NUOVI NATI A PADOVA: SUL BRACCIALETTO AL SECONDO GENITORE LA SCRITTA “PARTNER” AL POSTO DI PAPA’

cullaDa anni nella clinica ostetrica dell’ospedale di Padova viene assegnato un braccialetto identificativo a mammma e neonato. E fin qui nulla di strano. La cosa bizzarra è che, su richiesta, la clinica fornisce anche un braccialetto per il papà.

Due mesi fa, di fronte ad una coppia omosessuale, la compagna della puerpera, che come “padre” ha indicato nome e cognome dell’amica, ha rifiutato il braccialetto con la scritta “papà”. La direzione dell’ospedale, allora, ha pensato ad una soluzione che, in teoria, non dovrebbe scontentare nessuno: la scritta “papà” sul braccialetto è stata sostituita con quella di “partner”.

«Ormai non si può più ragionare in modo tradizionale – ha spiegato il primario Giovanni Battista Nardelli -, abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno».

Ma io chiedo: vi pare che con tutti i problemi che ci sono, uno (anzi, una) si impunti per la scritta su un braccialetto?
Oltre tutto, visto che l’assegnazione al “papà” non è obbligatoria e non ha nemmeno senso (in fondo il braccialetto viene assegnato alla puerpera per evitare “scambi” di neonati in culla), non mi pare proprio il caso che i veri papà si trovino sul braccialetto la scritta neutra e per di più straniera (anche se comunemente utilizzata al posto di “compagno/a”) di “partner”. Mi pare, inoltre, incoerente con l’obiettivo prefissato di non offendere la sensibilità di nessuno. E quella dei padri veri? Mi sembra non sia tenuta in grande considerazione.

[fonte: Corrieredelveneto]

UDINE: LA BAMBINA PIANGE E LUI LA INFILA NELL’ASCIUGATRICE

La notizia è agghiacciante: un uomo di origine sudamericana, Zolio Adelio Pichardo Santana, 24 anni, che risiede nel capoluogo friulano in Borgo Stazione, è stato arrestato ieri dalle Forze dell’ordine per aver infilato una bimba di due anni e mezzo, figlia della convivente, nell’asciugabiancheria. Santana avrebbe confessato il gesto insano giustificandolo con l’incapacità di far fronte al pianto della piccola che lui stesso era andato a prendere all’asilo, in attesa che la madre tornasse a casa.

L’accusa è di lesioni aggravate: il calore sviluppato dall’elettrodomestico (per cui si può supporre che non abbia soltanto infilato la bimba nella macchina, ma abbia pure impostato il programma di asciugatura) ha procurato, infatti, delle estese ustioni sul corpo della bambina, anche se per fortuna solo sulla parte inferiore e posteriore del corpo, risparmiandole il visino. La piccola non versa in pericolo di vita ed è attulamente ricoverata nel reparto pediatrico del nosocomio udinese.

La madre, italiana, conosce da pochi mesi il Santana e, tornata a casa ieri pomeriggio, avrebbe notato le bruciature sulla figlia e chiamato il 118. Poiché la donna non era in grado di spiegare cosa fosse successo, i sanitari hanno chiesto l’intervento della polizia che ha in breve scoperto l’allucinante verità.

Un’altra tragedia sfiorata, un’altra piccola vittima, un’altra famiglia precaria. Ormai l’instabilità familiare sembra essere la norma, non più l’eccezione e spesso delle giovani madri con figli piccoli intrecciano delle relazioni con uomini che, forse non pronti a fare i padri, tantomeno di figli non loro, si trasformano in veri e propri carnefici.

Stamattina, leggendo la notizia sul quotidiano locale nel bar della mia scuola, ho scambiato due chiacchiere con un collega ed entrambi abbiamo ricordato i tempi in cui avevamo i figli ancora piccoli, rievocando le notti insonni e l’incapacità, a volte, di far fronte a tutti gli impegni che la famiglia e il lavoro comportano. Abbiamo concluso che perdere la pazienza si può, che nessuno è talmente santo da rimanere impassibile di fronte ai pianti continui, magari durante la notte in cui si vorrebbe dormire per poter affrontare serenamente le fatiche del giorno dopo. A tutti è scappata la pazienza, un gesto di collera ci può stare, anche il pensiero di prendere la creatura urlante e buttarla fuori dalla finestra.

Qual è, dunque, il confine tra il pensiero e l’azione? C’è un modo per non impazzire? Io credo che la ragione abbia il sopravvento nella maggior parte dei casi sull’istinto. Ma i gesti folli accadono, purtroppo. Si chiamano raptus, parola che letteralmente significa “rapito, strappato”, come se improvvisamente la rabbia “strappasse” la capacità di pensare, di riflettere. Ma io mi chiedo: nel caso di cronaca di cui si sta parlando, che raptus è se l’uomo ha avuto la freddezza di aprire l’asciugatrice, infilarci la bambina e far partire la macchina?

[fonte: Messaggero Veneto]