28 settembre 2011

ISABELLA FERRARI, LA PUBBLICITÀ DEI REGGISENI E LA COERENZA

Posted in donne, pubblicità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

Il nuovo spot di una nota marca di lingerie ha, da qualche giorno, una testimonial d’eccezione: Isabella Ferrari. L’attrice, che si avvia verso la cinquantina, sfila seminuda, coperta solo da un brasiliano nero, in un’enorme camera da letto, raggiunge il comò, prende in mano un reggiseno bianco, si specchia e poi indossa un reggiseno nero. Meno male! Ero preoccupata: slip neri con reggiseno bianco non si possono guardare.

Poi la scena cambia: a bordo piscina, di nuovo seminuda, la Ferrari lascia andare sul filo d’acqua il reggiseno nero. Il tutto mentre il suo uomo, lo stesso che ad inizio spot se ne sta sdraiato sul lettone (non è dato sapere cosa i due abbiano fatto prima, comunque lei non se lo fila per nulla), si allontana da lei. Dulcis in fundo, il “motto” dello spot: per chi si ama. Eh, già, perché la narcisa Isabella, che sbandiera ai quattro venti di non aver fatto ricorso al chirurgo estetico né a photoshop, e si vede, a meno che proprio photoshop non le abbia fatto sparire l’ombelico, si accontenta dello specchio e dei suoi slip, visto che abbandona anche il reggiseno come lo straccio d’uomo con cui si accompagna, si fa per dire.

Uno spot come tanti altri, per carità. Di certo non più “scandaloso” di quello di un noto jogurt che, una volta mangiato, ci sembra di far l’amore con il sapore. Per chi si accontenta va bene pure quello. Almeno in questo caso, essendo la pubblicità incentrata su un capo di lingerie, la nudità non disturba, almeno non quanto quel poveraccio d’uomo che non viene degnato nemmeno di uno sguardo, se non all’inizio e alla fine, ma proprio di sfuggita.

Lo scandalo vero sta, però, nel fatto che la Ferrari, attrice «di sinistra», impegnata in film con Nanni Moretti, come Caos calmo in cui la scena di sesso hot è decisamente realistica, per non dire porno, musa teatrale di Marco Travaglio, si è lasciata coinvolgere nel movimento neofemminista del «Se non ora quando», tuonando contro la mercificazione del corpo delle donne.

Proprio a difesa delle sue scelte, diciamo così, artistiche, l’attrice osserva: «In un’epoca di svendita del corpo siamo tutti un po’ nauseati, ma una donna ha comunque il diritto di vestirsi e svestirsi, di innamorarsi e amare e io voglio stare in tutto questo nella sua pienezza, nella complessità dell’essere femminile che sento di avere, mentre le donne che usano solo il corpo hanno un linguaggio povero, riduttivo».

Quindi, le veline e attricette senza arte né parte, quelle, per intenderci, ospiti dell’Olgiatina, meritano tutto il disprezzo, mentre lei …

Stefano Filippi, su Il Giornale, commenta così, alla fine del suo articolo:

«Insomma, una velina che si spoglia è nauseante, mentre se lo fa un’attrice reduce dal Palasharp e che magari legge Kant fino a notte fonda è arte, e la scena (censurata) di sesso bollente con Nanni Moretti in Caos calmo è espressione di cultura.

Forse non è la stessa Isabella Ferrari che, quando ancora si chiamava Fogliazza, fu eletta Miss Teenager a 15 anni, a 16 si fidanzò con il cinquantenne Gianni Boncompagni e divenne famosa con i film dei Vanzina e i fotoromanzi. Anche lei ha usato la bellezza per fare carriera rinnegando poi il passato. Oggi la Ferrari sfoggia conformismo intellettuale, fa i girotondi, recita con registi à la page, calca i teatri leggendo brani di Indro Montanelli assieme a Marco Travaglio, manifesta contro i tagli ai fondi per lo spettacolo, fa la testimonial del Fatto Quotidiano, addita come miti femminili la Magnani e la Mangano. Ma alla fine, se gli [sic] chiedi perché si spoglia, risponde come una valletta qualunque che deve lanciare un calendario: «Il corpo femminile è nudo, principalmente».

Un bell’esempio di coerenza, non c’è che dire.

Sapete qual è la cosa che più mi disturba in questo spot? Lo spreco di una canzone bellissima, Per un’ora d’amore dei Matia Bazar, in assoluto una delle mie preferite.

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21 settembre 2011

IL NONSENSE DELLO SPOT INTERCULTURA

Posted in adolescenti, famiglia, figli, pubblicità, Satyricon, televisione tagged , , , a 5:32 pm di marisamoles

Da un po’ non mi occupo di spot pubblicitari, un po’ perché si vedono e sentono talmente tante scemenze che dovrei scrivere un post al giorno (se non di più) e un po’ perché alla fine le osservazioni e le critiche non scalfiscono nemmeno i creativi che continuano sulla loro strada: quella del nonsense, quando va bene.

Ogni giorno, nel primo pomeriggio, proprio quando cerco di fare una pennichella davanti alla TV, mi devo sorbire lo spot di Intercultura, quello di Matteo che, tornato soddisfatto a casa dalla sua esperienza in Cina, ospite della famiglia Yang, esterna la sua felicità nel tentativo di convincere altri diciassettenni, più o meno brufolosi, ad imitarlo.

Il suo racconto inizia con una bel, si fa per dire, paragone: “E’ come se tu fossi un pesce rosso e scopri di essere vissuto in un acquario“. Benissimo. Ora, però, vorrei chiedere al pesce rosso: “Tu, caro pesce rosso, ti sei mai reso conto di vivere in un acquario?”. Non so cosa mai potrebbe rispondermi, forse “Mah, è il mio ambiente, quello in cui mi hanno messo quei deficienti dei figli dei padroni di casa, mi danno da mangiare, cambiano l’acqua di tanto in tanto, ma molto spesso se ne dimenticano o, per meglio dire, litigano, figli e genitori, per decidere a chi spetti tale compito e, siccome non si mettono d’accordo, finisce che io sguazzo in una tal nebbia che il mondo esterno non è più visibile”. E poi forse replicherei: “Ma ti piacerebbe vivere in un altro posto, con un’altra famiglia?”. Che potrebbe mai rispondermi quel pesce rosso che, nel frattempo, comincerebbe a dubitare della mia sanità mentale? “Cosa dovrei fare, secondo te? Catapultarmi fuori dalla vasca e morire prima che qualcuno se ne accorga? Ma anche se cambiassi famiglia, in fondo sempre nel mio acquario sguazzerei”.

Fatti questi ragionamenti, mi chiedo: ma che caspita di paragone fa Matteo di Intercultura?

Poi lo studentello prosegue nel decantare la sua esperienza: “Adesso ho due papà, due mamme, tre fratelli e due paesi”. Ora io mi chiedo: ma il papà di Matteo, che gli ha proposto questo scambio in Cina, era consapevole delle conseguenze che questa esperienza avrebbe avuto sulla psiche del figlio?

Infine, c’è il problema della lingua: “Un giorno ho detto ‘ciao cavallo’ invece di ‘ciao mamma‘” e tutti a ridere per l’eternità. Siccome so che in quasi tutte le lingue del mondo la parola “mamma” è molto simile nella pronuncia, ho consultato il dizionario Cinese-Italiano e ho scoperto che “mamma” si scrive “mā” e “cavallo” “mǎ”, con la sola differenza nel segno grafico sulla “a”, simile a quelli usati per le brevi e le lunghe in latino. Non so se nella pronuncia ci sia qualche differenza ma credo che, rivolgendosi alla “madre”, il povero Matteo non poteva che voler dire “mamma”, di certo non “cavallo”. Perché mai prenderlo in giro a quel modo?

E veniamo al punto cruciale. Intercultura propaganda i soggiorni all’estero (tra l’altro parecchio costosi, possono richiedere anche più di 10mila euro, pur essendoci la possibilità di una borsa di studio) facendo credere ai ragazzi di trovare un’altra famiglia nel paese ospitante. Non solo, costringono questi poveri ragazzi a chiamare “mamma” e “papà” chi li ospita e a considerare “fratelli” i figli degli ospitanti. Per non parlare del resto del parentado, nonni, zii e cugini. Altro che scambio! Potrebbero chiamarlo “adotta una famiglia intera”.

Fin qui si potrebbe pensare che sia un modo per far sentire a proprio agio dei giovani che per periodi più o meno lunghi stanno lontani dalla propria famiglia, come se il “surrogato” che trovano all’estero possa compensare la carenza affettiva di cui naturalmente risentono.
Il bello è che anche alle famiglie ospitanti viene fatto una sorta di lavaggio del cervello. Ricordo che anni fa una mia conoscente, incontrata per strada, mi parlava con entusiasmo di un figlio che non mi risultava avesse. Sapevo, infatti, che aveva una figlia e, dai discorsi, era evidente che non parlasse di un neonato o comunque un bimbo piccolo che avrebbe potuto essere nato nel frattempo, visto che non ci si frequentava con assiduità. Poi ho scoperto che stava ospitando uno studente di Intercultura.

Tornando a Matteo dello spot, fossi sua madre gli direi: “Figlio mio, tornatene pure a quel paese, quello in cui ti ha mandato Intercultura. Poi, se rinsavisci, puoi anche tornare a casa, basta che non mi fai comprare dei pesci rossi che poi magari istighi al suicidio, nella convinzione che debbano provare un’esperienza diversa”.

16 agosto 2010

BELEN, AMBROGIO E IL “TESTINA”: MA CHE SPOT È?

Posted in bambini, pubblicità, televisione tagged , , , , , , a 12:45 pm di marisamoles


E rieccomi a parlare degli spot di un noto gestore telefonico che vede come protagonisti Belen Rodriguez e Christian De Sica. I due attori, con le loro immancabili divise da poliziotti, prestano servizio in spiaggia. All’altoparlante si sente un avviso, uno di quelli che spesso bombardano le nostre orecchie mentre ce ne stiamo beatamente distesi sui lettini a prendere il sole o seduti sul bagnasciuga a lasciarci accarezzare dolcemente dalle onde: un bambino si è perso.

Fin qui, nulla di strano. La stranezza sta, invece, nel fatto che, guarda caso, il piccolo Ambrogio, in tenuta balneare di dubbio gusto (non fosse altro per la prominenza del “pancino”, stretto tra improbabili calzoncini anni ’60 e maglietta a righe che qualsiasi bambino normale si rifiuterebbe di indossare), sta proprio lì davanti ai poliziotti. Alla domanda gentile di De Sica, che s’informa sulla solitaria presenza dell’innocente e sprovveduta creatura in riva al mare, il piccolo rende noto, come se non l’avessimo capito (e in effetti l’unico a non averlo capito è proprio De Sica), di essere Ambrogio, il bambino che si è perso. Anche fin qui, nulla di anormale. La cosa che, invece, lascia sconcertati, è che il bambino apostrofa il poliziotto con l’appellativo, tutto milanese, di “testina”. Il che non rientra propriamente nel bon ton. Eppure, quando arriva la madre, una sorta di Wanda Osiris in tenuta balneare, non sembra una genitrice distratta e incapace di impartire una buona educazione ai figli. Anzi, si scusa con il poliziotto e si lascia prendere sottobraccio da lui, mentre la premurosa Belen, con la sollecitudine guidata dall’istinto materno, si prende cura del piccolo Ambrogio, bimbo milanese e un po’ cafone. La madre, interessata più alle advances di De Sica che al figlio, si lascia abbindolare dalla favella accattivante del poliziotto che, seppur romano de Roma, dice di adorare Milano e la cassuela, e lo segue allegramente chissà dove.

In tutto questo non ho capito bene cosa c’entri il telefono, ma ammetto che quando guardo gli spot con Belen e De Sica l’ultima cosa che attira la mia attenzione è la promozione offerta dal gestore telefonico.
Ma a parte i miei problemi di decodificazione del messaggio pubblicitario, quello che non sopporto, in generale, è la maleducazione. Lo spot, in qualche modo, rappresenta l’apoteosi della cafonaggine: quella del bambino che si permette di dare del “testina” a un poliziotto e quella della madre che si lascia conquistare dalla galanteria di De Sica e giustifica il figlioletto invece di assestargli un sonoro ceffone sulla guancia, anche a costo di essere denunciata per maltrattamenti su un minore.

Mi chiedo: qual è l’utilità dello spot in questione? Assistere ad una scenetta così poco edificante convince lo spettatore ad utilizzare i servizi telefonici in promozione?
Se penso che dietro a tutto ciò ci sono degli autori, esperti di marketing e comunicazione, art director, copywriter e chissà quante altre teste pensanti profumatamente pagate, mi rattristo alquanto e mi domando: dove sta la novità? Bambini maleducati in giro, purtroppo, ce ne sono tanti e mamme oche anche di più.

PER LEGGERE ALTRI ARTICOLI SUGLI SPOT PUBBLICITARI CLICCA QUI.

29 luglio 2010

QUEL FASTIDIOSO PRURITO INTIMO … PUBBLICITÀ AL FEMMINILE: LA POLVERINA “ROSA” E LE CONSUMATRICI DISTRATTE

Posted in donne, pubblicità, salute tagged , , , a 6:39 pm di marisamoles

Già da un po’ di tempo pensavo di scrivere un post sulle numerose pubblicità, che ci martellano in TV a tutte le ore, dedicate ai “fastidiosi” problemi femminili. Sembra, infatti, che le donne siano sfigatissime, mentre gli uomini sono belli, abbronzati e muscolosi quando si radono con la lametta che funziona con pelo e contropelo, profumatissimi guidano auto costose e rimorchiano donne semi-dee che, presumibilmente, non sono affatto afflitte dal genere di malanni che colpiscono solo le comuni mortali.

Partendo dall’alto, per le donne di una certa età c’è il problema della dentiera, risolto, almeno per quanto riguarda la postina, da un adesivo super che fa riscoprire alla sventurata, anzi ex sventurata, il piacere di mangiarsi una bella fetta di torta alle nocciole. Gliela offrono, ovviamente, le gentili signore a cui recapita la posta e a me sorge spontanea una domanda: ma quanto dura il suo giro per recapitare tutta la corrispondenza? E di seguito: quanti chili ingrassa la signora ogni mese? Ma per questo ci sono subito pronte le compresse bruciagrassi che, assunte dopo i pasti abbondanti, si mangiano le calorie in eccesso.

A metà del fantastico corpo femminile, culla insospettabile di ogni tipo di afflizione, ci sono le ascelle. D’estate devono essere depilate e profumate, onde evitare che qualche malcapitato, specialmente in autobus, svenga nel caso si avvicini un po’ troppo ad una donna.
I deodoranti sono di tutti i tipi: quelli antitraspiranti e pure quelli che inibiscono la crescita dei peli superflui per lungo tempo. La scelta può essere indirizzata verso lo spray, il gel, lo stick, il roll-on … tutto per rendere la donna più desiderabile e permetterle di schiaffare in faccia al partner l’ascella profumata.

Ma andiamo un po’ più giù, sorvolando sulle tette cadenti per le quali c’è sempre la possibilità di spalmarsi una crema rassodante che fa apparire il seno di una donna in età come quello di un’adolescente.
Uno dei problemi veramente seri di una donna è la pancia. Che succede, ad esempio, quando si mangia troppo e magari ci si nutre di alimenti che favoriscono il gonfiore? Niente, perché c’è sempre la possibilità di assumere le pastiglie contro il meteorismo e l’aerofagia. Se poi il transito intestinale è più bloccato del traffico cittadino all’ora di punta, ecco che un miracoloso yogurt, quello con il bifidus, che manco si sa se esiste davvero, fa sparire in pochi giorni l’antiestetica pancetta. Naturalmente, se ci si veste di verde l’effetto è davvero miracoloso. Indossando la maglia nera, bisogna attendere un po’ più di tempo e mangiarsi quattro yogurt alla volta.
Lo stesso effetto sgonfia-pancia è prodotto dai cereali ricchi di fibra che permettono alle donne d’indossare il bikini, meglio se rosso, senza alcun timore di far figuracce in spiaggia con l’addome reso abnormemente gonfio dall’intasamento intestinale.
Se, poi, il problema è l’opposto, cioè la fastidiosa diarrea, ora c’è un prodotto, vecchio ma nuovo nella sua praticità d’assunzione anche senz’acqua e ovunque ci si trovi, che allontana per sempre il timore di fare la fila alla posta, e perdere il turno, nel caso di un improvviso attacco.

Ma lasciamo stare la pancia e andiamo ancora più sotto, diciamo alla zona inguinale: lì i problemi sono molteplici e affliggono le donne di tutte le età.
Quelle che non sono ancora in menopausa, possono stare tranquille “in quei giorni lì” perché ormai gli assorbenti rispondono a tutte le esigenze: non ci si sporca, se disgraziatamente il flusso è un po’ più abbondante del solito, sono sottili ma assorbono a meraviglia e non si vedono, nemmeno indossando i pantaloni bianchi, hanno le ali che impediscono le fuoriuscite laterali e, appartenenti all’ultima generazione, ci sono pure quelli che non fanno sentire il calore tanto che sembra di fluttuare sui petali blu.
Poi non bisogna trascurare le piccole perdite giornaliere: i salvaslip sono adattissimi a questa funzione e sono talmente impalpabili da essere paragonati ad un velo di cipria. Così, sprizzando freschezza da tutti i pori, le donne sono felici di passare tutta la giornata in ufficio e non rimpiangono la mancanza di un bidet nei servizi igienici a disposizione del personale.
E che dire di quelle sventurate, non più tanto giovani e con la tendenza al prolasso della vescica, che prima avevano il timore di trovarsi nell’ascensore in compagnia di un uomo? Ora hanno a disposizione degli specifici assorbenti, ultrafiltranti e profumati, che le fanno gioire mentre pedalano in bicicletta e accolgono, sorridenti, ammiccanti e in coppia, l’uomo di turno nell’ascensore, pronte a salire in sua compagnia anche al ventesimo piano di un grattacielo.

Quello che, però, affligge maggiormente le donne di ogni età è il fastidioso prurito intimo. Per ovviare a tale problema c’è la pomata da spalmare proprio lì … in questo modo si spegne l’incendio. Ma, se il colore preferito è il rosa, si può acquistare la polverina che risolve il problema in tempo per il party serale. A proposito dello spot, tutti ricorderanno la ragazza che confida il suo problema alle amiche e che le rende edotte del suo acquisto in farmacia. La polvere “rosa”, a fine giornata, la fa stare meglio e può divertirsi senza pensare più a grattarsi.
Da un po’ quella pubblicità non si vede e il motivo c’è: il Centro Antiveleni della Fondazione Maugeri di Pavia, già a gennaio, ha denunciato dei casi di intossicazione dovuti ad una scorretta assunzione della polverina il cui utilizzo è locale, trattandosi di lavanda vaginale. Alcune consumatrici distratte, o forse tratte in inganno dal fatto che la stessa ditta pubblicizza un prodotto “verde” da utilizzare come colluttorio, hanno sciolto la polverina nell’acqua del bicchiere, anziché in quella del bidet, e l’hanno bevuta.
Le donne coinvolte vanno da una età minima di 15 a un picco di 87 anni. I 16 casi osservati dal centro di Pavia si sono poi aggiunti alle segnalazioni di altri Centri antiveleni italiani, tra i quali quello del Niguarda di Milano, «portando il numero complessivo di uso errato del farmaco a 50 circa, con omogenea provenienza delle chiamate da tutte le regioni d’Italia», come riferisce la Fondazione.

Consumatrici distratte, pubblicità non chiara oppure qualcos’altro? Be’, un sospetto c’è: la polverina contiene benzidamina, un principio attivo che pare abbia effetti euforizzanti se assunto per via orale insieme ad alcolici.
Allora mi vien da pensare che le protagoniste dello spot siano particolarmente euforiche proprio perché, come sostiene la ragazza vestita di rosa, “il rosa fa stare meglio”. Ciò, credo, non valga per le 87enni …

Ma ammettendo che si tratti di consumatrici distratte, a qualcuna di loro verrebbe in mente di applicarsi un assorbente per l’herpes labiale?

[fonte: Il Corriere; l’immagine è tratta da questo sito]

27 luglio 2010

SANREMO A RISCHIO PER BELEN? E INTANTO PER ALFONSO SIGNORINI È FASTIDIOSA

Posted in Festival di Sanremo, pubblicità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , a 6:34 pm di marisamoles

Nel suo editoriale del numero di TV Sorrisi e Canzoni in edicola oggi (n° 31, 31 luglio 2010), Alfonso Signorini dice di Belen Rodriguez: “Non ne posso più di Belen e dei suoi tiramolla”. Credo si riferisca alla love –story della show-girl argentina con il tristemente noto fotografo – paparazzo – agente, e chi più ne ha più ne metta, Fabrizio Corona.

Capisco che, per un direttore di giornale, il “tiramolla” possa risultare fastidioso, anche perché non si fa in tempo a diffondere una notizia che subito arrivano le smentite. Ma mi pare che, soprattutto per quanto riguarda il settimanale scandalistico “Chi”, diretto anch’esso da Signorini, queste love – story complicate siano la manna che piove dal cielo. E poi, inutile nasconderlo, Belen riscuote moooolti consensi fra il pubblico maschile che, magari di nascosto, una sbirciatina alle riviste di gossip la danno.

Insomma, per Signorini la Rodriguez è fastidiosa alla pari dell’afa e delle zanzare: “Afa, Belen e zanzare: che estate fastidiosa” è, infatti il titolo dell’ultimo editoriale (può essere letto anche a questo LINK ). Fin qui, nulla da eccepire, ognuno si tiene i fastidi suoi, anche se per togliersi dai piedi Belen non basta il condizionatore o il fornelletto ammazzazanzare. Quello che però stupisce è che sulla copertina di TV Sorrisi e Canzoni campeggi la foto di …. Belen. Sì, proprio lei, in compagnia dell’inseparabile compagno di spot Christian De Sica (che ha gentilmente commentato un mio post tempo fa e che tranquillizzo subito: non parlerò di lui, questa volta!).

La foto di copertina rimanda all’articolo “esclusivo” che tratta del prossimo spot del gestore telefonico di cui i due sono testimonial. Non leggo l’articolo, ma faccio una considerazione: questa copertina mi sembra quantomeno inopportuna, anche se mi rendo conto che mettere in stampa un giornale non è cosa che si possa fare in poco tempo, così come le eventuali modifiche non si possono realizzare su due piedi, tantomeno quelle che riguardano la copertina.
Perché, dunque, quella copertina appare inopportuna? Perché è recente la notizia della chiusura di due importanti discoteche milanesi per traffico di stupefacenti. Una delle testimoni ascoltate, riguardo all’illecito, è proprio Belen che ha ammesso di aver frequentato uno dei due locali e di aver fatto uso di cocaina, anche se pare non all’interno della discoteca. A tal proposito, l’argentina cita anche un’amica e soubrette lei stessa, Francesca Lodo, che pare si sia affrettata a querelarla. Belen, infatti, nel corso della testimonianza resa nel 2007, all’interno dell’inchiesta “Vallettopoli”, ha dichiarato: «Ho fatto uso di cocaina insieme a Francesca Lodo, a casa sua, solo due volte nei primi giorni di gennaio 2007. In entrambe le occasioni la droga me l’ha data Francesca. Non so dove Francesca la prenda, ma sono certa del fatto che ne fa assai uso. Lei mi invitava spesso ad andare nei bagni dell’Hollywood, le domeniche sere in cui stavamo insieme con tutti i componenti del gruppo Lele Mora, ma io non la seguivo perché temevo l’effetto della cocaina». (fonte: Il Corriere )
Che sia vera o meno l’accusa rivolta alla Lodo a noi interessa ben poco. Che la Rodriguez abbia dichiarato di temere gli effetti della cocaina, ci rincuora un po’. Quello che è d’uopo sottolineare, però, è che ci sia stata da parte della show-girl l’ammissione di averne fatto uso. A nulla può servire il tentativo di difesa da parte del fidanzato Corona che s’infuria per il danno d’immagine, che deriva dalla diffusione di questa notizia, alla bella Belen.

Il danno, in effetti, potrebbe esserci. Pare, infatti, che l’avvenente argentina sia tra i candidati alla conduzione del Festival di Sanremo 2011, ma la notizia ha suscitato subito delle polemiche. Voci di dissenso si sono alzate in coro, tra cui quella del sindaco della cittadina ligure, Maurizio Zoccarato, che si è affrettato a dichiarare: «Chi mette la faccia sul Festival di Sanremo deve essere una persona perbene» e ha annunciato che si opporrà nel caso in cui la Rai scegliesse Belen Rodriguez come conduttrice del 61° Festival della canzone italiana.

Che dire? La maledizione di Morgan colpisce ancora? O è solo che il Festival ha bisogno di pubblicità che duri nel tempo? L’anno scorso è iniziata ad ottobre, quest’anno addirittura ad agosto!
Va be’ che si tratta pur sempre di una località turistica balneare, ma il Festival è tutt’altra cosa.

[foto tratta da Wikipedia]

AGGIORNAMENTO, 29 LUGLIO 2010
BELEN COME MORGAN? ASSOLUTAMENTE NO

Dalle pagine del quotidiano Il Secolo XIX, il cantante Morgan, al secolo Marco Castaldi Castoldi, che lo scorso anno era stato estromesso dalla gara del Festival per le sue dichiarazioni sulla droga (leggi QUI), ribatte, infastidito, sul parallelo che molti hanno fatto tra la sua vicenda e quella di Belen.

La differenza è molto chiara. Per quanto riguarda Belen, bisognerebbe tenerla fuori dal Festival al di là della droga, perché non rappresenta nulla. Paragonarla al mio caso è pura follia: la mia estromissione è divenuta motivo di dibattito sociale alto. Belen, invece, della droga ha dovuto parlare sotto costrizione, afferma il cantante, riferendosi alla testimonianza che la Rodriguez ha fornito, in veste di persona informata sui fatti, agli inquirenti che, nel 2007, si occupavano dei vari scandali legati a “Vallettopoli“.

Al giornalista che gli fa notare che la sua è stata un’apologia della droga, Morgan risponde: Ma quale apologia! Quella di Belen è apologia perché lei si va a fare lo sballo in discoteca, che è una cosa che io ho assolutamente ripudiato.

Insomma, per Morgan niente più sballi né balli … ma intanto non sarà nemmeno più tra i giudici della prossima edizione di XFactor. Che anno sfortunato, considerati anche i diverbi con la ex moglie Asia Argento!

19 maggio 2010

MANIFESTI GAY A UDINE: NON SI PLACANO LE POLEMICHE

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, pubblicità tagged , , , , , , , , , , a 3:59 pm di marisamoles


Dal 17 maggio scorso, giorno in cui si è celebrata la giornata mondiale contro l’omofobia, nelle strade del centro cittadino di Udine e di Pordenone sono stati affissi centinaia di manifesti con le immagini di due coppie di omosessuali, due maschi e due femmine, riprese nell’atto di baciarsi. Ne ho già parlato in questo post.
Le reazioni di protesta, soprattutto da parte del PdL e della Chiesa non si sono fatte attendere. Ma il sindaco di Udine, Furio Honsell, già rettore dell’ateneo friulano e noto al grande pubblico per le sue numerose ospitate, avvenute qualche tempo fa, nella trasmissione “Che tempo che fa”, condotta su Rai 3 da Fabio Fazio, è irremovibile. La campagna pubblicitaria, voluta e sponsorizzata a spese dell’amministrazione comunale, conferma, secondo il primo cittadino, che di questo tipo di pubblicità ce n’è davvero bisogno: l’omofobia è una realtà.

In effetti sembra che Honsell abbia ragione: non appena affissi i manifesti, nottetempo sono stati oscurati: in pratica qualcuno, probabilmente più persone e ben organizzate, visto che hanno girato tutta la città, ha nascosto i manifesti gay coprendoli con altri completamente bianchi. Non solo, in diverse parti della città sono comparsi degli adesivi con delle scritte ingiuriose contro gli omosessuali.
Da parte dell’Arcigay il commento è questo: il nostro obiettivo non è lo scontro ma generare un franco dibattito su un problema di stretta attualità qual è l’omofobia, un problema che ha sancito una giornata di carattere mondiale. Resta il fatto che questi adesivi confermano che l’omofobia è un problema reale, vero, e non un’invenzione delle nostre associazioni. E che dunque chi ha voluto dedicare il 17 maggio a questo problema lo ha fatto sicuramente a ragion veduta.

Anche il sindaco Honsell esprime il suo disappunto: È con profondo rammarico che abbiamo assistito a questa azione di inciviltà. Un’azione che condanniamo in tutti i sensi. Per quanto riguarda la copertura dei manifesti avvenuta nella notte (tra il 17 e il 18 maggio, NdR) ci attiveremo in base a quanto previsto dal regolamento comunale, che prevede il ripristino dei manifesti del committente. È chiaro comunque che sporgeremo denuncia contro ignoti e condanniamo questa azione così come tutte le espressioni di intolleranza. Come ho già avuto modo di rilevare da tutto questo emerge il fatto che di giornate contro l’omofobia c’ è davvero bisogno.

Direttamente chiamato in causa, il movimento La Destra del Friuli Venezia Giulia, attraverso il responsabile regionale Ernesto Pezzetta, ha rivendicato di aver “oscurato” a Udine i manifesti con il bacio omosessuale realizzati da Arcigay e Arcilesbica. Lo rivendico – ha dichiarato Pezzetta – assumendone la piena responsabilità. Si tratta di un’iniziativa prettamente politica, in contrapposizione alla scelta fatta dai Comuni di Udine e di Pordenone di patrocinare i manifesti.

Ma la gente comune che dice? Nelle interviste trasmesse sui vari Tg le reazioni sono state diverse: si va dall’indifferenza all’indignazione, ma da parte dei genitori si manifesta una certa preoccupazione per l’impatto che i manifesti potrebbero avere sui bambini: è difficile, infatti, spiegare loro il messaggio che si vuole trasmettere. A questo proposito, Eduard Ballaman , in veste di Tutore dei minori, definisce la campagna dell’Arcigay «aggressiva e mal congegnata». Mentre un dirigente scolastico ha protestato per l’affissione dei manifesti in prossimità dell’edifico scolastico e ne ha chiesto la rimozione.

Insomma, il problema è complesso e non saranno certo i manifesti con i baci tra gay a risolverlo. Tanto meno le polemiche che ne sono scaturite. Forse i tempi non sono ancora maturi per affrontare una tematica che pone in primo piano ancora molti pregiudizi e discriminazioni. Ma è anche vero che, nel momento stesso in cui da parte delle associazioni pro-gay si sente l’esigenza di una campagna pubblicitaria del genere, si ammette che una diversità, nel senso buono del termine, c’è: perché, infatti, non si tappezzano le strade di manifesti che ritraggono delle coppie eterosessuali o delle allegre famiglie con prole? Perché ciò che è “normale” non ha bisogno di pubblicità: ha già di suo un valore intrinseco su cui è difficile dubitare, se non altro perché fa parte della storia dell’uomo.

[fonti: Messaggero Veneto e Gazzettino; LINK per la foto]

20 gennaio 2010

SULL’IKEA IDEE CHIARE, SULLA POLITICA MENO

Posted in affari miei, Friuli Venzia-Giulia, pubblicità, shopping, società tagged , , , , a 3:38 pm di marisamoles


Leggo su La Stampa di oggi, quest’articolo di Massimo Gramellini, come sempre molto arguto:

Ad Amburgo gli abitanti di alcuni quartieri del centro hanno partecipato al referendum indetto dai sostenitori di Ikea, favorevoli alla costruzione di una cittadella del mobile nel cuore della città. La percentuale dei votanti (44%) ha abbondantemente superato quella delle ultime elezioni europee. L’amburghese che entra nell’urna (di truciolato, immagino) per esprimersi pro o contro Ikea ha la sensazione che il suo voto produrrà un effetto concreto e duraturo sulla sua esistenza: lo spostamento in centro del parallelepipedo gialloblù, oppure no. Lo stesso amburghese non è animato da identiche certezze quando deve schierarsi fra destra e sinistra. Anzi, di certezze ne ha una, purtroppo: che il suo lavoro, le sue tasse, l’istruzione dei suoi figli – la sua vita, insomma – rimarranno immutati con qualsiasi vincitore. Al massimo peggioreranno un po’. E non solo. Quando vota in massa per decidere il futuro immobiliare di Ikea, l’amburghese si pronuncia su un argomento che conosce. Mentre quando diserta le urne europee non ha alcuna idea di cosa sia l’Europa né alcuna considerazione della medesima. La multinazionale fa parte di lui, la multinazione no.
È così che la democrazia sta cambiando sotto i nostri occhi. Il cittadino accorcia lo sguardo, infiammandosi soltanto per le questioni che lambiscono il suo quartiere. Ma nello stesso tempo lo allarga, fino a sentirsi parte dei destini di un marchio mondiale. E per la politica tradizionale, ancora aggrappata ai fantasmi delle ideologie, l’unico spazio che resta è qualche innocua litigata in tv.

Be’, a me pare che tra gli amburghesi e gli italiani ci siano ben poche differenze: il colosso svedese merita più attenzione della politica, anche perché, ciò che vale per gli abitanti di Amburgo, si adatta perfettamente al profilo dell’italiano medio: il suo lavoro, le sue tasse, l’istruzione dei suoi figli – la sua vita, insomma – rimarranno immutati con qualsiasi vincitore.

Anche nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, il colosso IKEA è sbarcato, portando con sé l’illusione di molti che la crisi sia un’invenzione e che il lavoro ci sia per tutti. O quasi. Certo, a conti fatti, le assunzioni all’Ikea sono state 255 ma il 74% sono part time e solo 45 sul totale sono i contratti a tempo indeterminato. Già, perché bisogna vedere come sarà, in questo angolino del nord est, l’affluenza degli acquirenti. Considerando che all’inaugurazione, nonostante fosse fissata alle 7 del mattino, erano presenti migliaia di persone (la colazione offerta ai vip era a base di salmone, aringhe e vodka!), Ikea può ben sperare in affari d’oro, specie da chi arriva da oltreconfine.

Io un salto all’Ikea l’ho fatto, più per curiosare che per fare acquisti. Due ore passate a girare tra i vari reparti, rispettando rigorosamente il percorso consigliato e segnalato con tanto di frecce per terra. Il gusto svedese è, tuttavia, lontano mille miglia dal nostro: arredamento essenziale, niente “fronzoli” e soprattutto studiato per essere comodo e funzionale. Ma a noi italiani, chissà perché, piace di più il bello ma inutile o scomodo.

L’organizzazione è ineccepibile. Per fare gli acquisti, a seconda del loro volume, sono a disposizione i classici carrelli a quattro ruote, dei “borsoni” gialli e dei carrellini a due ruote, altrettanto gialli. È un colore tipicamente svedese. Quando si arriva alla cassa, l’attenzione è attratta dai cartelloni in cui si legge: “Ti piace il borsone giallo? Ne puoi acquistare uno uguale, blu, per 0,60 centesimi”. Naturalmente invitano i clienti a riporre diligentemente quello giallo che è servito per la spesa: anche se viene in mente di portarselo a casa, la cifra irrisoria per averne uno uguale, imballato e quindi non maneggiato da cento persone e pullulante di batteri, trattiene dalla tentazione che fa, qualche volta, l’uomo ladro. I carrellini sono più difficili da nascondere; tuttavia, un altro cartellone avvisa i clienti che può essere acquistato uno uguale, blu, a soli 9,90 euro. In questo caso, sempre per la modesta cifra richiesta, si mette in funzione il cervello e la memoria visiva per capire se a casa, in garage o in cantina, c’è lo spazio per quel carrellino lì, così conveniente e quanto mai utile. Non c’è che dire: all’Ikea giocano sulla psiche.

Ma non si può andare via da lì senza fare un salto al supermercato, dove vendono solo prodotti alimentari svedesi, dai nomi alquanto strani. Tuttavia, dei cartellini ordinati indicano le caratteristiche del prodotto, onde evitare di comprare qualche schifezza tipicamente svedese che sicuramente non ci piacerà perché non fa parte della nostra dieta mediterranea. Io volevo acquistare una marmellata, ma non una qualsiasi che posso trovare nei nostri supermercati. La mia attenzione è stata catturata da un composto giallognolo che non mi pareva di aver mai visto; in effetti la marmellata in questione era di “bacche polari” che non ho la più pallida idea di cosa siano. D’altra parte sto in Italia, mica al polo nord!
Meglio andare sul sicuro: le polpette svedesi saranno come le nostre, no? Be’ diciamo che le faccio meglio io ma se vado di fretta e nel congelatore ci sono le polpette, svedesi o no, vanno bene lo stesso. Devo dire, però, che il mio stomaco si è ribellato, visto che c’ho messo dieci ore per digerirle …

Alla fine, ho occupato mezzo pomeriggio, ho speso più o meno 50 € in oggetti per la casa quasi del tutto inutili o che comunque avevo già, nonché in cibi indigeribili, ma ora posso dire che sono stata all’Ikea. Chissà perché la gente dimostra di apprezzarti di più se dici di essere andato all’Ikea piuttosto che a vedere una mostra sul Futurismo.

Una cosa, però, mi ha sinceramente disturbata: la pubblicità che annunciava l’imminente apertura dell’Ikea di Villesse. Dappertutto facevano bella mostra di sé dei cartelloni (come quello nella foto in alto) in cui si storpiava il nome della mia bella regione in “Friuli Svezia Giulia”.
Dopo aver letto l’articolo di Gramellini su La Stampa, però, ho preso un’importante decisione: alle prossime elezioni regionali voterò … Ikea.

29 ottobre 2009

RAZZISTA CHI LEGGE?

Posted in attualità, pubblicità tagged , , , , , , , , , a 6:59 pm di marisamoles

cartellone negro lesbica

Stamattina, mentre fumavo una sigaretta in un angolino del cortile “di servizio” della mia scuola, luogo solitario in cui mi sono autoesiliata -non si fa che parlare di dare il buon esempio! Poi i ragazzi fumano più di me ma questo non ha importanza-, la mia attenzione è stata attirata da un cartellone pubblicitario. Prima di tutto ho riconosciuto la donna ripresa nell’immagine fotografica: ho scoperto dopo, grazie a internet che toglie ogni curiosità, o quasi, che si tratta di una deputata del Pd, Anna Paola Concia, la cui faccia mi era nota poiché l’altra sera era ospite a Matrix su Canale 5 e ha stressato parecchio sottolineando, ad ogni pie’ sospinto, che l’articolo corretto da anteporre a “transessuale” è “la” e non “il”. La puntata, manco a dirlo, era dedicata alla triste vicenda di Piero Marrazzo, quindi non potevano mancare i riferimenti ai transessuali (alle transessuali, per far contenta la Concia). Che fosse un tipo strano, l’onorevole Concia, l’avevo capito; che fosse omosessuale avrei potuto anche intuirlo ma, vista l’ora tarda, la mia perspicacia, che anche in condizioni normali scarseggia, era del tutto annullata dal sonno che incombeva inesorabile su di me, ormai sfinita dalle consuete diciannove ore di attività.

Tornando al cartellone, accanto alla gentile signora era ben visibile un uomo di colore che ho poi scoperto essere, sempre grazie all’insostituibile Google, anche lui un deputato, tale Jean Leonard Touadì. Il testo del messaggio recita: CI CHIAMI SPORCO NEGRO E LESBICA SCHIFOSA, MA TI OFFENDI SE TI CHIAMANO ITALIANO MAFIOSO.
La campagna pubblicitaria è curata dall’ARCI che mette in guardia il lettore con parole minacciose: “IL RAZZISMO È UN BOOMERANG. PRIMA O POI TI RITORNA”.

Ora non vorrei fare la moralista dicendo che un tale cartellone non dovrebbe trovarsi ben in vista in prossimità di una scuola (e pazienza la mia che è un liceo, ma ce n’è uno un po’ più in là proprio di fronte ad una scuola elementare); quello che mi sconvolge, essendo stata costretta a leggere il testo, che mi si rimproveri di essere razzista e omofoba. Non solo, che si creda che io possa offendermi se qualcuno mi chiama “italiana mafiosa”. Prima di tutto, sono dell’idea che ogni uomo/donna abbia pari dignità, a prescindere dal colore della pelle, dalla cultura, religione, lingua, provenienza geografica o tendenze sessuali. Poi, anche se le mie origini sono meridionali, non ho nessun legame di parentela con famiglie mafiose o camorriste che dir si voglia. Io non offendo nessuno, purché nessuno offenda me. Se poi il razzismo è un boomerang, allora il suo effetto non mi sfiora nemmeno, perché razzista non sono.

A questo punto qualcuno potrà obiettare che i cartelli pubblicitari sono nelle strade bene in vista, alla portata di tutti –anzi, sarebbe meglio dire all’occhiata …- e che il messaggio non è rivolto al singolo. Certamente. Ma se un cartello mi invita a mangiare una deliziosa crema spalmabile di cui non sono consumatrice perché il mio colesterolo, già alto, andrebbe alle stelle, sarò libera di scegliere se acquistare quel prodotto o no, ma nessuno mi minaccerà mai, attraverso il messaggio stesso, che se non cederò alle lusinghe di quel bel barattolone mi accadrà qualcosa di male.
Ragion per cui, credo che quella di cui sto parlando non sia una pubblicità, sia un monito. E dà per scontato che chiunque legga sia razzista, così come chiunque veda la crema spalmata su una deliziosa fetta di pane fragrante, sia un consumatore. Ma mentre il consumatore del prodotto è considerato solo potenziale, e infatti si invita qualcuno ad acquistarlo, i due onorevoli, tra l’altro nudi, non mi invitano a non essere razzista, bensì danno per scontato che io lo sia e che sia enormemente infastidita dal fatto che qualcuno mi chiami mafiosa, cosa che nella mia vita non è mai accaduto proprio perché non lo sono, né nei fatti né potenzialmente.

Sarò un po’ rompina, ma questo tipo di pubblicità mi sembra alquanto sconveniente, basandosi solo su delle illazioni. Ma sul sito dell’onorevole Concia, le motivazioni che hanno indotto a questa campagna sono tutt’altre:

pensando a quanto ci assomigliamo noi due, lui nero e io lesbica, e quanto si assomiglia lo sguardo degli altri su di noi, ho concluso che il razzismo non ha solo a che fare con la razza. E’ l’atteggiamento di chi ragiona solo per classifiche. Di chi si sente sempre in serie A, e decide che quelli che non gli somigliano dovrebbero giocare in serie B, a prescindere da quanto valgono.
E’ un atteggiamento di immensa presunzione: ma purtroppo, il razzismo non guarda in faccia nessuno, neanche i presuntuosi. Il razzismo, i miei amici pubblicitari l’hanno pensato proprio come un boomerang, perché se lo fai partire, prima o poi torna al mittente.
[…] Quando un italiano, convinto di giocare a pieno diritto in serie A (in quanto maschio, bianco, eterosessuale, benestante, occidentale, cristiano) si sente dare del mafioso all’estero, ecco che si sente vittima. E soffre. E si agita. Ritiene di essere oggetto di razzismo. Non si accorge che è vittima dello stesso criterio che ha finora applicato, sul lavoro, in metropolitana, pensando di avere più diritto a sedersi degli altri esotici passeggeri. Il boomerang che ha lanciato è cioè tornato al mittente.

Certo, il ragionamento non fa una piega ma, come si suol dire, non è bene fare di tutta l’erba un fascio. Perché adottare uno strumento così provocatorio per sottolineare un concetto tanto semplice e facilmente comprensibile? Ogni uomo e donna hanno pari dignità. L’intolleranza è una cosa abietta e chi la esercita su persone che ritiene inferiori, non ha la capacità di pensare. Ma che all’estero noi tutti passiamo per mafiosi solo perché abitiamo in Italia, è solo un luogo comune che non ha troppe conferme, per fortuna. Almeno, non è mai capitato che qualcuno usasse questo appellativo riferendosi a me. Forse perché ho incontrato persone straniere ma intelligenti. Quelli che non capiscono, invece, che il razzismo e l’omofobia sono un’assurdità, nel momento in cui si trovano davanti a un cartellone cui campeggiano i corpi nudi dei due onorevoli, si fanno una risata e passano avanti con la stessa indifferenza di prima, sempre che non deturpino i cartelli o ci sputino sopra. D’altra parte, chi mai andrebbe a deturpare la pubblicità della crema spalmabile?

Leggo su internet che la campagna pubblicitaria risale al giugno scorso, io però ho visto i cartelloni solo oggi. Ora, io so che qui arriva tutto in ritardo –soprattutto la moda- ma forse c’è un’altra spiegazione a questa “rispolverata” pubblicitaria: non è che l’ARCI abbia diffuso nuovamente tale pubblicità proprio ora che è uscito lo scandalo di Marrazzo e dei suoi incontri intimi con un (una, per accontentare la Concia) transessuale? Il sospetto è legittimo, mi pare. Ma se così fosse, sarebbe un tentativo un po’ patetico di legittimare un comportamento moralmente non condivisibile, facendo leva sulla coscienza di ognuno di noi: se condanni il povero Marrazzo, sei intollerante. Non vorrai mica comportanti in modo così spregevole?

27 settembre 2009

L’IMPROBABILE SEXY PROF DI LATINO BELEN E L’ANCOR PIÙ IMPROBABILE PADRE GALLETTO DE SICA

Posted in affari miei, attualità, pubblicità, scuola, televisione tagged , , , , , a 10:57 am di marisamoles

telefonoLa pubblicità è l’anima del commercio, lo sappiamo. Uno spot dovrebbe, in teoria, presentare il prodotto in modo accattivante per indurre il consumatore ad acquistarlo. In gergo si chiama, anche, “persuasione occulta”. Infatti, quando andiamo al supermercato, ad esempio, mentre con il carrello percorriamo i corridoi immersi tra le scaffalature che contengono ogni ben di dio, è inevitabile che ci frulli nella mente il jingle o la scenetta che rimandano alla pubblicità di un dato prodotto. Fin qui, nulla di nuovo. Ma stiamo parlando di prodotti di consumo, quelli di cui potremmo fare benissimo a meno, che, tuttavia, acquistiamo con la certezza che poi il conto sarà più salato ma nello stesso tempo avremo approfittato delle “superofferte” che altro non sono che un’altra “persuasione” molto meno occulta della pubblicità stessa.

Ma nella vita di tutti i giorni non andiamo solo a fare la spesa. Oltre che lo stomaco, riempiamo la casa di oggetti “tecnologicamente avanzati” di cui potremmo fare benissimo a meno perché, in quel caso, lo stomaco non li reclamerebbe. Quelli sì che son soldi spesi inutilmente.
Cellulari, p.c. e internet fanno parte della nostra vita anche se non ce li mangiamo. Anche se non sono indispensabili -o quanto meno, non è indispensabile cambiarli spesso- si dà il caso che in Italia l’acquisto dei prodotti elencati sia spropositato: nella mia famiglia, solo per fare un esempio, ognuno ha il suo cellulare e il suo pc, non solo, nel cassetto giacciono almeno otto cellulari vecchi, perfettamente funzionanti, che sono stati messi in pensione solo perché non più tanto di moda (almeno quelli dei miei figli). Per ogni telefonino “funzionante” c’è un contratto con il gestore telefonico che ciascuno di noi preferisce. Ma si dà il caso, ancora una volta, che non appena uno sceglie la tariffa più conveniente, ne esce fuori subito un’altra ancora più economica. Che fare? Io personalmente mi tengo la tariffa che ho scelto nel lontano 1998… mai cambiata. Sono scema? Forse sì, ma sono soprattutto pigra e poi, onestamente, sono una che dalla pubblicità non si fa proprio prendere. Per me gli spot televisivi hanno solo un effetto soporifero: infatti, mentre sto guardando un film o una fiction alla TV, regolarmente mi addormento durante le interruzioni pubblicitarie.

Detto questo, se gli spot non influenzano più che tanto i miei acquisti, li osservo attentamente –sempre che rimanga sveglia- e li analizzo, anche perché immagini e testi sono a tutti gli effetti dei messaggi che vanno studiati. Alla fine dell’analisi, mi convinco che, al di là della bravura dei copywriter, quasi tutti sono molto ma molto scemi.
Ed eccomi arrivata all’argomento principale del mio post: l’ultimo spot della Tim che, pubblicizzando una delle tante tariffe superconvenienti, mette in scena un improbabile quadretto “scolastico” con protagonisti una sexy prof di Latino, Belen Rodriguez e un papà galletto, tanto per non smentire la fama degli uomini italiani, Christian De Sica. Bene, la scenetta, per me che sono una prof, per giunta di Latino, e ho a che fare quasi quotidianamente con i genitori dei miei allievi, è a dir poco idiota. Vi spiego perché.

In primo luogo, se esistono, com’è ovvio, delle giovani insegnanti di Latino anche avvenenti, il cliché rimane, nell’immaginario collettivo, quello di una docente di mezza età, un po’ appesantita dalla menopausa, con gli occhialini da presbite perennemente attaccati alla catenella che poggia sul seno a volte un po’ cadente, quando non stanno sul naso, e la matita a due colori, rosso e blu, pronta a deturpare le “splendide” prove degli allievi. Sarei un po’ troppo severa con me stessa se mi identificassi totalmente nel ritratto appena fatto, ma devo dire che alcune delle caratteristiche descritte già ce l’ho, ahimè! Però anch’io sono stata una giovane, anzi giovanissima, insegnante e anche un po’ avvenente. Il fatto è che mentre ora cerco in tutti i modi di allontanarmi dal cliché sopradescritto, cosciente del fatto che mi ci sto tuffando dentro anche se involontariamente, allora mi sforzavo di apparire meno giovane e carina perché mi pareva che fosse l’unico modo per essere “credibile”. Non potete immaginare quante volte ho sentito, pronunciata dal solito genitore ipercritico e un po’ diffidente anche senza motivo, la frase “Lei è così giovane …”. E devo dire che tale frase l’ho sentita fino a pochi anni fa, fortunatamente. Evidentemente m sto avviando irrimediabilmente verso il cliché di cui sopra oppure sono i genitori ad essere un po’ cambiati. Spero sia valida la seconda ipotesi.

Quando avevo l’età di Belen, se un papà mi si fosse presentato dicendo “pater istruitus filius purem” non mi sarei sottratta al colloquio, in quanto i rapporti con le famiglie rientrano nella funzione docente quindi non se ne può fare a meno, ma se poi mi avesse chiesto il numero di telefono (allora il cellulare non esisteva!) probabilmente l’avrei mandato dal preside (allora si chiamava così, non Dirigente Scolastico come adesso). Credo che ciò valga tuttoggi per le giovani prof, di Latino e non.
Ciò non toglie che a volte anch’io ho avuto l’impressione che qualche papà fosse più interessato alla mia persona piuttosto che a ciò che avevo da comunicare sul profitto del figlio. Ma mai nessuno mi ha, come si suol dire, spogliato con gli occhi. A parte, forse, un padre che, avendo per una volta mandato al colloquio la moglie, non s’è più fatto vivo. La signora, infatti, quando mi ha vista si è affrettata a dirmi: “Adesso capisco perché mio marito, che di solito manda me ai colloqui, si è sempre preso dei permessi dal lavoro per venire a parlare con Lei!”. Non l’ha detto, ma di sicuro l’ha pensato: “non lo mando più”. E così è stato. Insomma, anch’io ho avuto, per una volta, la mia bella soddisfazione, e che soddisfazione! Non c’è cosa più gratificante, per una donna, del suscitare la gelosia in un’altra donna. Altro che Belen e la sua … perifrastica!

28 luglio 2009

QUANDO IL SENO AL VENTO È QUELLO DI UNA MAMMA

Posted in bambini, cronaca, figli tagged , , , , , , , a 11:30 am di marisamoles

allattamento al senoDi questi tempi, anche se non gradiamo, siamo costretti a vedere corpi di donna nudi ovunque: sui giornali, sia cartacei sia online, nella pubblicità, anche quando si tratta di uno jogurt che poche attinenze ha con il nudo femminile, non solo nella pubblicità televisiva, anche sui cartelloni pubblicitari ben in vista nelle vie cittadine. Questi ultimi,talvolta, causano incidenti perché gli uomini, si sa, si distraggono facilmente quando vedono delle belle donne, in carne ed ossa o su dei maxi schermi poco importa.

Quando, poi, i nudi sono di personaggi famosi, allora il gossip si scatena. Centinaia di foto, per lo più rubate ma il dubbio che il personaggio in questione sia d’accordo con il paparazzo c’è sempre, facilmente accessibili su internet nelle varie photogallery. Incuriositi, uomini e donne, smanettano con il mouse e cliccano all’impazzata, i primi alla ricerca di qualche seno al vento o un bel lato B, come si usa dire oggi, le seconde per invidiare le belle “veline” o per consolarsi quando le foto mettono a nudo, è il caso di dirlo, i difetti di cui anche le donne famose –e formose- sono affette, tipo cellulite e cuscinetti adiposi.

Ma quando il seno viene scoperto non per esibizionismo e ricerca di visibilità, bensì per il gesto più naturale del mondo, l’allattamento di un neonato, allora quel “nudo” può anche dare fastidio. Pare incredibile ma è così. Una mammina in vacanza a Madonna di Campiglio, ospite in un Family Hotel, per giunta, trovandosi costretta ad attaccare al seno la bimba di cinque mesi sbraitante in sala da pranzo, è stata invitata a spostarsi in un altro ambiente perché lo “spettacolo” era poco gradito a qualche cliente.
La donna in questione, una cardiologa trentaseienne di Bergamo, ha scritto una lettera al Corriere che poi l’ha contattata per farsi spiegare meglio l’accaduto. La signora, intervistata al telefono, dice di essere convinta che la protesta non sia arrivata da qualche cliente ma dallo stesso direttore dell’albergo. “La seconda sera che ho allattato Bianca, accanto al nostro tavolo c’era soltanto lui, il direttore”, spiega la mammina e aggiunge: “Oggi gli hotel aprono sempre di più le porte a cani e gatti. Segno, sia chiaro, di grande civiltà. Ma non si capisce perché l’atto di allattare al seno di una madre venga considerato disdicevole”. Ecco, appunto, nulla di disdicevole nel vedere una madre con il suo bimbo attaccato al seno, soprattutto di questi tempi. Ricordo che io, vent’anni fa, al mare mi nascondevo dietro alla cabina, lontano da occhi indiscreti. Ma non perché temessi di essere presa di mira dalle occhiate degli uomini presenti, quanto per non creare imbarazzo nelle persone che potevano vedermi. Questo è il punto della questione: vent’anni fa poteva fare un certo effetto vedere un “seno al vento”, ma ora? Se una mamma che allatta non prova lei imbarazzo nel farsi vedere, che problema c’è per gli altri? Nel caso descritto, lo “spettacolo” avrebbe potuto provocare qualche disturbo digestivo? Non credo. E allora è soltanto una questione di intolleranza … del direttore, s’intende, e non alimentare.

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