7 maggio 2014

“LA BUSTINA DI MINERVA” di UMBERTO ECO: “E QUANT’ALTRO”

Posted in attualità, lingua, scuola tagged , , , , , , a 5:29 pm di marisamoles

lettereE quant’altro: un’espressione che detesto. Mi fa venire l’orticaria quasi come “assolutamente sì”. Hai voglia di spiegare a scuola, agli allievi, che “assolutamente” non ha una connotazione positiva, che è nato come avverbio negativo. Loro candidamente replicano che sul dizionario è scritto che si può dire “assolutamente sì”. Per forza, i vari Zingarelli, Sabatini-Coletti e i Devoto-Oli, cari compagni dell’età che fu, hanno deposto le armi davanti agli usi impropri del lessico italiano. Il bell’idioma è morto, facciamocene una ragione.
Personalmente nella riflessione di Umberto Eco, non trovo disdicevole quanto lui l’uso dell’abbreviazione prof. Un tempo sì, la ritenevo alquanto offensiva. Ora non più, anzi, mi sembra quasi un titolo affettuoso più che accademico, un’apostrofe che rimanda all’umanità della persona piuttosto che al suo titolo professionale. Sarà che la scuola è caduta dal suo piedistallo, sta sulla terra e non più innalzata al cielo del beati italofoni, ed è già tanto che non sprofondi nell’inferno più buio. Saremo noi prof dal titolo abbreviato a salvarla dallo sfacelo? Speriamo.

E quant’altro non avrei da dire, se non rivolgere l’invito a voi tutti a leggere questa “Bustina di Minerva” del sempreverde Eco. Mi rammarico, tuttavia, che fra le espressioni in voga nel nostro eloquio (a volte trasformato in turpiloquio) quotidiano, il buon Umberto, paladino del bel parlare, non abbia inserito anche l’insana abitudine di usare “piuttosto che” nell’accezione, tutta sbagliata ma tanto amata da molti, disgiuntiva al posto di “oppure”. Ma questo è un altro libro.

BUONA LETTURA!

umberto_ecoÈ ovvio che le persone che hanno raggiunto un’età sinodale siano infastidite dallo sviluppo della lingua, non riuscendo ad accettare i nuovi usi degli adolescenti. E la loro unica speranza è che questi usi durino lo spazio di un mattino, così come è accaduto con espressioni come “matusa” (anni Cinquanta-Sessanta, e chi la impiega ancora si rivela appunto, lui o lei, come matusa) o “bestiale” (ho udito una signora di incerta età usarlo e ho capito che era ragazza nei lontani anni Cinquanta). Però sino a che i nuovi usi circolano tra i ragazzi, direi che sono affari loro, talora molto divertenti. Diventano urtanti quando ci coinvolgono.

Non ho mai potuto sopportare, diciamo dagli Ottanta in avanti, che mi si chiamasse “prof”. Forse che un ingegnere lo si chiama “ing” e un avvocato “avv”? Al massimo si chiamava “doc” un dottore, ma era nel West, e di solito il doc stava morendo alcolizzato.

Non è che abbia mai protestato esplicitamente, anche perché l’uso rivelava una certa affettuosa confidenza, ma la cosa mi dava noia e me la dà ancora. Meglio quando nel ’68 gli studenti e i bidelli mi chiamavano Umberto e mi davano del tu. Chissà perché quando uno dice “prof” mi viene in mente uno con la faccia di Ricky Memphis.

Un’altra cosa a cui ero abituato è che le donne si dividevano in bionde e brune. A un certo punto “bruna” è diventato forse fuori moda e certo a me evoca le canzoni degli anni Quaranta e le pettinature con la frangetta. Fatto sta che a un certo punto non solo i ragazzi ma anche gli adulti hanno iniziato a parlare di una “mora” (e l’altro giorno ho letto su un giornale che un ballerino classico è un bel moro).

Orribile espressione, perché ai tempi andati “mora” veniva riservato alle odalische musulmane che danzavano sui cadaveri degli ultimi difensori di Famagosta, e oggi mi evoca il richiamo scurrile di un maschiaccio in canottiera che grida a una ragazza che passa “ehi, bella mora!”, e fatalmente si pensa alle maggiorate fisiche di Boccasile, o a giovani italiane che vincevano il concorso Cinquemila Lire Per Un Sorriso, olezzanti di profumi nazional popolari e con una foresta sotto le ascelle. Ma è così, le bionde rimangono bionde (platinate o cenere o paglierino che siano) mentre chi ha capelli scuri diventa una mora, anche se ha il viso di Audrey Hepburn. Insomma, preferisco gli inglesi che dicono “dark-haired” o “brunette”.

Detto questo, non è che sia misoneista, e via via ho assorbito nel mio lessico, se non come parlante attivo almeno come ascoltatore passivo, gasato, rugare, tavanare, sgamare, assurdo, punkabbestia, mitico, pradaiola, pacco, una cifra, lecchino, rinco, fumato, gnocca, cannare, essere fuori come un citofono, caramba, tamarro, abelinato, fighissimo, allupato, bollito, paglia e canna, fancazzista, taroccato, fuso, tirarsela. Ancora giorni fa un quattordicenne mi ha informato che a Roma, anche se si capisce ancora “marinare”, in ogni caso non si usa più “bigiare” ma si dice “pisciare la scuola”.

Comunque, a essere sincero, preferisco i neologismi giovanili al vizio adulto di dire a ogni piè sospinto “e quant’altro”: Non potete dire “e così via” o “eccetera”? Per fortuna son tramontati “attimino” ed “esatto”, per cui l’Italia era diventato il bel paese dove l’esatto suona, ma “quant’altro” rimane anche nei discorsi di persone serie ed è pareggiato in Francia solo dall’uso incontenibile di “incontournable” che serve a dire (udite, udite) che qualcosa è importante (e al massimo è imprescindibile). “Incontournable” è qualcosa che quando lo incontri non puoi giragli intorno ma devi farci i conti, e può essere una persona, un problema, la scadenza del pagamento delle tasse, l’obbligo della museruola per i cani o l’esistenza di Dio.

Pazienza, meglio i vezzi linguistici che l’uso improprio della lingua e, visto che recentemente un nostro deputato, per dire che non l’avrebbe tirata per le lunghe, ha affermato in Parlamento che sarebbe stato “circonciso”, sarebbe stato preferibile che si fosse limitato a dire soltanto “sarò breve, e quant’altro”. Però, almeno, non era antisemita. [LINK all’articolo originale]

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19 febbraio 2011

VOCE DEL VERBO BRIFFARE: DA MILANO A SANREMO, MINETTI DOCET E CANALIS DI(S)CIT

Posted in Festival di Sanremo, Satyricon, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 5:49 pm di marisamoles


La lingua italiana è in continua evoluzione, si sa. Lo è da quel lontano 1861, giusto per restare in tema, quando pare che Massimo D’Azeglio abbia detto: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani” e la questione della lingua non era affatto un dettaglio insignificante. Fatta l’Italia, era necessario creare anche una lingua comune.

Poi nel tempo si presentò il pericolo delle invasioni barbariche a livello linguistico: in questo caso, gli Inglesi l’hanno fatta da padroni. Ma, a onor del vero, sono stati gli Italiani a saccheggiarli, non viceversa.
Nel nostro idioma i prestiti linguistici e i calchi semantici sono il risultato di questo saccheggio che, tuttavia, non ha causato danni a terzi, solo a noi stessi e alla dignità linguistica di un idioma che deriva, per la maggior parte, dalla lingua dei nostri avi: il Latino. Che ci piaccia o no, siamo eredi degli antichi Romani, anche se poi la diffusione del Latino volgare ha dato luogo a delle differenziazioni linguistiche evidenti nelle variegate parlate regionali. Tra tutte queste, poi, grazie alle cosiddette tre corone fiorentine, Dante-Petrarca-Boccaccio, il posto d’onore l’ha avuto il Toscano. Quindi, che ci piaccia o no, tutti parliamo toscano, anzi fiorentino. E se c’è qualcuno che arriccia il naso, se ne deve fare una ragione visto che anche Alessandro Manzoni, lombardissimo, scontento della lingua usata nella prima stesura del suo romanzo, I Promessi Sposi, se n’è andato umilmente a sciacquare i panni in Arno. Non a caso, proprio al noto romanziere, nominato senatore del neonato Regno d’Italia, fu affidato l’incarico di suggerire una soluzione possibile alla questione della lingua.

Tutto questo preambolo era doveroso, essendo tutto il popolo italiano, in questo periodo, immerso nelle celebrazioni dei 150 anni dall’unificazione dell’Italia. E anche questo lo dobbiamo accettare, che ci piaccia o no. Se poi anche il festival più famoso della nostra amata patria, quello di Sanremo, ha dedicato un’intera serata all’evento che tanto fa discutere i nostri politici – , festa sì festa no -, allora di un minimo di riferimenti storici, secondo il mio parere, non si può proprio fare a meno.

Sanremo, poi, c’entra in questa mia riflessione sulla lingua. Perchè? Perché Elisabetta Canalis, l’italiana più invidiata dalle italiane per aver imbrigliato il bel George Clooney, oggi in conferenza stampa, a proposito dell’intervista all’attore americano Robert De Niro, se n’è uscita con questa frase: «Io sono soddisatta di come è andata. E, comunque, sull’intervista a De Niro, con Gianni non ci siamo mai briffati». Ma che vo’ dì? Vi chiederete. Trattasi di un neologismo lanciato nel mondo dei vip, e ormai tristemente calato anche in quello dei nip, dalla consigliera regionale della Lombardia Nicole Minetti, balzata all’onore delle cronache, si fa per dire, nell’ambito del caso Ruby.

Il verbo briffare, così usato ed abusato dalla Minetti, almeno stando alle intercettazioni pubblicate, deriva dall’inglese briefing che significa “colloquio per dare disposizioni”. Quindi l’Elisabetta nazionale, supercriticata per l’inglese non brillante ostentato durante l’intervista a De Niro, nonostante la relazione con il bel Clooney (ma evidentemente lui, vivendo spesso sul lago di Como, conosce meglio l’italiano di quanto la sua ragazza conosca l’inglese, quindi avrà rinunciato ad insegnarglielo e useranno il nostro idioma per comunicare), dichiarandosi soddisfatta, voleva forse dire che era andata meglio di quanto si potesse sperare, dato che lei e Gianni non si erano nemmeno consultati, ovvero lui non l’aveva convocata ad un colloquio per darle istruzioni. Perché, ci sarebbe andata? Visto che non era presente nemmeno alla conferenza stampa in occasione della presentazione del festival, avrei i miei dubbi.

Insomma, una volta la Milano-Sanremo era una gara ciclistica. Ora è la strada che percorrono i neologismi per passare dalla bocca di una belloccia a quella di una bellissima. O no?

[foto by Vanity Fair.it]

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