25 luglio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UNA SCUOLA PER MIGRANTI ECOSOSTENIBILE IN THAILANDIA

Posted in bambini, La buona notizia del venerdì, scuola tagged , , , , , , , , , , , , , a 6:03 pm di marisamoles

Kwel-Ka-Baung-School-
La Kwel Ka Baung è una scuola per più di 300 alunni costata appena $25.000 e realizzata con materiali naturali, quasi interamente trovati dove sorge il cantiere.
La scuola si trova a Mae Sot, una cittadina thailandese sul confine con la Birmania.

Il progetto, realizzato dall’architetto tedesco Jan Glasmeier, che ha firmato il progetto insieme allo spagnolo Albert Company-Olmo, è dedicato alla comunità Karen, uno dei gruppi etnici scappati dalla Birmania per fuggire dalla guerra civile o per cercare lavoro.

La particolarità della scuola Kwel Ka Baung è, come si è detto, l’ecosostenibilità. I muri della scuola sono stati realizzati con mattoni di adobe, una miscela di acqua, buccia di riso essiccata e argilla, materiale povero ma “intelligente”: le sue particolari capacità termiche gli permettono, infatti, di mantenere fresco l’interno degli edifici anche quando la temperatura sfiora i 40 gradi e allo stesso tempo di riscaldare gli ambienti durante le più fredde giornate invernali. “E il fatto che sia gratuito è una caratteristica molto interessante per chi ha un budget limitato” sottolinea l’architetto Jan Glasmeier.

Anche gli infissi sono completamente naturali, realizzati con rami di eucalipto e bambù, mentre il tetto è sostenuto da assi di recupero. Non solo, alcuni dettagli nella costruzione garantiscono il benessere degli scolari che vengono ospitati nell’edifico: la circolazione d’aria è agevolata dalle finestre lunghe e strette, disegnate dagli stessi lavoratori Karen, l’orientamento delle classi e la dimensione delle pareti sono stati progettati in modo da permettere all’edificio di resistere al caldo di giorno rilasciando il calore accumulato durante la notte.

Kwel Ka Baung school

Jan e Albert continuano a lavorare in questa parte dell’Asia cercando di cambiare la mentalità delle persone. “Qui il cemento è considerato buono perché è costoso e resistente – spiega Jan -, mentre l’adobe è considerato cattivo perché è gratis e proviene dalla terra”. La Thailandia è un Paese abbastanza ricco e l’ostentazione fa parte della cultura thailandese: più gli edifici sono alti e maestosi più diventano simbolo del benessere. Le basse case color terra che formano il comprensorio dell’istituto scolastico e ben si sposano con la bellezza della campagna che circonda Mae Sot, sono considerate povere. Lo sforzo degli architetti Glasmeier e Company-Olmo è quello di dimostrare che naturale non è sinonimo di povero e che l’ecosostenibilità non sminuisce la ricchezza delle persone ma ne migliora la qualità della vita.

[fonte della notizia: La Stampa; immagini da questo sito]

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4 luglio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UN CALCIO ALLA POVERTA’

Posted in adolescenti, bambini, La buona notizia del venerdì, società, sport tagged , , , , , , , , , , , , a 11:27 pm di marisamoles

brasile-bambini-calcioDopo una pausa di qualche settimana, riprendo la pubblicazione della Buona notizia del venerdì.
Nonostante l’esclusione precoce, ma meritata, della nostra Nazionale di calcio dal Mondiale brasiliano, si continua a parlare di questo amatissimo sport io rimango in tema con una notizia che riguarda il “pallone” che può, a volte, anche allontanare l’attenzione dei tifosi dal mondo luccicante dei campioni superpagati, per rivolgerla a chi possiede poco o nulla, al limite qualche sogno.

L’Ong internazionale Actionaid ha lanciato l’iniziativa “Fai goal contro la povertà. Per i sogni di 1000 bambini nel mondo. Vinci questa partita con noi”.

Si tratta di una gara di solidarietà che si pone l’obiettivo di offrire, entro il 12 luglio – data in cui si giocherà la finale dei Mondiali a Rio de Janeiro – un futuro di educazione e sicurezza per 1000 bambini in tutto il mondo.

Questa iniziativa non riguarda, tuttavia, solo i Mondiali di calcio ma è legata ad altri due importanti eventi: l’EXPO 2015 e i Giochi Olimpici Estivi di Rio 2016. La gara di solidarietà avrà come protagonisti volti noti dello sport ma non solo. Scendono in campo, è il caso di dire, anche Adriano Campolina direttore ActionAid International, Jorge Romano direttore ActionAid Brasile e volti noti del mondo dello sport e dei media tra cui Federica Balestrieri del Tg1 e Roberto Bagazzoli speaker di Radio Reporter.

Dare un calcio alla povertà significa aiutare molti dei brasiliani che vivono sotto la soglia di povertà, con particolare interesse nei confronti dei bambini che vivono una situazione svantaggiata rispetto ai coetanei del Nord del Mondo: 1 solo su 10 ha, infatti, l’accesso all’istruzione.

In Brasile sono 16 milioni le famiglie che vivono in povertà assoluta. Soltanto l’1% della popolazione possiede campi coltivabili e ben 4 milioni di famiglie sono senza terra. Nel Nord Est del Brasile il 60% delle famiglie contadine guadagna meno di 2 dollari al giorno, non ha accesso negli ospedali pubblici e le associazioni umanitarie che forniscono dei servizi sanitari non riescono a soddisfare tutte le esigenze.

Ovviamente l’impegno solidale di ActionAid Italia e ActionAid Brasile non può venire incontro alle esigenze di tutti. Nel progetto sono coinvolte circa 2200 persone, tra cui 700 bambini e ragazzi (dai 7 ai 15 anni) le cui famiglie parteciperanno a vari workshop. La creazione di classi doposcuola e l’organizzazione di attività sportive per metterà ai bambini e agli adolescenti della comunità della favela di Heliopolis (a San Paolo) di avere un’alternativa alla vita di strada.

Sempre rimanendo in tema di calcio, l’ex Ct della nazionale italiana Marcello Lippi, in occasione di un incontro presso Scuola Superiore Sant’Anna di Viareggio, la sua città, ha annunciato l’idea di creare una Fondazione benefica per aiutare gli anziani e chi vive situazioni di disagio, purtroppo sempre più frequenti oggigiorno. La raccolta fondi sarebbe possibile principalmente attraverso le partite di calcio.
Lippi ne ha parlato con l’ex giocatore del Napoli, l’argentino Diego Armando Maradona, proponendo, come inizio, un’amichevole “amici di Lippi” contro “amici di Maradona”, con formazioni composte da calciatori allenati dal mister viareggino e ex compagni del “pibe de oro”.

[fonti: Famiglia Cristiana e Buonenotizie del Corriere.it]

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24 gennaio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: DONNA NEPALESE SALVA MIGLIAIA DI BAMBINE E RAGAZZE DALLO SFRUTTAMENTO

Posted in adolescenti, bambini, famiglia, La buona notizia del venerdì, sfruttamento dei minori, violenza sessuale tagged , , , , , , , , a 4:29 pm di marisamoles

Anuradha Koirala Questa è una notizia che proviene da lontano e parla di violenza e sfruttamento ai danni di migliaia di bambine e ragazze. Sfruttamento evitato, grazie al cielo, per merito di una donna che non si è mai arresa davanti all’orrore della violenza, subita in prima persona durante gli anni del suo matrimonio. Anuradha Koirala, la protagonista di questa notizia, veniva picchiata dal marito quotidianamente e proprio a causa della violenza, ha subito tre aborti spontanei. Sola e senza nessuno con cui confidarsi e a cui chiedere aiuto, subiva in silenzio l’inaudita violenza del consorte. Ma dopo il divorzio, ha deciso di investire i pochi soldi che aveva aiutando le altre donne e, nel 1993, ha fondato “Maiti Nepal”.

Il Nepal è una regione molto povera in cui per molti bambini e bambine è praticamente impossibile passare un’infanzia e un’adolescenza spensierate. Molte famiglie indigenti vengono ingannate da gente senza scrupoli e convinte a mandare le proprie figlie a lavorare. Purtroppo, però, questa gente mette in atto una vera e propria tratta di essere umani: con la promessa di portare le figlie in India per farle lavorare nell’industria tessile, costringono in realtà ragazze e bambine, anche di soli 8-9 anni, a prostituirsi nei bordelli.

L’associazione “Maiti Nepal” – che significa “casa della madre” o “casa natale” – fondata da Anuradha Koirala ha finora salvato più di 12mila ragazze. Fa opera di prevenzione, sorvegliando il confine tra India e Nepal, collaborando con la polizia locale, e fornisce case-protette e servizi di accoglienza e sostegno alle vittime.
Non solo: Anuradha va di villaggio in villaggio e mette in guardia gli abitanti dalle insidie che si nascondono dietro false promesse di lavoro per le ragazze, riuscendo a liberare 4 donne ogni giorno. “Le nostre ragazze sono le migliori guardie di frontiera tra Nepal e India. – spiega la donna – Riconoscono subito quando una ragazza è stata o sta per diventare vittima di sfruttamento sessuale. Io non devo spiegare nulla. Loro conoscono l’orrore dei bordelli e sono lì per salvare altre donne”.

Molte delle ragazze che vengono salvate sono, però, spaventate, psicologicamente distrutte e spesso malate di HIV/AIDS o di altre gravi malattie. Talvolta sono incinte oppure hanno bambini piccoli. A Katmandu vengono accolte nella Maiti Nepal che diventa la loro casa. Un nido sicuro nel quale trovano tutto il sostegno di cui hanno bisogno: “Cerchiamo di dare a tutte loro il lavoro e l’istruzione che preferiscono, – spiega Anuradha – perché quando si realizzano i propri sogni, si riesce a dimenticare persino che si è sieropositivi o che si è stati sfruttati”.

Questa storia deve essere un esempio per le tante parti del mondo in cui la violenza e lo sfruttamento ai danni delle persone più indifese, soprattutto quelle in giovane età, costituiscono una condizione non solo tollerata ma anche talvolta incoraggiata. Perché anche per altre bambine e ragazze possa esserci la speranza di dimenticare e ricominciare una nuova vita.

[fonte: buonenotizie.it]

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7 marzo 2009

BAMBINA DI NOVE ANNI RIMANE INCINTA E ABORTISCE: MEDICI SCOMUNICATI

Posted in aborto, cronaca, famiglia, figli, legalità, Legge, sfruttamento dei minori, violenza sessuale tagged , , , , , , , , , a 9:13 pm di marisamoles

Io, pur essendo credente, davvero non capisco fino a dove possa arrivare l’ottusità della Chiesa. La notizia viene dal Brasile: una bambina di nove anni, violentata per tre anni dal patrigno, rimane incinta di due gemelli e, consigliata dalla madre, abortisce. Ora i medici, per quanto possa loro interessare, vengono scomunicati dall’arcivescovo di Olinda, don José Cardoso Sobrinho. Non solo, la scomunica raggiunge anche la madre della piccola che ha firmato per l’IVG.

Che la Chiesa sia contraria all’aborto è risaputo, ma scagliarsi contro quello che l’arcivescovo definisce un crimine e, visto che la bambina aspettava due gemelli, il sacrificio di due vittime innocenti, è davvero paradossale. Pur essendo io, come credente, come donna e come madre, fermamente contraria all’interruzione volontaria della gravidanza, credo che nei panni della madre della bimba avrei agito allo stesso modo. Primo perché la gravidanza era frutto di una violenza, per giunta familiare, secondo perché una bambina di nove anni non è in grado di crescere dei figli, terzo perché come madre non avrei mai potuto allevare dei nipoti praticamente come fossero anch’essi miei figli. Perché di questo si tratta, in fondo. Senza contare che sarebbero stati destinati a crescere senza un padre, visto che quello che li aveva concepiti non è nemmeno degno del nome di padre.

In Brasile l’aborto è permesso in caso di violenza sessuale o di gravidanza ad alto rischio, quindi è logico che sia la madre sia i medici hanno agito nella legalità. Ma la Chiesa, evidentemente, della legge se ne fa un baffo! Da parte loro, i medici non sembrano preoccuparsi molto della scomunica e non hanno replicato alla decisione presa dall’arcivescovo, mentre il responsabile del Centro Integrado de Salud Amaury de Medeiros (Cisam) di Recife dove è stato eseguito l’aborto, ha tenuto a precisare che il centro ha fatto “il suo dovere di prestare assistenza a una famiglia povera, sempre nell’ambito della legalità”. È questo il problema fondamentale in Brasile e in altri Paesi del sud del mondo: bambine come questa piccola “mamma mancata” ce ne sono tante, per lo più abbandonate per strada dalle famiglie, vittime della miseria e dell’ignoranza perché la scuola per la maggior parte dei minori è un lusso da quelle parti. Sono già fortunati ad avere un tetto sulla testa; ma quando si vive in otto – dieci persone in 20 mq, se va bene, non si ha un reddito adeguato e non c’è nemmeno la sicurezza di un pasto al giorno, i prelati dovrebbero chiedersi come si può anche solo concepire l’idea di far nascere due bambini da una madre che vive ancora nel pieno dell’infanzia.

La notizia si è diffusa presto e la bambina, dopo essere stata dimessa dall’ospedale, non tornerà a vivere ad Alagoinha, località rurale del Pernambuco, forse per la vergogna. Perché non si può reggere il peso di tanti sguardi puntati addosso quando si è doppiamente vittima di una violenza: quella subita da parte del patrigno, il ventitreenne Jailson José da Silva, arrestato per stupro, e quella dell’opinione pubblica pronta a giudicare senza riuscire a mettersi nei panni degli altri. In inglese si dice “mettersi nelle scarpe degli altri”: se non sono del tuo numero, sono davvero scomode.

20 novembre 2008

INFANZIA RUBATA: E LE STELLE STANNO A GUARDARE?

Posted in attualità, lavoro minorile, legalità, sfruttamento dei minori, società tagged , , , , , , , a 8:59 pm di marisamoles

Non so perché, ma quando mi è venuto in mente di scrivere questo post, ho ripensato allo sceneggiato televisivo (allora le fiction si chiamavano così) del 1971 tratto dal romanzo di Cronin: “E le stelle stanno a guardare”. Allora, bambina, lo seguii con interesse, forse un po’ spaventata dall’ambiente buio e opprimente della miniera in cui la storia per buona parte si svolgeva.
Il racconto è incentrato su più storie che coprono l’arco di una quindicina d’anni: quella di un minatore e suo figlio che cerca di diventare dottore, di un altro minatore che alla fine diviene un uomo d’affari e del figlio del padrone della miniera che entra in conflitto con il padre autoritario. Una storia, tutto sommato, che ha una fine lieta. Considerati i tempi, un messaggio di speranza.

Altrettanto non si può dire di molti bambini e ragazzi che, in tutto il mondo, vivono in modo tutt’altro che spensierato, senza futuro ma anche senza presente: la loro infanzia è rubata, costretti come sono da adulti senza scrupoli o semplicemente dalla povertà a lavorare per sopravvivere e per far guadagnare i loro sfruttatori. Come minatori, in un mondo senza luce, e quando escono dal loro rifugio di dolore, le stelle sono lì a guardare, impotenti come noi.

Quando osserviamo i nostri bambini e i nostri ragazzi, li vediamo felici, sorridenti, intenti a sperimentare la vita preparandosi al domani. Non ci rendiamo conto che la vita è molto più dura per tanti coetanei dei nostri figli. Loro non hanno la play-station, i videogiochi, il computer, lo zaino eastpack, il cellulare d’ultima generazione.
Eppure anche in Italia ci sono bambini costretti a lavorare, a rinunciare alla scuola e agli amici, per aiutare In Italia una parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà; le risorse sociali, sempre più misere, non riescono a supportare le categorie più deboli e così la povertà si estende. I bambini considerati poveri arrivano al 17% della popolazione infantile, per svariati motivi: la disoccupazione o la sottoccupazione dei genitori, l’esistenza di famiglie numerose monoreddito, la presenza di minori in famiglie di immigrati che vivono una vita senza futuro nelle periferie e nei luoghi degradati delle grandi città, minori stranieri non accompagnati che vivono in una famiglia di appoggio di parenti o conoscenti o che non hanno affatto una famiglia … l’elenco potrebbe essere molto più lungo ma è meglio fermarsi.

Eppure oggi, 20 novembre 2008, si celebra l’anniversario della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, siglata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore, a livello internazionale, il 2 settembre 1990, dopo la ratifica di ben 191 Stati. Attualmente gli Stati firmatari sono 193 ma, clamorosamente, manca ancora l’adesione degli USA e della Somalia. Di quest’ultima non ci stupiamo, per quanto riguarda gli States, ricordiamo che non hanno mai firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in quanto in alcuni Stati è ancora in vigore la pena di morte.

Proprio oggi, in Italia, si parla di istituire un garante per la tutela dei minori e, per una volta, pare che ci sia accordo pieno tra maggioranza e opposizione. Certo, c’è un perché: l’Italia è uno dei pochi Stati europei che non ha ancora questa figura auspicata e delineata nelle sue funzioni dalla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, siglata a Strasburgo il 2 gennaio 1996, cui fa seguito la legge 20 marzo 2003, n. 77. La questione sta particolarmente a cuore al vicepresidente del Senato Vannino Chiti che, prendendo la parola alla celebrazione alla Camera della Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e degli adolescenti ha toccato anche l’argomento che, di questi tempi, è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica: i figli degli immigrati.
Nel suo discorso Chiti ha sottolineato che ”l’investimento più giusto e più grande è quello verso i minori che sono in Italia senza essere cittadini italiani: sono i figli di immigrati. Sono qui con un permesso di soggiorno legale. Guai a pensare che questi bambini non abbiano gli stessi diritti degli altri. I diritti fondamentali, sanciti nella nostra Costituzione, sono di tutti i bambini che si trovano nel nostro Paese, senza eccezione alcuna. Comunque siano entrati in Italia, comunque siano entrati in Italia i loro genitori, i loro diritti sono gli stessi dei figli di italiani”.
Certo, questi bambini, almeno sono tutelati da una Legge che non fa distinzioni. Ma se diamo uno sguardo al mondo, vediamo che questi diritti sacrosanti e inalienabili non sono esercitati da tutti, anzi, si parla di nuove condizioni di schiavitù.

La Convenzione 138 dell’OIL (ILO, in italiano; è un’agenzia dell’ONU che si occupa del lavoro), datata 26/06/1973, stabilisce la tutela dei minori dai nuovi tipi di schiavitù. In Italia c’è la Legge 977 del 1967 a salvaguardia del lavoro minorile, in aggiunta all’adesione alle varie convenzioni internazionali e alle direttive europee. Non si può lavorare fino ai 15 anni; ci sono delle deroghe per quanto riguarda l’ambito artistico, dello sport, dello spettacolo, garantendo sempre, però, il diritto allo studio e l’obbligo scolastico. Il minore non può, comunque, lavorare per più di 6 ore al giorno, non può fare straordinari, non può essere impiegato in attività lavorative serali e solo nelle situazioni che rispettano lo sviluppo.

Tuttavia, nel resto del mondo, l’infanzia rubata è un male diffuso e pare inarrestabile. L’OIL afferma che nel mondo ci sono 2 miliardi di bambini (il 75% vive nel Sud del mondo) e di questi almeno 250 milioni (ma è una sottostima perché, essendo una pratica illegale, i dati non sono precisi), tra i 5 e i 15 anni, lavorano. Per fare un confronto, secondo l’ISTAT in Italia lavorano 145.000 bambini, ma il dato è contestato dalla CGL che parla di 300.000 unità.
Il lavoro minorile si risolve in una sorta di schiavitù, perché i bambini vengono sottopagati, costretti a lavorare anche per quattordici ore al giorno, per lo più senza ribellarsi agli aguzzini perché consapevoli che la famiglia ha bisogno anche del loro contributo. Anzi, spesso lavorano i bambini proprio perché i genitori sono disoccupati. Sembra un paradosso, ma in realtà è solo una questione di comodo: i bambini sono più adatti per certi mestieri e vengono pagati meno di un adulto.

I lavori più “gettonati” (ma aggiungerei tristemente) sono: manodopera in varie fabbriche tessili, di articoli sportivi, di fuochi d’artificio, lavori in miniera o nei campi. A queste attività lavorative si aggiunge l’impiego dei minori in attività illegali di puro sfruttamento: prostituzione, pedofilia, arruolamento in qualità di soldati, contrabbando, spaccio di droga. A ciò si aggiunge, come se non bastasse, il rapimento dei bambini o il loro acquisto da famiglie consenzienti (aggiungerei pure incoscienti) per il traffico d’organi.
Un orrore, certo, e non pensiamo che questi bimbi siano i soli sfortunati. Ci sono anche situazioni più disumane. Ad esempio, nel 1997 è stata fatta una retata a La Mecca e sono stati trovati dei bambini, costretti a chiedere l’elemosina, dopo essere stati resi storpi per impietosire di più la gente.
Oppure pensiamo che nelle Filippine ci sono i cosiddetti “bambini dalle porte chiuse”, impiegati nei lavori domestici, senza mai poter uscire. Adesso, forse, capiremo perché i filippini sono dei domestici molto quotati dalle famiglie altolocate.
Ma non basta: in Asia i minori vengono anche venduti a scopo di matrimonio, senza contare il commercio delle adozioni. In Brasile ci sono i bambini di strada (ninos de rua), così come in India, a Calcutta. Dopo la colonizzazione c’è stato un boom demografico, nelle città si sono formate le “baraccopoli” dove i piccoli sono costretti a svolgere lavori umili come la confezione di sacchetti di carta, usando materiali di scarto, e ne devono vendere almeno 50 al giorno per guadagnarsi un pasto.
Nel Golfo Persico i bambini sono usati nelle “gare di cammello”; i migliori fantini sono appunto i piccoli tra gli 8 e i 10 anni, spesso rapiti alle famiglie a questo scopo, alimentando la pratica delle scommesse illegali.
Anche nello sport i minori vengono o sfruttati o non rispettati; ad esempio alle ginnaste russe, negli anni 70, venivano somministrati dei farmaci inibitori della crescita, così mantenevano il corpo da fanciulle, più adatto alla ginnastica. Chi non ricorda la mitica Nadia Comanenci? I miei coetanei di sicuro non l’hanno dimenticata.

Che dire ancora? Forse piuttosto che ricordare questo giorno una volta l’anno, sarebbe buona cosa ricordarsi di quest’infanzia rubata ogni giorno dell’anno. Alle istituzioni un appello: meno buoni propositi per tenersi la coscienza pulita e più determinazione per far sì che i diritti siano davvero uguali per tutti.

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