4 aprile 2009

A COLLOQUIO CON I GENITORI

Posted in adolescenti, affari miei, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 10:18 pm di marisamoles

Stasera sono stanchissima, e non solo perché è sabato e ho alle spalle una settimana di lavoro. Oggi è stato un sabato speciale, uno di quelli che capitano una volta all’anno ma che gli insegnanti vorrebbero non capitassero mai: il sabato del ricevimento generale. In pratica, quel massacrante pomeriggio in cui tutti i docenti della scuola ricevono tutti i genitori, ovvero quelli che hanno voglia di passare il sabato pomeriggio nelle tristi aule scolastiche che, in assenza degli allievi, sono spoglie e inanimate. Al posto della scolaresca, due insegnanti per aula e, fuori dalla porta, una fila immensa di genitori in trepidazione che attendono e, di tanto in tanto, guardano sconsolati l’orologio facendo i calcoli: con una media di venti minuti di attesa e più o meno cinque minuti per colloquio, considerando anche i trasferimenti da un’aula all’altra e, spesso, da un piano all’altro quando non addirittura da un’ala all’altra dell’edificio, in tre ore non possono parlare con più di sette insegnanti. Ma in realtà non fila mai così liscio quindi se sono fortunati, riescono a parlare con cinque docenti, ma spesso il consiglio di classe è costituito da 8 o più insegnanti.

Alcuni genitori, però, sono molto organizzati: per prima cosa arrivano entrambi e si dividono le file, comunicando anche il minimo spostamento – probabilmente anche la sosta al gabinetto o alla macchinetta del caffè – via sms. Così l’unica musica udibile, al di fuori del vociare concitato che anima i corridoi della scuola, è il bip dei messaggi che, come si sa, oggi come oggi è assai vario quindi la melodia a volte può essere gradevole, altre volte inascoltabile, dipende dai bip che si sovrappongono nello stesso momento o che si susseguono nell’arco di qualche frazione di secondo.
I genitori più fortunati sono, però, quelli che non solo non hanno divorziato e quindi si recano assieme ai colloqui, ma hanno anche dei figli consenzienti, di età varia, che vengono parcheggiati davanti alle aule e fanno la fila al loro posto. Quest’ultimi si dividono in due categorie: quelli timidi che, non vedendo all’orizzonte il genitore di turno, fanno passare avanti gli altri parenti; quelli che non si arrendono mai e che per nessun motivo al mondo rinuncerebbero alla posizione così pazientemente conquistata, la pole position insomma, che telefonano, presumibilmente con chiamata a carico perché, per un motivo misterioso, le ricariche loro sono sempre a secco nonostante i soldi i genitori glieli diano, e urlano: “Dove sei? Tocca a te, muoviti!”.

Questo è quello che accade fuori dalla porta ma che conosco bene perché, riguardo ai colloqui con gli insegnanti, di esperienza ne ho anch’io, anche se trascinare mio marito non è mai stato facile e non ho la fortuna di avere dei figli disposti ad essere parcheggiati … senza pagare il ticket!
Nell’aula l’atmosfera è diversa: dentro si vivono quelle storie i cui protagonisti in fila nel corridoio ci sembrano personaggi in attesa di entrare in scena. Ogni genitore una storia, qualcuna lieta, altre tristi. Da me si aspettano parole di ammirazione per i rampolli meritevoli, o di conforto per chi sa di non aver speranza. Alcuni chiedono consigli, altri si sfogano perché con il figlio o la figlia non sanno più che fare. Io cerco di dare delle risposte ma, molto più spesso, faccio delle domande per scoprire che quei ragazzi che io conosco bene sono diversi da quelli descritti da chi li ha messi al mondo A volte, di fronte a madri e padri reticenti, mi azzardo ad esprimere la mia opinione sul carattere del figlio o della figlia, con estrema umiltà, ripetendo più volte “se non mi sbaglio”, con la consapevolezza che i figli spesso non li conosciamo semplicemente perché non li osserviamo. Mi sento soddisfatta quando i genitori, quasi con gli occhi lucidi a metà fra la gioia e la tristezza, mi dicono di sì, che è proprio così come l’ho descritto quel figlio. E allora che si fa? Allora insieme cerchiamo di trovare una soluzione. Sembra impossibile, ma accade. Accade in questa scuola di cui si parla tanto male, accade ai docenti denigrati e considerati incompetenti quando non addirittura fannulloni. Accade più spesso di quanto si possa supporre. Accade non solo a me, ovviamente, ma anche a tanti altri docenti di buona volontà e, soprattutto, quando si hanno di fronte genitori intelligenti che si fidano della persona che sta loro davanti. E io di fronte ad ogni piccola o grande storia mi sento partecipe e soddisfatta di poter dare il mio contributo, modesto, sì, ma per qualcuno prezioso quanto tutto l’oro del mondo. Perché io una cosa ho capito, in tanti anni d’insegnamento: noi pensiamo che i giovani siano sempre più soli, ma i più soli davvero sono i genitori.

Al ricevimento generale di solito arrivano i genitori, qualche volta assieme ai figli, ma molto raramente. Quasi mai vengono i figli senza i genitori, cioè gli allievi stessi. In quinta, poi, i ragazzi spesso si vergognano di mandare la madre o il padre al colloquio, qualche volta addirittura glielo proibiscono. Però, dico io, benedetti ragazzi, se non volete mandare i genitori, venite voi. Con qualcuno bisognerebbe pur parlare, o no?
Il mio appello è stato a lungo inascoltato ma oggi è accaduto un piccolo miracolo: è arrivato da solo, il mio allievo maggiorenne, sorridente e felice di prendere, per una volta, il posto di mamma e papà. È stato uno dei più bei colloqui in assoluto: abbiamo parlato di quello che ha fatto finora, di quello che avrebbe potuto fare, di quello che è ancora in tempo per fare. Mi ha esposto i suoi progetti per il futuro, palesando i suoi dubbi, dicendo che si sta già preparando per gli esami di ammissione all’università. Mi sono permessa di osservare che forse farebbe meglio a dedicarsi alla preparazione dell’esame di stato, ma mi sono sentita molto docente rompiscatole e un po’ me ne sono pentita. Ma lui, sempre senza perdere il suo sorriso, mi ha risposto che sta facendo anche quello e che sta pure pensando alla tesina, insomma con un po’ di organizzazione si riesce a fare tutto, no? E certo, lo dico spesso anch’io in classe. Che bello, almeno per una volta qualcuno mi ascolta. Quando se n’è andato non mi ha stretto la mano, quello lo fanno i genitori, mica ci stringiamo la mano fra noi. Eppure mi ha reso così felice quel colloquio, dopo due ore interminabili e la stanchezza che cominciava a farsi sentire, che l’avrei abbracciato. Figuriamoci l’imbarazzo! Abbracciare un docente sarebbe quasi compromettente, sarebbe quasi come dire che si è creata una complicità … eppure, è proprio la complicità che potrebbe rafforzare i rapporti fra allievi e insegnanti, potrebbe renderli meno aridi.

Quando ho di fronte un genitore ne studio la tipologia e lo inserisco nella categoria più appropriata. Ci sono quelli che, ignorando il significato della parola “colloquio”, cioè “parlare insieme”, parlano solo loro. D’altra parte, prendono alla lettera il modo di dire: “andare a parlare con i professori”. Mica vanno ad ascoltarli!
I timidi generalmente tengono gli occhi bassi, quasi provano un senso di vergogna perché il loro figlio o figlia non è un genio.
I frettolosi sono poco interessati a quello che dico ma continuano a guardare sconsolati l’elenco dei docenti con cui devono parlare e intimamente imprecano perché lo sanno già che non riusciranno a vederli tutti.
Ci sono poi gli orgogliosi, quelli che hanno dei pargoli bravissimi, mai un’insufficienza, mai una nota disciplinare; ragazzi che non solo sono studenti modello, ma non hanno mai avuto bisogno del controllo dei genitori. Quando quest’ultimi mi dicono che non hanno mai aperto un quaderno dei loro figli, mai predicato per farli studiare, anzi devono spesso predicare per farli uscir di casa, che si limitano a firmare le comunicazioni e i voti – naturalmente ottimi – sul libretto … allora provo una sconfinata ammirazione e mi convinco che siano persone felici e che, in fondo, questa felicità se la meritino.
Un’altra categoria è quella degli ansiosi: non stanno fermi, continuano ad accavallare le gambe, dandomi involontariamente qualche calcio perché da una parte all’altra del banchetto lo spazio è esiguo, che si tormentano le mani, sfilandosi e rinfilandosi l’anello nuziale e stropicciano il foglio con l’elenco dei professori, tanto che alla fine delle tre ore sarà ridotto a brandelli; di fronte a questa tipologia di genitore non mi stupisco del fatto che il relativo figlio dia l’impressione di essere un condannato a morte ogni qualvolta debba affrontare una verifica scolastica.
Poi ci sono i precisini: ascoltano diligentemente e prendono appunti; mi aspetto che poi a casa facciano una relazione dettagliata al coniuge e che, ad ogni nuovo colloquio, prendano in considerazione il progresso o il regresso del figlio per poi agire di conseguenza con premi o punizioni.
Ma non dimentichiamo le coppie: quando arrivano entrambi i genitori dal modo in cui si siedono capisco già se a parlare di più sarà la madre o il padre. Qui devo fare una precisazione: normalmente dall’altra parte del banchetto c’è una sola sedia. Se ci sono entrambi i genitori, sarà la donna a prendere in mano la situazione nel momento in cui si siede lasciando in piedi il consorte. Ma se la signora, rivolgendosi gentilmente al marito, lo invita a prendere una sedia e ad accomodarsi vicino a lei, allora il padre avrà modo di esprimere il suo parere in percentuale quasi uguale rispetto alla madre. Difficilmente è l’uomo a sedersi per primo lasciando la moglie in piedi, quindi altrettanto difficile appare che la facoltà di parlare possa averla solo lui, una volta zittita la moglie.

Io sono fortunata perché, avendo solo due classi, difficilmente devo parlare con un centinaio di genitori. E poi io non riesco ad essere sbrigativa, nemmeno quando vedo la fila e sento dei mormorii là fuori, da cui comprendo che forse mi sto attardando troppo a parlare di un solo allievo. Quindi, sono doppiamente fortunata perché anche se parlo per tre ore ininterrottamente e alla fine sono comunque sfinita, riesco a dire tutto quello che ho da dire e ad ascoltare quello che le famiglie hanno piacere di comunicarmi. Ma oggi, per un momento, ho tremato: quando mancavano quindici minuti al termine stabilito, si è affacciata alla porta, quasi timidamente, una mamma che, ai colloqui mattutini, riesce a tenermi inchiodata per un’ora intera nel caso sfortunato che sia l’unica ad avere l’appuntamento per quel giorno. Nel vederla procedere verso il “mio” banchetto, ho sfoderato un sorriso che malcelava la stanchezza e metteva in tutta evidenza le borse che mi si sono nel frattempo formate sotto gli occhi.
Abbiamo iniziato a parlare, come sempre, sottolineando la svogliatezza del figlio e la sua incapacità di prendere una decisione: mettersi a studiare seriamente, cambiare scuola, trasferirsi in un’altra sezione senza sperimentazioni … Sembrava un colloquio come tanti altri e siccome precedentemente avevo messo in evidenza gli aspetti negativi del percorso scolastico del ragazzo, mi sono prodigata nel lodare la maggior socievolezza acquisita, il miglioramento dei rapporti con i compagni e gli insegnanti, specie considerando che negli anni passati c’erano stati dei problemi. La signora mi ascoltava e mentre parlavo riuscivo ad intravedere un velo di tristezza nello sguardo, il sorriso si era spento e una muta invocazione d’aiuto era uscita dalla bocca semiaperta, quasi fissa in una smorfia di dolore. Allora ho capito che dovevo ascoltare e basta. Così ho fatto e ho continuato a fare anche quando il suono della campanella ha segnalato la fine del tempo concesso ai colloqui, incurante della bidella che già si affrettava a togliere il cartellino con il mio nome affisso sulla porta dell’aula.
Quella donna che sedeva di fronte a me aveva smesso di essere una madre, mi stava aprendo il suo cuore costringendomi a rinunciare, per una volta, ad essere una professoressa. Frammenti di vita e di dolore si sono rovesciati su di me, una vita e un dolore non miei ma che mi costringevano a dimenticare i miei problemi e i miei guai. Più volte quella madre si è fermata, nella sua narrazione convulsa e quasi disorganizzata, per chiedermi scusa di questo sfogo, per dirmi che lei capisce subito quando una persona sa ascoltare e capire, che quella persona ero io. Lei non voleva risposte che non potevo dare, ma mi ha ritenuto ugualmente degna di raccogliere una confessione che ad un docente qualsiasi non avrebbe mai affidato. Quando il colloquio è finito, me ne sono andata sentendo sul mio corpo un’infinita stanchezza ma percependo una certa leggerezza nell’anima, come poche volte mi accade.

Il pomeriggio dedicato ai genitori era finito; facendo un riepilogo, avevo dato tanto e ricevuto altrettanto. Ma gli ultimi venti minuti mi avevano dato di più: la consapevolezza che quelle parole che a volte sembrano vuote, sempre uguali perché i problemi sono sempre gli stessi, quelle poche parole che ero riuscita a trovare per sollevare quella mamma affranta, erano le uniche che mi erano uscite davvero dal cuore.
Fuori di scuola un raggio di sole ha squarciato le nuvole. Dopo tanta pioggia, un po’ di sole per scaldarci e consolarci. Un pomeriggio non è trascorso invano.

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2 marzo 2009

IL MIUR HA PUBBLICATO IL “QUADERNO DEL PATTO DI CORRESPONSABILITÀ EDUCATIVA”

Posted in adolescenti, adolescenza, iscrizioni scolastiche, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola, voto di condotta tagged , , , , , a 9:54 am di marisamoles

Il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha pubblicato il “Quaderno del patto di corresponsabilità educativa“. Il “patto” in questione dev’essere elaborato dai singoli istituti e controfirmato dai genitori all’atto dell’iscrizione dei propri figli.
Si tratta di un’iniziativa che, secondo il ministro Mariastella Gelmini, garantisce un’interazione scuola-famiglia fondamentale per l’ottimizzazione del rapporto tra le varie componenti – allievi, genitori e docenti – ove ciascuna si assume la propria “responsabilità” e si propone di rispettare il “patto” in relazione alle richieste avanzate da tutti. In questo modo vengono concordati “modelli di comportamento coerenti con uno stile di vita in cui si assumono e si mantengono impegni, rispettando l’ambiente sociale in cui si è ospitati“.

ECCO L’INDICE DEL “QUADERNO”:

Introduzione del Ministro
Introduzione
. Il Patto di Corresponsabilità: uno strumento educativo e formativo che promuove percorsi di crescita responsabile.
. Una opportunità per migliorare la qualità dei rapporti tra scuola e famiglia
. Competenze chiave di Cittadinanza da acquisire al termine dell’istruzione obbligatoria
. Modelli di Patto di Corresponsabilità Educativa
Testimonianze
. Don Antonio Mazzi “Se si vuole educare”
. Maria Rita Parsi “La scuola dell’alleanza”
Genitori a Scuola
. Cos’è il FoNAGS
. AGE Associazione Italiana Genitori
. AGESC Associazione Genitori Scuole Cattoliche
. CGD Coordinamento Genitori Democratici
. FAES Associazione Famiglia e Scuola
. MOIGE Movimento Italiano Genitori
Buone pratiche
. Puglia
. Toscana
3. Lombardia
Appendice
. La normativa
. Schede delle Associazioni

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