2 febbraio 2015

LIBRI: “UN USO QUALUNQUE DI TE” di SARA RATTARO

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , a 5:20 pm di marisamoles

PREMESSA
Un uso qualunque di te (Giunti editore, 2012) è il secondo romanzo di Sara Rattaro che leggo, dopo Niente è come te. Anche questa volta l’autrice ligure non mi ha delusa, anzi, posso affermare che questo romanzo mi è piaciuto ancor più dell’altro. Ed ora, in attesa nella mia libreria, c’è Non volare via. Se anche questo libro raggiungerà il mio cuore, credo di poter annoverare Rattaro fra i miei narratori contemporanei preferiti. E ancora una volta ringrazio l’amico frz40 che mi ha trasmesso il suo entusiasmo per quest’autrice.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, e viene tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te, un romanzo che tratta un argomento forte, la cosiddetta “sottrazione internazionale di minore“.

un uso qualunque di te

LA TRAMA
Protagonisti di Un uso qualunque di te sono un uomo e una donna, Carlo e Viola, che hanno una figlia di diciassette anni, Luce. I due si conoscono dai tempi del liceo, la loro all’apparenza è un’unione solida, per Carlo sicuramente lo è ma quando viene smascherata la vera vita di lei, in occasione di un evento tragico che i due devono affrontare, tutto cambia. Il mondo sembra crollare addosso a Carlo, marito premuroso e padre irreprensibile, mentre Viola, moglie e madre distratta, è costretta a fare i conti non solo con il presente tragico ma anche con un passato scomodo, fatto di rinunce, bugie, rancori.
La soluzione finale sarà costituita da un sacrificio che Viola deve fare, non solo per amore nei confronti di chi conta di più nella sua vita, ma anche per espiare le sue colpe che aveva sepolto dentro il cuore, nel tentativo di dare almeno una parvenza di normalità alla sua esistenza.

Difficile dire di più sulla trama di questo romanzo, che tra le altre cose è abbastanza breve (nell’edizione Happy pocket di Giunti appena 150 pagine, ma il carattere di stampa effettivamente è piuttosto piccolo). Chi volesse saperne di più, può continuare la lettura dopo lo spoiler. Chi, invece, ha intenzione di leggere il romanzo e non vuole troppe anticipazioni, si accontenti delle poche righe precedenti e si goda la lettura! Tutti possono, però, leggere il mio commento dopo i tre asterischi che segnano la fine dell’illustrazione della trama del libro.

ATTENZIONE: il seguito contiene SPOILER.

L’inizio della storia è in medias res. Viola si trova nel letto di uno dei suoi amanti occasionali quando sul cellulare trova un messaggio del marito: Carlo le intima di raggiungerlo in ospedale. Lei non sa cosa sia successo, non ha la più pallida idea di quale ospedale debba raggiungere, in più il telefono le muore tra le mani: la batteria è scarica.
Mentre si riveste in fretta, immagina il marito che, svegliatosi nel cuore della notte, non l’aveva trovata accanto a lui, nel loro letto, nell’unico posto in cui una moglie fedele si sarebbe dovuta trovare in quel momento.

Chissà se è questa la sensazione che si prova quando si viene attraversati da una lama. Chissà se puoi guardarti con distacco mentre sanguini perché qualcosa ti ha lacerato la carne. Ho ingoiato l’aria dopo aver ascoltato la tua voce e compreso che questa volta non sarebbe stato facile spiegarti perché non mi trovassi lì. (pag. 8 dell’edizione citata)

Quando la donna raggiunge l’ospedale, trova il marito affranto per le condizioni di salute della figlia Luce, e furioso per l’inspiegabile assenza della moglie nel letto coniugale. Ma le spiegazioni possono essere rimandate, ora bisogna pregare per Luce: la ragazza, infatti, versa in gravi condizioni in terapia intensiva. Solo più tardi si saprà che l’unica cosa che la possa salvare sarà un trapianto di fegato.

La narrazione prosegue in un’alternanza di flashback e di flash sul presente. Il dramma del momento fa rivivere a Viola la sua storia con Carlo, il rapporto contrastato con la suocera Nadiria che dapprima cerca di mettere il bastone tra le ruote ai due e poi si arrende quando scopre la gravidanza della fidanzata del figlio, cercando in tutti i modi di aiutare la giovane coppia ad affrontare il futuro. Nadiria, però, si propone come una specie di “direttore artistico” nella vita di Carlo e Viola, progettando matrimonio e battesimo come fossero un esclusivo affare di famiglia … la sua.
Viola mal digerisce questa intrusione però, almeno all’inizio, è sinceramente innamorata del suo Carlo:

Carlo era come un fascio di luce che, attraversando un prisma, si scompone nei colori dell’arcobaleno, era uno sguardo sereno, una mano tesa, il profumo di caffè la domenica mattina, un sorriso avvolgente. (pag. 27)

L’inquietudine interiore di Viola, tuttavia, ha il sopravvento: quando incontra Massimo, uomo affascinante e misterioso, intreccia con lui una breve relazione che, a dispetto dell’intenzione di considerarla solamente una storia di sesso, la cattura nell’anima e nel corpo:

Massimo era esattamente quello che non doveva essere, inaffidabile, penetrante, faticoso. Vischioso come il miele, avvolgente come un mantello di lana, silenzioso come un pensiero. […] era il sole che si appoggia all’orizzonte. Una filastrocca che ti rimbalza in testa. L’incipit del Cinque maggio. Un abbraccio inaspettato. (pag. 55)

Insomma, Carlo è quello giusto, un marito perfetto, un potenziale padre affettuoso, presente, affidabile. Massimo no, lui è la passione travolgente cui non ci si può sottrarre. Ma quando Viola scopre che è anche un gran bugiardo, si rende conto che tra la ragione e il sentimento, debba prevalere la prima. Carlo.

Complice dei tradimenti e delle bugie di Viola è l’amica del cuore Angela, vecchia compagna di scuola con cui ora gestisce una galleria d’arte. Angela è un po’ una sorta di grillo parlante per l’amica, una voce sfortunatamente inascoltata, una spettatrice rassegnata del degrado morale cui va incontro la protagonista del romanzo.
Alla fine Viola cerca il perdono, il riscatto dalle colpe del passato. Vuole diventare quella madre che non ha mai saputo essere, l’ancora di salvezza della figlia che ama senza riserve. L’unico rammarico è quello di non essere stata in grado di dimostrarle fino in fondo il suo amore. Per Luce, Carlo è il padre amato, insostituibile. Viola è la madre con cui è sempre stata in contrasto ma che alla fine ritroverà e sentirà sempre vicina al cuore.

FINE SPOILER.

***

Il racconto è in prima persona e, a parte i capitoli finali in cui la voce narrante è quella di Carlo, le vicende del passato e del presente sono filtrate attraverso gli occhi di Viola. La scrittura di Rattaro è accattivante, anche quando i fatti narrati sono tutt’altro che felici riesce a rapire il lettore. Ho letto il libro in tre ore appena, impossibile staccare gli occhi dalle pagine.
La prosa è semplice, scivola un po’ nella retorica solo quando alla scrittura è affidato il compito di trascrivere le riflessioni della protagonista; in questi momenti al carattere tondo è alternato il corsivo, un espediente grafico già messo in pratica nell’altro romanzo Niente è come te.
Molto originale la scelta di frapporre qua e là ai capitoli dei passi da celebri classici che trattano d’amore (Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta …). Perché in fondo l’amore è il vero protagonista di questa storia, anche quando le vicende sembrano andare in tutt’altra direzione.
L’unica cosa che si potrebbe obiettare a Sara Rattaro è di aver creato una storia strappalacrime che in certi momenti sfiora il melodramma. A qualcuno il finale può sembrare assurdo ma la trama è tutt’altro che scontata, l’epilogo insospettato (anche se qualcosa si riesce a intuire). Quello che rende questo romanzo diverso dal feuilleton di bassa lega è senz’altro la profonda introspezione psicologica con cui Rattaro anima i personaggi che, grazie alla scrittura tutt’altro che anonima e preconfezionata, divengono drammaticamente autentici, figli di quell’esasperazione dell’umana imperfezione che caratterizza il nostro tempo.

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9 dicembre 2014

LIBRI: “NIENTE È COME TE” di SARA RATTARO

Posted in famiglia, figli, libri tagged , , , , , , a 6:29 pm di marisamoles

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, e viene tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te, un romanzo che tratta un argomento, la cosiddetta “sottrazione internazionale di minore“, che con il diffondersi di legami o matrimoni “misti”, è destinato ad essere sempre più attuale. (per saperne di più CLICCA QUI)

rattaro copertina

LA TRAMA
Francesco non è un padre come gli altri. Da dieci anni cerca disperatamente di entrare in contatto con la figlia Margherita che gli è stata sottratta dalla madre, cittadina danese, la quale, un bel giorno e senza preavviso, l’ha portata a vivere nel suo paese d’origine.
Da quel giorno per Francesco inizia un vero e proprio calvario fatto di viaggi inutili, speranze presto deluse, sentenze che gli danno ragione ma non sono applicabili per i giudici danesi, tentativi di approccio con Margherita, grazie anche alla complicità della tata Ingrid, resi inutili da Angelika, la madre, che non ha mai dato spiegazioni del suo gesto e che è determinata ad ostacolare in tutti i modi il rapporto padre-figlia. Eppure per Francesco fino al momento della fuga dell’ex moglie con la figlioletta, la vita sembrava scorrere felice, una vita come quella di tante coppie innamorate che avevano coronato il loro sogno d’amore con la nascita di una bimba.

Poi, all’improvviso, quando ormai questo padre sembra rassegnato a vivere senza sua figlia, accade l’imprevedibile, il destino sembra offrirgli la grande opportunità, anche se quella di cui può godere è una felicità che si tinge di ombre cupe, che più cerca di afferrare più sente fuggire via. Può riabbracciare finalmente la figlia, non più la piccola di quattro anni da cui si era dovuto separare, bensì una quattordicenne che, oltre a vivere la tempesta esistenziale tipica di ogni adolescente, deve fare i conti con una realtà dolorosa e una serie di cambiamenti che in breve rischiano di schiacciarla.

Margherita, rimasta orfana della mamma in seguito ad un incidente, torna in Italia dove ad accoglierla trova un uomo sconosciuto che dicono sia suo padre ma del quale non ha alcun ricordo. Ha passato gli ultimi dieci anni confrontandosi con diverse “figure paterne” che la madre Angelika, facendole credere di essere stata rifiutata dal padre, aveva cercato di imporre alla figlia fin dal suo arrivo in Danimarca.
La ragazza non sa nulla del genitore ed è sempre stata all’oscuro dei fatti realmente accaduti. Piano piano, rompendo gli indugi e allontanando la diffidenza iniziale, scopre l’altra verità, quella di Francesco che con tanta pazienza, e non senza commettere errori, cercherà di convincere la figlia del suo amore autentico, disperato, nutrito silenziosamente nei dieci anni di lontananza. Un amore che, come un guerriero armato, ha cercato di difendere sempre, anche se spesso era stato costretto ad alzare bandiera bianca. Tutte le volte che aveva dovuto affrontare il nemico, Angelika, l’uomo aveva agito non con la testa, inseguendo il sogno di una paternità negata, ma con il cuore cercando di evitare inutili sofferenze alla figlia. Anche quella volta in cui, con la complicità delle persone più care, era stato ad un passo dal pieno “possesso” di Margherita, si era fermato. Rendere pan per focaccia all’ex moglie non era quello che voleva perché sapeva che poi avrebbe dovuto fare i conti con la sofferenza di Margherita.

Da parte sua, la ragazza aveva vissuto la sua esperienza di “figlia separata” ponendosi domande cui non ha saputo dare risposte convincenti.

Quello che non mi è ancora ben chiaro è il perché si debba venire al mondo e soprattutto perché, se i genitori sono due, i figli possono essere anche uno solo. Dovrebbero istituirlo per legge, se decidi di fare un figlio poi ne devi fare subito un altro. In questo modo, quando deciderai di separarti, ogni genitore ne avrà uno in consegna evitando inutili liti per l’affidamento, o peggio ancora, per il non affidamento. (pag. 45)

Per Francesco, invece, proprio la separazione forzata dalla figlia sarà la causa di una decisione, quella di non avere altri figli, perché nessuno avrebbe potuto sostituire Margherita nel suo cuore, che manderà in crisi il rapporto con Enrica. Proprio quando la famiglia sembra aver trovato un equilibrio, dopo l’arrivo della ragazzina, la compagna rinfaccia a Francesco di averle imposto un sacrificio troppo grande.

[Enrica] «Famiglia? Capisco che non sia facile per te. So quanto hai lottato per poterla riabbracciare, ma so anche quanto sia stato complicato per me starti vicino, convivere con i tuoi vuoti affettivi e rinunciare ad avere un figlio mio.»
[Francesco]«Ci risiamo. Mi stai ricattando perché non ho voluto un altro figlio? Ma come avrei potuto? Come avrei fatto a scegliere un altro bambino al posto di mia figlia? L’avrei data vinta ai danesi.»
«E io? Ho rinunciato a un figlio per i danesi? Hai lottato per Margherita, non contro un intero paese. Ora hai vinto, Francesco, ora hai la possibilità di fare quello che hai sempre desiderato, il padre, e nessuno ti comprende meglio di me. E’ per questo che sto pensando di andarmene, perché ci sono cose che si possono rimandare, ma prima o poi tornano a chiederti di occuparti di loro. E’ successo a te. Ora credo sia il mio momento. […]» (pag. 171)

Per i due protagonisti ricostruire un rapporto non è facile. Ad aiutare Francesco ci sono gli amici di sempre, come Andrea che con lui gestisce un’enoteca e che era stato testimone della passione nata fin da subito per Angelika, ed Enrica, la compagna dell’uomo, unica donna cui lui aveva permesso di prendere il posto dell’ex moglie al suo fianco.
È proprio Enrica a stabilire il primo contatto con Margherita, raccontandole le storielle “strampalate” sulla chimica e le scienze che sono la sua specialità. Ma fra lei e Francesco si insinua l’ombra inquietante di Angelika, nel momento in cui l’uomo decide di costruire un rapporto con Margherita rivivendo assieme i momenti più belli della sua storia con l’ex moglie.

Con il tempo, anche se faticosamente, la vita di Margherita acquista una dimensione “normale”. Superato il primo difficile approccio con la nuova scuola – e una lingua non nuova per lei ma pur sempre seconda rispetto al danese -, stringe amicizia con un compagno, Mattia, che piano piano diventa una presenza preziosa al suo fianco. Un giorno, però, il ragazzino la informa di una sua prossima partenza, a causa del trasferimento del padre. L’equilibrio faticosamente trovato sembra venir meno. Margherita si sente sbagliata perché quando si affeziona a qualcuno, le pare che tutti scappino da lei. Enrica e Mattia nel presente, suo padre in passato. Mentre si chiede che cosa ci sia in lei che non vada, si abbandona ad azioni di autolesionismo che rappresentano la punizione che lei crede di meritare.
Ma un’altra svolta nella sua vita, l’ultima, sta per arrivare.

***

Niente è come te è senza dubbio un bel romanzo, ben scritto, e racconta una storia interessante e commovente nonché tristemente attuale. Non è facile, per ammissione stessa dell’autrice, raccontare una storia vera perché quando si entra nella vita degli altri si ha sempre paura di sbagliare. A maggior ragione, se la vita che diviene oggetto della narrazione è caratterizzata dalla disperata ricerca di una felicità troppo a lungo negata.
Sara Rattaro, però, non sbaglia, a partire dalle scelte operate in ambito narrativo: nel romanzo la storia “vera” che riguarda i due protagonisti si intreccia con dei flash che riportano altre esperienze analoghe di sottrazione di minori operata da uno dei genitori. Storie che, purtroppo, non hanno una fine lieta come quella dei due protagonisti. Così, tra i capitoli in cui si alternano le voci narranti di Francesco e Margherita, si insinuano cronache asciutte e sintetiche che cercano di rendere la reale dimensione di un fenomeno che esiste ma di cui si parla troppo poco.
Particolare è anche la scelta di utilizzare, nel racconto principale, la prima persona seppure con una variante: Margherita scrive una sorta di diario in cui si intrecciano esperienze attuali e memorie del passato; Francesco racconta la sua storia rivolgendosi alla figlia, come se le scrivesse una lunga lettera. Un modo, forse, per esprimere il suo amore accorciando le distanze e collocando la figlia “ritrovata” al centro del suo mondo.
Ogni tanto Rattaro affida al carattere corsivo delle riflessioni che, se cercano di trasmettere le sensazioni più intime dei protagonisti, nello stesso tempo appaiono perlopiù banali e un po’ melense. Questa è l’unica pecca che ho riscontrato durante la lettura di un romanzo che vale senz’altro la pena di leggere.

Grazie all’amico frz40 che con la sua recensione mi ha incuriosita e spinta a leggere Niente è come te.

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24 novembre 2014

LIBRI: “CIÒ CHE INFERNO NON È” di ALESSANDRO D’AVENIA

Posted in libri tagged , , , , , , , , a 12:10 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho iniziato a leggere il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia con un po’ di apprensione dopo aver letto questo post dell’amico blogger frz40 che inizia con queste parole: «Se avete presente “Bianca come il latte, rossa come il sangue” o anche solo “Cose che nessuno sa“, beh, scordateveli: qui è tutta un’altra musica.»
Frz, riportando l’incipit del libro, faceva notare la scrittura barocca, arzigogolata, lontana da quella dei due romanzi precedenti.
Nel commentare questo post, dopo la lettura delle prime 100 pagine – letteralmente divorate – osservavo:
«In effetti concordo sulla scrittura un po’ troppo ampollosa, ricca di retorica, talvolta decisamente inutile perché ridondante. Ma poi tutto cambia perché è inevitabile, a parer mio, essere catturati dalla storia, bellissima nella sua crudezza.»
Ora posso dire che Ciò che inferno non è mi è piaciuto molto e ne consiglio davvero la lettura non solo a tutti quelli che amano lo stile del prof-scrittore ma anche a chi non lo conosce e non ha letto i suoi precedenti romanzi. [QUI il mio contributo su Bianca come il latte, rossa come il sangue]

L’AUTORE
D'AveniaAlessandro D’Avenia nasce a Palermo il 2 maggio 1977. Dal 1990 frequenta il liceo classico Vittorio Emanuele II. Qui incontra padre Pino Puglisi, suo insegnante di Religione, che gli ha ispirato la stesura del suo terzo romanzo, Ciò che inferno non è (Mondadori) edito ad ottobre 2014.

Terminato il liceo, frequenta la facoltà di Lettere classiche all’Università La Sapienza di Roma, dove si laurea nel 2000. Nel 2004 consegue il dottorato di ricerca in letteratura greca con specializzazione in Antropologia del mondo antico, terminandolo con una tesi sulle “sirene” in Omero e il loro rapporto con le Muse nel mondo antico. Nel frattempo insegna per tre anni nelle scuole medie e, terminato il dottorato, frequenta la scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, che gli consente di proseguire la carriera di docente di greco e latino al liceo.
Nel 2010 pubblica il romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue che presto diventa un successo internazionale, raggiungendo il milione di copie e diciannove traduzioni nel 2013. L’anno successivo vede la luce il secondo romanzo, Cose che nessuno sa, che rapidamente scala le classifiche di vendita.
Ciò che inferno non è, come già detto, è la terza fatica di D’Avenia.

ciò che inferno non è

LA TRAMA
Ciò che inferno non è è un’opera narrativa e come tale frutto di fantasia. Tuttavia D’Avenia non ha mai fatto mistero di quanto sia stata importante nella sua crescita e formazione la presenza di Padre Pino Puglisi – detto affettuosamente 3P -, il prete assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993, giorno del suo 56esimo compleanno. Il romanzo, ripercorrendo gli ultimi mesi di vita di Puglisi, allora parroco a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, trae spunto in parte dal fatto di cronaca – l’omicidio del sacerdote, appunto – e in parte è il frutto di una testimonianza diretta, quella del diciassettenne Federico, allievo di 3P, che non è difficile identificare con l’autore stesso.
Nel romanzo si intrecciano, dunque, cronaca, ricordi personali, fatti ispirati alla realtà, mescolati con elementi fittizi, a creare il tessuto narrativo del romanzo che possiamo definire autobiografico.

Le vicende narrate sono calate in uno scenario che vede protagonista la città di Palermo, con le sue viuzze di periferia e le ampie strade che percorrono il suo centro. Palermo – Tuttoporto (tale è, infatti, l’etimologia del nome, dal greco παν-όρμος (Panormos, “tutto-porto”) in quanto i due fiumi che la circondavano, il Kemonia e il Papireto, creavano un enorme approdo naturale) è una città in cui il mare ha un ruolo importante, con l’attività dei pescatori, le bancarelle, il vociare di venditori e clienti, con le sue spiagge, prima fra tutte Mondello, le cui sabbie ospitano democraticamente poveri e ricchi, gente onesta e criminali, vecchi e bambini. Perché Palermo è così, città dalle due facce e dai molti tentacoli, quelli del polpo che avvinghia, stritola e non lascia scampo. Città segnata da una ferita che ancora non è cicatrizzata, né lo sarà mai, procurata dalle recenti stragi di mafia perpetrate ai danni dei giudici Falcone e Borsellino.

C’è la Palermo bene, quella cui appartiene Federico, con la sua bella casa in centro, una famiglia benestante, le vacanze al mare, i viaggi studio all’estero, l’istruzione e la cultura che rende liberi. Un mondo dorato, almeno così sembra. Se non è paradiso ci assomiglia molto.
Poi c’è la Palermo di periferia, con i suoi palazzoni, la gente umile e ignorante che ritiene la cultura inutile, oltre che un lusso irraggiungibile. Uno dei luoghi dell’altra Palermo è Brancaccio, con le strade che nascondono agguati e il mare tanto lontano che nemmeno si vede. La gente che vi abita è senza scampo, almeno così crede. Bambini abituati a lottare con la violenza e la fame, a sfidare i pericoli e a dimostrare la forza in atti di crudeltà come prendere a calci e pugni animali indifesi. Destinati a cambiare, crescendo, le vittime prescelte, non più cani ma uomini. Tanto il sangue sempre quel colore ha.
Brancaccio, se inferno non è, ci assomiglia molto.

L’inferno ha una sua unità minima, uno stato molecolare identificabile: è l’interruzione del compimento, la compressione della vita, non la sua comprensione. Tutto ciò che la sporca, ferisce, chiude, interrompe, distrugge, e ogni possibile variazione sul tema dell’interruzione, è inferno. Per opporvisi occorre riparare, riannodare, restaurare, ricominciare, riconciliare…
Don Pino sa che l’inferno opera più efficacemente sulla carne tenera: i bambini. Bisogna difendere la loro anima prima che qualcuno gliela sfratti. Custodire ciò che hanno di più sacro. (pag. 114)

Quando i due mondi s’incontrano, sembra non esserci speranza per chi viola un territorio segnato. La Palermo bene deve rimanere al suo posto, a maggior ragione se vuole dimostrare di essere migliore. Così Federico, invitato a Brancaccio da Padre Puglisi, alla fine della scuola in quell’estate del 1993, deve fare i conti con la diffidenza, nella migliore delle circostanze, e con la violenza, nella peggiore.

Padre Pino chiede al ragazzo la sua collaborazione al centro da lui fondato, il Padre Nostro, in cui cerca di sottrarre i più piccoli al destino criminale cui sembrano votati fin dalla più tenera età. Federico si trova di fronte ad una realtà così diversa, immaginata forse, perché la mafia non è sconosciuta a chi vive nel capoluogo siciliano, ma mai sperimentata così da vicino. Si trova combattuto tra il mondo dorato in cui vive, fatto di libri e amore per la letteratura, Petrarca soprattutto, e la miseria che caratterizza l’esistenza delle famiglie che abitano a Brancaccio, molte delle quali cercano con tutte le forze di opporsi alla violenza e al sangue che scorre di continuo sulle sue strade.

Nella lotta contro la mafia, 3P spesso usa parole come “giustizia” e “felicità”. Parole apparentemente sterili ma che celano una forza insospettabile se spiegate attraverso le pagine del Vangelo.

La felicità sta nell’essere saziati, non certo nel morire di sete o di fame. La giustizia di cui si parla è la promessa che Dio ha fatto agli uomini, e cioè che la sua forza prevarrà, che l’amore avrà sempre l’ultima parola, anche quando la violenza sembra soffocarlo. E’ una giustizia strana: si fa largo nel mondo silenziosa, nascosta ma inarrestabile, come un latitante che non si fa prendere mai. Saremo saziati perché lui fa quello a cui noi non arriviamo. (pag. 183)

Nonostante il divieto imposto dalla sua famiglia di frequentare il quartiere malfamato e l’imminente viaggio in Inghilterra, premio per la meritata promozione, alla fine Federico rinuncia ai privilegi che la vita agiata gli offre, non parte per il Regno Unito e decide di dare il suo contributo al centro di don Pino. Viene catturato dall’innocenza e dalla voglia di scoprire nuove cose che anima i bambini di cui 3P si prende cura: Totò, Riccardo, Francesco, la bambina con la bambola da cui non si separa mai. Inizia a dare lezioni di chitarra e si fa coinvolgere nell’allestimento di uno spettacolo con cui i ragazzi del centro Padre Nostro hanno in mente di festeggiare il compleanno di don Pino, il 15 settembre. C’è tutta l’estate davanti e per Federico non sarà uguale alle altre.

Il giovane riesce a vincere l’ostilità della famiglia, preoccupata per la sua incolumità. Anche il fratello Manfredi, che all’inizio lo sfotte per l’idea balzana che gli è venuta in mente, rompe le riserve e si lascia coinvolgere. Per il giovane liceale, complice del cambio di rotta è Lucia: una ragazza che fin da subito attrae l’inesperto Federico, troppo calato in un mondo fatto di parole, quelle delle poesie che gli hanno fatto conoscere l’Amore – primo fra tutti quello di Petrarca per Laura -, per passare ai fatti.

Sono fermo da mezz’ora davanti alla libreria e cerco qualcosa per Lucia. Voglio prestarle uno dei miei libri, ma non so quale scegliere. Sarà il libro a scegliere lei. […] Sempre ad occhi chiusi sollevo il braccio destro e lo punto verso gli scaffali: l’indice si scontra con un dorso. Il mio Petrarca. Il Canzoniere, chi meglio di lui. Lo ficco nello zaino e mi avvio verso Brancaccio. Petrarca a Brancaccio non c’è mai andato, questo è certo. Almeno ho un primato nella storia della letteratura: ce l’ho portato io. (pag. 98)

Piano piano vincerà la timidezza e dichiarerà il suo amore a Lucia, pur sapendo di rischiare grosso perché i picciotti che abitano in quei luoghi mal sopportano chi, venendo da fuori, mette gli occhi sulle loro proprietà, donne comprese.

Per difendersi e difendere i più deboli, oppressi da rapporti di forza che non possono trovare un equilibrio, le parole ormai non bastano più. Ci vuole coraggio ma soprattutto Amore per cambiare le cose, o almeno tentare. In un microcosmo fatto di delinquenza e prostituzione, la violenza è lo strumento privilegiato di cui la mafia, con i suoi affiliati, si serve per dimostrare la propria superiorità. Solo due parole sembrano degne dell’evidenziatore sul vocabolario mafioso: dignità è onore costituiscono il binomio imperfetto, in contrapposizione a quello perfetto – coraggio e Amore – che anima don Pino e i suoi “figli”.

Nonostante tutto il coraggio e l’Amore che dimostra nella sua quotidiana lotta contro la violenza e la sopraffazione di persone innocenti, non basteranno a don Pino a salvarlo dai nemici che vedono in lui un ostacolo scomodo. Uno che trova nella forza delle parole, nella persuasione, ciò che altri cercano nella canna di un fucile o in un pugno sferrato nella notte.

Ci sono mani che entrano nell’anima per dilatarla, altre per schiacciarla. Le prime sono forti ma delicate. Le seconde sono mani dure e feroci. Sono le mani che minacciano ancora don Pino e gli spaccano la faccia in un altro agguato, nei locali della chiesa, a tarda sera. Le mani funzionano come le parole, servono a maledire e benedire, carezzare e colpire, cucire e strappare. La carne si rattrappisce per effetto del dolore e l’anima si ritrae in un cantuccio. Non quella di don Pino: si dilata anche nel dolore, perché è il dolore che un padre deve patire per nutrire e difendere i suoi figli e la sua sofferenza è l’origine della soluzione. (pag. 262)

Padre Puglisi sa che il suo destino è segnato. Non quello di molti altri a cui ha insegnato a distinguere, grazie all’Amore, l’inferno da ciò che inferno non è.

***

C’è molto di Alessandro in quest’ultimo romanzo, come nei precedenti del resto. Dalle pagine del libro traspare l’amore per i libri, la letteratura, le parole e i segni, l’arte e i paesaggi della sua terra. C’è, inoltre, quella caratteristica di romanzo di formazione presente anche in Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa.
In Ciò che inferno non è, tuttavia, c’è molto di più perché attraverso gli occhi e la voce di Federico, l’autore può raccontare questa storia bellissima e crudele al tempo stesso, dalla posizione privilegiata di osservatore diretto. Per questo i piani narrativi sono due: quello che ripercorre la Storia, seppur con le licenze che si concedono alla fantasia dello scrittore, per cui D’Avenia utilizza la terza persona e quello che racconta l’esperienza personale del liceale diciassettenne, caratterizzato dal ricorso alla prima persona. Un espediente, questo, che valorizza la preziosità della testimonianza diretta.
Lo stile, come già notato nella premessa, è a volte troppo retorico, con l’uso di similitudini e metafore che spesso creano l’effetto contrario a quello voluto, probabilmente. Non si può non apprezzare il bello scrivere, specie in un’epoca in cui la narrativa italiana è carente di veri talenti. Tuttavia personalmente preferisco le parti in cui la scrittura si fa piana, si avvicina, specialmente nelle parti dialogiche, alle capacità espressive dei protagonisti.
Leggendo questo romanzo mi sono tornati alla mente I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Ciò che inferno non è, in fondo è simile al romanzo degli umili, racconta le vicende di oppressi e oppressori, di violenza e amore, di forza bruta e forza della Fede. Sullo sfondo la Storia, quella vera, in cui i personaggi si muovono nel pieno rispetto del criterio, caro a Manzoni, della verosimiglianza. Il grande romanziere partiva dalla convinzione che l’arte debba rappresentare il vero indagando la realtà e questo è, alla fine, ciò che muove anche D’Avenia, un Alessandro moderno che adegua la sua poetica ai tempi attuali, senza rinunciare alla lezione dei grandi Maestri.

[Per la biografia la fonte è Wikipedia; l’immagine di copertina è coperta da copyright © Marta D’Avenia]

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19 novembre 2014

LIBRI: “MARTA NELLA CORRENTE” di ELENA RAUSA

Posted in libri, scrittori tagged , , , , , , , a 12:22 pm di marisamoles

PREMESSA
Ci sono libri che alla fine ti fanno piangere ma non perché è la storia (o storie) che raccontano a commuoverti fino alle lacrime. Piangi perché vorresti non finissero mai, tanto sono stati capaci di coinvolgerti e trascinarti in un mondo nuovo e diverso, fino a dimenticarti del tuo presente e sempre uguale a se stesso.
Marta nella corrente è uno di questi. Un romanzo che non si può non amare fin dalle prime pagine.

L’AUTRICE
elena_rausaElena Rausa è nata a Milano e attualmente vive in Brianza. Ha tre figlie. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito un dottorato di ricerca in Italianistica-Filologia umanistica. Oggi è docente di lettere al liceo scientifico. Marta nella corrente (Neri Pozza, ottobre 2014) è il suo primo romanzo. [informazioni e immagine tratte dal sito dell’editore Neri Pozza]

marta nella corrente
Marta è una bambina di sette anni che deve affrontare all’improvviso un dolore più grande di lei: la morte della madre Bruna, vittima di un incidente stradale assieme al suo compagno. La tragedia fa entrare di prepotenza la piccola nella vita di più persone, di cui ignorava l’esistenza: il nonno Aldo Fantini che da dieci anni aveva perso ogni contatto con la figlia e, quindi, ignorava l’esistenza di questa nipote; Livia e Mario Parisi, genitori di due gemelli e di una bambina più piccola, che aprono le porte di casa all’orfana, nella veste di genitori affidatari; Emma Donati, una psicologa con alle spalle una triste storia di sofferenze e privazioni, che aiuterà Marta ad elaborare il lutto e a conquistare fiducia in un avvenire migliore.

Attorno a questi protagonisti ruotano altri personaggi che contribuiscono, ognuno con la propria storia, a dipanare le due difficili matasse con cui possiamo configurare il vissuto delle due protagoniste assolute di questo romanzo: Marta ed Emma.

Marta reagisce alla tragedia che le piove addosso barricandosi nel suo mondo, chiudendo quasi con un lucchetto il suo cuore e rifiutandosi di parlare. Nessuno sa nulla di lei, dei suoi rapporti con la madre, si ignora l’esistenza di un padre, non si conoscono legami affettivi che potrebbero aiutarla ad uscire dal suo volontario isolamento. Nemmeno nonno Aldo può esserle d’aiuto; l’accoglie con tutto l’affetto che può offrire ad una bambina sconosciuta, non le impone con prepotenza la sua presenza, lascia che sia la piccola a decidere le modalità e i tempi. Un incontro senza dubbio agevolato dal fatto che Marta non si ribella, non fa capricci, non rifiuta nulla e nessuno. Affronta ogni cosa con apparente indifferenza. Sta semplicemente zitta come se solo nel silenzio potesse trovare il significato profondo della realtà che sta vivendo. Nel suo mondo abitato da sensi di colpa, tacere le sembra forse la soluzione per soffrire meno.

La dottoressa Emma Donati avrà il difficile compito di “scrivere” la storia di Marta e sa di poterlo fare solo guadagnandosi la sua fiducia. Tra le due si crea piano piano un rapporto che va al di là dell’empatia necessaria in ogni relazione d’aiuto. La psicologa non deve semplicemente squarciare il velo che si insinua tra la piccola e il mondo, deve soprattutto ricostruire il vissuto della sua paziente e lo fa attraverso gli oggetti recuperati nella casa che Marta aveva condiviso con la mamma a Milano. Così un castello improvvisato diventa lo scenario fiabesco per le pedine di una preziosa scacchiera che si animano seguendo la volontà della piccola. Inizia ad alzarsi un sipario e piccoli frammenti di vita diventeranno padroni della scena e sveleranno ciò che Marta segretamente custodiva nel suo cuore.

Il compito della psicologa, tuttavia, si rivela più difficile del previsto. Stiamo parlando di una donna matura che ha esperienza nella sua professione. Eppure, come anticipato, il rapporto con la piccola diventa altro rispetto alla relazione che solitamente si instaura tra paziente e analista. Marta, con la sua storia, il suo dolore, i suoi sensi di colpa, la solitudine che sceglie per affrontare la sofferenza, fa riemerge nell’animo della dottoressa Donati il suo passato che, seppur calato in un contesto assai diverso, ha quelle stesse caratteristiche.
Emma, che ha perduto la madre in giovane età, proprio come la piccola paziente, ha alle spalle la terribile esperienza dell’internamento in vari campi di concentramento, fra cui Auschwitz. E quando parliamo di Auschwitz non possiamo fare a meno di pensare al Dolore, quello con la D maiuscola, quello che rimane per sempre, traccia indelebile nelle persone che hanno provato quella esperienza. Un dolore che si fa più acuto nel momento in cui chi è sopravvissuto deve fare i conti con il senso di colpa nei confronti di chi non ce l’ha fatta. A maggior ragione se si tratta di persone care, come l’amica di Emma, Giuliana, che soccombe ad un passo dalla libertà.

La storia di Marta suscita in Emma ricordi nascosti, mai rivelati, nemmeno al marito Filippo che pazientemente le sta accanto da trent’anni. Anche la mancata nascita dei figli, che solo lui desiderava veramente, verrà alla fine interpretata come il segno di un destino ineluttabile.
Grazie all’inconsapevole aiuto della piccola orfana, la dottoressa Donati riesce finalmente a liberarsi dei fantasmi del passato e a guardare al futuro con maggiore ottimismo. Per Marta, che ha tutta la vita davanti, sarà più facile, mentre Emma, una volta scrollatasi di dosso il peso ingombrante del passato, rimarrà comunque la consapevolezza che se la felicità non è più irraggiungibile, la vita non vissuta completamente è perduta per sempre. Solo l’amore di chi ha sempre accettato i suoi silenzi e il suo muto dolore è ora in grado di salvarla.

***

Marta nella corrente è un’opera prima eppure sembra frutto di una lunga esperienza in ambito narrativo. Elena Rausa è una professoressa di Lettere e si vede: il libro è ben scritto, lo stile è semplice – prevale la paratassi, quindi è abbastanza segmentato -, privo di fronzoli retorici ma non per questo meno incisivo. L’autrice riesce a trattare un argomento così complicato, se vogliamo anche pesante, con uno stile lieve che, seppur con la presenza di più piani narrativi e focalizzazioni differenti, cattura il lettore e fa sì che sfogliare le pagine sia la sua preoccupazione principale perché sa che nulla può essere scontato, nulla prevedibile nelle storie che vengono narrate.
Mi è piaciuta anche la disinvoltura con cui Rausa utilizza i tempi verbali, alternando abilmente il presente e il passato, creando quel tessuto narrativo che risulta dall’intreccio di fili diversi fino a diventare una sola storia.

Molto meglio di me ha recensito Marta nella corrente Mauro Reali per La Ricerca. Grazie a lui sono stata conquistata fin da subito da questo romanzo che ho apprezzato davvero moltissimo. Invito, dunque, i lettori a leggere anche il contributo del prof. Reali cliccando QUI.

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29 luglio 2013

LIBRI: “E DISSE” di ERRI DE LUCA

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , a 2:00 pm di marisamoles

Premessa: ormai questo autore napoletano mi è entrato nel cuore. Abituata ai toccanti romanzi intrisi di ricordi infantili nella Napoli della seconda metà del Novecento, ho scoperto, leggendo “E disse”, il De Luca colto, studioso appassionato della Bibbia e, in particolare, della religione ebraica. Ed è stata una felice scoperta.

de luca E disse
L’AUTORE.
Erri (vero nome Enrico) De Luca è nato a Napoli nel 1950. Dopo aver completato gli studi al liceo Umberto, si trasferisce a Roma dove è impegnato politicamente. Svolge numerosi lavori sia in Italia sia all’estero, coltivando da autodidatta lo studio delle lingue, in particolare lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico.
Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli. Seguono molte altre pubblicazioni: Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999),Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta, Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre(2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011) e I pesci non chiudono gli occhi (2011). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà(1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011) e Il torto del soldato (Feltrinelli 2012).

LA TRAMA

“Lo raccolsero sfinito sul bordo dell’accampamento. Da molti giorni disperavano di vederlo tornare. Si preparavano a smontare le tende, inutile cercarlo dove lui solo osava andare. Contava di farcela in un paio di giorni. Era allenato, rapido, il migliore a salire. Il piede umano è una macchina che vuole spingere in su. In lui la vocazione si era specializzata, dalla pianta del piede era risalita al resto del corpo. Era diventato uno scalatore, unico nel suo tempo. Qualche volta si era arrampicato scalzo. Scalava leggero, il corpo rispondeva teso e schietto all’invito degli appigli, il fiato se ne stava compresso nei polmoni e staccava sillabe di soffio seguendo il ritmo di una musica in testa. Il vento gli arruffava i capelli e sgomberava i pensieri. Con l’ultimo passo di salita toccava l’estremità dove la terra smette e inizia il cielo. Una cima raggiunta è il bordo di confine tra il finito e l’immenso”

Così inizia “E disse”. Lui è Mosè, colui al quale Dio ha affidato il compito di tramandare agli uomini la Sua Legge. Lui è il primo alpinista e ha appena scalato il monte Sinai.
Non è importante la trama in questo libro. Una trama non c’è. C’è la Storia: quella del popolo ebraico che fugge dalla schiavitù d’Egitto e con passo paziente si dirige verso la Terra promessa. C’è l’Uomo, il primo, e la prima Donna, i primi trasgressori alla Legge di Dio. C’è la Legge, ci sono i 10 comandamenti scolpiti nella roccia e c’è Erri De Luca nella veste di esegeta biblico che non annoia mai, che non si limita al nozionismo da catechesi ma illumina con la sua scienza e il suo amore per la Bibbia un testo che romanzo non si può definire e neppure saggio. Allora cos’è “E disse”? È un fluire lento di parole che pare mosso dal vento del deserto per scolpire nella mente di chi legge ciò che un tempo fu scolpito nella roccia.

E c’è la lingua ebraica, vera protagonista dell’opera. Una lingua che De Luca conosce bene e che gli serve a dare Verità al suo scritto.

C’è il genere umano, diviso tra i due sessi. La lingua di Mosè riconosce la supremazia del maschio.

«Le donne si scambiavano occhiate, si davano di gomito: il tu che si stampava sulla roccia era al maschile. L’ebraico separa i sessi pure dentro i verbi e i terminali dei pronomi. Il tu sopra la roccia era al maschile. Spettava perciò agli uomini trasmettere le clausole e le righe di alleanza con la divinità. Per loro, per le donne, un’incombenza in meno: si scambiavano sguardi d’intesa.
Toccava agli uomini. Del resto, nella loro lingua maschio e ricordo hanno radice uguale. Si dessero perciò da fare loro con la scrittura sacra e con la trasmissione. Le donne ebree eran ben cariche di compiti. Gli uomini non erano più servi d’Egitto, avevano un sacco di tempo libero. (pag. 39)

Anche quando prende in esame i Comandamenti, uno ad uno, l’autore non è mai banale, mai scontato. La sua penna sa scavare nella profondità dell’animo umano alla ricerca di un perché.
Cosa vuol dire, ad esempio, “Non uccidere”? Un’arida intimazione a non togliere ciò che Dio ha donato, la vita, ma, al giorno d’oggi, anche un ammonimento a non commettere un reato. Eppure anche da questo semplice imperativo dalla penna di De Luca si sprigiona poesia pura:

«Non ammazzerai: che disarmo in cuore si annunciava in quel rigo di apertura di seconda facciata della roccia, in alto, a sinistra della prima. Rinuncia a disporre della vita altrui.
Diceva di non ammazzare neanche Caino, primo degli assassini, per non degradare se stesso e la comunità. Era ancora fresca la pelle d’oca per l’offerta di Isacco sopra il monte.» (pag. 63)

Potrei continuare con le citazioni ma il libro è così breve, 89 pagine appena, che finirei per riscriverlo tutto. Un libricino prezioso che si legge in un soffio ma che rimane scolpito nella memoria come le parole che dalla roccia prendono vita.

Non si può capire la scelta di De Luca di scrivere questo libro senza leggere le parole dell’epilogo, quelle in cui si dichiara “fuori dall’accampamento”, distante dalla Verità che le parole di Dio esprimono eppure così vicino al popolo che quelle parole ha seguito con devozione e speranza.

«L’ebraismo per me non è richiesta d’iscrizione, mi tengo l’imperfetto del prepuzio. L’ebraismo per me è compagnia di viaggio. […] L’ebraismo è stato per me pista carovaniera di consonanti accompagnate sopra e sotto il rigo da uno svolazzamento di vocali. Tra un rigo e l’altro, nello spazio bianco, governa il vento. (pagg. 88-89)

LE MIE (ALTRE) LETTURE

10 giugno 2013

LIBRI: “L’AMORE MOLESTO” di ELENA FERRANTE

Posted in libri tagged , , , , a 5:52 pm di marisamoles

Premessa.
Non avrei mai letto questo libro. Spontaneamente, intendo. Già il titolo mi crea inquietudine e di questi tempi la mia personale è già troppa. Non vado a cercarne altra leggendo un romanzo.
L’ho letto perché una mia amica me l’ha consigliato. Mi ha detto, con grande umiltà, “non l’ho capito, leggilo tu che capisci più di me”. Non potevo dire di no ed ero anche incuriosita perché mi chiedevo cos’avesse questo libro da mettere in confusione una divoratrice di romanzi qual è la mia amica.
Poi l’ho letto e ho capito. Non è una lettura facile, non di quelle che si possono fare senza prestare attenzione ad ogni pagina, ogni riga, ogni parola. Difficile ma bello.

L’AUTRICE.
Elena Ferrante è uno pseudonimo, nessuno conosce la sua vera identità. Da oltre vent’anni scrive libri ed ottiene successi, anche internazionali. Sulle pagine del New Yorker, il noto critico James Wood ha recentemente lodato l’opera di questa misteriosa autrice. Antonio D’Orrico, sul Corriere della sera, l’ha definita “La massima narratrice italiana dai tempi di Elsa Morante”. Trovo sia un’esagerazione.
Poco si sa di lei. E’ nata a Napoli, città che ha abbandonato presto per vivere a lungo all’estero. Dal suo primo romanzo, L’amore molesto, è stato tratto l’omonimo film di Mario Martone. Dal romanzo successivo, I giorni dell’abbandono, è stata realizzata la pellicola di Roberto Faenza.
Poco di sé racconta in un saggio del 2003, La frantumaglia (Edizioni E/O), dove svela come nascono i suoi lavori e il perché della sua decisione di rimanere nell’anonimato. In una lettera inviata all’editore del suo primo romanzo scrive: «Una volta scritti [i libri, ndr], non hanno bisogno dei loro autori […] Io amo molto i volumi misteriosi, antichi e moderni, che non hanno un autore preciso, ma che hanno avuto e continuano ad avere un’intensa vita propria». (LINK della fonte)

amore_molesto

LA TRAMA.
In realtà non è possibile svelare molto della trama perché nel romanzo ogni singolo gesto, evento, personaggio si intersecano a costituire quasi un puzzle in cui ogni tassello ha un suo ruolo, un suo perché intimamente connesso ad altri.
L’amore molesto (1^ edizione 1991 per e/o) ha un inizio noir: la madre della protagonista, Amalia, mai chiamata “mamma” in tutto il racconto, viene trovata cadavere sulla spiaggia di Spaccavento (nei pressi del golfo di Gaeta) il 23 maggio, giorno del compleanno della figlia Delia. La donna, che era partita da Napoli dove viveva per raggiungere la figlia a Roma, non ha subito violenza e apparentemente si è tolta la vita.
Da questo evento luttuoso si dipana una storia fatta di violenza, odio, rancore mai sopito, incapacità di amare e nello stesso tempo amore malato, perverso. Nella Napoli che la protagonista ha abbandonato molti anni prima e in cui ritorna proprio in occasione del tragico evento, si respira un’atmosfera cupa, grigia, caratterizzata da incontri che riaprono nell’animo di Delia una ferita mai rimarginata. E in questo squarcio interiore lei cerca di non sprofondare, anzi, tenta di capire quello che in tanti anni non aveva mai compreso di sé.
La madre per Delia rappresenta la fonte primaria del suo dolore. Per anni è stata una figlia in fuga non da Amalia bensì da ciò che di lei vedeva in se stessa, senza piacersi.

Accadeva dopo che negli anni, per odio, per paura, avevo desiderato di perdere ogni radice in lei, fino alle più profonde: i suoi gesti, le sue inflessioni di voce, il modo di prendere un bicchiere o bere da una tazza, come ci si infila una gonna, come un vestito, l’ordine degli oggetti in cucina, nei cassetti, le modalità dei lavaggi più intimi, i gusti alimentari, le repulsioni, gli entusiasmi, e poi la lingua, la città, i ritmi del respiro. Tutto rifatto per diventare io e staccarmi da lei. (pag. 78)

La scomparsa di Amalia rimette tutto in discussione. Dal passato, come spettri, riemergono figure ambigue, da cui Delia era fuggita pur senza dimenticare. Non il padre, un imbrattatele, marito violento e geloso da cui Amalia si era separata, non Caserta, uomo dal passato non cristallino che nel presente riacquista, forse, la dignità che gli era stata tolta, non Antonio, compagno di giochi di Delia bimba, giochi che nascondevano del torbido così come torbida appare la vita di tutti i protagonisti.

Nella narrazione, che procede in un’atmosfera semionirica, passato e presente s’intrecciano, fantasia e realtà si confondono fino a diventare paradigma di quel male di vivere che Delia aveva cercato di seppellire nel profondo della sua anima, senza mai riuscirci del tutto. Perché anche le rare volte in cui incontrava la madre, ogni fantasma riappariva in tutta la sua prepotenza e la morte di Amalia riesce a scardinare del tutto quell’armadio in cui Delia aveva cercato di rinchiudere le figure inquietanti che avevano animato la sua infanzia e giovinezza.

Nemmeno lo zio Filippo, unico personaggio che riesce a conservare una dimensione umana, può aiutarla nella ricerca della verità. Perché la verità non è mai quella che sembra, ognuno ha il suo segreto da nascondere.

La narrazione è in prima persona. Lo stile della Ferrante è un po’ artificioso. La costruzione lineare dei periodi, in cui prevale la coordinazione sulla subordinazione, è impreziosita da similitudini e metafore, quasi l’autrice (o autore?) volesse a tutti i costi rendere con chiarezza ciò che Delia vede, sente, prova. Il risultato è una scrittura che non sempre scivola via, a volte sembra frenare come per la presenza di attrito. Forse è una strategia voluta ma, a mio parere, a volte rende faticosa la lettura e costringe il lettore meno attento a ritornare indietro, a leggere di nuovo. Ogni parola sembra esprimere il dolore che Delia prova senza tuttavia trasmetterlo al lettore. Questo, secondo me, è il pregio di un romanzo che, nonostante il titolo e la trama non facile, si fa leggere in tutta tranquillità.

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