10 aprile 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “IL GIURAMENTO DI PONTIDA” DI GIOVANNI BERCHET

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, poesia, storia tagged , , , , , , , , , , , a 7:16 pm di marisamoles

Un’altra poesia che caratterizza il Romanticismo italiano, strettamente legato all’età risorgimentale, è Il giuramento di Pontida di Giovanni Berchet. Un’altra celebre lirica, tornata negli ultimi decenni alla ribalta, suo malgrado, come inno della Lega Nord. (per leggere i commenti alle altre poesie del Risorgimento CLICCA QUI)


Giovanni Berchet (Milano 1783 – Torino 1851) fu poeta, critico e traduttore. Nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, pubblicata nel 1816, avviò, assieme a Borsieri e Di Breme, la battaglia romantica, proseguita sul Il Conciliatore, a favore di una poesia accessibile a un pubblico ampio, identificato nella borghesia considerata la classe sociale dotata della cultura sufficiente per apprezzare gli scritti del tempo.
Partecipò attivamente al Risorgimento italiano, aderendo alla Carboneria ma nel 1821, per evitare l’arresto, fu costretto a fuggire, visitando parecchi paesi europei. Ritornò in patria nel 1845 e a Milano nel 1848 fu membro del Governo provvisorio, in seguito all’insurrezione popolare delle 5 giornate. Si stabilì, quindi, a Torino dove morì.

Il giuramento di Pontida fa parte delle Fantasie, una lunga romanza, divisa in cinque parti, di argomento storico-patriottico. L’opera di Berchet rompe con la tradizione creando un modello epico-lirico, dal ritmo concitato e popolare, assai imitato dai poeti civili del Risorgimento. Lo stile mescola il decoro classicistico con modi e lessico attinti dal linguaggio popolare, presentando un ritmo acceso che ben si concilia con il vigoroso entusiasmo civile che caratterizza i versi.

La pagina di storia che Berchet recupera, al fine di proporne l’esemplarità, è medievale: siamo nel XII secolo, all’epoca di Federico Barbarossa. Il giuramento di Pontida rievoca l’alleanza stretta tra i Comuni lombardi contro il Sacro Romano Impero di Federico, sancita il 7 aprile 1167 presso l’abbazia di Pontida, e formata da Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma. Il 1 dicembre 1167 venne allargata tramite l’alleanza con la Lega Veronese ed altri Comuni, che portò nella Lega ben 26 (in seguito 30) città dell’Italia settentrionale, tra cui Crema, Cremona, Mantova, Piacenza, Bergamo, Brescia, Milano, Bologna, Padova, Reggio nell’Emilia, Treviso, Venezia, Vicenza, Verona, Lodi, e Parma e che venne detta Concordia.
La Lega godeva del supporto di Papa Alessandro III, anch’egli desideroso di veder declinare il potere imperiale in Italia. Il papa, infatti, aveva tutte le ragioni di temere Federico in quanto la spedizione che l’imperatore stava preparando era in parte rivolta contro di lui e Alessandro III si aspettava di vedere ben presto l’esercito imperiale comparire sotto le mura di Roma. Era necessario, dunque, fermare l’avanzata germanica. La città di Alessandria, fondata in Piemonte dalla Lega Lombarda, prese il suo nome proprio dal Pontefice e nacque come fortezza antimperiale ai confini del marchesato del Monferrato, alleato del Barbarossa.

Ma perché mai Berchet si sofferma proprio su questo episodio della storia medievale per spronare i suoi contemporanei alla ribellione contro l’oppressione austriaca? Non dobbiamo dimenticare che il Romanticismo aveva recuperato il Medioevo come età storica esemplare. Consideriamo che si era inaugurato il filone storico con il romanzo di Walter Scott Ivanhoe ambientato in Inghilterra intorno al 1194. A favorire la diffusione del romanzo di carattere storico in Italia fu indubbiamente il grande valore dei Promessi sposi, ma soprattutto le caratteristiche della situazione politica italiana che spronava i romanzieri a farsi portavoce delle vicende storiche dell’Italia che si erano susseguite dal Medioevo al Risorgimento, riportando esempi eroici di libertà e di resistenza all’oppressione dello straniero. Se Manzoni scelse per il suo capolavoro un’ambientazione risalente al XVII secolo, per le tragedie preferì, invece, attenersi al modello di Scott: nacquero, così, Il conte di Carmagnola e l’Adelchi, entrambe di ambientazione medievale. Stesse scelte operarono altri scrittori: tra i romanzi storici successivi ebbe, ad esempio, un particolare successo il Marco Visconti (1834) che Tommaso Grossi scrisse sull’esempio manzoniano ma svolgendo ampiamente temi cavallereschi e pittoreschi legati al Medioevo di maniera.

Dal punto di vista metrico, Il giuramento di Pontida è scritto in settenari ed endecasillabi.

L’han giurato gli ho visti in Pontida
convenuti dal monte e dal piano.
L’han giurato e si strinser la mano
cittadini di venti città
Oh spettacol di gioia! I Lombardi
son concordi, serrati a una Lega.
Lo straniero al pennon ch’ella spiega
col suo sangue la tinta darà
.

Fin dall’inizio colpisce la reiterazione di quel L’han giurato che scandisce con forza elementare il racconto epico. La Lega che unisce venti città suscita un’enfasi di giubilo da parte del poeta che vuole trascinare il lettore verso l’epilogo sperato: il pennone, lo stendardo della Lega, presto sarà tinto di rosso con il sangue dello straniero.

Più sul cener dell’arso abituro
la lombarda scorata non siede.
Ella è sorta. Una patria ella chiede
ai fratelli, al marito guerrier.
L’han giurato. Voi donne frugali,
rispettate, contente agli sposi,
voi che i figli non guardan dubbiosi,
voi ne’ forti spiraste il voler
.

Nei primi due versi c’è il palese riferimento alle punizioni che Barbarossa infliggeva ai Comuni ribelli: Milano, ad esempio, fu bruciata nel 1162. Ma ormai la popolazione è insorta e, attraverso l’unione, rivendica il diritto ad una Patria. E questa risolutezza deriva ai mariti e ai fratelli guerrieri dalle donne: modeste, onorate, fedeli agli sposi, guida sicura per i figli fiduciosi e ispiratrici dell’amor patrio agli uomini forti, pronti a combattere per la libertà dal giogo straniero. In questi versi prende forma il modello ideale della donna ottocentesca: sorella, sposa, madre di eroi, ispiratrice dei grandi ideali di Dio, Patria e famiglia.

Perché ignoti che qui non han padri
qui staran come in proprio retaggio?
Una terra, un costume, un linguaggio
Dio lor anco non diede a fruir?
La sua patria a ciascun fu divisa.
È tal dono che basta per lui.
Maledetto chi usurpa l’altrui,
chi il suo dono si lascia rapir
!

Il poeta si chiede perché degli uomini ignoti, stranieri, che non possono vantare né discendenza né eredità, debbano appropriarsi di una terra non loro. Secondo il dottrinarismo liberale ottocentesco, la Nazione si distingue per aver avuto in dono, direttamente per volontà divina, la terra, i costumi e la lingua. Chi usurpa ciò che non gli appartiene non ha, tuttavia, meno colpe di chi permette che altri si approprino del dono che hanno ricevuto. Questa “maledizione” ha lo scopo di smuovere le coscienze e far sì che gli Italiani possano combattere uniti contro lo straniero per recuperare ciò che in modo illegittimo gli è stato sottratto.

Su, Lombardi! Ogni vostro Comune
ha una torre, ogni torre una squilla:
suoni a stormo. Chi ha un feudo una villa
co’ suoi venga al Comun ch’ei giurò
Ora il dado è gettato. Se alcuno
di dubbiezze ancora parla prudente,
se in suo cor la vittoria non sente,
in suo cuore a tradirvi pensò
.

Ecco che il richiamo si fa esplicito: Su, Lombardi è giunto il momento di reagire. In ogni Comune la campana faccia sentire i suoi rintocchi e tutti gli abitanti dei feudi si rechino nel Comune cui hanno giurato fedeltà. Ora il dado è gettato, chiara eco di quel Alea iacta est di cesariana memoria; non si può tornare indietro né si possono nutrire dubbi. L’accenno a qualche possibile ripensamento esprime efficacemente il clima di sospetto e di timore che caratterizzava gli ambienti del patriottismo clandestino dell’epoca. Il tradimento era sempre possibile ma era nello stesso tempo un rischio che bisognava correre.

Federigo? Egli è un uom come voi.
Come il vostro è di ferro il suo brando.
Questi scesi con esso predando,
come voi veston carne mortal.
– Ma son mille più mila – Che monta?
Forse madri qui tante non sono?
Forse il braccio onde ai figli fer dono,
quanto il braccio di questi non val
?

L’imperatore, nominato in questo passo per la prima volta, è un uomo come tanti altri, nel pugno stringe una spada di ferro esattamente come i Lombardi pronti a fronteggiarlo e i suoi soldati sono fatti di carne ed ossa proprio come qualsiasi mortale. Il numero dei nemici non deve spaventare perché anche le madri lombarde hanno tanti figli e hanno trasmesso, nel partorirli, la forza di cui sono dotate al pari delle madri tedesche. In questo passo è evidente che Berchet usi argomenti incoraggianti per spronare un popolo indebolito dalla servitù e dalla scarsa fiducia in se stesso.

Su! Nell’irto increscioso Alemanno,
su, lombardi, puntate la spada:
fare vostra la vostra contrada
questa bella che il ciel vi sortì.
Vaghe figlie del fervido amore,
chi nell’ora dei rischi è codardo,
più da voi non isperi uno sguardo,
senza nozze consumi i suoi dì
.

Anche in quest’altra ottava il poeta cerca di infondere coraggio negli uomini affinché essi, puntando la spada nell’ispido e selvaggio (aggettivi che denotano perlopiù il carattere morale del popolo tedesco, aspro e ostile) petto dei tedeschi, si riprendano quella terra che Dio ha concesso loro, altrimenti non sperino nemmeno di poter conquistare il cuore delle donne. Esse, infatti, devono premiare la virtù e castigare la viltà dei loro uomini.

Presto, all’armi! Chi ha un ferro l’affili;
chi un sopruso patì sel ricordi.
Via da noi questo branco d’ingordi!
Giù l’orgoglio del fulvo lor sir
Libertà non fallisce ai volenti,
ma il sentier de’ perigli ell’addita;
ma promessa a chi ponvi la vita
non è premio d’inerte desir
.

In quest’altra strofa si ribadisce lo stesso concetto: le armi devono essere affilate, pronte a fronteggiare l’invasore che, senza freno, ha tolto al popolo ciò che era loro. Per incitare con più forza i suoi concittadini, Berchet, attraverso l’esempio del Lombardi alleati, li invita a ricordare dei soprusi subiti. La libertà non viene meno a chi la desidera; tuttavia essa addita un percorso pieno di pericoli, concedendosi solo a chi è disposto a morire per lei perché non può essere offerta in premio per gli ignavi e i velleitari.

Gusti anch’ei la sventura, e sospiri
l’Alemanno i paterni suoi fochi;
ma sia invan che il ritorno egli invochi,
ma qui sconti dolor per dolor.
Questa terra ch’ei calca insolente,
questa terra ei morda caduto;
a lei volga l’estremo saluto,
e sia il lagno dell’uomo che muor
.

Nell’epilogo della poesia, l’autore trascina il lettore nell’immaginazione della vittoria sullo straniero: il tedesco sofferente sospiri pensando al suo focolare domestico ma invochi il ritorno invano perché deve provare lo stesso dolore che ha cagionato alle popolazioni sottomesse. L’insolenza con cui ha calpestato un suolo non suo possa farlo cadere definitivamente e, morente, rivolga l’ultimo saluto e l’estremo sospiro alla Patria perduta.
In questi ultimi versi Berchet sfiora, nell’incitazione alla lotta, un inconscio sentimento di crudeltà che si discosta dalla visione tipicamente romantica rivolta al culto della Fede. Non c’è, come in Manzoni, quel provvidenzialismo che, attraverso la sofferenza, porta alla soddisfazione finale del desiderio. Il nemico, prima visto in tutta la sua umanità (vedi seconda strofa), qui assume quasi la connotazione della vittima, ma egli è soprattutto vittima di quella violenza che lui stesso ha generato.

Annunci

28 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “LE ULTIME ORE DI VENEZIA” DI ARNALDO FUSINATO

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , , , , , , , a 4:37 pm di marisamoles

Un altro poeta romantico (ho già parlato di Giuseppe Giusti QUI e di Luigi Mercantini QUI) che legò la sua produzione poetica allo spirito patriottico fu Arnaldo Fusinato, autore di numerose liriche anche se la più nota è, senz’ombra di dubbio, Le ultime ore di Venezia, ricordata anche con il titolo di Bandiera bianca, dall’ultimo verso che chiude ben quattro delle undici ottave di cui si compone la lirica. Gli ultimi due versi di quello che appare quasi un appassionato ritornello, Sul ponte sventola / bandiera bianca, furono resi popolari dal cantautore Franco Battiato che li riprese nella nota canzone del 1981.


Arnaldo Fusinato nacque a Schio, in provincia di Vicenza, nel 1817. Fin dai tempi dell’università (studiò a Padova), iniziò a comporre le sue liriche, caratterizzate dalla vena satirica, in cui manifestava spesso quel “male di vivere” sotto la dominazione austriaca comune a molti patrioti del tempo.
La lotta contro l’usurpazione austro-ungarica nel Lombardo-Veneto vide il giovane poeta, allora trentenne, imbracciare le armi a difesa prima della sua città, che fu assediata e dovette arrendersi, poi di Venezia alla cui eroica resistenza dedicò i versi della poesia menzionata. In seguito alla sconfitta della città lagunare, Fusinato condivise con molti altri eroi del Risorgimento l’amara esperienza dell’esilio. Morì a Verona nel 1888 e fu sepolto nel cimitero del Verano a Roma.

Nella poesia Le ultime ore di Venezia l’autore descrive, coniugando patriottismo e sentimentalismo (a tratti par di leggere tra i versi un amore disperato nei confronti di una donna), l’estrema agonia di una città che solo ridotta allo stremo è costretta ad arrendersi (la bandiera bianca, infatti, è convenzionalmente simbolo della resa) al nemico, dopo una strenua difesa operata dall’eroico Daniele Manin che per breve tempo fu a capo della “Repubblica di San Marco”. Costui, dopo aver guidato per oltre un anno, dal 1848 al 1849, la straordinaria resistenza di Venezia assediata dagli Austriaci, fu esiliato a Parigi, dove continuò fino alla morte, sopraggiunta nel 1857, a lavorare per l’unità d’Italia.
La “schiavitù” di Venezia non era recente. Nel 1797 Napoleone aveva decretato la fine della gloriosa Repubblica della Serenissima e con il Trattato di Campoformio (17 ottobre) aveva tradito le aspettative di molti che ritenevano concreto il pericolo di passare sotto la dominazione asburgica (uno tra tutti, Ugo Foscolo che, sentendosi tradito dall’imperatore francese, preferì l’esilio volontario e la morte in miseria, al giogo straniero), cedendo definitivamente Venezia all’Austria. Ma i veneziani non si arresero mai alla dominazione austriaca e quasi miracolosamente, dopo diciotto mesi di lotta, il 22 marzo 1848 riuscirono a riacquistare la libertà, dopo più di cinquant’anni di oppressione, prima francese e poi austriaca. Liberato Manin dal carcere (era stato imprigionato perché ritenuto pericoloso per la stabilità del dominio austriaco, vista la sua propensione per gli atti di ribellione), “per unanime volontà del popolo”, e portato quasi in trionfo in piazza san Marco, fu nominato presidente della neonata “Repubblica Veneta di San Marco”.
Come già detto, la resistenza contro gli Austriaci fu feroce e determinata ma i veneziani furono lasciati soli a combattere contro l’oppressore. Il Piemonte, Stato guida nei moti insurrezionali, non si curò della città lagunare e Cavour definì l’indipendenza veneta di Manin “una corbelleria”. Ma la resistenza contro l’esercito del generale Radetzky, pur indefessa e valorosa, non fu sufficiente per difendere la libertà: ai mali della guerra, si aggiunsero la fame, dovuta all’impossibilità del vettovagliamento, e il caldo afoso di luglio che causò un’epidemia di colera. A questa tragedia si riferisce Fusinato quando canta il morbo infuria, il pan ci manca, una tragedia che ha le ore contate: Manin, vincendo la resistenza del popolo che avrebbe voluto, nonostante tutto, continuare a lottare per l’indipendenza, il 27 agosto 1849 consegnò agli Austriaci una città silenziosa, ammutolita dal dolore, dagli stenti, dalla morte. Una popolazione decimata non solo dalle armi ma anche e soprattutto dalla fame e dal morbo insensibile all’eroismo dei veneziani.
Il 30 agosto Radetzky entrò in città e fece celebrare dal Patriarca una messa solenne per ringraziare Dio di aver restituito Venezia, sebbene semidistrutta, al legittimo sovrano. (mi sono limitata ad una sintesi della vicenda; trovate la cronaca dettagliata consultando la FONTE cui ho attinto).

Ecco, dunque, come il poeta patriota Arnaldo Fusinato, descrive la fine della città.

È fosco l’aere,
il cielo è muto,
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia
!

La lirica, dal punto di vista metrico, è costituita da ottave di quinari, per lo più a rima ABCBDEFD, dove A, C,E sono sdruccioli.
Fin dall’incipit si nota come la natura accompagni con la sua fosca tristezza lo sgomento del poeta, ma anche quello di tutti i veneziani, per la prossima caduta della città: l’aere è fosco, il cielo è ammutolito, quasi impotente di fronte all’imminente disgrazia che grava sull’eroica città. Dal balcone Fusinato, malinconico e solo, non può far altro che osservare, sconsolato e con le lacrime agli occhi, la “sua città”, una città che non è propriamente sua, essendo egli nato a Vicenza, ma sente come sua patria.

Fra i rotti nugoli
dell’occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l’aria bruna
l’ultimo gemito
della laguna
.

Il sole scompare al tramonto (occidente) tra le nuvole che spezza con il suo raggio cui si accompagna l’estremo gemito della città sconfitta, un sibilo portato dal vento attraverso l’aria scura, quasi a voler sottolineare la tristezza di cui è pervaso il paesaggio, partecipe inerte della tragedia del popolo veneziano. Da sottolineare l’accostamento di un elemento visivo (il raggio del sole) e uno uditivo (il gemito) in cui si esprime tutta la sofferenza del poeta.

Passa una gondola
della città:
– Ehi, della gondola,
qual novità?
– Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca
!

Ecco che il paesaggio cupo è animato da una gondola in transito. Il poeta s’informa sullo stato della povera Venezia, ma la malattia e la carestia hanno già messo in ginocchio l’eroica popolazione. Non resta altro da fare che collocare sul ponte la bandiera bianca, segnale della resa.

No no, non splendere
su tanti guai,
sole d’Italia,
non splender mai;
e sulla veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna
.

Anche in questa strofa il poeta invoca la natura, chiedendo al sole dell’Italia (la laguna non può più condividere la sorte della Nazione) di non illuminare la sofferenza, il dolore senza fine di una città costretta dalla sorte a cadere nuovamente in mani nemiche.

Venezia! l’ultima
ora é venuta;
illustre martire
tu sei perduta…
Il morbo infuria,
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ormai il destino si è compiuto: Venezia acquista, nei versi di Fusinato, una fisionomia quasi umana, quella del martire che sacrifica se stesso per la fede in cui crede. L’unica fede per la città ormai perduta è la libertà.

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame…
Viva Venezia!
muore di fame
.

L’unica consolazione che rimane alla città lagunare è quella di non morire colpita dai proiettili che paiono vomitare fuoco e che piombano fischiando su di lei come fulmini. È la fame che uccide Venezia, una fame dovuta all’assedio nemico che impedisce il rifornimento di viveri. Per cantare la fine dell’amata Patria il poeta riprende l’immagine classica della Parca che, decretando la morte di qualcuno, tronca lo stame della vita.

Sulle tue pagine
scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame
!

In questa strofa ritroviamo l’invito alla Storia a scrivere, usando lettere indelebili, la gloria di Venezia e le colpe malvage dei suoi nemici. La Storia, dunque, deve perpetuare l’eroismo della popolazione facendo ricadere sui nemici vigliacchi la malvagità di chi, non potendo ottenere lo scopo con le armi, cerca di arrivarci con un mezzo molto meno nobile: la fame. Ma l’infamia rimarrà marchio eterno sugli avversari così come la gloria stessa della città.

Viva Venezia!
L’ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan le manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ecco che in quel “Viva Venezia” dell’incipit il poeta esprime tutta la stima che dev’essere tributata ad una città che ha saputo reagire all’impeto iroso degli Austriaci trovando il coraggio e la determinazione nel ricordo della sua gloria passata, emulando il valore degli antenati che hanno difeso più volte la città. Un esempio di virtù che, tuttavia, non servirà più.

Ed ora infrangasi
qui sulla pietra,
finché è ancor libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto
!

A questo punto Fusinato dedica alla sua patria l’ultimo canto, prima che la cetra (evidente simbolo della poesia) s’infranga sulla pietra. È chiaro il senso di queste parole: d’ora in poi il poeta tacerà, non scriverà più dal momento che il suo canto non sarà più libero. E insieme alle ultime parole dedicate alla città stremata, invia anche l’ultimo bacio, a dimostrazione dell’affetto che prova, e l’ultimo pianto, espressione di un dolore ormai inconsolabile.

Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero,
vivrai nel tempio
qui del mio cuore
come l’immagine
del primo amore
.

L’aggettivo ramingo, ad inizio verso, rende il lettore partecipe del destino del poeta: l’esilio. Ma anche lontano dalla sua patria, calpestando il suolo di una terra straniera, la città lagunare sarà sempre la Patria e continuerà a vivere nella memoria e nel cuore. L’immagine del tempio dà sacralità al concetto stesso di Patria mentre il riferimento al primo amore pervade questi versi di un sentimentalismo sincero e nello stesso tempo maturo: il primo amore non si scorda mai, recita il detto. E Fusinato lo sa.

Ma il vento sibila,
ma l’onda è scura,
ma tutta in tenebre
é la natura:
le corde stridono,
la voce manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ed eccoci alla strofa finale, un commiato triste e rassegnato. Il sibilo del vento e l’onda scura ripresentano l’immagine di una natura desolata di fronte alla tragedia umana. Le tenebre che avvolgono la natura rappresentano il lutto di un popolo che, guardando la bandiera bianca sventolare sul ponte, non può che ammettere la sua sconfitta. Anche le corde della cetra stridono, si rifiutano di cantare oltre così come al poeta manca la voce. Non c’è più nulla da dire.

24 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “LA SPIGOLATRICE DI SAPRI” DI LUIGI MERCANTINI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , , , , a 6:05 pm di marisamoles

Proseguendo il viaggio attraverso le liriche che hanno contribuito ad accendere gli animi degli uomini del Risorgimento (QUI trovate Sant’Ambrogio di Giuseppe Giusti), oggi mi voglio soffermare su una poesia che una volta si studiava a memoria, a partire dalle scuole elementari: La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini. Un poeta, quest’ultimo, considerato minore e attualmente pressocché sconosciuto agli studenti italiani, le cui liriche, però, ebbero in passato una vastissima risonanza, specie la già citata Spigolatrice e l’Inno di Garibaldi.

Luigi Mercantini nacque a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, nel 1821, trasferendosi poi a Fossombrone, dove compì i suoi studi e ottenne l’incarico di bibliotecario, quindi ad Acervia, dove insegnò retorica. Nel 1849 partecipò alla difesa di Ancona che, avendo aderito alla Repubblica Romana, era assediata dagli Austriaci. Dopo la presa della città andò in esilio nelle isole ioniche di Corfù e Zante, dove conobbe altri noti esuli come Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e Gabriele Pepe.
Rientrato in Italia nel 1852, si stabilì a Torino entrando in contatto con gli ambienti patriottici piemontesi. Nel 1854 divenne docente di letteratura italiana nel Collegio femminile delle Peschiere. Nel 1858 conobbe Giuseppe Garibaldi che lo invitò a comporre un inno: nacque così la Canzone Italiana, musicata da Alessio Olivieri, assai più nota come Inno di Garibaldi (Si scopron le tombe, si levano i morti è il suo incipit). Altro inno patriottico scritto da Mercantini è Patrioti all’Alpe andiamo, musicato da Giovanni Zampettini.
Dopo altre esperienze sia giornalistiche sia didattiche, nel 1865 venne nominato docente di Letteratura italiana presso l’Università di Palermo. Qui fondò il giornale La Luce senza tralasciare l’attività poetica. Nel capoluogo siciliano morì il 17 novembre 1872.(Per ulteriori informazioni biografiche CLICCA QUI)

La poesia La spigolatrice di Sapri (costituita da strofe di endecasillabi a rima baciata) fu composta nel 1857 per rievocare l’eroica ma sfortunata spedizione compiuta da Carlo Pisacane, seguace di Mazzini, che tentò di liberare il Regno delle Due Sicilie dalla dominazione borbonica. Pisacane, con pochi uomini, tentò di sollevare le plebi meridionali, sperando di innescare una vera e propria insurrezione popolare. Ma la sua spedizione non ebbe il successo sperato: nello scontro con l’esercito borbonico a Sapri, nel Cilento, il 2 luglio 1857, Pisacane e ventisei dei suoi caddero sul campo.
Nel rievocare quest’evento legato al Risorgimento italiano, Mercantini lo enfatizza conferendogli un’aura leggendaria, che poi conservò nell’immaginario popolare, tanto da essere una delle liriche più conosciute dedicate a questo periodo storico. La poesia facilmente conquista il lettore, per il suo andamento ritmico e quel ritornello che, di tutta la lirica, è la parte meglio conosciuta (Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!) e tramandata. Sembra quasi una chanson de geste, con la sua musicalità semplice e nello stesso tempo appassionata, quasi un momento epico attenuato soltanto dalla evidente ingenuità.
La particolarità della poesia è il punto di vista: Mercantini adotta quello di una lavoratrice dei campi, intenta alla spigolatura e presente allo sbarco, che incontra Pisacane e ne rimane conquistata. La giovane parteggia per i trecento ma assiste impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.

Fin dall’inizio ci si può render conto dell’enfasi con cui il poeta ricorda questo evento: i compagni di Pisacane, infatti, furono assai meno dei trecento rievocati nel primo verso. Solo ventisette, come si è detto, furono le vittime. Probabilmente il numero assume una connotazione leggendaria e simbolica: sembra quasi rievocare i trecento spartani morti alle Termopili, storica battaglia fra Greci e Persiani che spesso acquista un valore esemplare negli scritti del Risorgimento (ad esempio, nella canzone All’Italia di Giacomo Leopardi).
Quello che colpisce al primo impatto con questa lirica è l’uso delle reiterazioni (eraneran; una barcaera una barca; ritornataritornata) che producono, con la consapevolezza d’arte, gli effetti tipici della narrazione epico-cavalleresca. Nel terzo verso il riferimento al tricolore contribuisce a dare il doveroso tono patriottico alla poesia, con l’accenno storico seguente ad uno sbarco di Pisacane all’isola di Ponza in cui, effettivamente, il capo-spedizione si fermò per liberare i detenuti e “arruolarli” nel suo piccolo ma valoroso esercito.
Nell’ultimo verso di questa prima strofa quel a noi non fecer guerra chiarisce l’intento di Pisacane che stava tentando di liberare il popolo dall’oppressione borbonica.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Dopo la reiterazione del verso iniziale, che si ripete, a mo’ di ritornello, nell’incipit di ogni strofa, si può notare la ripresa dell’ultimo verso della precedente che contribuisce ad offrire alla poesia quella musicalità di cui si è già detto. Segue poi il gesto degli uomini che scendono dalla barca e baciano la terra con quella lacrima e quel sorriso che esprimono e visualizzano in modo elementare il sentimento di commozione che anima i trecento. A questi eroi viene, tuttavia, rivolta la consueta accusa con cui i governi reazionari tentavano di screditare, isolandole, le avanguardie rivoluzionarie dei movimenti popolari. La spigolatrice, però, vede con i suoi occhi l’onestà di questa gente che non porta via nemmeno un pane e che, anzi, si dichiara pronta a morire per liberare quelle terre.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: – dove vai, bel capitano? –
Guardommi e mi rispose: – O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. –
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: – V’aiuti ‘l Signore!

Ed ecco che agli occhi della giovane spigolatrice scompaiono gli altri duecentonovantanove. Solo uno di quegli eroi giovani e forti cattura la sua attenzione: biondo, con gli occhi azzurri, cammina davanti agli altri, assumendo l’aspetto e il portamento del loro capitano. La giovane, fattasi coraggio, prende fra le sue le mani di quel giovane da cui viene a sapere che la missione che comanda è volta alla libertà della patria per la quale lui e i suoi compagni sono pronti a morire. Le parole del capitano provocano un tremito nella giovane che non riesce nemmeno, per l’emozione, a rivolgere loro una preghiera, l’invocazione dell’aiuto divino.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille
.

Il fervore con cui i trecento si avviano a combattere per la patria è talmente forte e autentico da indurre la spigolatrice a seguirli, abbandonando, per quel giorno, la consueta attività. Ma la fortuna sembra non assistere il drappello di soldati improvvisati: i gendarmi li respingono per due volte e, giunti alla Certosa, con squilli di trombe, rulli di tamburi, in un’atmosfera che si accende dei lampi prodotti dalle armi e dal fumo causato dagli spari, i giovani valorosi vengono travolti da un numero ben più consistente di soldati borbonici. Qui si nota l’iperbole in quel mille che sembra presagire uno sbarco ben più fortunato, e tutta questa parte assume la connotazione del racconto popolare, il racconto di una testimone oculare che con semplicità e con immagini vivide descrive in breve l’assalto agli uomini del suo eroe.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fin che pugnar vid’io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

L’eroismo di questi patrioti si concretizza in quel non voller fuggire, in quel vollero morire, ripetuto nel verso successivo con l’elisione del verbo, in quel sangue che correa, tingendo tutto il piano, in quel pugnar col ferro in mano che denota il coraggio ma nello stesso tempo l’inutilità del sacrificio umano. La spigolatrice prega per il giovane biondo dagli occhi color del cielo e per i suoi compagni di sventura: anche le sue orazioni, però, sono inutili. Quando si rende conto che quegli occhi azzuri e quei capelli d’oro sono scomparsi alla sua vista, si sente mancare e non ha più il coraggio di guardare. Di fronte ai suoi occhi non c’è più l’mmagine di un amore inutilmente vagheggiato, c’è il quadro, desolato ed inquietante, di una carneficina: Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Scelti per voi

Selezione di post che hanno attirato la mia attenzione scelti per voi dalla blogsfera

wwayne

Just another WordPress.com site

Diario di Madre

Con note a margine di Figlia

Scrutatrice di Universi

Happiness is real only when shared.

Like @ Rolling Stone

Immagini, parole e pietre lanciate da Mauro Presini

Dottor Lupo Psicologo-Psicoterapeuta. Battipaglia (SA)

Psicologo Clinico, Terapeuta EMDR di livello II, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Terapia Metacognitiva Interpersonale.

Scaffali da leggere

Consigli di letture, recensioni e frasi tratte dai libri.

Willyco

in alto, senza parere

Macaronea

Considerazioni sparse di una prof di lettere.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti, di ritrattazioni, di sciocchezze e sciocchezzai, di scuola e scuole, di temi originali e copiati, di nonni geniali e zie ancora giovani (e vogliose), di bandiere al vento e mutande stese, di cani morti e gatti affamati (e assetati)

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, ATTUALITA' EDITORIALE, DIDATTICA E STRUMENTI PER LA SCRITTURA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

i media-mondo: la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Le Ricette di Cle

Ricette collaudate per ogni occasione

Messaggi in Bottiglia

Il diario di Cle

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

espress451

"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: