LA FILOLOGICA FRIULANA NON PERDONA PAOLO VILLAGGIO: PRONTA LA QUERELA PER DIFFAMAZIONE


Alla fine tutti, o quasi, hanno perdonato Paolo Villaggio che, nel suo libro Mi dichi, aveva offeso i friulani dicendo di loro: per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di merda e l’abitudine di ruttare violentemente.

Lo scorso ottobre, quando il presidente della Regione Friuli – Venezia Giulia, Renzo Tondo, aveva scoperto nel libro, non proprio fresco di stampa, questa riflessione fantozziana sul popolo friulano, sembrava che la regione stessa fosse pronta per la denuncia. Poi, complici forse le scuse arrivate da Paolo Villaggio, che attribuì al personaggio Fantozzi le frasi ingiuriose, il comico genovese era stato perdonato. Ma la Società Filologica Friulana fin da subito aveva chiaramente espresso la volontà di andare avanti. Ora, dopo aver ottenuto l’appoggio di un migliaio di soci, il presidente Lorenzo Pelizzo annuncia di aver dato mandato all’avvocato Carlo del Torre di presentare alla Procura della Repubblica di Trento denuncia per diffamazione.

Secondo Pelizzo, infatti, Villaggio ha davvero esagerato: Qui non si tratta di comicità e ironia, ma di maleducazione, di scadimento morale, osserva. Poi precisa che se dovessimo vincere la causa, l’eventuale risarcimento andrà tutto a sostenere la benemerita attività dell’ospedale infantile Gaslini di Genova, la città del signor Villaggio. Un bel gesto che accompagna la determinazione dei friulani: Difendere l’onorabilità di una lingua, di una cultura e di un popolo è sacrosanto quanto doveroso, conclude Pelizzo.

[notizia del Messaggero Veneto]

UDINE: MAMMA E NEONATA SALVATE IN EXTREMIS


In queste ultime settimane la cronaca ci ha riportato degli episodi di malasanità riguardanti il parto che appaiono impossibili ai nostri giorni. Morire di parto non si può, non si deve. Per una mamma che si salva, d’altra parte, non esiste nessuna consolazione al fatto che il bimbo che portava in grembo non ce l’ha fatta. Per un padre che perde il suo bambino e un marito che perde la sua compagna non c’è nulla di più triste che sentirsi abbandonati e dover dire addio al progetto di vita che il destino ha voluto irrealizzabile.

Talvolta, però, i miracoli accadono. Ovvero, ci sono delle strutture sanitarie in grado di affrontare le emergenze da sala parto senza sacrificare la vita di nessuno e senza provocare in un padre o marito una ferita profonda che difficilmente potrà mai rimarginarsi.
Il miracolo o forse sola la dimostrazione che non è sempre necessario affidarsi a Dio, ma semplicemente a dei bravi medici, è accaduto a Udine, nella clinica di Ostetricia diretta dal professor Diego Marchesoni.

Una giovane donna, 27 anni d’età, all’ottavo mese di gravidanza, è stata salvata in extremis da un’emorragia che, in una situazione già compromessa dalla fuoriuscita della placenta dall’utero, poteva costituire un serio rischio per la vita della gestante. Il parto cesareo era stato programmato per oggi, ma domenica scorsa era stato fatto ricorso ad un ricovero urgente per salvare la vita alla madre e alla piccola. L’emergenza è scattata poco prima delle 14 quando il professor Marchesoni era in spiaggia a Lignano. Raggiunto da una telefonata, il direttore della clinica si è precipitato in sala operatoria: è entrato alle 14.30 ed è uscito alle 20.

Così il professor Marchesoni racconta l’intervento: «Quando è nata la bambina abbiamo iniettato le sostanze coagulanti per limitare l’emorragia, ma nonostante tutto la signora, alla quale è stato asportato l’utero e parte della vescica, ha perso molto sangue. A un certo punto aveva la pressione a 40». Ma l’equipe del professore, composta da quattro chirurghi, due urologi, tre anestesisti, due radiologi internisti e altrettanti neonatologi, con la collaborazione di diversi infermieri, ha portato al felice esito della vicenda.
Marchesoni, nell’articolo pubblicato sul Messaggero Veneto, si lamenta del fatto che tutti sono pronti a puntare il dito contro la malasanità, mentre della buonasanità non si parla per nulla. Per lo stesso motivo sto scrivendo queste righe, perché è giusto che di ciò che funziona veramente, in quest’Italia sempre più “traballante”, si parli, anche per dare una speranza a chi, purtroppo, leggendo le cronache rischia di perderla del tutto.

L’unico rammarico: la giovane donna non potrà avere altri figli. Sarà sufficiente il sorriso della sua bambina per superare questo dolore?

MANIFESTI GAY A UDINE: NON SI PLACANO LE POLEMICHE


Dal 17 maggio scorso, giorno in cui si è celebrata la giornata mondiale contro l’omofobia, nelle strade del centro cittadino di Udine e di Pordenone sono stati affissi centinaia di manifesti con le immagini di due coppie di omosessuali, due maschi e due femmine, riprese nell’atto di baciarsi. Ne ho già parlato in questo post.
Le reazioni di protesta, soprattutto da parte del PdL e della Chiesa non si sono fatte attendere. Ma il sindaco di Udine, Furio Honsell, già rettore dell’ateneo friulano e noto al grande pubblico per le sue numerose ospitate, avvenute qualche tempo fa, nella trasmissione “Che tempo che fa”, condotta su Rai 3 da Fabio Fazio, è irremovibile. La campagna pubblicitaria, voluta e sponsorizzata a spese dell’amministrazione comunale, conferma, secondo il primo cittadino, che di questo tipo di pubblicità ce n’è davvero bisogno: l’omofobia è una realtà.

In effetti sembra che Honsell abbia ragione: non appena affissi i manifesti, nottetempo sono stati oscurati: in pratica qualcuno, probabilmente più persone e ben organizzate, visto che hanno girato tutta la città, ha nascosto i manifesti gay coprendoli con altri completamente bianchi. Non solo, in diverse parti della città sono comparsi degli adesivi con delle scritte ingiuriose contro gli omosessuali.
Da parte dell’Arcigay il commento è questo: il nostro obiettivo non è lo scontro ma generare un franco dibattito su un problema di stretta attualità qual è l’omofobia, un problema che ha sancito una giornata di carattere mondiale. Resta il fatto che questi adesivi confermano che l’omofobia è un problema reale, vero, e non un’invenzione delle nostre associazioni. E che dunque chi ha voluto dedicare il 17 maggio a questo problema lo ha fatto sicuramente a ragion veduta.

Anche il sindaco Honsell esprime il suo disappunto: È con profondo rammarico che abbiamo assistito a questa azione di inciviltà. Un’azione che condanniamo in tutti i sensi. Per quanto riguarda la copertura dei manifesti avvenuta nella notte (tra il 17 e il 18 maggio, NdR) ci attiveremo in base a quanto previsto dal regolamento comunale, che prevede il ripristino dei manifesti del committente. È chiaro comunque che sporgeremo denuncia contro ignoti e condanniamo questa azione così come tutte le espressioni di intolleranza. Come ho già avuto modo di rilevare da tutto questo emerge il fatto che di giornate contro l’omofobia c’ è davvero bisogno.

Direttamente chiamato in causa, il movimento La Destra del Friuli Venezia Giulia, attraverso il responsabile regionale Ernesto Pezzetta, ha rivendicato di aver “oscurato” a Udine i manifesti con il bacio omosessuale realizzati da Arcigay e Arcilesbica. Lo rivendico – ha dichiarato Pezzetta – assumendone la piena responsabilità. Si tratta di un’iniziativa prettamente politica, in contrapposizione alla scelta fatta dai Comuni di Udine e di Pordenone di patrocinare i manifesti.

Ma la gente comune che dice? Nelle interviste trasmesse sui vari Tg le reazioni sono state diverse: si va dall’indifferenza all’indignazione, ma da parte dei genitori si manifesta una certa preoccupazione per l’impatto che i manifesti potrebbero avere sui bambini: è difficile, infatti, spiegare loro il messaggio che si vuole trasmettere. A questo proposito, Eduard Ballaman , in veste di Tutore dei minori, definisce la campagna dell’Arcigay «aggressiva e mal congegnata». Mentre un dirigente scolastico ha protestato per l’affissione dei manifesti in prossimità dell’edifico scolastico e ne ha chiesto la rimozione.

Insomma, il problema è complesso e non saranno certo i manifesti con i baci tra gay a risolverlo. Tanto meno le polemiche che ne sono scaturite. Forse i tempi non sono ancora maturi per affrontare una tematica che pone in primo piano ancora molti pregiudizi e discriminazioni. Ma è anche vero che, nel momento stesso in cui da parte delle associazioni pro-gay si sente l’esigenza di una campagna pubblicitaria del genere, si ammette che una diversità, nel senso buono del termine, c’è: perché, infatti, non si tappezzano le strade di manifesti che ritraggono delle coppie eterosessuali o delle allegre famiglie con prole? Perché ciò che è “normale” non ha bisogno di pubblicità: ha già di suo un valore intrinseco su cui è difficile dubitare, se non altro perché fa parte della storia dell’uomo.

[fonti: Messaggero Veneto e Gazzettino; LINK per la foto]

LA SCUOLA NON HA SOLDI? I GENITORI SI IMPROVVISANO ACQUIRENTI DI MATERASSI PER L’ACQUISTO DEL MATERIALE DIDATTICO

Singolare iniziativa quella del Comitato Genitori di una scuola primaria di San Giovanni di Casarsa (Pordenone). La cassa delle scuole pubbliche piange, come si può supporre vista l’economia che il ministero fa sempre alle spese degli studenti e delle famiglie. Ma alcuni genitori non si arrendono e, grazie alla loro intraprendenza, invece di piangere come le casse vuote degli istituti scolastici, si rimboccano le maniche e racimolano quanto possono per poter acquistare il materiale didattico per i propri figli.

La notizia rattrista un po’, è inutile nascondercelo. Ma non si può non apprezzare lo sforzo fatto da questi genitori che si sono improvvisati clienti, senza alcun vincolo d’acquisto, per una ditta di materassi!
La ditta che ha sponsorizzato l’iniziativa ha invitato un certo numero di persone (più ce n’erano e meglio era, ovviamente) ad una dimostrazione, assicurando che nessuno sarebbe stato costretto a comprare alcunché. L’unico vincolo: presentarsi in coppia. Ma non tutte le mamme e i papà potevano essere presenti contemporaneamente all’iniziativa: che fare, allora? Organizzare degli “scambi di coppie”, mettere assieme le mamme di alcuni con i papà di altri.

Insomma, pagati per non comprare. Sembra impossibile ma è così. E il compenso massimo poteva arrivare ai 600 euro!
Che dire? Ce ne fossero di genitori così! Immagino che la prossima “avventura” sia la presentazione di qualche batteria di pentole, magari con Giorgio Mastrota!
E chi continua a dire che la scuola italiana è la solita minestra, avrebbe pure le pentole per riscaldarla.

[fonte della notizia Messaggero Veneto]

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OFFERTA SPECIALE: PROSTITUTE GRATIS PER UNA SETTIMANA

Per qualcuno la notizia potrebbe essere assai gradita, per me è semplicemente una notizia shock. Non vorrei sembrare moralista, perché non lo sono affatto. Parto dal presupposto che chiunque sia libero di fare ciò che gli pare, anche andare a prostitute se la cosa può dargli soddisfazione. Non mi permetto nemmeno di criticare o condannare le donne che scelgono il mestiere più antico del mondo, ma che lancino addirittura offerte speciali da supermercato, questo no, non lo ammetto.

La notizia è questa: Pia Covre, pordenonese nota, almeno in Friuli Venezia-Giulia, per aver fondato il primo sindacato delle prostitute, ha lanciato una campagna pubblicitaria che prevede prestazioni sessuali gratuite per un’intera settimana. Basta scaricare da un sito internet un buono-invito ed il gioco è fatto. Le sex-workers (così le chiama la Covre, evidentemente l’uso dell’idioma anglosassone dà più prestigio al lavoro delle puttane, classificate come workers, cioè lavoratrici a tutti gli effetti) sono pronte ad accogliere le richieste di uomini e donne, senza discriminazione alcuna. Certo, in un’epoca in cui basta poco per essere marchiati come razzisti, omofobi e così via, è meglio chiarirlo subito.

La sindacalista delle “lavoratrici del sesso” (traduco perché l’abuso dell’inglese mi infastidisce un pochino) ha dichiarato in un’intervista trasmessa durante l’edizione serale del TG 3 del Friuli Venezia-Giulia, che prostituirsi non è reato, se è una libera scelta della donna che esercita tale professione (direi “mestiere” ma non vorrei sembrare discriminante). I reati perseguibili sono, infatti, lo sfruttamento della prostituzione, la riduzione in schiavitù e l’adescamento. Secondo la Covre il 50% delle donne che offrono servizi sessuali a pagamento lo fa spontaneamente per molti motivi, primo fra tutti la difficoltà di trovare altri lavori. Io avrei dei dubbi in proposito, ma mi fido di ciò che asserisce l’esperta in questione. Le prostitute, quindi, devono essere tutelate e non criminalizzate come avviene spesso per quella che la Covre, fondatrice del Comitato per i Diritti Civili delle prostitute, chiama una doppia, ed implicitamente falsa, morale: tanti cercano i servizi delle sex workers ma si continua a fingere che questa sia una degenerazione. La stigmatizzazione e la criminalizzazione del lavoro sessuale purtroppo producono abusi e violenze contro chi esercita, ed è una situazione inaccettabile. Vogliamo con questa campagna sollecitare i molti uomini italiani clienti ad opporsi a tali crimini e ingiustizie, sia a livello nazionale che locale.

Ecco quindi l’idea di lavorare gratis per una settimana. Idea che mi convince poco: immagino che saranno molti ad approfittare di questa offerta speciale ma di certo non per riflettere sul tasto dolente toccato dall’autrice della propaganda. È un po’ come quando andiamo al supermercato e magari siamo convinti a non acquistare un certo prodotto perché sappiamo bene che le multinazionali sfruttano i lavoratori ed impediscono il decollo economico delle aree in via di sviluppo. Poi vediamo che proprio quel prodotto lì è in offerta e facciamo finta di dimenticarci tutti i buoni propositi e anche dello sfruttamento delle popolazioni che subiscono torti d’ogni genere.
In quel caso, però, possiamo rivolgere la nostra attenzione al commercio equo-solidale. L’iniziativa della Covre mi pare una cosa del genere solo che ha come obiettivo quello di incentivare la prostituzione che non è cacao solubile. Quale messaggio arriva ai più giovani, proprio quelli che non hanno mai provato questa forma di trasgressione? Non gli viene esattamente l’orticaria come quando si beve troppa cioccolata …

E che cosa possono pensare le ragazze? Che sia un lavoro come un altro contro cui non bisogna puntare il dito?
Molte forse si prostituiscono spontaneamente e magari ne traggono un buon profitto ma senza pensare che il vero sfruttamento non è quello che esercitano i protettori e che la schiavitù, per essere tale, non dev’essere per forza inflitta. Se solo si fermassero a riflettere, non sarebbero più tanto convinte della loro “libera” scelta.

In questa sorta di mercato che sta per diventare equo-solidale, a questo punto mi aspetto che la Covre escogiti un’altra offerta promozionale: il 3 x 2.

[fonet: Messaggero Veneto]

LICEO DELLE SCIENZE APPLICATE ALL’ISIS: GLI SCIENTIFICI INSORGONO

Come si sa, all’ultimo momento, prima dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della riforma della secondaria di II grado, Mariastella Gelmini ha deciso di sostituire l’annunciata opzione del liceo scientifico tecnologico con quella relativa alle “scienze applicate”. Ne ho già scritto qui , dove ho anche fatto delle osservazioni sul diverso quadro orario delle due opzioni.

Ora si pone un interrogativo: se fino ad oggi il liceo tecnologico compariva all’interno dell’offerta formativa dell’ITIS, ora la nuova opzione a chi spetterà? Se consideriamo che l’opzione è contemplata nel riordino dei licei (non in quello degli istituti tecnici), pare scontato che spetti al liceo scientifico inserirla nella propria offerta. Ma non sempre le cose vanno come dovrebbero andare.

In una nota informativa la CGIL Scuola osserva che “l’istituzione del Liceo delle scienze applicate trasformerebbe, in modo radicale, tutti gli attuali Licei scientifici tecnologici (sia quelli presso i tecnici che quelli presso i licei), riducendo ovunque la quantità oraria ed i laboratori, e creando non pochi problemi nell’organizzazione delle scuole, nella definizione dei piani dell’offerta formativa territoriale, e negli organici.” (LINK). Una conferma che il condizionale non è d’obbligo arriva da Udine: la Provincia, infatti, ha stabilito che l’opzione delle “scienze applicate” sia appannaggio dell’ITIS che, per l’occasione, verrebbe trasformato in ISIS (Istituto Statale di Istruzione Superiore). Come dire: tagliamo la testa al toro, facendo confluire la nuova opzione ai Tecnici, sottraendola ai Licei. C’è solo un problema: come farà a sopravvivere il Liceo Scientifico, senza più sperimentazioni, con la sola offerta del corso ordinario?
I dirigenti dei due licei scientifici, che contano assieme quasi 3000 iscritti, si oppongono alla decisione della Provincia (ma a questo punto credo possa essere definita una questione nazionale e non locale), sottolineando che «nell’ambito delle proprie capacità di accoglimento delle domande d’iscrizione, non può essere sottratta all’autonomia scolastica la facoltà di definire il numero di sezioni da attivare per ciascuna delle due opzioni, risultando altrimenti palesemente coercitoria la scelta obbligata di iscrivere tutti gli allievi al solo indirizzo “liceo scientifico” disattendendo le scelte educative delle famiglie».

Non resta che attendere i risvolti di questa intricata vicenda. Dai miei lettori, però, vorrei sapere se il problema è davvero nazionale e come intendono le diverse scuole reagire di fronte a un tale depauperamento dell’offerta formativa del liceo scientifico.

[fonte: Messaggero Veneto]

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FRA CROCI E MINARETI: IL PARERE DI FERDINANDO CAMON

È uscito ieri, nella prima pagina del Messaggero Veneto, un interessante editoriale dello scrittore Ferdinando Camon sul referendum che in Svizzera ha decretato lo stop alla costruzione dei minareti. Solo oggi, però, è accessibile sul sito del quotidiano friulano e mi fa piacere condividere questo bell’articolo con i miei lettori.

Avrei voluto scrivere anch’io un post sul tema ma, per motivi di tempo, non l’ho fatto. Quando ieri mattina ho letto il pezzo di Camon ho pensato che avrei scritto più o meno le stesse cose, anche se lui, essendo scrittore di professione, ha uno stile più elevato rispetto al mio. Ma i concetti espressi sono da me condivisi al 100%. Lo stesso titolo scelto per quest’articolo esprime in modo sintetico ed efficace il suo ed al contempo il mio pensiero: “La paura di chi non sa”. Già, è vero che l’ignoranza e, soprattutto, i pregiudizi portano fuori strada. Alla fine, al di là di qualsiasi logica, generano paura. Ma quando un fenomeno viene analizzato in profondità, come ha fatto Camon, allora tutto è più chiaro e lo spettro del timore si allontana. Purtroppo, però, c’è chi resta della propria idea, senza lasciarsi influenzare, e non ammette l’errore.

Riporto l’articolo così com’è stato pubblicato, limitandomi ad evidenziare le parti in cui concordo maggiormente con le idee espresse dallo scrittore.

LA PAURA DI CHI NON SA

Messaggero Veneto — 01 dicembre 2009

E’ vero che i minareti sono il simbolo più vistoso (e perfino minaccioso) della presenza musulmana, ma non puoi concedere libertà religiosa senza concedere le sedi per il culto e le sedi islamiche in Svizzera, finora, sono soltanto quattro. Quindi il referendum nel quale ha trionfato il no ai nuovi minareti non è un atto di difesa della comunità cristiana, ma un atto di repressione della comunità islamica. Il minareto ha la funzione di ricordare agli islamici le ore della preghiera. Il muezzin chiama col suo canto dal balcone più alto. Il numero di balconi è proporzionale all’autorità di chi ha costruito la moschea. Nessun minareto può avere un numero di balconi superiore a quello (sette) della moschea della Ka’ba, alla Mecca. Il sistema di chiamare i fedeli col canto vien considerato più efficace di quello cristiano, che usa le campane. Il canto del muezzin è un messaggio aperto. Dice: «Allah è il più grande – non vi è alcun dio all’infuori di Allah – e Maometto è il suo profeta – io ne sono testimonio, – affrettatevi alla preghiera». È il collante della umma, la comunità dei fedeli islamici sparsi per il mondo. Se accetti che nel tuo paese ci sia una comunità straniera che lavora, ma non accetti che pratichi la sua religione la privi della sua forza spirituale, la degradi a pura forza-lavoro, forza animale. E questo non è né costituzionale (in senso europeo) né cristiano. Già ora in Svizzera non è ammesso il canto del muezzin. Diverso è il discorso se il minareto e il canto vengono usati per marcare una prevaricazione sui simboli cristiani: un minareto accanto alla Chiesa della Natività a Betlemme sarebbe urtante per ogni cristiano. Lì è nato Gesù, sentire il muezzin che canta: «Non c’è altro dio che Allah» è uno schiaffo in faccia ai cristiani. Usare una religione per schiacciarne un’altra è un oltraggio alla civiltà. Il presidente turco Erdogan ha scritto poesie nelle quali esalta la funzione dei minareti come «baionette» (parola sua). Baionette islamiche non devono esistere né in Svizzera né altrove in Occidente, anzi nel mondo. Compresa la Turchia. Erdogan non può cantare i minareti-baionette e poi lamentarsi che l’Europa tardi ad accogliere la Turchia. La proposta della Lega di inserire la croce nella bandiera italiana è semplicemente blasfema, perché trasforma la croce in una clava da usare come arma per affrontare le baionette. Un segnale velenoso per aprire una guerra di religione nell’Europa del dopo-Duemila. Un gesto anti-cattolico (la Chiesa cattolica esprime la propria sofferenza, che ai fratelli di un’altra religione venga negato un diritto spirituale), anti-cristiano e anti-storico, in un tempo in cui la storia va verso un dialogo tra le civiltà, le culture e le religioni. La croce che la Lega vuol inserire nel tricolore è una croce senza Cristo e senza cristianesimo, un simbolo spietato e aggressivo, che nella Lega starebbe accanto ai concetti di patria come sangue e suolo, di riti pagani come il culto del dio Po, di popolo come razza, di mio come nemico del tuo e quindi di tuo che deve diventare mio. L’esito del referendum svizzero nasce da un deficit d’informazione e di cultura. Si corregge con più informazione e più cultura. I Verdi pensano di correggerlo con una sentenza da chiedere alla Corte di Strasburgo: ma è la stessa Corte che vuol togliere i crocifissi; per lei starà bene che spariscano anche i minareti. E così siamo alle solite: un sopruso non si nota quando tocca i cristiani, balza agli occhi quando tocca gli islamici.

Ferdinando Camon