29 luglio 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ALLA PUGLIA IL PRIMATO DI QUOTE ROSA IN AGRICOLTURA

Posted in donne, La buona notizia del venerdì, lavoro tagged , , , , , , , , , a 2:14 pm di marisamoles

PREMESSA
Riprendo con questo post la vecchia consuetudine di dedicare ogni venerdì a una buona notizia. Sospesa da quasi due anni, questa “rubrica” oggi diventa ancora più necessaria: nel mondo succedono fatti terribili che inevitabilmente “occupano la scena”, ma abbiamo bisogno anche di qualche buona notizia. Per sperare in un futuro migliore o, senza pretendere l’impossibile, rallegrarci sapendo che ci sono sempre tante cose belle da scoprire.
Spero di poter continuare in questo proposito. Lo devo a me stessa, perché parlare di cose belle mi fa bene, e lo devo soprattutto all’amica Laura (laurin42), promotrice di questa iniziativa, che recentemente ha rinnovato l’appello agli amici blogger perché diano la “caccia” alle buone notizie e le pubblichino il venerdì.

donne agricoltura
Quante volte abbiamo sentito dire, da parte degli insegnanti, che alcuni allievi sono da considerare “braccia rubate all’agricoltura”?

Personalmente non ho mai amato questa battuta che considero infelice. In primo luogo perché, volendo essere offensivi, non si raggiunge certo lo scopo. La coltivazione dei campi, infatti, non è solo lavoro duro adatto ad analfabeti, come poteva esserlo una volta. Ci vuole ingegno, capacità imprenditoriale, caparbietà e molto spirito di adattamento ad un’attività che dipende anche dai capricci della natura. D’altra parte, se non ci fosse chi se ne occupa, sulle nostre tavole non potremmo esibire tutti i prodotti della terra che facilmente compriamo in qualsiasi supermercato.

La crisi del mondo del lavoro ha spinto sempre più i giovani a cercare un’occupazione più “modesta”, se vogliamo dir così, allo stesso tempo rischiosa, ma che sa dare anche molte soddisfazioni. Soprattutto c’è chi cerca di fuggire dalla città e dal suo caos per immergersi nella natura. Insomma, dalla cultura alla coltura il passo è breve. E non è detto che una cosa escluda l’altra.

Stando a un’indagine di Casarano Sette, quotidiano leccese, in Puglia il 22% del totale di 377.227 attività imprenditoriali iscritte alle Camere di Commercio fa capo ad una donna. Sono 85.362 le imprenditrici agricole e, sul totale, il 15,7% è giovane e multifunzionale.

Le imprese rosa in Puglia non solo battono la crisi, considerando anche il fatto che essa è più evidente nel sud Italia, ma hanno un profitto superiore alla media nazionale: il saldo positivo complessivo è del 2,9% nel 2015 rispetto al 2014 (dati Ufficio Studi Unioncamere Puglia) e il divario positivo si deve essenzialmente anche in questo caso al settore agricolo, nel quale si registra un incremento di iscrizioni del 49,3%.

Le giovani che si dedicano all’agricoltura non sono “eredi” di imprese familiari e pare che la loro scelta non sia un ripiego occupazionale di serie b.

«Sono poche le donne impiegate in agricoltura che hanno un genitore che opera nello stesso campo» – spiega il Presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantele – «e ciò vuol dire che non è un lavoro ereditato o un ripiego occupazionale, ma un mestiere scelto. Una scelta portata avanti per reale passione, ma anche per spirito imprenditoriale. Per una imprenditrice, tra l’altro, l’attività in agricoltura, la cui sede coincide sovente con la residenza familiare, consente di fondere facilmente impegni familiari e professionali».

Sono sempre più, infatti, le famiglie che decidono di “tornare ai campi”, rinunciando agli agi delle città ma ottenendo in cambio uno stile di vita meno frenetico. Anche chi ha già un’occupazione prestigiosa, è capace d rinunciarvi per dedicarsi all’agricoltura, con il vantaggio di poter trasferire le proprie conoscenze e capacità imprenditoriali maturate in tutt’altro campo.

Ad esempio, Marco Rapelli, 40enne milanese, fino a qualche tempo fa direttore di un importante marchio internazionale, ha deciso di trasferisrsi, con la compagna Sara e i loro quattro cani, in Abruzzo. Hanno scelto un piccolo settore del mercato ma con “grande spendibilità”: produrre frutti antichi, come la mela Abbondanza Rossa, a salvaguardia di prodotti altrimenti destinati a sparire. «L’italia» – racconta Marco – «è piena di tanti alberi che producono frutti gustosissimi che però sono meno produttivi dei commerciali, cioè di quelli venduti nella grande distribuzione e che per questa ragione stanno sparendo».

Assieme ad altri soci, Marco e Sara puntano al salto di qualità e hanno avviato anche la produzione di sughi e marmellate, applicando le loro competenze di marketing e commerciali al settore agroalimentare, oggi sempre più trainante dell’economia e aperto all’innovazione. Per fare questo, dunque, non serve solo tenere in mano una zappa e un piccone.

Oggigiorno, infatti, nel lavoro agricolo l’antica figura del fattore viene sostituita da quella di un agronomo erudito, spesso affiancato, come nel caso di Marco e Sara, da un informatico e sostenuto da un esperto del marketing per analisi di contesto e posizionamento aziendale, attività quest’ultima nella quale Marco è impegnato. «Diciamo che il lavoro mio e di Sara si divide in un 70% dedicato a lavorare la terra e comunque fare qualcosa di pratico e il 30% marketing e commerciale».

Insomma, lo slogan “braccia rubate all’agricoltura” ora dovrebbe essere sostituito con “cervelli rubati alle banche”.

[Fonti: impresalavoro.eu e buonenotizie.it; immagine da questo sito]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

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16 agosto 2012

LA VERITÀ SULL’AVE MARIA CHE NON SI PUÒ CANTARE IN CHIESA

Posted in matrimonio, religione, vip tagged , , , , , , , , , , , , a 10:59 am di marisamoles


Al momento la notizia mi aveva lasciato indifferente. Non fosse altro che per i protagonisti: da una parte lo sposo, Michele Placido, al suo terzo sì, pronunciato a 66 anni con una giovane attrice di soli 29 anni, dall’altra il solito Albano che non perde occasione per far polemica. Perché alle nozze dell’amico, il cantante pugliese era stato diffidato dal cantare l’Ave Maria di Bach-Gounod. Divieto di cui, manco a dirlo, Albano si è altamente infischiato, eseguendo, come d’accordo con gli sposi, il celebre pezzo.

Ora, messo da parte il gossip che, se non altro, ha fatto accorrere numeroso il pubblico al matrimonio che si è celebrato a Cisternino, ridente paesello in provincia di Brindisi, uno dei borghi più belli d’Italia, che male c’è a cantare in Chiesa l’Ave Maria di Bach-Gounod? Non per dire, ma l’hanno suonata anche al mio matrimonio e recentemente l’ho pure sentita ad un funerale …

Incriminata, comunque, anche l’altra celebre Ave Maria, quella di Schubert. In questo caso, pare che non sia la melodia ad essere messa sotto accusa ma il testo. parlerebbe, infatti, di “due innamorati che convivono nel peccato”; l’altro pezzo, invece, è messo al bando – dalla Chiesa di Puglia, per mezzo di una circolare del 1994 firmata dall’allora presidente della Conferenza episcopale pugliese e oggi Arcivescovo emerito a Taranto, Luigi Papa [che sia incazzato perché, nonostante il cognome, non è ancora salito al soglio pontificio?] – perché uno dei musicisti era protestante e l’editore ebreo. Insomma, quando si cerca il pelo nell’uovo in barba al tanto declamato dialogo interreligioso

Ora io mi chiedo: perché impuntarsi su un canto, tra l’altro tanto stupendo da far venire i brividi ad ogni ascolto, mentre si indulge sul fatto che lo sposo, Placido, è pluridivorziato, la coppia ha convissuto per quattro dieci anni “nel peccato” e, nel frattempo, ha messo al mondo un bimbo che ne ha due sei?

A casa mia questa si chiama ipocrisia bella e buona. Bene ha fatto, almeno questa volta, Albano ad impuntarsi e a cantare ugualmente il pezzo.

[fonte: Il Corriere; foto da questo sito]

20 maggio 2012

LA CAMPANELLA NON SUONA PIÙ PER MELISSA

Posted in adolescenti, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 9:01 pm di marisamoles

laprofonline


Chi era Melissa Bassi? Fino a ieri lo sapevano solo i suoi compaesani, i parenti, gli amici, i professori e le compagne di scuola. Quel microcosmo che gravita attorno alla vita dei nostri ragazzi. Oggi sappiamo tutti chi era Melissa: una sedicenne, una ragazza come tante altre, con i suoi sogni, le speranze, i progetti per il futuro. Ha conosciuto l’amore, Melissa? Pare di sì, c’era un fidanzatino, un amore appena sbocciato. Di sicuro ha conosciuto l’amore di mamma e papà, delle persone care, di tutti quelli che aveva conquistato con il suo sorriso, con la sua bontà.

Melissa ieri mattina, come tutti i giorni, stava andando a scuola. Cosa può temere una ragazzina di sedici anni, mentre si appresta a varcare il portone del suo istituto, ad entrare nella sua classe, mentre conta i passi che la separano da quelle quattro mura che, accanto a quelle di casa, rappresentano…

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10 novembre 2010

I MISSERI: RITRATTO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO

Posted in cronaca, famiglia, televisione tagged , , , , , , , a 7:33 pm di marisamoles


Leggendo le ultime novità sul caso Misseri (preferisco ricordare il cognome dei carnefici piuttosto che quello di una vittima innocente), ho ripensato ad un vecchio film di Visconti il cui titolo ricordavo come “ritratto di famiglia in un interno”, mentre, in realtà, si parla di “gruppo”. Poco importa, quello che conta è il “ritratto” che si va via via delineando di questa famiglia da mesi al centro della cronaca nera, in cui i ruoli si sono spesso confusi, ribaltati, lasciando dubbi e interrogativi sulle versioni date dai vari componenti.

Il “ritratto” di questa famiglia vede in primo piano Sabrina, ventidue anni, cugina della piccola vittima, e Michele, rispettivamente padre e zio delle due ragazze. Sullo sfondo, un po’ sfuocate, le immagini della signora Cosima, la moglie del presunto carnefice, e Valentina, rispettivamente sorella e figlia dei due protagonisti.
Fin dall’inizio, fin da quel 6 ottobre, giorno in cui è stato scoperto il corpo della vittima, tutti abbiamo pensato che la confessione di Michele Misseri fosse l’unica possibile. Ci eravamo meravigliati, forse, del ruolo marginale che l’uomo aveva avuto all’inizio della vicenda, il 26 agosto, fino al ritrovamento “casuale” del telefonino bruciato. Allora era parso strano, comunque, che si trattasse solo di una casualità ed avevamo assistito all’improvvisa entrata in scena di quest’uomo, piccolo, magro, dagli occhi di ghiaccio, in cui curiosamente sembrano specchiarsi quelli della sua vittima, un uomo schivo, fino a quel momento, che approfitta dei riflettori puntati su di lui, a causa di questo strano ritrovamento, per manifestare la sua disperazione, fino ad allora repressa, per la morte della nipotina. Una nipotina, esile e bionda, così diversa dalle corpulente figlie di Michele, che lui amava proprio come fosse sangue del suo sangue.

Le lacrime di Misseri, apparentemente sincere, hanno però permesso agli inquirenti di percorrere un’altra strada nelle indagini: una scomparsa ormai accertata come non volontaria, una “questione di famiglia”. Perché, fino ad allora, è stato trascurato l’accorato appello di mamma Concetta: “Cercate in famiglia”? Ma che cosa mai poteva nascondere quella famiglia in cui la piccola scomparsa era considerata una di casa? E quella casa, quali segreti mai poteva celare? Una casa-nido in cui la piccola aveva sempre trovato protezione, accolta da tutti i componenti della famiglia come una di loro.
Ma il ritrovamento del telefonino aveva portato le indagini proprio in quella direzione, aprendo le porte di casa Misseri, del garage, e sconfinando all’esterno, nei terreni di proprietà di quell’uomo, tutto casa, lavoro e famiglia, anzi solitario entro le mura della sua stessa casa. Uno che si faceva i fatti suoi, che dormiva sulla sedia a sdraio in cucina, che aveva da tempo rinunciato al ruolo di capofamiglia, lui, unico uomo fra tre donne, dominato da loro, in particolare da Sabrina, una virago che, in qualsiasi contesto, voleva essere al centro dell’attenzione.

Sabrina, l’amata cugina, anzi un’amica, la migliore. Un punto di riferimento per la piccola che, dal “basso” dei suoi quindici anni, si faceva dominare dalla cugina più grande. Almeno fino alla scorsa estate. Si sa, a quell’età i cambiamenti sono all’ordine del giorno: ci si sveglia al mattino e ci si sente diversi, più forti, stufi di apparire sullo sfondo, semplici comparse, si cerca il primo piano, il ruolo da protagonista.
La piccola, soffrendo per il modo brusco e autoritario con cui viene trattata dalla cugina più grande, si ribella a modo suo, rivolgendo le sue attenzioni ad un ragazzo più “vecchio”, quasi in cerca di protezione, lei che, specie dopo l’allontanamento da casa del padre e del fratello, sta vivendo all’interno di un universo femminile che inizia a starle stretto.

Ivano, detto “L’Alain Delon di Avetrana”, il ragazzo con il quale Sabrina aveva un legame speciale, su cui aveva messo gli occhi la cuginetta, diventa all’improvviso il casus belli, proprio il giorno prima di quel 26 agosto, l’ultimo passato all’interno delle mura domestiche, quel giorno in cui una gita al mare avrebbe forse dato modo alle due cugine di chiarirsi. Un chiarimento cui probabilmente la piccola voleva arrivare, dopo aver sfogato la sua rabbia e la sua delusione sulle pagine del diario.
Quell’infatuazione, ovvero la gelosia che ne è scaturita, poteva essere un movente perfetto per un delitto ma forse anche un motivo plausibile per l’allontanamento volontario, ipotesi, quest’ultima, che si affievoliva sempre più man mano che passavano le settimane. Gli inquirenti sanno bene che, in questi casi, i minori ritornano sui loro passi quando si rendono conto di non poter sopravvivere, senza soldi e senza un rifugio, quando non hanno un punto di riferimento preciso. E quale poteva essere, in questo caso, un punto di riferimento preciso? Ivano era al suo posto, a casa sua, continuava a negare che ci fosse un legame sentimentale con Sabrina e che avesse fatto delle esplicite advances alla cuginetta. Lui non poteva averla rapita, tantomeno uccisa. Perché mai? Temeva forse le ire delle cugina gelosa? Troppo debole, come movente, troppo rischioso. Molto meglio rimanere in disparte, farsi i fatti propri, lasciare che Sabrina parlasse, anche a sproposito, di una gelosia che non aveva motivo di esistere.

Lo scenario cambia, però, quel 6 ottobre: la confessione, allucinante, di Misseri spazza definitivamente il dubbio su un “caso di gelosia”, per aprire uno squarcio su quella famiglia di cui fino ad allora era sembrato che la sola Sabrina facesse parte. La matassa si dipana e dai fili di lana ormai liberi prende forma un delitto efferato, con un corredo di particolari raccapriccianti, messo in atto per nascondere una colpa che nessuno, fino ad allora, aveva preso in considerazione. Quell’uomo insignificante aveva prestato delle attenzioni moleste alla nipotina: bisognava farla tacere, per sempre.
Eppure, nelle pagine del diario della piccola non c’è traccia di questo deplorevole fatto. Aveva scritto della gelosia manifestata da Sabrina a causa di Ivano, ma nessuna riga, nessun riferimento neppure velato alle molestie subite dallo zio. Strano, anche se si può supporre che chi è vittima di molestie familiari voglia solo rimuovere un evento che percepisce come una vergogna. Insomma, è cosa su cui tacere.


In questo scenario pazzesco, i due componenti della famiglia Misseri, Michele e Sabrina, hanno dei ruoli differenti a seconda della versione fornita da ciascuno: lui indica la figlia come l’unica omicida e, pur cambiando versione per ben sette volte, si ritaglia il ruolo dell’aiutante nell’occultamento del cadavere. Ma non nega la violenza post mortem, una cosa atroce che da sola è sufficiente per attribuirgli il nome di mostro. Lei dice che il padre è pazzo, che ha fatto tutto da solo, che si è inventato ogni cosa. Non cede, Sabrina, nemmeno di un millimetro. L’ha detto anche la signora Concetta, madre della vittima: è un’altra Annamaria Franzoni, non confesserà mai. D’altra parte, a conforto della tesi del padre ci sono solo indizi, mancano prove schiaccianti. La verità, quando verrà fuori e se verrà fuori, forse ci lascerà spiazzati.

Insomma, i Misseri sembrano usciti dal teatro pirandelliano: a volte appaiono come dei personaggi che “recitano a soggetto”, altre i protagonisti di Così è (se vi pare). Ad un certo punto della commedia di Pirandello, nella vana ricerca della Verità, si assiste ad una sorta di ballottaggio fra i due personaggi principali, riguardo alla pazzia:

Eh caro! chi è il pazzo di noi due? Eh lo so: io dico TU! e tu col dito indichi me. Va là che, a tu per tu, ci conosciamo bene noi due. Il guaio è che, come ti vedo io, gli altri non ti vedono… Tu per gli altri diventi un fantasma! Eppure, vedi questi pazzi? senza badare al fantasma che portano con sé, in se stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! e credono che sia una cosa diversa.

Ecco, questa è la famiglia Misseri, ovvero la famiglia dei Misteri.
Così è, se vi pare.

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