LIBRI: “UN GIORNO” di DAVID NICHOLLS

PREMESSA:
Il mio incontro con questo romanzo non è stato casuale. Ero in libreria e avevo già fatto i miei acquisti, ovvero la scorta di libri da leggere in queste settimane d’estate. Cercavo “La settima onda” di Glattauer ma, come capita spesso nelle librerie, giro dopo giro, pur guardando attentamente in ogni scaffale, la ricerca fu inutile. Allora mi rivolsi al banchetto informazioni e l’addetta mi trovò il romanzo in me che non si dica. Le dissi quanto mi fosse piaciuto il primo romanzo di Glattauer e di quanto temessi che il seguito non fosse all’altezza, come a volte succede quando si hanno determinate aspettative. Lei, d’un tratto, sparì, lasciandomi come una scema, per ricomparire dopo qualche secondo con in mano un romanzo. “Se le è piaciuto il romanzo di Glattauer non le può non piacere questo”. Guardai la copertina, lessi il titolo, “Un giorno”, feci mente locale e capii che l’autore non rientrava tra le mie conoscenze, diedi un veloce sguardo alla quarta, senza in verità leggere quello che sul libro veniva rivelato. Il tutto mentre un’esaltata commessa mi diceva: “L’ho letto tutto d’un fiato durante il volo per New York”. Mi lasciai sfuggire un “Be’, già quella situazione ha il potere di rendere gradevole qualsiasi cosa …”, guardando perplessa la pila di libri che già tenevo a stento tra le braccia. Mi disse che potevo anche non comperarlo, almeno non in quel momento. Pensai che la Master Card mi permetteva di realizzare almeno quel desiderio, se non proprio un viaggio a New York.
Avrei potuto intitolare questa premessa “In libreria qualsiasi consiglio non è un consiglio qualsiasi”, prendendo a prestito il celebre motto riferito alle farmacie. Avrei voluto iniziare la “recensione” con un entusiastico “Fa – vo – lo – so!!!” e invece …
Alla fine la lettura non mi è dispiaciuta. Tuttavia devo essere onesta: per le prime cento pagine (il romanzo è piuttosto corposo, ne ha 487) le parole della libraia mi martellavano in testa e non facevo altro che ripetermi quanto fossi stata scema a fidarmi del suo giudizio. Insomma, un libro per me è come un profumo: i gusti sono gusti, non a tutti piacciono le stesse fragranze, non siamo tutti portati per le stesse letture e non siamo per forza obbligati a farci piacere un libro – o un profumo – che altri esaltano. Poi, se vogliamo, questi “altri” sono milioni di lettori in tutto il mondo. Ma best seller, in fondo, significa “più venduto” mica più apprezzato. Tuttavia devo ammettere che le recensioni che ho letto sono quasi tutte positive.
Per farla breve: questo romanzo mi ha delusa all’inizio, ha iniziato ad essere interessante verso la metà per conquistarmi nell’ultimo terzo. A questo punto credo che forse dovrei rileggere la prima metà … senza pensare alla libraia e al suo entusiastico giudizio.

L’AUTORE.
David Nicholls, inglese, classe 1966, prima di dedicarsi alla scrittura ha studiato da attore ed è autore televisivo nonché sceneggiatore per il cinema. Il suo primo romanzo, Starter For Ten (2004), è diventato un film, Il quiz dell’amore, e il secondo, The Understudy, è in attesa di trasposizione cinematografica. Un giorno, uscito nel giugno 2009, è stato per dieci settimane nella classifica dei bestseller. Venduto in tutto il mondo, è diventato un clamoroso successo in Germania, il primo paese che lo ha pubblicato dopo la Gran Bretagna. (informazioni dal risvolto di copertina)

IL ROMANZO.
Un giorno (Neri Pozza, Bloom, 2009) narra la storia di un’amicizia che dura quasi vent’anni, tra alti e bassi. Lei è Emma Morley, una ragazza di modeste origini proveniente dallo Yorkshire, di cui mantiene un leggero accento, fatto che le viene più volte rimproverato. Lui è Dexter Mayhew, di buona famiglia, diciamo pure ricca, viziatissimo rampollo londinese, abituato ad ottenere tutto ciò che vuole. Una coppia che più diversa non si può, due giovani che s’incontrano, anche se si conoscono da anni, alla fine dell’università, ad Edimburgo. Una storia apparentemente scontata: un’amicizia fra un uomo e una donna che ha inizio da una notte di sesso che però nessuno dei due vuole diventi una relazione amorosa. Almeno, così pare.

La particolarità di questo romanzo è l’impostazione narrativa: ad ogni capitolo corrisponde un giorno di un anno (l’unica eccezione riguarda il 1993, suddiviso in due capitoli autonomi). La data è sempre la stessa: il 15 luglio, giorno in cui Emma e Dexter, dopo la notte di sesso, si ripromettono di mantenersi in contatto, di restare buoni amici: correva l’anno 1988. In ogni capitolo, dunque, li ritroviamo dodici mesi dopo, con le loro storie a volte parallele a volte distanti, tra alti e bassi, litigi e riconciliazioni, avventure amorose che immancabilmente non sono gradite all’altro/a. Due persone così diverse che non possono essere altro che amiche e che continuano a costituire l’uno il punto di riferimento per l’altra, e viceversa, per molti anni, a volte in modo del tutto inconsapevole, senza il sospetto che quel legame possa diventare qualcos’altro, un qualcos’altro che si chiama amore.

Emma, laureata in Letteratura, ha due sogni: fare l’insegnante e diventare una scrittrice famosa. Spesso impacciata, insoddisfatta della sua persona che ritiene essere tutt’altro che attraente, non è sicura di sé né delle sue capacità, tant’è che accetta un lavoro che Dexter considera degradante: la cameriera in un ristorante messicano. Anche quando farà “carriera” diventando direttrice del locale, secondo l’amico è uno spreco di talento e di intelligenza. Dex, invece, è sicuro di sé e sa esattamente ciò che vuole: diventare famoso e ricco nell’ambito dei media. Bello, affascinante, sfoggia abiti firmati, belle donne al suo fianco, un bell’appartamento nella Londra che conta, un’automobile da fare invidia. Dopo aver preso la laurea in antropologia, senza troppa convinzione e senza ammazzarsi di studio, inizia una brillante carriera in tv, conducendo trasmissioni televisive che Em considera inutili. È talmente travolto dal successo che inizia un viaggio di perdizione, tipico dei “belli e maledetti”, tra droga, alcol e sesso. Nessun rapporto amoroso lo soddisfa, anche quando dura abbastanza a lungo. Seppure Emma non rientri nell’ideale di donna che Dexter ha in mente, non può fare a meno di pensare a lei.

Il tempo passa e verso i trent’anni arriva il momento dei bilanci. Emma, che inizia ad assistere ai matrimoni delle vecchie compagne di studi e ai battesimi dei loro figli, è insoddisfatta della vita che conduce, passata tra relazioni di poco conto e la poca disponibilità ad investire in amore, anche di fronte ad un uomo sinceramente innamorato, Ian, che la chiede in moglie con l’unico risultato di essere lasciato. Dexter, vedendosi precipitare sempre più nel tunnel e rendendosi conto di quanto la fama sia effimera, decide di cambiare vita e lo fa affidandosi ad una donna che gli sembra l’ancora di salvezza, così dotata di quella vocazione di salvatrice che le deriva dal suo sentirsi superiore e dalla voglia di sottolineare la sua superiorità in confronto alla pochezza di Dexter. Questa donna diventerà sua moglie e la madre della sua unica figlia ma non lo salverà.

È il 15 luglio 2001. Sono passati tredici anni da quella notte di sesso a Edimburgo. La location cambia, non più Londra ma Parigi. Emma, che nel frattempo è diventata un’insegnante apprezzata, sta rincorrendo il suo secondo sogno: fare la scrittrice. Nella sua mansardina della Ville Lumière qualcosa cambierà. È solo l’inizio di un cambiamento e la fine della ricerca. Em&Dex, Dex&Em for ever.

Nell’ultima parte della narrazione fabula e intreccio non coincidono più. È come se si chiudesse un cerchio: negli ultimi capitoli ai fatti del presente si intrecciano ricordi del passato, dei flashback che ci riportano a quel giorno da cui tutto ha avuto inizio: il 15 luglio 1988.

Lo stile di Nicholls è scorrevole, per nulla noioso visto che in certe pagine Emma non rinuncia all’ironia e i dialoghi tra i due protagonisti si riducono a un botta e riposta particolarmente carino. Ciò vale anche per le relazioni che si instaurano tra gli altri personaggi. Non ci sono molte descrizioni dei luoghi che appesantirebbero la lettura, ma l’autore non rinuncia all’introspezione psicologica rendendo particolarmente “vivi” i protagonisti.

In conclusione, non posso definire questo romanzo un’opera letteraria di grande spessore e, ripeto, mi sembra molto strano che abbia riscosso un così grande successo in tutta Europa. Però è anche vero che, pur trattandosi in fin dei conti di una storia d’amore, non lo si può considerare a livello dei romanzetti rosa, alla Harmony o Liala, per intenderci. Nel complesso merita di essere letto.

Dal romanzo di Nicholls è nato, nel 2010, il film “One day”, per la regia di Lone Scherfig che ha già firmato l’incantevole An education. Lo stesso Nicholls ne ha curato la sceneggiatura, operazione non troppo difficile visto che l’impianto narrativo si presta perfettamente alla trasposizione cinematografica.
Nel video sotto potete vedere il trailer italiano del film. ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER.

A mio avviso, infatti, rivela un po’ troppo della trama del romanzo per chi volesse leggerlo e non ha ancora visto la pellicola.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

VOLEVO ANDARE A PARIGI E INVECE SONO RIMASTA A CASA

parigi La mia quinta, intendo dire i miei allievi di quinta, è andata a Parigi in viaggio d’istruzione o, come dicono loro, in “gita scolastica”. Volevo andarci anch’io e invece sono rimasta a casa. Per una serie di contingenze o, per meglio dire, perché evidentemente il fato anche questa volta mi è stato avverso.

All’inizio dovevano andare in Grecia. Per me che ho fatto il classico e non ho mai visto la patria di Aristotele, Sofocle o Euripide e tanti altri che hanno animato i miei studi di liceale, sarebbe stata un’occasione irripetibile. Ma poiché il viaggio si sarebbe fatto in traghetto, avevo detto no. Io ho la fobia del mare, a stento riesco a prendere il vaporetto quando vado a Venezia – ma per lo più faccio chilometri su chilometri, anche perché mi perdo, pur di non prenderlo – e di sicuro non riuscirei a stare ventiquattro ore in balia delle onde. Riesco a farmi venire il mal di mare anche quando prendo il pedalò …

Quando è stato deciso che la mia quinta non sarebbe andata in Grecia ma a Parigi, mi sono subito candidata in veste di accompagnatrice, assieme ad un collega. Poi, però, è stato deciso che ci sarebbe stato un solo accompagnatore e, non so perché, il mio ruolo è stato declassato a quello di “supplente”. Poco male, mi sono detta, ci sarà un’altra occasione. Forse ho delle doti profetiche di cui ignoravo l’esistenza: qualche giorno dopo due allievi dell’altra quinta che sarebbe andata a Parigi con la mia mi hanno contattato chiedendomi la disponibilità ad accompagnarli in quanto nessuno dei loro docenti si sarebbe offerto di accompagnarli. Confesso che mi è venuto subito un sospetto: che avranno mai questi che nessuno li vuole portare a Parigi? E dire che sono solo in quindici, non venticinque come i miei. Ma poi ho pensato che sarei sopravvissuta anche con quindici sconosciuti che nessuno voleva portare a Parigi. Che sarà mai?

Per tre mesi della “gita” non si è più parlato. Poi ho scoperto avrebbero viaggiato in treno, il che non mi garbava affatto. Non era meglio l’aereo? Ho chiesto. Sì, hanno risposto, ma costa di più. Oddio! Con i voli low cost si spende sicuramente meno … sì, ma bisognava prenotare prima.
Ok, si sarebbe andati in treno, non avrei chiuso occhio per l’intera nottata – come si fa a dormire in cuccetta? – sarei arrivata a Parigi distrutta e non avrei potuto riposare per altre diciotto ore. Ma sarei sopravvissuta perché Parigi è sempre stato il mio sogno.

Quando ormai il viaggio era stato pianificato, ho avuto un’amara sorpresa: l’altra classe, quella dei quindici sconosciuti, aveva un accompagnatore, e non ero io. Ma che ca…volo! Nessuno mi aveva avvertita. Ho provato timidamente a dire al collega, che non sa il francese, che io almeno la lingua la conosco … oddio, so dire quelle quattro cose utili alla sopravvivenza e capisco quasi tutto. Lui non lo conosce il francese ma dice che Parigi per lui non ha segreti. Beh, con me i ragazzi rischierebbero di perdersi, è vero. Buon per loro, dunque.

Io nella mia vita ho viaggiato poco, di fatto, ma con la fantasia ho girato mezzo mondo. Ogni volta che decidevo di fare un viaggio, trovavo ogni scusa per non partire: costa troppo, in aereo no – almeno fino a due anni fa quando ho ripreso a volare dopo più di vent’anni – il pullman è pericoloso, la macchina non la guiderei perché ho il terrore dell’autostrada e mio marito di certo non si può fare da solo mille chilometri – il quel dato periodo c’è un sacco di gente, quella spiaggia là è bellissima ma ci sono le tartarughe marine che si fanno il bagno assieme ai turisti e io le farei morire tutte con le mie urla se me le trovassi davanti … insomma, per poter dire che non ho rinunciato a viaggiare per una mia precisa volontà, ho sempre trovato mille scuse per non partire. Così non avevo nulla da rimpiangere, si capisce.

L’unico mezzo per farmi un viaggio, dunque, è la “gita”. Intendiamoci, non andrei con qualsiasi classe, ma questa quinta l’ho già portata a Londra, due anni fa, e l’ho fatto volentieri, anche perché alla sera ognuno ritornava a casa, dalla propria famiglia ospitante. Già, perché uno dei motivi per cui spesso ho rinunciato ai viaggi d’istruzione è che non ho proprio voglia di passare le notti in bianco a fare la sentinella notturna per evitare che i ragazzi si ubriachino, facciano i pigiama party, disturbino la quiete pubblica o distruggano le camere. Ma questi di quinta li avrei portati perché sono delle persone a modo, educate, civili, qualcuno è un tantino esuberante ma tutto sommato in giro c’è di peggio.

Mentre loro si stanno godendo Parigi by night, o meglio la nuit, io sono qua che scrivo e scrivendo mi rendo conto che anche questa volta ho rinunciato ad un viaggio sognato da tempo per una sorta di avversità fatale che mi rincorre da sempre. Tento, tuttavia, di trovare qualche scusa per non essere partita: l’insensibilità del mio collega che non ha pensato nemmeno per un attimo che io a quel viaggio ci tenevo moltissimo, il fatto che partendo proprio in questo periodo mi sarei persa tre compleanni importanti, di familiari stretti, come si dice, marito, figlio e cognata, che avrei rinunciato alla mega festa di oggi anche se uno dei festeggiati, mio figlio, se n’è rimasto a casa con la gastroenterite, che Parigi è la città dell’amore e che l’esserci andata per la prima volta con venticinque diciottenni invece che con mio marito non me lo sari mai perdonato, che il viaggio in cuccetta sarebbe stato un incubo, che il cibo certamente non mi sarebbe piaciuto, che l’hotel era in periferia e non in centro … tutti questi ragionamenti mi fanno stare bene e mi allontanano dal rimpianto che non saprei sostenere, me ne lascerei sopraffare.

Guardo fuori dalla finestra e vedo le luci della mia città: panorama splendido ma pur sempre conosciuto. Penso che mi sarebbe piaciuto dare uno sguardo ai tetti parigini e alle luci dei boulevard … sarà per un’altra volta, mi dico. C’est la vie.