LINEA DEL TEMPO: IL MIO PERSONALE A.C. E D.C.

clessidraIn questi giorni ho avuto modo di incontrare vari parenti, di quelli che in pratica si vedono solo a Natale e feste comandate. In particolare dei miei nipoti che vivono a Trieste e raramente riesco a incontrare in occasione delle veloci visite che facciamo ai miei genitori nella città che diede i natali a me e a mio marito.

Uscire e vedere gente mi ha ritemprata, dopo quasi due mesi di “arresti domiciliari” a causa della malattia che mi ha obbligata (veramente non la malattia in sé ma l’I.N.P.S. 😦 ) al confino entro le pareti domestiche.
Devo dire che, nonostante avessi delle fasce orarie “libere”, non avevo proprio voglia di uscire. Solo nelle ultime due settimane sono stata costretta ad andar fuori casa per le sedute di fisioterapia, per il resto del tempo mi sono riposata ed è stato un bene visto che in questi pochi giorni i dolori al braccio sono aumentati. Non che abbia fatto nulla di particolare, semplicemente mi sono spogliata e rivestita più volte al giorno, dovendo uscire, senza contare lo sforzo per indossare il piumino (mannaggia, proprio adesso doveva venire il freddo? pure la neve, ieri, ed è ancora tutto bianco), una ginnastica che decisamente non è terapeutica.

L’altro ieri eravamo a casa di una mia cognata e, naturalmente, si parlava del mio braccio. Io avrei evitato volentieri, mi sono sentita al centro dell’attenzione e non è una sensazione che amo molto. Fortunatamente il mio braccio non è stato l’unico argomento di conversazione, si è parlato del più e del meno, di cose fatte negli ultimi mesi o nelle ultime settimane. Più di una volta mi è capitato di far riferimento a degli eventi distinguendo tra cose successe prima e dopo la caduta. Ormai, ho detto, la mia linea del tempo è questa e la data spartiacque, per così dire, è quel 28 ottobre.

Mio nipote sorride e fa: “Il tuo personale a.C. e d.C., insomma”. Spero non sembri una battuta blasfema, ma a me ha fatto ridere e vi assicuro che di questi tempi ho ben poca voglia di farmi una risata.

[immagine da questo sito]

NATALE CON I TUOI E PASQUA … ANCHE!


La mia è sempre stata una famiglia unita. Unita e allargata, ma non nel senso che intendiamo noi oggi. I miei genitori sono sposati da cinquantotto anni, nessun/a nuovo/a compagno/a, nessun/a figliastro/a, nessun divorzio in famiglia, almeno nell’ambito della parentela diretta.
I miei genitori hanno sempre attribuito un valore profondo all’unità familiare. Sono stati l’elemento di coesione tra il nostro nucleo familiare (mamma, papà, figlio, figlia, nonna) e il resto del parentado. Fin da giovanissimi, i miei hanno sempre frequentato i cugini di entrambi e da questa amicizia sono nati dei matrimoni stranissimi, almeno ai miei occhi di bambina: mia nonna e una delle sue sorelle, ad esempio, hanno sposato due fratelli; uno dei cugini di mia mamma ha sposato la sorella di mio papà; una cugina di mia mamma ha sposato il fratello di mio papà. Insomma, come dice spesso mio marito, che mai è riuscito a destreggiarsi tra l’intricata parentela, un bel casino. Nel senso buono, naturalmente.

Ad ogni festa comandata, ci si incontrava tutti, a casa dell’uno o dell’altro. La domenica si usciva tutti assieme e io potevo giocare con le mie cugine, cosa che gradivo particolarmente avendo un fratello più grande che non è mai stato per me un compagno di giochi. D’estate si andava al mare la domenica e ogni famiglia portava qualcosa: ricordo ancora le lasagne della zia paterna e i dolci di quella materna, oltre, naturalmente, alle superbe melanzane impanate di mio papà. Un menù poco adatto per una giornata al mare, ma si usava così.

Due alberi genealogici che s’incrociavano, fino a formare un’unica grande pianta dai rami rigogliosissimi. Eh sì, perché, avendo dei cugini molto più grandi di me, ho vissuto la nascita dei pro-cugini e anche loro sono stati per me compagni di giochi. Diciamo che per loro io ero una specie di piccola mamma: me li stringevo al petto, li cullavo, fino ad addormentarli, cantavo per loro sulle note del juke box. Ho manifestato con loro i primi segni della mia vocazione: fare la mamma. Poi sono cresciuti e le mie cugine me li mandavano a lezione, intuendo fin d’allora che avevo un’altra vocazione: quella dell’insegnante.

Quando ripenso a come sono cresciuta io, un po’ mi sento in colpa nei confronti dei miei figli. D’altra parte, riflettendoci, non è stata del tutto colpa mia. Loro non sono cresciuti in simbiosi con i cugini, un po’ per la distanza (siamo, infatti, un po’ sparsi qui e là, non viviamo tutti nella stessa città) e un po’ perché nella famiglia di mio marito non c’è mai stata una frequentazione assidua con gli zii e i cugini. L’incontravo, e li incontro, solo in occasioni particolari: matrimoni, battesimi, anniversari, comunioni, cresime e funerali. Come se fosse una specie di parabola: nascita, crescita e morte. Non è il massimo, effettivamente.
Così i miei figli non hanno dei rapporti speciali, come li ho avuti io, con i loro cugini. Si sentono, si scrivono messaggi, a volte si incontrano per qualche ritrovo. Nulla di più.

Pensando alle feste, come ho detto, ci si trovava sempre tutti assieme: Natale o Pasqua, non faceva differenza. Per questo, almeno fino all’adolescenza, non ho mai pensato che ci fosse alcuna distinzione tra una festa e l’altra, nel senso che davo per scontato che si dovesse passare tutti assieme entrambe le ricorrenze. Crescendo, soprattutto dopo aver incontrato mio marito, ho iniziato ad allontanarmi da casa per Pasqua, ma andavo in montagna con quelli che poi sono diventati i miei suoceri e con le cognate. Sempre in famiglia stavo.

Dopo il mio matrimonio, le cose non sono granché cambiate. Solo nel 1986, appena sposati, siamo andati a Roma per Pasqua, a trovare una coppia che avevamo conosciuto durante il viaggio di nozze. Poi, dopo la nascita dei figli, la regola era: il giorno di Pasqua con i miei e il Lunedì dell’Angelo con i miei suoceri. Regola che raramente abbiamo trasgredito (solo un anno siamo andati da soli, con i bambini, sulla riviera romagnola), anzi, più volte abbiamo festeggiato la Pasqua tutti assieme, con genitori e suoceri. Naturalmente quasi sempre mio fratello si è unito a noi.

I miei figli, invece, fin dall’adolescenza hanno fatto proprio il famoso detto “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. D’altra parte è giusto che sia così. E proprio per rispettare la “mia” tradizione sono in partenza per l’Austria con mamma, papà, fratello, cognata, nipote e fidanzato, e naturalmente mio marito. Noi non trasgrediamo, i miei figli sì. Ma va bene così.

Colgo l’occasione per augurare una FELICE PASQUA A TUTTI.

[immagine tratta da questo sito]