2 marzo 2014

LIBRI: “STORIA DI IRENE” di ERRI DE LUCA

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , , , a 5:32 pm di marisamoles

PREMESSA
Storia di Irene (Feltrinelli, “I Narratori”, settembre 2013) è il titolo del libro di Erri De Luca ma in realtà si tratta del racconto più ampio sui tre che la raccolta contiene. Gli altri racconti sono: Il cielo in una stalla e Una cosa molto stupida. In questo post mi limito, tuttavia, a parlare solo della Storia di Irene perché gli altri due sono proprio … un’altra storia.

storia di irene

L’AUTORE
Erri De Luca
è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011), I pesci non chiudono gli occhi (2011), Il torto del soldato (2012) e La doppia vita dei numeri (2012). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà (1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011).
N.B. I link rimandano alle mie recensioni presenti su questo blog.

IL LIBRO
Irene ha quattordici anni ed è incinta. Nell’isola greca in cui vive, tra la terra e il mare, preferendo di gran lunga quest’ultimo, nessuno la saluta più per quella vergogna che porta addosso. Solo lo straniero, un italiano, diventa l’unica compagnia umana per la ragazzina che tutti credono sordomuta ma lui no, lui sa che parla. Un linguaggio, il suo, che non ha bisogno di molte parole, che si fa sospiro e passa attraverso il pensiero. Lei nuota in apnee lunghissime e si accompagna ai delfini, in tutti i sensi.

Irene non ha genitori, è figlia del mare e del mare allo stesso tempo diventa madre. I delfini l’hanno salvata, bambina abbandonata tra le onde. Cresciuta in casa del pope e trattata come schiava, ne viene cacciata quando il suo corpo espelle le prime tracce di donna. Vive in una stalla, si nutre di ciò che il mare le dona, non conosce il fuoco e non ha paura del freddo. Al giorno preferisce la notte, con la sua coperta di stelle non le fa sentire il freddo. Lei nuota con il buio e non ha bisogno di altre luci.

Non ha un padre, Irene, non ne ha mai sentito il bisogno. Lo straniero che racconta storie, capelli e barba bianca, potrebbe essere il genitore ideale, lui che a sessant’anni non ha mai avuto famiglia, nessuno che lo chiami padre né marito. Lui, figlio del mare come lei, di quella Napoli terra di migranti, di quel Mediterraneo che ha la capacità di contenere ed espellere, a seconda delle circostanze:

Il Mediterraneo per noi è un buttafuori.
Per quelli che l’attraversano ammucchiati e in piedi sopra imbarchi d’azzardo, il Mediterraneo è un buttadentro. (pag. 8)

Lo scrittore scrive storie che non hanno fine, come la casa degli specchi da cui è difficile uscire ma diventa facile quando si scopre il trucco: girare sempre a sinistra. Lo scrittore che racconta storie incompiute è l’unico con cui Irene si confida, lui è l’eletto, diventa il collo di bottiglia in cui imbucare il suo racconto (pag. 22). A lui che vorrebbe padre racconta la sua storia che non ha bisogno di tante parole. Una storia che diventa fiaba e che come tutte le fiabe non necessita di verità. Ci siamo mai chiesti come possa una zucca diventare carrozza per Cenerentola? La verità sta nel fondo, come i pesci nel mare. E non ha bisogno di venire a galla, rimane nel cuore di una notte stellata.

I delfini sì, riemergono di tanto in tanto, con il loro canto cullano la ragazza figlia del mare e allo stesso tempo madre. Irene ha fatto la sua scelta, ha eletto il mare come suo regno. Sulla terraferma c’è il male, le malelingue, la discriminazione, l’abbandono. Il mare invece è il bene, la vita che è soprattutto nascita:

Nascere in mare è passare da un liquido stretto a uno sconfinato. È sbucare da un vicolo nel largo di una piazza.
Non è il salto nell’aria della specie umana, buttata dal caldo nel vuoto che asciuga e non accoglie. (pag. 64)

Nel racconto dell’uomo, lo straniero, c’è la Napoli sospesa tra terra, mare e cielo, con il vulcano che incombe e ricorda la precarietà della vita. C’è la Grecia, con le sue isole grandi e piccole, tanto che anche l’Africa e l’Asia smettono i panni di continenti per assumere quelli di isole sconfinate. E poi ci sono i ricordi dell’uomo, i suoi libri e le sue storie e quella singolare, con la esse maiuscola, La Storia dell’Uomo, con la u maiuscola. C’è Giona con la sua balena come Irene con i suoi delfini:

Irene salta al buio sopra le onde e saltano con lei gli spruzzi.
Sono in due, un delfino l’accompagna. Il mare, fino a quel momento calmo, diventa un tappeto srotolato sotto di loro, mosso dall’arrivo.
Irene tocca terra scendendo da una schiena.
La pinna si rigira per tornare al mare e vedo il bianco del disegno di clessidra sul ventre del delfino. […]
Ora so che lei sta con i delfini. (pag: 51)

Quel che basta per la felicità:

E adesso Irene? Adesso basta Irene. Ha dato un figlio al mare e la sua storia a un uomo. (pag.66)

***

Come sempre una lettura gradevole e scorrevole, veloce per la sua brevità (solo 73 pagine). Anche se non è il De Luca migliore, secondo il mio modesto parere.
Il racconto è scritto in prima persona. Lo stile è semplice, quello caratteristico dello scrittore partenopeo, dove il discorso si frammenta quasi a voler lasciare il posto alla poesia. Tante piccole frasi a comporre una storia, piccola anch’essa ma delicatamente bella. Tanto segmentato lo stile che anche la mia prosa ne è contagiata, rifugge la subordinazione. La parola diventa essenziale. De Luca è così e io mi adeguo.

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

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19 novembre 2013

LA SCOMPARSA DI MARCELLO D’ORTA, MAESTRO E SCRITTORE NAPOLETANO

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Marcello D'Orta«Se lo si è fatto con passione, maestro si rimane per tutta la vita».

Così diceva Marcello D’Orta. Lui in cattedra c’è stato solo quindici anni e da ben ventitré di mestiere faceva lo scrittore. Mai, però, aveva smesso di sentirsi maestro.

Nato a Napoli sessant’anni fa, aveva raggiunto la notorietà con il primo libro, Io speriamo che me la cavo, in cui aveva raccolto le riflessioni dei suoi scolari, un mix di umorismo ed errori grammaticali e ortografici che rappresentavano l’animo campano con l’ingenuità e l’allegria che solo i bambini sanno trasmettere. Anche quando parlano di cose serie.

Per D’Orta il mondo della scuola era rimasto il suo mondo, anche quando aveva deciso di non sedersi più in cattedra. La notorietà ottenuta con il primo libro, il film omonimo girato nel 1992 da Lina Wertmuller e interpretato da Paolo Villaggio (in una delle rare interpretazioni serie e senz’altro ben riuscita), gli avevano permesso di dedicarsi all’altra sua passione: la scrittura. Senza, tuttavia, perdere di vista la scuola.

Fra le sue opere ricordiamo Dio ci ha creato gratis, Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso, Il maestro sgarrupato, Maradona è meglio ´e Pelé, Storia semiseria del mondo, Nessun porco è signorina, All’apparir del vero, il mistero della conversione e della morte di Giacomo Leopardi, Aboliamo la scuola, A voce de’ creature, Era tutta un’altra cosa. I miei (e i vostri) Anni Sessanta. E’ stato anche collaboratore di diversi quotidiani e le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

Un anno e mezzo fa aveva rivelato il suo male e ne aveva addossato la responsabilità alla monnezza: «È colpa, è quasi certamente colpa della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho – come suol dirsi – vizi, consumo pasti da certosino? Mi ricordai, in quei drammatici momenti che seguirono la lettura del referto medico, di recenti dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui era da mettersi in relazione l’aumento vertiginoso delle patologie di cancro con l’emergenza rifiuti. Così sono stato servito. A chi devo dire grazie? Certamente alla camorra».
Una denuncia in piena regola che non fu gradita ai suoi concittadini la cui reazione l’aveva costretto ad osservare amaramente il suo isolamento: «A Napoli fanno finta di non conoscermi – diceva -. Se c’è un convegno sugli scrittori napoletani, non mi invitano certo. Per gli esponenti della letteratura di Napoli io non esisto».

Dopo la scoperta della sua malattia Marcello D’Orta non aveva abbandonato la scrittura, anzi, «Scrivo per non morire», amava ripetere.
Ora la sua penna ha scritto la parola fine. Tuttavia le parole che ne sono uscite rimarranno sempre impresse nella mente di chi ha amato il coraggio di questo maestro un po’ sui generis e la sua grande passione per il mestiere più bello del mondo.

Grazie, Marcello. Ovunque ti trovi adesso, prega per i nostri studenti e per questa nostra scuola sgarrupata.

io speriamo che me la cavo

[fonti: La Stampa e Il Corriere; immagine da questo sito dove si possono trovare altre “riflessioni” degli scolari di Io speriamo che me la cavo]

7 gennaio 2013

LIBRI: “LA DOPPIA VITA DEI NUMERI” di ERRI DE LUCA

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , a 4:23 pm di marisamoles

PREMESSA: questo libretto mi è stato regalato per Natale da una cara amica cui avevo parlato positivamente della lettura estiva di I pesci non chiudono gli occhi.
Più leggo De Luca e più mi rammarico del tempo perso senza averlo letto, di quanto sia mancata nel mio orizzonte librario la sua presenza.
La lettura di questo libriccino è la conferma che l’autore napoletano non riserva sorprese, non delude, ha sempre qualcosa da raccontare e lo fa con estrema piacevolezza. Anche la sua capacità di creare piccoli gioielli narrativi, senza dilungarsi in fronzoli retorici, è sicuramente una dote apprezzabile perché la lettura è gradevole e per nulla pesante. Ci ho impiegato 40 minuti per leggerlo tutto. Ideale per chi non ha troppo tempo e non vuole leggere “a rate” con il rischio di perdere il filo ogni volta.

la doppia vita dei numeri

L’AUTORE
Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011) e I pesci non chiudono gli occhi (2011). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà (1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011). [dal risvolto di copertina; altre notizie sono riportate nel post linkato]

LA TRAMA
A metà tra narrazione e teatro, tra Pirandello e il grande Eduardo De Filippo. Fin dall’incipit, ovvero dall’introduzione, De Luca non nasconde i suoi “maestri” e dà del teatro una delle più belle definizioni che io abbia mai letto:

Il teatro è un racconto in cui scompare lo scrittore. Non può scrivere: “Era una bella notte di luna”. Lo deve dire uno dei personaggi. Gli avvenimenti sono raccontati e svolti dalle loro voci. Il teatro espelle il narratore dalla pagina, la parola passa in esclusiva a chi la pronuncia. (La doppia vita dei numeri, Feltrinelli, 2012, pag. 9)

E dopo questo inizio pirandelliano, che ricorda i Sei personaggi in cerca d’autore, De Luca esprime l’apprezzamento per il conterraneo De Filippo, pur prendendone, ma solo per umiltà, le distanze:

A che ne stanno i miei conti con Eduardo? In attivo per me, che resto suo incantato spettatore. Non ho presso di lui alcun termine di comparazione e accostamento: ammiro e basta. (ibidem, pag. 14)

Dopo l’introduzione, prende forma sulla carta un testo teatrale in tre parti con due soli protagonisti: un uomo e una donna, due fratelli tra cui domina la divergenza di carattere, due personaggi che nel testo non hanno nome ma vengono semplicemente identificati da un LUI e una LEI.

E’ la notte di Capodanno e in casa si prepara la cena, non un cenone bensì un semplice pasto preparato da LEI e a malavoglia consumato da LUI. Fuori Napoli è in festa e già si prepara ai botti che accoglieranno l’anno nuovo.
Lui, guarda caso, è uno scrittore; schivo di carattere, avrebbe fatto volentieri a meno di quella cena e della compagnia della sorella. Guarda fuori dalla finestra ma preclude alla festa ogni possibilità di entrare nella sua serata di fine anno. Lei è petulante quanto basta, incapace di apprezzare la scontrosità del fratello che, effettivamente, fa a pugni con la gioiosa napoletanità famosa in tutto il mondo.

LEI: La differenza tra me e te sai qual è*? Io voglio bene a Napoli e tu no. Sei sempre stato scarso negli affetti. Tieni la scrittura e metti tutto là dentro. Fuori di quella non vuoi bene a nessuno, neppure a te stesso.
LUI: Non ci ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mio corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua. (ibidem, pagg. 36-37)

Rassegnata a passare il Capodanno con un fratello tutt’altro che socievole, LEI inizia a preparare la tombola, guardata con stupore da LUI che si chiede come si possa giocare a tombola in due. Ma la vera sorpresa sono proprio gli ospiti inattesi. Dai numeri della tombola nascono storie, alcune inventate altre animate dai ricordi, e personaggi che chiedono di avere una parte in questa recita di fine anno.

Dalla magia tutta napoletana della smorfia si crea un racconto stravagante e le premesse di una noiosa serata, contraddistinta dall’incomunicabilità, si allontanano per sempre, accompagnate dai botti che si sentono in lontananza.

La serata a due ben presto si anima di ricordi e presenze amate … quel proposito di “LEI: Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città. Resterà fuori dalla finestra” (ibidem, pagg. 34-35) viene meno grazie alla presenza di altri ospiti. Sarà questa la doppia vita dei numeri.

Lo stile di De Luca è semplice ma delicato. La paratassi che prende il sopravvento sull’ipotassi, la semplicità delle frasi corte e spezzate rendono la lettura veloce e piacevole. Non c’è quasi mai retorica in questo breve testo, la spontaneità ricorda lo stupore tutto pascoliano nel guardare il mondo con occhi di fanciullo.

* Noto, non senza imbarazzo, che nonostante si tratti del libro di uno scrittore famoso e pubblicato da un editore di tutto rispetto, nella pagina citata “qual è” è scritto con l’apostrofo. Mi scuso per la deformazione professionale, ma questo tipo di errore non posso riprodurlo e ritengo sia una vera vergogna ritrovarlo in un romanzo come questo.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

5 novembre 2012

LA SCUOLA UCCIDE … QUANDO NON CE L’HAI

Posted in cronaca, scuola tagged , , , , , , a 5:23 pm di marisamoles

Aveva 48 anni, insegnava Storia dell’Arte ma era precario. Quest’anno scolastico per lui non c’era nessuna cattedra, nonostante la passione per la sua professione, la dedizione e l’impegno che l’aveva portato a conseguire, solo poche settimane fa, la laurea specialistica.
Il 22 ottobre aveva scritto sul proprio profilo Facebook: “Oggi dovrei essere gioioso perché ho conseguito la laurea specialistica ma sono triste perché il ministro profumo ci sta distruggendo il futuro….. siamo precari a vita ammettendo di essere fortunati..”.

Sposato, due figlie da mantenere, una cattedra che non c’era. Troppo da sopportare.
Carmine Cerbera si è tolto la vita venerdì 2 novembre nella sua casa a Casandrino, in provincia di Napoli.

Alla sua famiglia le più sentite condoglianze.
R.I.P.

[LINK della fonte da cui è tratta anche l’immagine]

2 ottobre 2012

IL CASO ENZO TORTORA IN TV E LO SPOT INFELICE

Posted in pubblicità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , a 6:57 pm di marisamoles

Non so chi di voi abbia visto la fiction in due puntate sul caso di Enzo Tortora, il popolare presentatore accusato e condannato ingiustamente per associazione camorrista e spaccio di stupefacenti. Anzi, so per certo che l’ha visto Quarchedundepegi perché ne ha parlato in questo suo post. Dice che l’ha rattristato e che l’ha fatto riflettere sulla Giustizia italiana. Condivido pienamente. Non ho trattenuto le lacrime quando, verso la fine, è stato trasmesso uno spezzone originale della puntata di Portobello che il conduttore ha affrontato da uomo libero, dopo l’assoluzione in Appello, confermata in seguito dalla Cassazione. Purtroppo, come si sa, breve fu la sua vita in seguito, troppo breve per godersi appieno la libertà agognata e per poter dimenticare i mesi di carcere seguiti dagli arresti domiciliari che gli furono concessi per sopraggiunti problemi di salute. Dopo quell’esperienza si ammalò di tumore per spegnersi all’età di sessant’anni.

Bravo Ricky Tognazzi, protagonista e regista, ma brava anche Carlotta Natoli, più portata forse per i ruoli comici ma nella sua interpretazione dell’amatissima sorella di Tortora, Anna, ci ha offerto una prova d’attrice al di sopra delle più rosee aspettative.

Non voglio dilungarmi troppo sulla fiction che mi è piaciuta ma non è stata il massimo. Ho apprezzato di più, se devo essere sincera, la miniserie su Walter Chiari interpretata magistralmente da Alessio Boni. Tognazzi mi è sembrato un po’ modesto, o forse dipende dal fatto che, come lui stesso ha dichiarato, non era sua intenzione imitare Tortora ma farne una sua personale reinterpretazione a beneficio dei giovani che non conoscono la sua storia.

Le vicissitudini giudiziarie del popolare presentatore sono invece ben note a noi adulti. Sembra incredibile che sia stato architettato un piano ad hoc, con la complicità dei maggiori capi camorra, ai danni di una persona onesta, apparentemente senza alcun motivo.
Come si ricorderà tra i principali accusatori di Tortora c’era il camorrista “pentito” Giovanni Melluso, detto “Gianni il bello”, lo stesso che nel 1985 accusò Walter Chiari di spaccio di cocaina, assieme al cantautore Franco Califano. Il popolare comico e presentatore venne prosciolto in istruttoria.

Insomma, lo stesso Melluso segnò la vita di due grandi della tv italiana.

Non so se avete fatto caso, ma alla fine della fiction su Tortora, lo sponsor era … calzature Melluso.

Ma come si fa, dico io, ad accettare che una ditta omonima del principale accusatore di Enzo Tortora sponsorizzi la miniserie in due puntate? Una scelta davvero infelice.

22 luglio 2012

LIBRI: “FOSSE ‘A MADONNA!” di LUCIANO DE CRESCENZO

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , a 5:12 pm di marisamoles

Fosse ‘a Madonna (Mondadori, 2012) è l’ultima fatica letteraria dell’ingegnere-filosofo-scrittore-regista,, insomma di quella figura poliedrica che di nome fa Luciano e di cognome De Crescenzo. Chi mi segue sa che è uno dei miei preferiti e che ho letto quasi tutti i suoi libri. Ciò che mi ha sempre affascinata dello scrittore napoletano è il suo amore per i miti greci e per i personaggi omerici cui ha dedicato tanti libri. Fosse ‘a Madonna, anticipato da Tutti i santi me compreso, uscito lo scorso anno, segna una svolta nell’attività letteraria di De Crescenzo che, come già avvenne per altri titoli a carattere autobiografico in cui esprime al massimo il suo legame con la città natale, Napoli, lasciata molti anni fa, ma solo come luogo di residenza, per Roma (uno dei più noti è Così parlò Bellavista, che è anche il suo primo romanzo, oppure Sembra ieri o quello più propriamente autobiografico Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, citato anche in Fosse ‘a Madonna), mette da parte le antiche leggende pagane per immergersi nel mondo reale, benché animato da santi e personaggi cristiani.

Si potrebbe pensare che i due ultimi titoli segnino il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, come atto di fede dell’autore, quasi una conversione da terza età. E invece no. De Crescenzo non si definisce credente ma “sperante”. Ecco come descrive la propria posizione nei confronti della fede:

[…] in generale io penso che sono presuntuosi quelli che dicono di avere fede o di non averne. Come si può affermare, senza alcun dubbio, di credere nell’esistenza di Dio, oppure di essere assolutamente certi che non esista? Io preferisco praticare il Dubbio Positivo. Positivo perché ho sostituito il verbo credere col verbo sperare. Io spero che Dio ci sia e ho paura che non ci sia. Dubitando, chiedendomi così spesso se Lui c’è veramente oppure se non c’è nulla, alla fine è come se stessi continuamente in sua compagnia. Più di chi crede fermamente nella sua esistenza e non ci pensa più. (pag. 90)

Ma perché oggetto della sua riflessione è proprio la Madonna, la madre di Gesù? Be’, l’occasione gliela offrono proprio la sua terra, la sua città e i suoi concittadini, con i loro modi di dire che spesso hanno come oggetto proprio i santi (San Gennaro, in primis) e tutti i personaggi della Sacra Famiglia (un’esclamazione tipicamente napoletana, quando si vuole esprimere in un certo senso apprensione o incredulità, è “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria”). Già, perché a Napoli dire “Fosse ‘a Madonna!” (con la dizione all’italiana, come sottolinea lo stesso De Crescenzo, anziché quella più comune in Campania, interessata dal rotacismo, Maronna) è come dire “Lo volesse il cielo!”. Ecco come ce lo spiega l’autore:

Quando un napoletano spera in qualcosa d’importante, ma di molto importante, dice sempre “Fosse ‘a Madonna!”, ovvero: “Lo volesse il cielo!”. Se poi le cose gli andranno davvero bene, il pensiero successivo non potrà che essere un “Lassa fa ‘a Madonna!”, ovvero un ringraziamento inviato direttamente alla madre di Gesù. (pag. 121)

Come si può descrivere questo libro? Non è un romanzo, non è nemmeno un saggio, è più che altro il risultato di una ricerca fatta dall’autore sulla madre di Gesù, partendo dalla tradizione evangelica, passando attraverso l’iconografia e approdando nel bel golfo di Napoli dove il nome di Maria si sente spesso intercalato nella parlata popolare. Ecco che De Crescenzo ci racconta quanto si apprende sulla vita di Maria dai vangeli apocrifi, essendo quelli canonici così scarni di notizie riguardo la Madonna, specie per quanto concerne il mistero della sua verginità. Poi ci accompagna alla scoperta, o riscoperta, naturalmente, delle immagini sacre con annessi miracoli più o meno noti, come ad esempio le Madonne che piangono o che appaiono. E grazie a De Crescenzo scopriamo, almeno io ne ero all’oscuro, che esiste anche una Madonna della ‘ndrangheta, oppure che l‘incantevole cittadina di Positano, che si affaccia su uno dei più bei golfi del meridione, quello di Amalfi, deve il suo nome proprio ad un’immagine “parlante” della Vergine che, trasportata su una nave, invitò i marinai ad approdare e a farla sbarcare su quelle incantevoli coste, con un’insistente invocazione: “Posa, posa”.

In conclusione, un libro che può sembrare insolito, specie se lo si considera scritto da un non credente (ma sperante!), caratterizzato, però, dallo stile ironico di sempre. Un misto tra ricerca storica e tradizioni popolari, arricchito dalla propria esperienza personale e dai ricordi d’infanzia che lo rendono certamente unico.

Confesso che non è tra i migliori testi di De Crescenzo, almeno tra quelli letti. Una lettura gradevole comunque, in grado di soddisfare anche qualche curiosità … ai credenti o ai non credenti, ma anche a quelli che, come De Crescenzo, possono definirsi speranti.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

19 settembre 2011

LA FINANZIARIA NON CANCELLA TUTTI I PATRONI: SAN GENNARO SALVO PER MIRACOLO

Posted in politica, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , , , a 12:50 pm di marisamoles

La manovra finanziaria di Ferragosto, come si sa, ha stabilito che le festività religiose non tutelate dal Concordato, quindi tutte quelle relative ai santi patroni eccetto Pietro e Paolo (29 giugno), protettori della capitale, debbano essere accorpate alla domenica successiva (ne ho parlato QUI).
La decisione è stata accolta fin da subito con molto malumore, soprattutto da parte dei cattolici che si sono visti togliere una festa molto significativa. Ma si sono sollevate proteste anche da parte di chi, cattolico o no, ritiene discriminante mantenere la festa dei patroni di Roma a scapito degli altri santi. Senza contare che in alcune città d’Italia la festività del santo patrono è legata a tradizioni alle quali la cittadinanza non intende rinunciare.

Oggi è il 19 settembre e a Napoli si festeggia San Gennaro. Questo santo per i napoletani è un santo speciale, soprattutto perché ogni anno i fedeli aspettano con trepidazione il Miracolo: la liquefazione del sangue del vescovo e martire, custodito in un ampolla nella cattedrale cittadina. Un rito che si ripete da secoli (secondo la tradizione, il sangue di san Gennaro si sarebbe sciolto per la prima volta ai tempi di Costantino I, nel IV secolo) da cui dipende anche la sorte futura della popolazione. Pare, infatti, che dalla riuscita o meno del Miracolo dipenda la buona o la cattiva sorte dei napoletani per i successivi dodici mesi.

Alla fine, nella manovra approvata dal Senato ai primi di settembre si stabilisce che le feste religiose saranno accorpate alla domenica, per quanto riguarda gli effetti civili, solo a partire dal prossimo anno.
Si salvano, quindi, non solo San Gennaro ma anche San Francesco (4 ottobre) che, oltre a proteggere la cittadinanza di molti paesi e città è anche il patrono d’Italia, e Sant’Ambrogio (7 dicembre) la cui festa permette ai milanesi di riposarsi per due giorni, visto che l’8 si celebra l’Immacolata Concezione.

Per quest’anno, quindi, San Gennaro e tutti gli altri patroni sono salvi. Per il prossimo non resta che sperare in un miracolo ovvero in un ripensamento da parte dei politici. In fondo, in questi tempi di crisi, ci vorrebbe proprio una mano santa

21 novembre 2010

CARFAGNA VS MUSSOLINI : INSULTI FRA VAJASSE

Posted in donne, politica, Satyricon tagged , , , , , , , , , , a 8:55 pm di marisamoles

Un bell’esempio di civiltà e di solidarietà femminile, non c’è che dire. Sto parlando degli scambi di opinione che hanno vivacizzato il clima domenicale, un po’ uggioso in verità, fra il ministro delle Pari Opportunità, prossima alle dimissioni, Mara Carfagna, e l’onorevole (di nome ma ben poco di fatto) Alessandra Mussolini.

Come si sa, il ministro Carfagna in questi giorni è nell’occhio del ciclone a causa delle accuse che le sono state rivolte, dal suo stesso partito, in merito alla gestione dell’emergenza rifiuti in Campania. Poco gradite, effettivamente, tanto da portarla ad una decisione estrema: dopo il voto di fiducia del 14 dicembre, si dimetterà. Lascerà la carica di ministro, il Pdl grazie al quale ha ottenuto l’incarico, suscitando non poche polemiche vista l’amicizia con Berlusconi, e il parlamento. Si dedicherà solo ed esclusivamente alla sua Campania.

Fin qui, nulla da eccepire. Tuttavia, nonostante l’amore dimostrato per la sua terra, pare non apprezzare particolarmente le sue conterranee. Nell’intervista al Mattino in cui parla delle sue prossime dimissioni, il ministro ha ricordato la foto che la Mussolini le ha scattato in aula alla Camera mentre parlava con Italo Bocchino. «Quello è stato un atto di cattivissimo gusto che non merita commenti ma che si addice alla persona che l’ha commesso», ha detto Carfagna, «a Napoli le chiamano vajasse…».

A me questo insulto fa ridere. Ricordo che quand’ero ragazzina mio padre, napoletano, mi riprendeva se usavo un linguaggio non troppo consono all’ambiente familiare: mi diceva vassaiola (si pronuncia vasciaiola). Io, onestamente, non avevo ben chiaro cosa significasse né ho mai chiesto delucidazioni a mio padre. Sapevo che non era certamente un apprezzamento e che il termine poteva equivalere a “popolana“.

Credo che il paterno insulto vassaiola e il vajassa della Carfagna siano quasi sinonimi. In effetti, dopo un consulto telefonico con mio papà, ho appreso che con il termine vassaiola s’intende, letteralmente, una donna che vive nei bassi di Napoli, alloggi situati al piano terra. Quindi è sinonimo di “popolana”, “donna incolta”. Poi, pare che per alcuni possa assumere un significato ben più offensivo, tipo «prostituta».
Vajassa indica, invece, una donna umile, ridotta a condizione servile: una “serva“, insomma. Diciamo, quindi, che l’appellativo usato dalla Carfagna non è dei più consoni all’ambiente.

La replica della Mussolini non si è fatta attendere: secondo lei, una che insulta in questo modo non è degna di ricoprire un alto incarico di governo. È gravissimo che il ministro Carfagna rivolga a mezzo stampa gratuiti e volgari insulti a una donna parlamentare, tuona la Mussolini ma avverte la “collega”: appena ti vedo, ti insulto.

Bene. Non si può dire che il ministro Carfagna abbia lavorato invano nell’ambito delle pari opportunita: le donne che stanno al parlamento e al governo sono proprio pari agli uomini: si scambiano gli insulti.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 22 NOVEMBRE 2010

Della foto incriminata, quella che la Mussolini ha scattato con il cellulare alla Carfagna, gridando “Vergogna!”, sul web non c’è traccia. Il clima politico è particolarmente teso in questo periodo alla Camera, quindi è legittimo, diciamo così, che si accusi il ministro delle Pari Opportunità di flirtare con il “nemico”. Ma la foto, qualunque sia, è innocente. C’è pure un precedente (lo vedete nella foto sopra): è successo nel 2008 e nessuno ha avuto da ridire.

Alessandra, Alessandra, va be’ che hai ancora il dente avvelenato per il presunto video osé (di cui, tra l’altro, non si è saputo più nulla ma è certo che si trattasse di una bufala) che ti avrebbe colta in atteggiamento inequivocabile con Roberto Fiore, ma vendicarti così con un’innocente … E poi, la foto della Carfagna con Bocchino l’hai scattata alla Camera dei Deputati, mica in …. camera da letto!

ANNA SCRIGNI

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