIO SENTIMENTALE” di ITALO SVEVO

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , a 7:01 pm di marisamoles

PREMESSA
Il racconto, uno dei più lunghi e articolati, è annoverato tra gli inediti e pubblicato dopo la morte di Svevo. Io ho letto l’edizione economica Newton Compton (124 pp)a 1,90 euro, con copertina rigida. La collana ha sostituito i tascabili economici che la stessa casa editrice aveva immesso sul mercato a soli 99 centesimi.
QUI potete leggere l’edizione integrale del racconto totalmente gratis. E’ anche possibile trovare tutti i romanzi e tutti i racconti dell’autore nell’edizione Newton Compton ad un prezzo davvero contenuto. Per chi preferisse la lettura da supporto digitale, QUI può trovare l’opera omnia.

Italo-SvevoL’AUTORE E L’OPERA
Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz – per esteso Hector Aaron Schmitz) non ha bisogno di presentazioni. In ogni caso QUI potete trovare una breve biografia.
Il narratore triestino, uno dei più autorevoli del ‘900, è certamente più famoso per i tre romanzi: Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno. Ma la sua produzione comprende anche un certo numero di racconti, alcuni dei quali pubblicati dopo la sua morte. Corto viaggio sentimentale (opera incompiuta) è stato pubblicato per la prima volta da Umbro Apollonio sul «Mondo» tra l’aprile e l’agosto del 1945; verrà ripreso senza variazioni nel vol. III dell’Opera Omnia a cura di Bruno Maier (Dall’Oglio, Milano, 1969).

corto viaggio svevo

LA TRAMA
Trattandosi di un racconto di un centinaio di pagine è ovvio che non è possibile anticipare molto della trama, per lasciare un po’ di curiosità nei futuri lettori. La storia vede come protagonista il signor Aghios, uomo anziano di origine greca ma trapiantato a Trieste.
All’inizio della narrazione lo troviamo, in compagnia della moglie, alla stazione di Milano, città in cui studia il figliolo. Approfittando di una commissione urgente da fare nella sua città, si separa momentaneamente dalla famiglia che lascia nel capoluogo lombardo. La partenza in treno viene vissuta dal protagonista come un’occasione per sperimentare quella libertà alla quale, causa gli obblighi familiari, aveva da tempo rinunciato.

Fin dall’inizio del racconto l’idea che il lettore si fa del signor Aghios è quella di un personaggio pirandelliano: l’uomo dabbene che, per convenzione, aveva indossato fino a quel momento una maschera e che ora, all’inzio del viaggio in solitudine, poteva permettersi di assumere il suo vero volto. Il viaggio diventa occasione di riflessione e autoanalisi:

[…] Il signor Aghios aveva bisogno di vita e perciò viaggiava solo. Si sentiva vecchio e ancora più vecchio accanto alla vecchia moglie e al giovine figliuolo. Quando aveva al braccio la moglie doveva rallentare il passo e quando camminava accanto al figliuolo sentiva che questi doveva rallentarlo. Lo circondavano di tutto il rispetto. […] benché fosse abbastanza importante per il signor Aghios di essere lasciato nei suoi vecchi anni interamente in pace, interamente cioè compresa la sua ignoranza, nella quale viveva da tanti anni da farne la base della vita. […] Si sarebbe egli sentito più forte all’aria rude fuori della famiglia? Il breve viaggio sarebbe stato un esperimento, perché i suoi affari gli avrebbero fornito il pretesto ad altri viaggi. […] Aveva vissuto troppo tempo in famiglia per poter intendere la propria passata grandezza. La famiglia era come un velo dietro al quale ci si riparava per vivere sicuri e dimentichi di tutto. Ora egli ne moriva pieno di speranza. Probabilmente era una prova che gli avrebbe procurato una delusione. E allora si sarebbe accontentato. Nulla ci sarebbe stato di perduto. Egli sarebbe ritornato dietro a quel velo per vivere nella penombra, protetto, sicuro, ma moribondo rassegnato. Proprio così! […]Quello non era un viaggio con tutta quella famiglia. Un’emigrazione, una fuga. (pagg. 33-36, passim)

Una volta salito sul treno, il signor Aghios è incuriosito dall’umanità con cui avrà il privilegio di percorrere la distanza che lo separa dalla sua Trieste. All’inzio è particolarmente attratto da una donna elegante ma non bella, con uno di quei cappelli che coprono la fronte e anche una parte degli occhi. Essa s’era un po’ stesa: Le sue gambe calzate di seta, i piedini piccolissimi in scarpine nere di lacca. (pag. 45)

A questo punto apro una parentesi. Il corpo femminile è molto importante anche per il protagonista de La coscienza di Zeno. Nel capitolo IIi del romanzo, infatti, Zeno riesce a dare perfino una diagnosi dell’origine edipica del fumo, quando associa il vizio all’impossibilità di amare una donna sola e intera (cfr. cap. III). L’immagine della “donna a pezzi” ritornerà uguale e diversa nei sogni di cui Zeno parlerà nel capitolo VIII. Sempre nella parte dedicata al fumo dice: “Di tutte amavo i piedini se ben calzati …” e non è un caso, quindi, che più tardi provi una folle, amara gelosia per il giovane dottore che avrebbe dovuto curarlo nella clinica, quando congedatasi da lui la moglie, seguendola … egli (il dottore) le aveva guardato i piedini elegantemente calzati.

Chiusa la parentesi, torniamo al nostro Aghios. Tra i compagni di viaggio meritano attenzione il ragionier Ernesto Borlini, con cui il protagonista conduce una conversazione piuttosto intima, non senza esserne talvolta seccato, e soprattutto un giovane che fin da subito lo colpisce per l’espressione di sofferenza e dolore dipinta sulla faccia ma che sembra trasparire da ogni parte delle povere membra.

[…] Al momento di lasciare Mestre il biondino nel cantuccio si mosse, tese i bracci per sgranchirsi, come se fosse uscito da un sonno profondo, e mormorò chiaramente: – Come i sogni sono belli! Peccato lasciarli!.
Fu un’avventura enorme nel viaggio del signor Aghios di sentirsi dire una cosa simile da uno sconosciuto. Veniva improvvisamente ammesso nell’intimità di un proprio simile sconosciuto. […] Si conoscevano intimamente. Il signor Aghios era un uomo felice, la cui realtà spariva quand’egli chiudeva gli occhi. Il giovinetto invece era un uomo torturato che per obliare doveva abbandonarsi al sonno. Due destini o forse due caratteri. (pag. 86)

Il giovane Giacomo Bacis, diretto a Udine, conquista fin da subito la simpatia dell’anziano compagno di viaggio che si prodiga per aiutarlo, consolarlo, manifestando tutta la solidarietà di cui si è capaci durante un viaggio in compagnia di estranei, con la consapevolezza che poi, al di fuori dello scompartimento, la vita continuerà a scorrere lasciando che certi episodi vengano coperti dall’oblio.

[…] Egli sapeva che del viaggio poco si ricorda. Passano fisonomie e s’accumulano confuse in un cantuccio della memoria, diventando collettività, nazioni, sessi, mai individui. Come nel sogno, ch’era tanto difficile di ricordare, perché piombava dalla notte oscura in un lampo di magnesio in cui s’agitavano cose e persone. Ecco, in un vagone si discorreva e tutto quanto si diceva aveva un sapore di teoria vaga, in quella vettura tanto simile a tutte e passando traverso un paesaggio che a quella vettura non apparteneva. (pag. 100)

I due, approfittando di qualche ora di attesa per la coincidenza da prendere, scendono a Venezia e fanno un giro in gondola. Nella città lagunare il biondino diventa un fiume in piena e rende partecipe l’Aghios del motivo della sua sofferenza. L’anziano nel sentire la triste storia si commuove e pensa di aiutare Bacis, alleviando almeno in parte le sue sofferenza. Ma nel treno che lo porta finalmente a Trieste, troverà un’amara sorpresa.

***

La narrazione, in terza persona, procede spedita con un buon equilibrio tra parti dialogate, sequenze prettamente narrative e altre riflessive. Il protagonista, a dispetto dell’età e della senilità anagrafica che si sente addosso, è descritto con vivacità e sottile ironia. La lettura è piacevole, mai noiosa, caratterizzata dallo stile inconfondibile di Svevo e, ahimè, anche dal suo italiano imperfetto. A parziale giustificazione di tale imperfezione, possiamo addurre l’incompletezza del racconto che si arresta, al VII capitolo, a metà parola (Tries) e che molto probabilmente non è stato revisionato dall’autore.
Il brusco interrompersi della narrazione, tuttavia, non rappresenta di per sé una menomazione: la macrostoria è, sì, incompleta ma non lo sono affatto le microstorie che animano la narrazione, compresa l’ultima, quella che vede protagonista, oltre naturalmente all’Aghios, il giovane Bacis.
Curioso il sesto capitolo che s’intitola “VENEZIA-PIANETA MARTE”, in cui il protagonista, complice il vino bevuto in compagnia del Bacis nella città dei dogi, si addormenta profondamente e sogna di essere in viaggio per raggiungere il pianeta Marte.

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