29 maggio 2014

L’AMICIZIA

Posted in amicizia, poesia tagged , , , , , , a 6:14 pm di marisamoles

holly_sistersTempo fa avevo dedicato questa splendida poesia di Jorge Luis Borges a un’amica speciale che ora è un po’ giù. Si tratta, quindi, di una nuova dedica, per ricordarle che io ci sono e ci sarò sempre. In particolare vorrei tenesse a mente questo passo: non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore, però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.

Coraggio, amica mia. Questo brutto momento passerà e tutto si rimetterà a posto.

L’AMICIZIA

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita.

Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori, però posso ascoltarli e dividerli con te. Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro.

Però quando serve starò vicino a te.

Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.

La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei.

Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.

Non giudico le decisioni che prendi nella vita.

Mi limito ad appoggiarti a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.

Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,

Però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.

Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,

Però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.

Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere.

Solamente posso volerti come sei ed essere tua amica.

In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico in quel momento sei apparsa tu

Non sei né sopra né sotto né in mezzo non sei né in testa né alla fine della lista. Non sei né il numero 1 né il numero finale e tanto meno ho la pretesa di essere il 1° il 2° o il 3° della tua lista.

Basta che mi vuoi come amica.

NON SONO GRAN COSA, PERO’ SONO TUTTO QUELLO CHE POSSO ESSERE.

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5 maggio 2014

LE PERLE SMARRITE: “POVERI VERSI MIEI GETTATI AL VENTO” di OLINDO GUERRINI

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libri 3
Grazie al lettore Dino Castellani che ha pazientemente raccolto in un libretto alcune poesie scelte dal vasto repertorio che la Letteratura Italiana di tutti i tempi offre, inizio, con la speranza di portare avanti questo progetto, il commento di testi perlopiù dimenticati o di cui nessuno, o quasi, conosce l’esistenza.

Perle smarrite, le chiama Castellani. Nella prefazione spiega:

[…] sono solo poesie più o meno note di autori vari più o meno conosciuti e poesie poco note di autori molto conosciuti ma dimenticate o relegate in disparte senza un motivo ben chiaro.
Sono in genere poesie burlesche, ma anche serie e tristi (poche), amorose, patriottiche, crudeli, ciniche, forti, delicate o estremamente umane: sono un insieme molto, molto diverso ma con un comun denominatore: sono poco conosciute.

olindo guerriniL’autore che ho scelto per iniziare quella che spero diverrà una serie di commenti, è Olindo Guerrini (Forlì, 4 ottobre 1845 – Bologna, 21 ottobre 1916, noto anche con vari pseudonimi), poeta amico e ammiratore di Carducci ma seguace del Verismo inteso come rifiuto di idealizzazione della realtà e rappresentazione dei suoi aspetti più bassi e sgradevoli (in questo, dunque, si differenzia dall’accezione di verismo che è in Verga e Capuana). [vedi Wikipedia per altre informazioni; QUI si può leggere l’intera raccolta delle sue poesie, pubblicate con lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti]

Tra le poesie di Guerrini selezionate da Dino Castellani, mi ha colpito in particolare “Poveri versi miei gettati al vento“, in cui tratta quella che viene definita la metapoesia, ovvero la poesia nella poesia.

Poveri versi miei gettati al vento…

Poveri versi miei gettati al vento,
della mia gioventù memorie liete,
rime d’ira, di gioia e di lamento,
povere rime mie, che diverrete?

Ahi fuggite, fuggite il mondo intento
a flagellar chi non l’amò; premete
l’inculto sì ma non bugiardo accento,
conscie dell’amor mio, rime discrete.

E se la donna mia ritroverete
per cui le angoscie della morte io sento,
voi che il segreto del mio cor sapete,

voi testimoni del perir mio lento,
quanto, quanto l’amai voi le direte,
poveri versi miei gettati al vento
!

da Postuma, 1877.

NOTA METRICA: il testo è il classico sonetto costituito da due quartine e due terzine di endecasillabi a rima alternata.

Non è inusuale, per i poeti di tutti i tempi, affidare ai propri versi il compito di dichiarare l’amore alla propria donna. Qui Guerrini affida al vento le proprie rime, espressione di stati d’animo diversi – ira, gioia e dolore – nonché testimonianze del periodo lieto della gioventù, con la speranza che raggiungano l’amata.

Nel tentativo di preservare i suoi versi dal mondo che ha saputo soltanto portare dolore a chi non è stato capace di amarlo, nella seconda quartina il poeta chiede loro di fuggire con quel bagaglio di esperienze che egli non ha voluto o saputo nascondere, preferendo l’incolta sincerità alle bugie.

Nelle terzine si fa esplicito l’invito alle rime di cercare la donna che egli amò, una donna che è stata causa della sua sofferenza tanto da fargli sentire vicina la morte. E’ giunto il momento di lasciare da parte la finzione e permettere alle rime, testimoni dell’agonia del poeta, di rendere partecipe la donna di questo suo grande amore.

barra separazione rosa

cavalcanti donnaAffidare ai versi i propri tormenti d’amore, come ho già detto, non costituiva né costituisce un fatto eccezionale. Un poeta stilnovista, Guido Cavalcanti (vissuto a Firenze tra il 1258 e il 1300), scrisse una ballata con lo stesso intento che anima Guerrini:

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritt’ a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura; […]

Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore».
(QUI trovate il testo completo)

Non è affatto inusuale, inoltre, che anche i cantanti s’ispirino ai vecchi e amati (almeno così spero) poeti. In tempi molto più recenti un cantautore che fu anche un vero poeta, il compianto Lucio Dalla, scrisse e cantò un pezzo chiamato semplicemente Canzone, in cui affidò proprio alle note della sua “creatura” il compito di gridare l’amore per la sua donna:

Canzone cercala se puoi
dille che non mi lasci mai
va’ per le strade e tra la gente
diglielo dolcemente
[…]

Canzone trovala se puoi
dille che l’amo e se lo vuoi
va’ per le strade e tra la gente
diglielo veramente
non può restare indifferente
e se rimane indifferente
non è lei
(QUI potete trovare l’intero testo)

[immagine donna da questo sito]

19 aprile 2014

SON TORNATE LE RONDINI. BUONA PASQUA A TUTTI

Posted in auguri, Buona Pasqua, poesia tagged , , , , , , a 4:08 pm di marisamoles

rondini a primavera

LA BUONA NOTTE DELLE RONDINI
di Angiolo Silvio Novaro (1866-1938)

Quando muore il dì perduto
dietro qualche oscura vetta,
quando il buio occupa muto
ogni vuota erbosa via,
una strana frenesia
tra le rondini scoppietta.

Come bimbi sopra l’aia
giocan elle con giulive
grida intorno alla grondaia,
e poi su nel cielo rosa
vanno vanno senza posa
dove Iddio soletto vive.

Gaie arrivano in presenza
del buon Dio che tutte accoglie;
una bella riverenza
fa ciascuna, e poi dice:
– Sia la notte tua felice! –

Scioglie il volo, e giù si china
con un poco di tremore
per la lieve aria turchina;
e ritrova le sue orme,
trova il nido, e ci si addorme
col capino sopra il cuore.

(Da “Il Cestello”, Treves, Milano 1910)

Questa mattina son tornate le rondini (almeno qui). In questo sabato silenzioso, senza il consueto scampanio a scandire le ore, ho sentito nitidamente il loro gioioso garrire, mi è parso un saluto e un augurio speciale in questo Sabato Santo.

La giornata è un po’ cupa, la neve sulle cime dei monti testimonia una primavera tardiva. E’ vero, una rondine non fa primavera ma rende la Pasqua più bella.

TANTI CARI AUGURI DI UNA SERENA E GIOIOSA PASQUA A TUTTI I LETTORI!

buona pasqua

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine “Buona Pasqua” da questo sito]

16 marzo 2014

MONTALE, LE CINQUE TERRE E LE CINQUE STELLE

Posted in attualità, Letteratura Italiana, poesia, politica, scrittori, web tagged , , , , , , , , , , , a 5:59 pm di marisamoles

luperiniHo una grande stima per Romano Luperini, ne ho adottato spesso i manuali di letteratura italiana. Non ho una conoscenza approfondita del poeta Eugenio Montale ma ho letto e spiegato più volte la poesia “A mia madre”. Ora, visto che questo non è il blog laprofonline, qualcuno si starà chiedendo come mai affronto un argomento “didattico” qui. Succede perché ho letto un interessante articolo di Luperini, per laletteraturaenoi.it, in cui racconta del “simpatico siparietto” che ha avuto luogo, grazie ad un giovane docente pentastellato, in occasione di un intervento dello studioso a Siracusa sul tema: “Il modernismo nella poesia italiana del primo Novecento”.
Incredibilmente si è passati, in me che non si dica, dalle Cinque Terre, amate dal poeta Montale, alle 5 Stelle del comico Grillo. Sempre in Liguria restiamo.

In sintesi è successo questo: mentre Luperini spiega la poesia di Montale, facendo un paragone con quella di Ungaretti dedicata alla madre, un docente lo interrompe facendogli notare un errore d’interpretazione, a suo dire. Ne nasce una diatriba in cui il letterato cerca di far capire, purtroppo con sforzi inutili, all’insegnante che è lui ad aver preso un abbaglio (vi risparmio gli aspetti “tecnici” della faccenda, rinviando gli interessati alla lettura dell’articolo linkato). Niente da fare, lui insiste, anzi, come scrive Luperini, grida che l’ho deluso, e continua a lungo a protestare. Di fatto ottiene di porre fine alla lezione che termina così nella confusione e nella agitazione.

Cose che possono succedere, direte voi. Certamente ma è anche vero che di fronte ad uno dei maggiori esperti contemporanei, se non proprio il maggiore, di letteratura italiana bisognerebbe essere un po’ più umili e tentare, se possibile, di non fare delle piazzate inutili rovinando una lezione che avrebbe potuto essere bella e interessante fino alla fine.

La cosa più sorprendente è la conclusione dell’articolo. Scrive Luperini:

Mi dicono poi che quell’insegnante è un esponente del Movimento Cinque Stelle. Ora so bene che gli ignoranti si trovano in ogni partito. Piuttosto questa arroganza, questa convinzione incrollabile di essere dalla parte del giusto anche contro ogni evidenza contraria, questa petulanza, questa assoluta mancanza di umiltà, e soprattutto questo narcisismo incontrollabile e questa divorante e micidiale volontà di protagonismo mi sembrano caratteristiche non solo o non tanto di un movimento politico, anche se tali tratti abbondano nel Movimento Cinque Stelle, quanto del periodo storico in cui viviamo, dominato, direbbe Recalcati, dal narcinismo (narcisismo+cinismo) e dalla presunzione di onniscienza e di onnipotenza che nasce dall’accesso all’informazione di Internet.

Fa bene Luperini a sottolineare che non è, almeno non solo, una questione di partito. Però è anche vero che la “scuola” è quella, basta ascoltare e leggere Beppe Grillo. Che poi a ciò si aggiunga anche quella presunzione di onniscienza e di onnipotenza che nasce dall’accesso all’informazione di Internet è un dato inconfutabile che si tratti di una caratteristica del nostro tempo.

Inoltre bisogna riflettere anche sul concetto di democrazia, sempre più minata dalla posizione che ciascuno fa propria, senza lasciare spazio al dibattito. Ognuno parte dalla presunzione di essere il Verbo.
Aggiunge Luperini:

La democrazia non è chiacchiera vuota, non è dire la prima cosa che salta in mente, né esibizione di sé; implica anzitutto documentazione accurata, conoscenza dei problemi, consapevolezza dei propri limiti e, conseguentemente, predisposizione all’ascolto e al confronto che solo un accertamento condiviso dei dati di fatto può garantire.

Tutte cose che a scuola, con tanta costanza e pazienza, noi docenti ci sforziamo di insegnare. Per questo mi sembra oltremodo grave che un insegnante, come quello che ha ingaggiato la singolar tenzone con Luperini, si sia comportato in quel modo.
Non penso, tuttavia, sia solo colpa dell’iPod e nemmeno del partito pentastellato. Forse il problema sta a monte: abbiamo proprio perso di vista la democrazia e il rispetto per le opinioni altrui. La famiglia, la scuola, la società tutta dovrebbero assumersene la responsabilità.

14 gennaio 2014

PIOVE …

Posted in affari miei, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , , , , , a 6:47 pm di marisamoles

DonnaSottoLaPioggia[…] piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude, […]

(per leggere tutta la poesia clicca QUI)

Piove. Sembra non voler smettere mai. Eppure dicono che l’inverno qui non è piovoso. La primavera e l’autunno lo sono di più, piovosi. Non riesco a immaginare come sarà la primavera quest’anno …

Piove. Per tutto il pomeriggio, preparando il materiale per gli scrutini dei prossimi giorni, nelle orecchie mi risuonano i versi di D’Annunzio. E dire che l’ho sempre detestato. L’ho scoperto – vorrei dire ri-scoperto ma la mia avversione per lui ai tempi del liceo e pure all’università era tale da impedirmi di scoprire davvero la sua scrittura, di godere davvero dei suoi versi, di tenere a mente davvero qualcosa della sua vasta produzione – solo da qualche anno. Me l’ha fatto amare la visita al Vittoriale, fatta senza pregiudizi di sorta. Ne sono rimasta affascinata proprio perché ho osservato la sua casa-museo con gli occhi limpidi, quelli della fanciullina con tanta voglia di imparare e di apprezzare. Quella fanciullina che non ero stata capace di essere al tempo giusto. Ma, come si suol dire, non è mai troppo tardi.

Piove. Ho cercato il testo de La pioggia nel pineto. A memoria no, non la so. Ho scarsissima memoria per le poesie, forse ne ho imparate troppo poche ai tempi delle elementari. Però la so spiegare ai miei studenti e ora so che posso trasmettere la mia gioia e il mio stupore, cercando di fare assaporare questa poesia meravigliosa che non avevo potuto apprezzare alla loro età. Ma non è mai troppo tardi.

Piove e non ne posso più. Forse il mondo ha bisogno di essere lavato, come le coscienze di chi non fa mai il bene del prossimo e pensa solo ai suoi privilegi. Piove, governo ladro! Mai alcun detto mi è sembrato azzeccato come questo in questo momento.

Vi lascio, oltre a queste riflessioni strampalate, buttate giù come gocce di pioggia che cadono qua e là come capita, il video della poesia di D’Annunzio recitata da Roberto Herlitza. Voce sublime di un attore tra i miei preferiti.

E speriamo che la smetta di piovere.

[immagine da questo sito]

6 gennaio 2014

“VOGLIO FARE UN REGALO ALLA BEFANA” di GIANNI RODARI

Posted in auguri, poesia, tradizioni popolari tagged , , , , , , a 2:30 pm di marisamoles

calze befana
La Befana, cara vecchietta,
va all’antica, senza fretta.

Non prende mica l’aeroplano
per volare dal monte al piano,
si fida soltanto, la cara vecchina,
della sua scopa di saggina:
è così che poi succede
che la Befana… non si vede!

Ha fatto tardi fra i nuvoloni,
e molti restano senza doni!

Io quasi, nel mio buon cuore,
vorrei regalarle un micromotore,
perché arrivi dappertutto
col tempo bello o col tempo brutto…

Un po’ di progresso e di velocità
per dare a tutti la felicità!

Gianni Rodari

[immagine da questo sito]

23 dicembre 2013

PERCHE’ SIA NATALE TUTTO L’ANNO. UN AUGURIO IN VERSI

Posted in auguri, Natale, poesia tagged , , , , , , , , a 2:16 pm di marisamoles

natale 2013
KEEPING CHRISTMAS by Henry Van Dyke

C’è una cosa migliore da fare che celebrare il Natale: far sì che sia sempre Natale.

Siete disposti a dimenticare quel che avete fatto per gli altri
e a ricordare quel che gli altri hanno fatto per voi?

A ignorare quel che il mondo vi deve
e a pensare a ciò che voi dovete al mondo?

Siete disposti a mettere in fondo i vostri diritti e i doveri nel mezzo,
e in primo piano la possibilità di fare un po’ di più rispetto al vostro dovere?

Ad accorgervi che i vostri simili, uomini e donne, esistono come voi,
e a cercare di guardare dietro i volti
per vedere il cuore avido di gioia
?

A capire che probabilmente
la sola ragione della vostra esistenza
non è ciò che voi avrete dalla vita,
ma ciò che darete alla vita?

A chiudere il libro delle lamentele
per come va l’universo
e a cercare intorno a voi
un luogo in cui potrete seminare
qualche granello di felicità
?

Siete disposti a fare queste cose
sia pure per un giorno solo?

Allora per voi Natale durerà per tutto l’anno.

Siete disposti a farvi piccini e a considerare i bisogni
e i desideri dei bambini
per ricordare la debolezza e la solitudine della gente che invecchia,

a fermarvi un attimo per chiedervi
quanto i vostri amici vi amano
e se voi stessi li amiate abbastanza
?

Siete disposti a tenere a mente le cose che gli altri
devono sopportare nei loro cuori
per cercare di capire cosa vogliono realmente
quelli che vivono assieme a voi, nella stessa casa,
senza attendere che ve lo chiedano?

Siete disposti a orientare la lampada
in modo che vi darà più luce e meno fumo,
e a portarla davanti a voi in modo che la vostra ombra
vi cada alle spalle?

Siete disposti a costruire una tomba
per i brutti pensieri e un giardino per i buoni
sentimenti
, lasciando aperto il cancello?

Siete disposti a fare queste cose
sia pure per un giorno solo?

Allora per voi Natale durerà per tutto l’anno.

Siete disposti a credere
che l’amore sia la cosa più forte del mondo

più forte dell’odio, del male, della morte stessa -,
e che la vita benedetta che ebbe origine a Betlemme
due millenni fa sia l’immagine
e la luce dell’Amore Eterno?

Allora per voi Natale durerà per tutto l’anno.

Se siete disposti a fare queste cose per un giorno,
perché non per sempre?

Ma non si può fare tutto questo da soli.

(la traduzione è imperfetta. Potete leggere QUI il testo originale)

UN FORTE ABBRACCIO A TUTTI QUELLI CHE MI SEGUONO, CHE MI VOGLIONO BENE E CHE NON MANCANO MAI DI FARMI SENTIRE LA LORO VICINANZA.
UN AUGURIO A TUTTI, ANCHE A CHI PASSA DI QUA PER CASO. CON LA SPERANZA CHE PER TUTTI POSSA ESSERE NATALE OGNI GIORNO.

buon_nataleangeli

12 maggio 2013

UNA POESIA PER LA MAMMA

Posted in affari miei, auguri, famiglia, figli, poesia tagged , , , , , , a 4:02 pm di marisamoles

con mamma nonna a firenze
Mamma! Mammina mia!

Sei bella come una stella,

sei la più buona, sorridi sempre

e il tuo sorriso va nei miei occhi.

Hai una voce dolce che io sempre sento.

Io ti amo molto mamma

e non ti lascerò mai!

Questa poesia devo averla scritta quand’ero in prima o seconda elementare. L’ho riscoperta di recente grazie a mia mamma che ha ritrovato, nel tipico scatolone dei ricordi, un mio vecchio quaderno con la raccolta di poesie che amavo scrivere da bimba.

Vabbè, non è che sia un capolavoro poetico, ma almeno ci provavo. Poi devo aver smesso quando, raggiunta l’età della ragione, ho capito di non avere talento con i versi. Però da ragazzina scrivevo canzoni, accompagnandomi con la chitarra.

La fotografia sotto il titolo ritrae le femmine di casa Moles: mia mamma, la nonna ed io, con gli immancabili capelli corti e con il caschetto da fare invidia a Caterina Caselli. Sarà per quello che ho il broncio?

Siccome, però, mia mamma era bellissima davvero, e lo è tuttora, ma nella fotografia (scattata in occasione di un viaggio a Firenze) non è venuta bene, ne posto un’altra qua sotto che rende maggiormente merito alla sua bellezza.

mamma firenze

Ed ora, anche se la domenica della Mamma sta passando in fretta (e inosservata, almeno a casa mia … i figli latitano!), faccio gli AUGURI A TUTTE LE MAMME, TUTTE BELLISSIME, BUONISSIME, SORRIDENTI E CON LA VOCE DOLCE!

5 febbraio 2013

LE POESIE DIMENTICATE: “L’AQUILONE” di GIOVANNI PASCOLI

Posted in Giovanni Pascoli, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , a 6:10 pm di marisamoles

Pietro Lerda aquiloni
PREMESSA:
Inauguro con questa delicata poesia, ricordo dei miei studi liceali, una sezione dedicata alle poesie scomparse dai manuali scolastici. Purtroppo molte liriche che hanno appassionato gli studenti nella seconda metà del secolo scorso, non vengono più trattate nei programmi scolastici. Accolgo, quindi, l’invito che qualche lettore mi ha fatto, intervenendo sul blog o scrivendomi in privato, a commentare qualcuna di queste poesie dimenticate dai curatori delle antologie scolastiche (almeno di quelle in uso nelle scuole superiori) ma mai del tutto scomparse dai nostri cuori.

pascoli giovaneGiovanni Pascoli (1855-1912), noto poeta romagnolo, compì gran parte dei suoi studi presso il Collegio Raffaello di Urbino, retto dai padri Scolopi. Entratovi a sette anni, nel 1862, assieme ai fratelli Giacomo e Luigi, vi rimase fino al 1871, concludendo la prima classe liceale.
La morte del padre, avvenuta il 10 agosto 1867, avvenimento che traumatizzò il giovane Pascoli, provocò un cambiamento del curricolo di studi cui era già stato avviato: la famiglia, infatti, avrebbe voluto che proseguisse gli studi in ambito tecnico per succedere al padre nel ruolo di amministratore della tenuta dei principi di Torlonia, a San Mauro. Il poeta, però, dopo l’uscita dal collegio di Urbino, riuscì a frequentare il secondo anno di liceo classico a Rimini e l’ultimo anno presso il collegio degli Scolopi di Firenze nel 1872. Bocciato a giugno nelle materie scientifiche, riparò ad ottobre sostenendo gli esami a Cesena.
Grazie ad una borsa di studio e all’interessamento di Giosue Carducci, che in lui intravide delle doti letterarie, si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’università di Bologna dove si laureò a pieni voti, dopo varie vicissitudini, nel 1882, ottenendo in seguito un incarico di insegnamento al liceo di Matera.
Dal 1897 al 1903 Pascoli insegnò Letteratura Latina all’Università di Messina. Qui compose la poesia L’aquilone, rievocando momenti lieti e tristi passati al collegio di Urbino. La lirica fa parte della raccolta Primi poemetti che il poeta pubblicò, nell’edizione definitiva, nel 1904.

Dal punto di vista metrico, la lirica è composta da 21 terzine di endecasillabi più un verso isolato che la conclude. Lo schema metrico è ABA, BCB, CDC, rima incatenata detta anche terza rima. La stessa usata da Dante Alighieri per la sua Commedia. Qui, tuttavia, il metro scelto non appare affatto solenne, anzi, si fa discorsivo e le rime spesso nemmeno si avvertono.

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento
.

A Messina, complice il clima mite, già a febbraio si respira un tepore primaverile: è quel qualcosa di nuovo che porta con sé l’antico, i ricordi dell’infanzia passata in quel convento dei Cappuccini, a Urbino, dove il poeta immagina siano già spuntate le viole tra le foglie ormai morte che il vento agita ai piedi delle querce.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso
.

L’aria tiepida scioglie la terra indurita dal ghiaccio, accarezza le soglie cosparse d’erba delle chiese di campagna; è l’aria di un luogo diverso da quello in cui Pascoli si trova, quella che respirava nella sua infanzia (d’altra vita) e in un mese diverso. A Urbino, infatti, la primavera tarda ad arrivare rispetto a Messina, in cui ora vive. Ed ecco che sospinti da quell’aria celestina i ricordi vagano nel rievocare le bianche ali sospese: gli aquiloni.
È una mattina senza scuola, gli scolari felici, in gruppo, sono usciti tra le siepi spoglie e spinose di rovo e di biancospino. Fra i bianchi fiori primaverili si intravedeva ancora qualche bacca rossa, reminescenza autunnale. Sui rami degli alberi, ancora spogli, saltellava sulle sue zampette il pettirosso e la lucertola faceva capolino tra le foglie aride di un fossato.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla
?

bambina-con-aquilone

Ora il ricordo si fa più nitido e alle immagini della natura si sovrappongono quelle dei compagni. Il poeta ricorda che, dall’alto di un colle che sovrasta Urbino, con il favore del vento ciascuno libera nel cielo turchese il suo aquilone che qui assume l’aspetto di una stella cometa che ondeggia, quasi sospesa in precario equilibrio, trova un ostacolo poi riprende il volo e si libra leggera nell’aria. Quando l’aquilone si rialza, il movimento viene accompagnato dall’urlo dei bambini.
Particolarmente efficace, nella seconda terzina riportata qua sopra, i verbi elencati per asindeto, quasi a voler seguire l’avventura aerea della cometa, e quell’ultimo s’inalza ripreso, in anafora, all’inizio delle strofe che seguono.
Delicata l’immagine dell’aquilone che prende il volo, quasi a rubare il filo dalle manine dei bimbi, paragonato ad un fiore che si libera dallo stelo per andare a rifiorire altrove. E poi i piedi dei piccoli che sulle punte sembrano spiccare il volo, mentre la corsa, o forse l’emozione, rende il loro petto ansimante. Gli occhi (la pupilla è una sineddoche) seguono anch’essi trepidanti il volo dell’aquilone che sembra portare tutto con sé in cielo, il viso e il cuore.
Il volo continua sempre più in alto finché un colpo di vento devia il volo dell’aquilone, accompagnato da uno strillo. Di chi è quella voce?

Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni
!

Le ricorda tutte quelle voci, il poeta. Sono quelle dei suoi compagni di camerata, riesce a distinguerle ad una ad una, non appena si affacciano alla sua memoria. Tutte, e ciascuna con la sua caratteristica propria: qualcuna dolce, un’altra acuta, un’altra ancora velata, forse di pianto. E anche i volti dei compagni visitano nuovamente la mente di Pascoli, uno in particolare: quello di chi ha abbandonato sulla spalla del poeta il viso pallido e muto.
È forse l’amico più caro, per lui il poeta giovinetto aveva pianto e pregato, invano. Un fanciullo che non aveva goduto dello spettacolo sulla collina, che non era riuscito a vedere gli aquiloni cadere. Felice, nonostante tutto, perché aveva goduto dell’età più bella e la morte l’aveva sottratto ai dolori della vita.
In questi versi ritorna, seppur attraverso immagini delicate, quel male di vivere, mai celato, che accompagnò il poeta durante la sua esistenza contrassegnata da numerosi lutti, iniziati con la scomparsa del padre che causò in lui un trauma mai superato. Ecco, dunque, che la morte in giovane età è, per Pascoli, una morte felice.

cassatt_mary_mother_combing_childs_hair_1879

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…

L’autore qui ricorda il pallore di quel bimbo, il bianco che contrasta con il rosso delle ginocchia causato dalle preghiere che erano costretti a recitare piegati sul pavimento.
Nelle terzine che seguono, l’anafora di quell’oh iniziale racchiude il pensiero pascoliano sulla morte, una morte che anche il poeta sente vicina. Eppure quel fanciullo morì felice, stringendo al petto il suo giocattolo preferito assieme alla sua giovane vita troncata anzitempo, come i petali bianchi di un fiore non ancora sbocciato del tutto. Una dolce morte che accompagnò il bimbo nell’estremo riposo sotto le zolle, tranquillo e solo.

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda

tua madre… adagio, per non farti male.

Per Pascoli la morte felice del compagno è caratterizzata dall’immagine di chi giunge alla fine della vita ancora ansimante, sudato e accaldato dalla corsa fatta per salire il colle, facendo a gara con i compagni per chi arriva primo. E per primo è arrivato alla meta finale: ha ancora i capelli biondi, quel bimbo, l’età non li ha fatti ingrigire. La sua testolina, che custodisce immutate le infantili illusioni, ora riposa fredda sul guanciale mentre la madre pettina dolcemente la chioma, creando un’onda, adagio per non fare male al figlio che non vide cadere al vento altro che gli aquiloni.

[le immagini: “Aquiloni” di Pietro Lerda da questo sito; “Bambina con l’aquilone” da questo sito; “Madre pettina bambino” di Mary Cassat da questo sito; barra divisoria da questo sito]

26 dicembre 2012

TRA SAN NICOLÒ, BABBO NATALE, GESÙ, L’ALBERO E IL PRESEPE … SANT’AMBROGIO RESISTE ANCORA

Posted in 150 anni unità d'Italia, Natale, poesia, web tagged , , , , , , a 7:42 pm di marisamoles

sant'ambrogio interno
In queste ultime settimane, com’è logico, i post più apprezzati di questo blog sono stati quelli a tema natalizio. La curiosità dei lettori è stata rivolta, in particolare, a San Nicolò e Babbo Natale, a Gesù bambino e alla sua nascita, all’albero di Natale e al presepe. La cosa che mi ha stupito maggiormente, però, è stata la “tenuta” di un vecchio post che avevo scritto in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e che non tocca affatto un tema natalizio, anche se è pur sempre rivolta ad un santo: si tratta del post in cui ho commentato la poesia di Giuseppe Giusti Sant’Ambrogio.

Con le sue 15.395 visualizzazioni questa lirica che ho sempre amato mi ha permesso di scoprire quanto sia ancora ricordata e apprezzata dalle persone che più o meno hanno la mia età e che, come me, l’hanno studiata a scuola, perlopiù a memoria, e mai dimenticata.

Ho deciso, quindi, di riproporne il testo, rimandando alla lettura del commento che ne ho fatto cliccando QUI.

SANT’AMBROGIO di GIUSEPPE GIUSTIgiusti

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo.

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