LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UNA SCUOLA PER MIGRANTI ECOSOSTENIBILE IN THAILANDIA

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La Kwel Ka Baung è una scuola per più di 300 alunni costata appena $25.000 e realizzata con materiali naturali, quasi interamente trovati dove sorge il cantiere.
La scuola si trova a Mae Sot, una cittadina thailandese sul confine con la Birmania.

Il progetto, realizzato dall’architetto tedesco Jan Glasmeier, che ha firmato il progetto insieme allo spagnolo Albert Company-Olmo, è dedicato alla comunità Karen, uno dei gruppi etnici scappati dalla Birmania per fuggire dalla guerra civile o per cercare lavoro.

La particolarità della scuola Kwel Ka Baung è, come si è detto, l’ecosostenibilità. I muri della scuola sono stati realizzati con mattoni di adobe, una miscela di acqua, buccia di riso essiccata e argilla, materiale povero ma “intelligente”: le sue particolari capacità termiche gli permettono, infatti, di mantenere fresco l’interno degli edifici anche quando la temperatura sfiora i 40 gradi e allo stesso tempo di riscaldare gli ambienti durante le più fredde giornate invernali. “E il fatto che sia gratuito è una caratteristica molto interessante per chi ha un budget limitato” sottolinea l’architetto Jan Glasmeier.

Anche gli infissi sono completamente naturali, realizzati con rami di eucalipto e bambù, mentre il tetto è sostenuto da assi di recupero. Non solo, alcuni dettagli nella costruzione garantiscono il benessere degli scolari che vengono ospitati nell’edifico: la circolazione d’aria è agevolata dalle finestre lunghe e strette, disegnate dagli stessi lavoratori Karen, l’orientamento delle classi e la dimensione delle pareti sono stati progettati in modo da permettere all’edificio di resistere al caldo di giorno rilasciando il calore accumulato durante la notte.

Kwel Ka Baung school

Jan e Albert continuano a lavorare in questa parte dell’Asia cercando di cambiare la mentalità delle persone. “Qui il cemento è considerato buono perché è costoso e resistente – spiega Jan -, mentre l’adobe è considerato cattivo perché è gratis e proviene dalla terra”. La Thailandia è un Paese abbastanza ricco e l’ostentazione fa parte della cultura thailandese: più gli edifici sono alti e maestosi più diventano simbolo del benessere. Le basse case color terra che formano il comprensorio dell’istituto scolastico e ben si sposano con la bellezza della campagna che circonda Mae Sot, sono considerate povere. Lo sforzo degli architetti Glasmeier e Company-Olmo è quello di dimostrare che naturale non è sinonimo di povero e che l’ecosostenibilità non sminuisce la ricchezza delle persone ma ne migliora la qualità della vita.

[fonte della notizia: La Stampa; immagini da questo sito]

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LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: PAPA’ PERCORRE 300 KM A PIEDI PER SALVARE LA VITA AL FIGLIOLETTO

ferejIl papà di Ferej, sei anni, vive in un piccolo villaggio dell’Eritrea e per salvare il suo bambino, affetto da una grave malformazione al cuore, ha percorso a piedi circa 300 km in due settimane per portarlo in un campo ospedaliero di Asmara. Qui operano dei medici italiani provenienti dall’Ospedale pediatrico apuano (Opa) di Massa (Massa Carrara).

La commovente storia di questo padre che ha salvato il figlio da morte certa è raccontata dagli stessi medici italiani che hanno impiantato un pacemaker nel petto del piccolo.
“Il padre – spiega Nadia Assunta, tra i dottori che hanno operato il bambino – lo ha portato stremato al campo dopo giorni di cammino. Arrivavano da un piccolissimo paesino dell’Eritrea, avevano mangiato e bevuto pochissimo, erano entrambi disidratati. Ferej aveva un solo ventricolo, e un cuore grande quanto tutto il suo torace, oltre ad alcune ustioni sul corpo, perché lì i santoni lo curavano provocandogli bruciature. Era praticamente morto, ora lo vedete giocare in piena salute, anche se il suo cuoricino rimarrà sempre malato”.

Ora il bambino si trova in Italia, a Massa, per la convalescenza. Nel campo di Asmara, infatti, non poteva essere garantita a Ferej un’adeguata assistenza. Presto, tuttavia, potrà riunirsi alla sua famiglia.

La storia di Ferej è tenerissima soprattutto considerando il gesto del padre che ha messo a rischio la sua stessa vita per proteggere il figlio. Sono molti, comunque, i bambini poveri che vivono in condizioni disagiate e bisognosi di cure che vengono soccorsi in strutture adeguate nel nostro Paese, perlopiù finanziate dalle Onlus.
Ricordo, ad esempio, la Fondazione Luchetta (di cui ho parlato in questo post) che da vent’anni si occupa della salute dei bambini vittime di guerre o più in generale della povertà, provenienti da ogni parte del mondo.

[LINK della fonte]

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LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: UN CALCIO ALLA POVERTA’

brasile-bambini-calcioDopo una pausa di qualche settimana, riprendo la pubblicazione della Buona notizia del venerdì.
Nonostante l’esclusione precoce, ma meritata, della nostra Nazionale di calcio dal Mondiale brasiliano, si continua a parlare di questo amatissimo sport io rimango in tema con una notizia che riguarda il “pallone” che può, a volte, anche allontanare l’attenzione dei tifosi dal mondo luccicante dei campioni superpagati, per rivolgerla a chi possiede poco o nulla, al limite qualche sogno.

L’Ong internazionale Actionaid ha lanciato l’iniziativa “Fai goal contro la povertà. Per i sogni di 1000 bambini nel mondo. Vinci questa partita con noi”.

Si tratta di una gara di solidarietà che si pone l’obiettivo di offrire, entro il 12 luglio – data in cui si giocherà la finale dei Mondiali a Rio de Janeiro – un futuro di educazione e sicurezza per 1000 bambini in tutto il mondo.

Questa iniziativa non riguarda, tuttavia, solo i Mondiali di calcio ma è legata ad altri due importanti eventi: l’EXPO 2015 e i Giochi Olimpici Estivi di Rio 2016. La gara di solidarietà avrà come protagonisti volti noti dello sport ma non solo. Scendono in campo, è il caso di dire, anche Adriano Campolina direttore ActionAid International, Jorge Romano direttore ActionAid Brasile e volti noti del mondo dello sport e dei media tra cui Federica Balestrieri del Tg1 e Roberto Bagazzoli speaker di Radio Reporter.

Dare un calcio alla povertà significa aiutare molti dei brasiliani che vivono sotto la soglia di povertà, con particolare interesse nei confronti dei bambini che vivono una situazione svantaggiata rispetto ai coetanei del Nord del Mondo: 1 solo su 10 ha, infatti, l’accesso all’istruzione.

In Brasile sono 16 milioni le famiglie che vivono in povertà assoluta. Soltanto l’1% della popolazione possiede campi coltivabili e ben 4 milioni di famiglie sono senza terra. Nel Nord Est del Brasile il 60% delle famiglie contadine guadagna meno di 2 dollari al giorno, non ha accesso negli ospedali pubblici e le associazioni umanitarie che forniscono dei servizi sanitari non riescono a soddisfare tutte le esigenze.

Ovviamente l’impegno solidale di ActionAid Italia e ActionAid Brasile non può venire incontro alle esigenze di tutti. Nel progetto sono coinvolte circa 2200 persone, tra cui 700 bambini e ragazzi (dai 7 ai 15 anni) le cui famiglie parteciperanno a vari workshop. La creazione di classi doposcuola e l’organizzazione di attività sportive per metterà ai bambini e agli adolescenti della comunità della favela di Heliopolis (a San Paolo) di avere un’alternativa alla vita di strada.

Sempre rimanendo in tema di calcio, l’ex Ct della nazionale italiana Marcello Lippi, in occasione di un incontro presso Scuola Superiore Sant’Anna di Viareggio, la sua città, ha annunciato l’idea di creare una Fondazione benefica per aiutare gli anziani e chi vive situazioni di disagio, purtroppo sempre più frequenti oggigiorno. La raccolta fondi sarebbe possibile principalmente attraverso le partite di calcio.
Lippi ne ha parlato con l’ex giocatore del Napoli, l’argentino Diego Armando Maradona, proponendo, come inizio, un’amichevole “amici di Lippi” contro “amici di Maradona”, con formazioni composte da calciatori allenati dal mister viareggino e ex compagni del “pibe de oro”.

[fonti: Famiglia Cristiana e Buonenotizie del Corriere.it]

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L’oca Becco di rame proposta alle Paraolimpiadi di Rio del 2016 di laurin42 (notizia del 27 giugno)

Il Metodo Montessori arriva su smartphone e tablet di laurin42 (notizia del 20 giugno)

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COSE DELL’ALTRO MONDO? NO, DELL’ALTRA EUROPA

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Bell’affare abbiamo fatto entrando, non dico in Europa, ma almeno nella moneta unica! Lo capisco bene, da brava massaia, anche se non ho una laurea in economia e non leggo il Sole 24Ore, quotidiano che molti acquistano giusto per buttare qualche euro a settimana, ma sono sicura non leggono mai. Però fa molto trendy, si dice così, no?

Del resto, non serve molto per capire che con l’adesione alla moneta unica le cose sono precipitate, per quanto riguarda i consumi e il rapporto stipendio-costo della vita. E visto che i contratti (almeno quelli pubblici) sono bloccati fino al 2020, non vedo come possa migliorare la situazione.

Bene hanno fatto quei Paesi europei che non hanno aderito alla moneta unica e quelli che dell’Unione Europea se ne sono sempre fatti un baffo. La Svizzera (o Confederazione Elvetica che dir si voglia), per esempio. Che poi abbiamo sempre guardato con sospetto e con quel pizzico di antipatia che solitamente si riserva a una signora sprezzante, con la puzza sotto il naso, che dall’alto del suo benessere ci ha sempre guardati come fossimo dei pezzenti. Aprendo le porte (ops, confini volevo dire) a quei poveracci che vanno a fare manovalanza nei vari Cantoni. Ed ecco che, con grande senso di solidarietà, gli elvetici hanno permesso una pacifica invasione di comunitari senza extra. Sì, però calma: un recente referendum popolare ha approvato un tetto all’immigrazione. E state certi che non andrà a finire come i nostri referendum che costano un mare di soldi e poi si trova sempre, da parte dello Stato, un modo per aggirare l’ostacolo, quando è scomodo.

Ma non era di questo che volevo parlare, anche se rimaniamo in tema di referendum. Oggi in Svizzera si vota l’introduzione del salario minimo «più alto del mondo»: 22 franchi all’ora, quasi 4 mila franchi al mese per tutti (3.270 euro), più del doppio degli 8,50 euro all’ora obbligatori per legge in Germania e dei 10,10 dollari proposti dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Ora lo so che tutti stanno pensando che il costo della vita in Svizzera è di gran lunga superiore a quello dell’Italia. Infatti non è questo che fa strabuzzare gli occhi, quanto il motivo che ha spinto gli Svizzeri a proporre il referendum: circa un lavoratore su dieci in Svizzera fatica a pagare l’affitto. «Uno scandalo», secondo Daniel Lampart, capo economista dell’Unione sindacale svizzera, che ha lanciato l’iniziativa, appoggiata dalle forze politiche di sinistra.

Avete capito: uno su dieci! E loro già lo considerano uno scandalo. Intanto Renzi che fa? “Regala” 80 euro ai lavoratori … nemmeno a tutti. Neppure si preoccupa di chi ha perso il lavoro quattro anni fa (è dal 2010, infatti, che la crisi si è fatta più sentire) e non l’ha più trovato. Il governo dà una mano, udite udite, a chi è in cassa integrazione (quindi è comunque retribuito, anche senza lavorare) e chi gode dell’indennità di disoccupazione (e quindi un reddito ce l’ha).

Ho il brutto vizio di iniziare i post dal titolo. Bisognerebbe prima scrivere e poi pensare al titolo. Infatti sto pensando che le cose dell’altro mondo non riguardano la Svizzera ma la nostra Italia.

Poveri noi!

[fonte: Il Corriere]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: PAPÀ PERCORRE OGNI GIORNO 29 KM A PIEDI PER PORTARE IL FIGLIO DISABILE A SCUOLA

cinese

A me questa notizia ha sinceramente fatto venire i brividi … di commozione.
Noi siamo abituati a vedere i genitori litigare davanti alle scuole per un parcheggio, oppure ad assistere all’arrogante maleducazione di chi, meglio se al volante di un Suv – e non me ne vogliano i lettori che per caso ne posseggono uno -, si piazza sulle strisce pedonali per scaricare i pargoli con lo zainetto sulle spalle.
Raramente vediamo dei bambini che da soli raggiungono l’edificio scolastico, pochi quelli che prendono l’autobus e per lo più sono figli di immigrati.
Chi mai, nel nostro mondo occidentale, a volte viziato e arrogante, si sognerebbe di percorrere quotidianamente 29 km a piedi per accompagnare a scuola un bimbo disabile, portandolo sulle spalle? Come minimo si rivendicherebbe il diritto ad un trasporto gratuito a spese del Comune. Ma dall’altra parte del globo le cose stanno diversamente. Forse anche grazie al fatto che la scuola viene vista come un privilegio e non semplicemente un obbligo da assolvere.

Questa storia ci porta nella Cina meridionale, sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan. Ogni giorno il quarantenne Yu Xukang cammina per 18 miglia, ovvero 29 chilometri, con il suo bambino sulla schiena, sistemato dentro un canestro di vimini, facendo attenzione a non farlo cadere gli tiene le mani. Il dodicenne Xiao Qiang ha solo 90 centimetri di statura ma una grande forza d’animo e un papà meraviglioso. Secondo il Daily Mail Yu Xukang è l’uomo dell’anno, ma sarebbe meglio dire il papà dell’anno. Un omino anche lui, che ogni giorno instancabile percorre sentieri polverosi e accidentati, tra muretti a secco e poveri alberelli, l’immagine stessa di questa provincia cinese che sembra abbandonata da tutti. Il governo, dopo che il video di questo papà coraggio è stato divulgato, ha promesso di dargli una mano perché se la forza d’animo non verrà mai meno, le forze fisiche potrebbero presto abbandonarlo.

Dopo il divorzio, avvenuto nove anni fa, Yu Xukang si è fatto carico da solo della crescita ed educazione del piccolo Xiao Qiang e, portandoselo sulle spalle ha marciato, finora, per almeno 1.600 chilometri. Un sacrifico ricompensato da quel figlio minuto di cui va fiero: «Sono orgoglioso – dice – che Xiao Qiang sia il migliore della classe e sono sicuro che farà grandi cose. Il mio sogno è che un giorno si iscriva al college».

Una storia che ha molto in comune con un film-documentario di Pascal Plisson, uscito pochi mesi fa. Racconta tante storie simili a quelle di Yu Xukang, storie di povertà e ambizione, allo stesso tempo, girate in Kenya, in India, in Marocco, in Patagonia. Ragazzi che devono alzarsi all’alba e attraversare fiumi, pianure, montagne, kanyon o foreste, per andare a studiare. Alcuni sono costretti a portare pesanti secchi d’acqua e di legna, perché la loro scuola non offre da bere durante la giornata e non garantisce il riscaldamento.

E dopo aver letto questa storia, pensiamo ai nostri ragazzi, a quanto siano fortunati ad avere tutto, senza l’obbligo di guadagnarsi nulla con il sacrificio e le privazioni. E riflettiamo sul valore che i nostri giovani danno alla cultura … poco, decisamente. Per non parlare di quei genitori iperprotettivi che non permettono ai figli di crescere affrontando difficoltà e ostacoli, sempre alla ricerca del modo migliore per ottenere molto con il minimo sforzo. Senza percorrere sentieri accidentati ma cercando la via più semplice e comoda.

Bisognerebbe provare a capire cosa voglia dire percorrere 29 km a piedi, ogni giorno, con un figlio sulle spalle. Un carico di dignità, soprattutto. Quella di cui oggi molti hanno dimenticato il significato.

[notizia e foto da Il Corriere]

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UN CUORE EBREO BATTE IN UNA BIMBA ARABA. LA PACE OLTRE LA VITA

yuval_nizriQuesta è una di quelle notizie che avrei pubblicato volentieri di venerdì, giornata riservata alle buone notizie. Ma mi ha talmente commossa che non riesco ad attendere fino a venerdì prossimo.

In realtà è una notizia buona solo a metà. Parla di vita ma anche di morte. Parla di pace, soprattutto. Una pace che due popoli vanno cercando da molti decenni, senza trovare un punto d’incontro. Ma questa è la Storia, quella con la esse maiuscola. Quando, invece, si parla di storia, semplicemente di vita vissuta, di piccoli grandi gesti quotidiani, allora le cose sono un po’ diverse.

Yuval Nizri aveva solo undici anni. Viveva in Israele, nella cittadina di Rishon Lezion, e la scorsa settimana è rimasta vittima di un brutto incidente. I suoi genitori, dopo aver perso la figlioletta, hanno fatto un gesto generosissimo che ha salvato la vita ad altre persone: hanno autorizzato l’espianto degli organi di Yuval per la donazione.

In casi come questi generalmente tutto passa sotto silenzio. Invece dal sito isareliano Ynet è stata diffusa la notizia che, tra le persone salvate grazie al cuore e ai polmoni di Yuval, c’è anche Miran, una bambina quasi coetanea della donatrice. Miran era paziente da 10 anni nell’ospedale Schneider di Petah Tikva e ora può sperare in una vita normale, o quasi.

Fino a qui sembra di leggere una notizia speciale, sì, per il gesto generoso dei genitori della piccola israeliana. Quello che appare eccezionale in questa storia è che Miran è una bambina araba.
Fa venire la pelle d’oca la dichiarazione del padre della bambina palestinese. Dopo il trapianto, ha dichiarato al sito Ynet: “Un cuore ebreo batte in una bimba araba. Questa è la prova che i due popoli possono vivere insieme. E che la pace è possibile. Vorrei ricambiare questo dono e riportare in vita Yuval se solo fosse possibile. Siamo tristi e siamo in lutto. Porgiamo le nostre condoglianze alla famiglia di Yuval. Per tutta la vita saremo grati ai suoi genitori che hanno salvato nostra figlia”.

Devo, a questo punto, ringraziare Pino Scaccia che ha riportato questa notizia sul suo blog. Avrei potuto ribloggare il suo post ma, nel leggerlo, mi è tornata in mente una vicenda relativa alla donazione degli organi, di cui ho parlato qualche tempo fa in questo articolo. Quella vicenda suscita spontaneamente una riflessione, alla luce di quanto appena raccontato.

Per chi non avesse voglia di leggerlo interamente, riassumo il post.
A Padova, un marinaio romeno di 53 anni, che lavorava per un armatore italiano, ha avuto un infarto e necessitava di un trapianto. L’ospedale di Padova, però, non eseguì l’intervento con questa giustificazione: il cittadino romeno non aveva diritto ad un cuore italiano, doveva essere trasferito nel suo Paese d’origine e lì operato.
In soccorso del malcapitato è arrivato l’ospedale Santa maria della Misericordia di Udine che ha trapiantato un cuore nuovo all’uomo, salvandogli la vita. La direzione sanitaria del nosocomio friulano ha commentato il fatto con parole appropriate: «la “Nord Italia Transplant” ha come priorità la salute delle persone, non la loro provenienza e la loro cultura

La cosa che più mi ha stupito, in quel frangente, è che non mi aspettavo un atteggiamento così ingiusto da parte dei veneti, che considero persone speciali e straordinarie. Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio. Credo, però, che quei medici che a Padova hanno ritenuto inappropriato che nel petto di un uomo romeno battesse un cuore italiano dovrebbero leggersi la notizia di Yuval e dei suoi meravigliosi genitori e farsi un esame di coscienza.

La pace è sempre possibile, anche oltre la vita. La pace sta nei cuori delle persone e il cuore della bimba israeliana che continua a battere nel petto della giovanissima araba ne è la testimonianza più eclatante.

[notizia e foto da Il Messaggero]

CAPODANNO 2014 NEL MONDO: LE FOTO PIÙ BELLE

foto capodanno indonesia
Vedendo le foto che immortalano l’arrivo del nuovo anno nel mondo, sembrerebbe quasi che la crisi sia di colpo finita. Ovunque fuochi d’artificio, bellissimi, colorati, magici.
Personalmente lo scatto che mi è piaciuto di più, nella gallery di Vanity Fair, è quello che ho postato sotto il titolo: si tratta di una foto scattata in Indonesia, a Surabaya (© Getty Images – cliccate sull’immagine per ingrandirla). Nessun effetto speciale, niente giochi pirotecnici. Solamente tre bimbi che sembrano guardare al nuovo anno con sorpresa, forse un po’ di perplessità ma anche con tanta fiducia.

Se volete vedere le altre fotografie, tutte belle e suggestive ma molto più “normali”, potete CLICCARE QUI.

Ancora un Felice 2014 a tutti.