16 maggio 2010

LA SCUOLA NON HA SOLDI? I GENITORI SI IMPROVVISANO ACQUIRENTI DI MATERASSI PER L’ACQUISTO DEL MATERIALE DIDATTICO

Posted in affari, famiglia, Satyricon, scuola tagged , , , , , a 12:48 pm di marisamoles

Singolare iniziativa quella del Comitato Genitori di una scuola primaria di San Giovanni di Casarsa (Pordenone). La cassa delle scuole pubbliche piange, come si può supporre vista l’economia che il ministero fa sempre alle spese degli studenti e delle famiglie. Ma alcuni genitori non si arrendono e, grazie alla loro intraprendenza, invece di piangere come le casse vuote degli istituti scolastici, si rimboccano le maniche e racimolano quanto possono per poter acquistare il materiale didattico per i propri figli.

La notizia rattrista un po’, è inutile nascondercelo. Ma non si può non apprezzare lo sforzo fatto da questi genitori che si sono improvvisati clienti, senza alcun vincolo d’acquisto, per una ditta di materassi!
La ditta che ha sponsorizzato l’iniziativa ha invitato un certo numero di persone (più ce n’erano e meglio era, ovviamente) ad una dimostrazione, assicurando che nessuno sarebbe stato costretto a comprare alcunché. L’unico vincolo: presentarsi in coppia. Ma non tutte le mamme e i papà potevano essere presenti contemporaneamente all’iniziativa: che fare, allora? Organizzare degli “scambi di coppie”, mettere assieme le mamme di alcuni con i papà di altri.

Insomma, pagati per non comprare. Sembra impossibile ma è così. E il compenso massimo poteva arrivare ai 600 euro!
Che dire? Ce ne fossero di genitori così! Immagino che la prossima “avventura” sia la presentazione di qualche batteria di pentole, magari con Giorgio Mastrota!
E chi continua a dire che la scuola italiana è la solita minestra, avrebbe pure le pentole per riscaldarla.

[fonte della notizia Messaggero Veneto]

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5 aprile 2010

OFFERTA SPECIALE: PROSTITUTE GRATIS PER UNA SETTIMANA

Posted in Friuli Venzia-Giulia, lavoro, pubblicità tagged , , , , a 9:40 pm di marisamoles

Per qualcuno la notizia potrebbe essere assai gradita, per me è semplicemente una notizia shock. Non vorrei sembrare moralista, perché non lo sono affatto. Parto dal presupposto che chiunque sia libero di fare ciò che gli pare, anche andare a prostitute se la cosa può dargli soddisfazione. Non mi permetto nemmeno di criticare o condannare le donne che scelgono il mestiere più antico del mondo, ma che lancino addirittura offerte speciali da supermercato, questo no, non lo ammetto.

La notizia è questa: Pia Covre, pordenonese nota, almeno in Friuli Venezia-Giulia, per aver fondato il primo sindacato delle prostitute, ha lanciato una campagna pubblicitaria che prevede prestazioni sessuali gratuite per un’intera settimana. Basta scaricare da un sito internet un buono-invito ed il gioco è fatto. Le sex-workers (così le chiama la Covre, evidentemente l’uso dell’idioma anglosassone dà più prestigio al lavoro delle puttane, classificate come workers, cioè lavoratrici a tutti gli effetti) sono pronte ad accogliere le richieste di uomini e donne, senza discriminazione alcuna. Certo, in un’epoca in cui basta poco per essere marchiati come razzisti, omofobi e così via, è meglio chiarirlo subito.

La sindacalista delle “lavoratrici del sesso” (traduco perché l’abuso dell’inglese mi infastidisce un pochino) ha dichiarato in un’intervista trasmessa durante l’edizione serale del TG 3 del Friuli Venezia-Giulia, che prostituirsi non è reato, se è una libera scelta della donna che esercita tale professione (direi “mestiere” ma non vorrei sembrare discriminante). I reati perseguibili sono, infatti, lo sfruttamento della prostituzione, la riduzione in schiavitù e l’adescamento. Secondo la Covre il 50% delle donne che offrono servizi sessuali a pagamento lo fa spontaneamente per molti motivi, primo fra tutti la difficoltà di trovare altri lavori. Io avrei dei dubbi in proposito, ma mi fido di ciò che asserisce l’esperta in questione. Le prostitute, quindi, devono essere tutelate e non criminalizzate come avviene spesso per quella che la Covre, fondatrice del Comitato per i Diritti Civili delle prostitute, chiama una doppia, ed implicitamente falsa, morale: tanti cercano i servizi delle sex workers ma si continua a fingere che questa sia una degenerazione. La stigmatizzazione e la criminalizzazione del lavoro sessuale purtroppo producono abusi e violenze contro chi esercita, ed è una situazione inaccettabile. Vogliamo con questa campagna sollecitare i molti uomini italiani clienti ad opporsi a tali crimini e ingiustizie, sia a livello nazionale che locale.

Ecco quindi l’idea di lavorare gratis per una settimana. Idea che mi convince poco: immagino che saranno molti ad approfittare di questa offerta speciale ma di certo non per riflettere sul tasto dolente toccato dall’autrice della propaganda. È un po’ come quando andiamo al supermercato e magari siamo convinti a non acquistare un certo prodotto perché sappiamo bene che le multinazionali sfruttano i lavoratori ed impediscono il decollo economico delle aree in via di sviluppo. Poi vediamo che proprio quel prodotto lì è in offerta e facciamo finta di dimenticarci tutti i buoni propositi e anche dello sfruttamento delle popolazioni che subiscono torti d’ogni genere.
In quel caso, però, possiamo rivolgere la nostra attenzione al commercio equo-solidale. L’iniziativa della Covre mi pare una cosa del genere solo che ha come obiettivo quello di incentivare la prostituzione che non è cacao solubile. Quale messaggio arriva ai più giovani, proprio quelli che non hanno mai provato questa forma di trasgressione? Non gli viene esattamente l’orticaria come quando si beve troppa cioccolata …

E che cosa possono pensare le ragazze? Che sia un lavoro come un altro contro cui non bisogna puntare il dito?
Molte forse si prostituiscono spontaneamente e magari ne traggono un buon profitto ma senza pensare che il vero sfruttamento non è quello che esercitano i protettori e che la schiavitù, per essere tale, non dev’essere per forza inflitta. Se solo si fermassero a riflettere, non sarebbero più tanto convinte della loro “libera” scelta.

In questa sorta di mercato che sta per diventare equo-solidale, a questo punto mi aspetto che la Covre escogiti un’altra offerta promozionale: il 3 x 2.

[fonet: Messaggero Veneto]

12 febbraio 2010

LICEO DELLE SCIENZE APPLICATE ALL’ISIS: GLI SCIENTIFICI INSORGONO

Posted in Friuli Venzia-Giulia, Mariastella Gelmini, MIUR, politica, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , , , , a 3:30 pm di marisamoles

Come si sa, all’ultimo momento, prima dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della riforma della secondaria di II grado, Mariastella Gelmini ha deciso di sostituire l’annunciata opzione del liceo scientifico tecnologico con quella relativa alle “scienze applicate”. Ne ho già scritto qui , dove ho anche fatto delle osservazioni sul diverso quadro orario delle due opzioni.

Ora si pone un interrogativo: se fino ad oggi il liceo tecnologico compariva all’interno dell’offerta formativa dell’ITIS, ora la nuova opzione a chi spetterà? Se consideriamo che l’opzione è contemplata nel riordino dei licei (non in quello degli istituti tecnici), pare scontato che spetti al liceo scientifico inserirla nella propria offerta. Ma non sempre le cose vanno come dovrebbero andare.

In una nota informativa la CGIL Scuola osserva che “l’istituzione del Liceo delle scienze applicate trasformerebbe, in modo radicale, tutti gli attuali Licei scientifici tecnologici (sia quelli presso i tecnici che quelli presso i licei), riducendo ovunque la quantità oraria ed i laboratori, e creando non pochi problemi nell’organizzazione delle scuole, nella definizione dei piani dell’offerta formativa territoriale, e negli organici.” (LINK). Una conferma che il condizionale non è d’obbligo arriva da Udine: la Provincia, infatti, ha stabilito che l’opzione delle “scienze applicate” sia appannaggio dell’ITIS che, per l’occasione, verrebbe trasformato in ISIS (Istituto Statale di Istruzione Superiore). Come dire: tagliamo la testa al toro, facendo confluire la nuova opzione ai Tecnici, sottraendola ai Licei. C’è solo un problema: come farà a sopravvivere il Liceo Scientifico, senza più sperimentazioni, con la sola offerta del corso ordinario?
I dirigenti dei due licei scientifici, che contano assieme quasi 3000 iscritti, si oppongono alla decisione della Provincia (ma a questo punto credo possa essere definita una questione nazionale e non locale), sottolineando che «nell’ambito delle proprie capacità di accoglimento delle domande d’iscrizione, non può essere sottratta all’autonomia scolastica la facoltà di definire il numero di sezioni da attivare per ciascuna delle due opzioni, risultando altrimenti palesemente coercitoria la scelta obbligata di iscrivere tutti gli allievi al solo indirizzo “liceo scientifico” disattendendo le scelte educative delle famiglie».

Non resta che attendere i risvolti di questa intricata vicenda. Dai miei lettori, però, vorrei sapere se il problema è davvero nazionale e come intendono le diverse scuole reagire di fronte a un tale depauperamento dell’offerta formativa del liceo scientifico.

[fonte: Messaggero Veneto]

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2 dicembre 2009

FRA CROCI E MINARETI: IL PARERE DI FERDINANDO CAMON

Posted in attualità, religione tagged , , , , , , a 1:56 pm di marisamoles

È uscito ieri, nella prima pagina del Messaggero Veneto, un interessante editoriale dello scrittore Ferdinando Camon sul referendum che in Svizzera ha decretato lo stop alla costruzione dei minareti. Solo oggi, però, è accessibile sul sito del quotidiano friulano e mi fa piacere condividere questo bell’articolo con i miei lettori.

Avrei voluto scrivere anch’io un post sul tema ma, per motivi di tempo, non l’ho fatto. Quando ieri mattina ho letto il pezzo di Camon ho pensato che avrei scritto più o meno le stesse cose, anche se lui, essendo scrittore di professione, ha uno stile più elevato rispetto al mio. Ma i concetti espressi sono da me condivisi al 100%. Lo stesso titolo scelto per quest’articolo esprime in modo sintetico ed efficace il suo ed al contempo il mio pensiero: “La paura di chi non sa”. Già, è vero che l’ignoranza e, soprattutto, i pregiudizi portano fuori strada. Alla fine, al di là di qualsiasi logica, generano paura. Ma quando un fenomeno viene analizzato in profondità, come ha fatto Camon, allora tutto è più chiaro e lo spettro del timore si allontana. Purtroppo, però, c’è chi resta della propria idea, senza lasciarsi influenzare, e non ammette l’errore.

Riporto l’articolo così com’è stato pubblicato, limitandomi ad evidenziare le parti in cui concordo maggiormente con le idee espresse dallo scrittore.

LA PAURA DI CHI NON SA

Messaggero Veneto — 01 dicembre 2009

E’ vero che i minareti sono il simbolo più vistoso (e perfino minaccioso) della presenza musulmana, ma non puoi concedere libertà religiosa senza concedere le sedi per il culto e le sedi islamiche in Svizzera, finora, sono soltanto quattro. Quindi il referendum nel quale ha trionfato il no ai nuovi minareti non è un atto di difesa della comunità cristiana, ma un atto di repressione della comunità islamica. Il minareto ha la funzione di ricordare agli islamici le ore della preghiera. Il muezzin chiama col suo canto dal balcone più alto. Il numero di balconi è proporzionale all’autorità di chi ha costruito la moschea. Nessun minareto può avere un numero di balconi superiore a quello (sette) della moschea della Ka’ba, alla Mecca. Il sistema di chiamare i fedeli col canto vien considerato più efficace di quello cristiano, che usa le campane. Il canto del muezzin è un messaggio aperto. Dice: «Allah è il più grande – non vi è alcun dio all’infuori di Allah – e Maometto è il suo profeta – io ne sono testimonio, – affrettatevi alla preghiera». È il collante della umma, la comunità dei fedeli islamici sparsi per il mondo. Se accetti che nel tuo paese ci sia una comunità straniera che lavora, ma non accetti che pratichi la sua religione la privi della sua forza spirituale, la degradi a pura forza-lavoro, forza animale. E questo non è né costituzionale (in senso europeo) né cristiano. Già ora in Svizzera non è ammesso il canto del muezzin. Diverso è il discorso se il minareto e il canto vengono usati per marcare una prevaricazione sui simboli cristiani: un minareto accanto alla Chiesa della Natività a Betlemme sarebbe urtante per ogni cristiano. Lì è nato Gesù, sentire il muezzin che canta: «Non c’è altro dio che Allah» è uno schiaffo in faccia ai cristiani. Usare una religione per schiacciarne un’altra è un oltraggio alla civiltà. Il presidente turco Erdogan ha scritto poesie nelle quali esalta la funzione dei minareti come «baionette» (parola sua). Baionette islamiche non devono esistere né in Svizzera né altrove in Occidente, anzi nel mondo. Compresa la Turchia. Erdogan non può cantare i minareti-baionette e poi lamentarsi che l’Europa tardi ad accogliere la Turchia. La proposta della Lega di inserire la croce nella bandiera italiana è semplicemente blasfema, perché trasforma la croce in una clava da usare come arma per affrontare le baionette. Un segnale velenoso per aprire una guerra di religione nell’Europa del dopo-Duemila. Un gesto anti-cattolico (la Chiesa cattolica esprime la propria sofferenza, che ai fratelli di un’altra religione venga negato un diritto spirituale), anti-cristiano e anti-storico, in un tempo in cui la storia va verso un dialogo tra le civiltà, le culture e le religioni. La croce che la Lega vuol inserire nel tricolore è una croce senza Cristo e senza cristianesimo, un simbolo spietato e aggressivo, che nella Lega starebbe accanto ai concetti di patria come sangue e suolo, di riti pagani come il culto del dio Po, di popolo come razza, di mio come nemico del tuo e quindi di tuo che deve diventare mio. L’esito del referendum svizzero nasce da un deficit d’informazione e di cultura. Si corregge con più informazione e più cultura. I Verdi pensano di correggerlo con una sentenza da chiedere alla Corte di Strasburgo: ma è la stessa Corte che vuol togliere i crocifissi; per lei starà bene che spariscano anche i minareti. E così siamo alle solite: un sopruso non si nota quando tocca i cristiani, balza agli occhi quando tocca gli islamici.

Ferdinando Camon

1 ottobre 2009

JOHARA E FATIMA: VIVERE IN ITALIA DA IMMIGRATE ANCHE CON IL VELO

Posted in adolescenti, attualità, cronaca, Friuli Venzia-Giulia, integrazione culturale, religione tagged , , , , , , a 5:10 pm di marisamoles

sacro CoranoPubblico un articolo apparso sul numero di oggi del Messaggero Veneto. Due ragazze di origine marocchina esprimono il loro parere sull’uccisione di Sanaa e sull’integrazione, diffcile ma possibile. Mi pare che queste voci meritino di essere ascoltate, sulla scia delle polemiche sorte dopo il dibattito tenutosi domenica scorsa su Canale 5 e il “successo” del mio post “A domenica 5 Santanchè si scontra con imam

Chiacchierata con due studentesse di origine marocchina di 19 e 16 anni: «Per migliorare la convivenza dev’esserci uno sforzo da entrambe le parti»

«Sbaglia chi dà la colpa al credo musulmano»

Tra velo e integrazione Johara e Fatima raccontano il loro Friuli

IL DELITTO DI SANAA

di PAOLA LENARDUZZI

Sono diverse, molto diverse; una porta il velo, lo hijab, e l’altra no tanto per cominciare, ma almeno due cose le accomunano: grinta da vendere e poi la rabbia «per il pregiudizio di chi dà opinioni senza conoscere». Johara e Fatima sono due studentesse musulmane che vivono a Udine, cugine tra di loro. Johara Ciccarello, quasi 19 anni, è figlia di una coppia mista, papà italiano, mamma marocchina, ma entrambi di religione islamica. Fatima Ezzahra Badaoui è nata invece in Marocco, a Rabat, di anni ne ha 16 (per la pubblicazione della sua intervista e delle foto abbiamo avuto il consenso dei genitori, El Mokhtar e Saadia) e vive in Friuli da non più di cinque. Ascoltare il loro punto di vista su diffidenza, integrazione e dintorni forse non è inutile in un momento in cui, qui da noi, resta forte lo choc per l’uccisione, a Montereale, della giovane Sanaa per mano del padre.

Una chiacchierata con Fatima e Johara apre a orizzonti per nulla scontati, aiuta a capire approccio, ostacoli, attese e pensiero di chi approda in una cultura lontana da quella in cui è cresciuto e desidera inserirsi nella nuova realtà, ma senza rinnegare le proprie tradizioni e convinzioni. E può aiutare anche a stemperare quel filo di tensione tra locali e immigrati di fede islamica dopo l’orribile morte della diciottenne marocchina che aveva lasciato casa per andare a vivere col fidanzato italiano.
Al riguardo la posizione delle due ragazze è inequivocabile: «Sbaglia chi attribuisce a quel delitto un significato religioso». Dice Johara: «È brutto che quanto accaduto sia classificato non come “padre che uccide la figlia”, ma “musulmano che uccide”: non sarà mai il Corano a suggerire questo. Quello era un pazzo, non c’entra nulla che il fidanzato sia stato di religione diversa».
Dice Fatima: «La famiglia è stata disonorata dalla fuga di Sanaa, è venuta a mancare l’obbedienza al genitore, per noi è una cosa importantissima, ma non si tratta di sottomissione. Né tantomeno di motivi religiosi». Poi, sul perdono della madre al marito omicida: «Bisogna capire il contesto: lei non ha mai accettato il fatto, ma doveva dire che lo perdonava perché adesso si trova da sola con due bambine e l’unico sostegno lo potrà avere dai fratelli del marito», aggiunge.
Johara e Fatima, pur con una punta di critica per un clima «ancora troppo viziato dai pregiudizi, specie da parte della gente anziana», dicono di stare bene in Italia. E fanno pure una sorta di autocritica: «Anche noi musulmani dovremmo essere più aperti. Invece molti di noi sono diffidenti verso chi è di usi, costumi e religione diversi».
La strada per il reciproco rispetto la indica Majda Badaoui, mamma di Johara e zia di Fatima, che lavora come mediatrice culturale e linguistica in diverse scuole di Udine e che nei giorni scorsi, a Pordenone, è stata chiamata a sostenere la madre di Sanaa durante le sue testimonianze. «Servono buona volontà da entrambe le parti – il parere di Majda –. Sarebbe importante creare momenti di incontro, feste, iniziative multiculturali, stare assieme con quei musulmani, che a dir la verità non sono molti, che hanno voglia di integrarsi. Tutto deve partire dall’educazione e dalla famiglia. Se questa seconda generazione di ragazzi immigrati dai paesi arabi è ben istruita tra le mura di casa, se c’è il giusto dialogo, ognuno può essere in grado di fare le proprie scelte tra due realtà diverse, ma non per questo contrapposte. La buona convivenza non è impossibile se è la gente a volerla».

[FONTE: Rassegna Stampa de Il Giornale del Friuli]

MADRE BEVE PER DIMENTICARE … I COLLOQUI CON I PROF DEI FIGLI

Posted in cronaca, figli, scuola tagged , , , , , , a 3:23 pm di marisamoles

lidya_van HoveSul Messaggero Veneto di ieri, 30 settembre, è uscito un articolo, firmato dalla giornalista Valentina Pagani, dal titolo choc: Schiava dell’alcol: «Bevevo per affrontare i colloqui con gli insegnanti dei miei figli». Il titolo, però, sembra essere messo lì giusto per far colpo, anzi per far sentire in colpa noi, poveri professori, che già dobbiamo sopportare il peso delle critiche che piovono da ogni parte e che, la maggior parte delle volte, non abbiamo chi ci difende. Ovvero, proviamo anche a difenderci da soli; io, ad esempio, ne scrivo su queste pagine ma è chiaro che si tratta di uno sfogo che qualche volta è confortato da parole di solidarietà, espresse perlopiù da altri appartenenti alla categoria.

In tutto l’articolo, solo un paio di righe sono, in realtà, dedicate al problema della madre alcolizzata per “colpa” degli insegnanti. In effetti, l’intervistata dice: «Il vino mi dava la forza che non avevo: quella per affrontare i colloqui con i professori dei miei figli». Stop. Non spiega perché mai l’approccio con i professori fosse così tragico, né quali fossero i problemi dei figli, né se mai in famiglia avesse confidato questo suo disagio … insomma, mi sembra che per affogare nel vino i propri dispiaceri, anche quelli che provengono dagli insuccessi scolastici dei figli, non si possa essere afflitti da un’unica “catastrofe emotiva” come può, evidentemente, essere considerato il colloquio scolastico. E poi, sinceramente, come può l’alcool dare la forza per affrontare delle problematiche che richiedono la mente lucida e una volontà che, se già debole, il vino contribuisce a fiaccare del tutto?

Intendiamoci, io non voglio sminuire il problema dell’alcolismo. L’articolo tratta, è vero, della lotta contro la schiavitù che viene affrontata quotidianamente sia dagli alcolisti anonimi sia dalle loro famiglie. Per queste persone nutro il massimo rispetto. Posso immaginare quanto sia difficile uscire dal tunnel e quanto sia precario l’equilibrio che, pur con tanti sforzi, alla fine si raggiunge. Non è mia intenzione, quindi, fare dell’ironia su queste disgrazie, perché lo sono a tutti gli effetti. Ma mi chiedo come mai, tra tante testimonianze di chi, ad esempio, si è ritrovato da solo e senza lavoro, di chi non sa relazionarsi in famiglia, di chi non ha la forza di dire di no, di chi ha dovuto sopportare un lutto ecc. si sia scelto proprio il caso –limite, mi permetto di osservare- di una donna che si è data all’alcool perché non riusciva a parlare con gli insegnanti dei figli. La risposta è: la scuola è sotto accusa, gli insegnanti hanno il dito puntato contro anche “grazie” all’aumento delle bocciature (confermato a settembre), quindi diamo ai docenti anche quest’altra responsabilità: rovinare le famiglie e portare le madri verso l’autodistruzione. Come diceva l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: io non ci sto.

Se ripenso ai miei colloqui nella veste di madre con certi insegnanti dei miei figli, maestre comprese, mi ritengo fortunata, allora, non perché non ho ceduto all’alcool, visto che sono astemia, ma per non aver mai pensato al suicidio. E anche questa volta sono seria.

[FONTE: rassegna stampa de Il Giornale del Friuli; nell’immagine Lydia con il bicchiere di vino dell’artista Francine von Hove, Galleria Alain Blondel, Parigi]

17 luglio 2009

PORDENONE: STUDENTI CONTRO PROF

Posted in adolescenti, affari miei, Esame di Stato, scuola, valutazione studenti tagged , , , , , , a 5:09 pm di marisamoles

urlo_munchVita dura per un docente di Storia e Filosofia di un liceo pordenonese. Quando uno pensa di essere finalmente in vacanza e si può ritenere soddisfatto dagli esiti degli Esami di Stato che vedono premiata la sua terza (si tratta di un classico) con una media di voti piuttosto alta, ecco che arriva una stangata che forse non si aspettava. E già, perché gli studenti a volte sono perfidi; di fronte tutti “ciccì e coccò”, ma pronti a pugnalarti alle spalle. Anche quando non dovrebbero più pensare al “vecchio” prof, quando dovrebbero godersi finalmente le vacanze, quando l’Esame di Stato dovrebbe essere ormai archiviato e con lui, anche i cinque anni di liceo. Si sa, gli studenti fanno presto a dimenticare … E invece, c’è chi cova un risentimento antico e pensa di potersi sfogare con una lettera mandata ad un quotidiano, gettando un po’ di fango su un prof ignaro della trama tessuta alle spalle. Ma di questi tempi non ci si deve stupire di nulla, non c’è privacy che tenga, si mandano lettere ai giornali, anche le più inopportune, invece di interpellare i diretti interessati. Evidentemente Veronica Lario ha fatto scuola e i panni sporchi non si lavano più in casa. Ma questo l’ho già detto in un altro post di tutt’altro tenore.

Devo confessarlo, sto scrivendo con rabbia, pensando che gli allievi sono sempre in agguato, pronti a demolirti, o almeno a fare un tentativo. La vicenda è questa: sedici studenti dell’ultimo anno, freschi d’esame, pur avendo ottenuto presumibilmente delle votazioni di tutto rispetto –si parla, come ho già detto, di una media piuttosto alta- hanno espresso il loro scontento inviando al Messaggero Veneto una lettera di protesta contro il loro insegnante. Hanno ritenuto, infatti, di essere stati penalizzati dall’ignaro docente in quanto non li avrebbe adeguatamente preparati nelle proprie discipline. Nello specifico, le accuse mosse sono le seguenti: ha interrogato poco, non ha impedito che si copiasse durante le verifiche, ha spiegato per un numero insufficiente di minuti (ne hanno tenuto il conto?).

Bene, ora mi permetto di fare alcune considerazioni. La perfidia degli studenti non sta solo in questa specie di accoltellamento alle spalle, cioè nell’aver “dimenticato” di esplicitare il loro malcontento durante l’anno scolastico parlandone con il diretto interessato, ma sta soprattutto nel fatto che le accuse mosse, ammettendo che siano reali, nascono da situazioni che, sempre durante l’anno, ai ragazzi andavano benissimo. Non ho mai sentito, infatti, che qualcuno si sia lamentato per le poche interrogazioni o per il fatto che sia possibile copiare durante i compiti o che le spiegazioni siano brevi e approssimative. Diciamola tutta: che s’interroghi poco agli studenti fa un gran piacere così studiano di meno; che si possa scopiazzare è come partecipare ad un banchetto e arraffare quante più leccornie possibili, praticamente una festa; che le spiegazioni siano brevi è una manna perché così non ci si annoia. Ovviamente non conosco il motivo per cui il prof in questione abbia dedicato “pochi minuti” alle spiegazioni, ma posso immaginare che non abbia perso il resto delle ore a fare i fatti suoi. Non un prof che insegna da trent’anni e che sa il fatto suo. A volte si “perde” del tempo in discussioni e dibattiti su un dato argomento, anche attualizzando i messaggi, nel tentativo di rendere più accattivanti le lezioni. Non dimentichiamo, poi, che la lezione frontale, così com’era concepita “secoli” fa, non rientra più nella metodologia didattica cui dedicare il 100% delle ore. Quanto al fatto che il prof abbaia lasciato copiare, il più delle volte non è una scelta precisa –del tipo “tanto che me ne frega, peggio per loro”- ma una sorveglianza non da gendarme austriaco rientra nel patto formativo, quello per cui i ragazzi possono riporre nel loro insegnante quella stessa fiducia che l’insegnante ripone in loro. Ma questo gli studenti lo ignorano o fanno finta di ignorarlo.

Quello che più mi fa restare a bocca aperta sono le parole della preside che afferma di aver ricevuto segnali di difficoltà dagli alunni, nel corso dell’anno scolastico e che si farà carico di affrontare in maniera esplicita e approfondita il problema con il docente stesso solo se le arriverà una segnalazione firmata esplicitamente dagli studenti oppure dai genitori. Questa è la dichiarazione fatta dalla preside e riportata dal quotidiano; prima di commentarla premetto che non conosco la persona in questione né posso essere certa che le parole dette siano davvero queste. Tuttavia, commenterò considerando le affermazioni veritiere e corrette.
Per prima cosa inorridisco quando sento che dei ragazzi vanno a parlare con un dirigente scolastico invece di affrontare l’argomento, spinoso fin che si vuole ma da affrontare comunque per il bene di tutti, con l’insegnante in questione. Se ciò avviene, secondo me, è indice di un pessimo rapporto con il prof e quindi elemento tale da compromettere una buona relazione didattica, intesa come rapporto tra l’insegnamento e l’apprendimento.
In secondo luogo ritengo una pessima consuetudine –e questa so che è reale in alcune scuole- quella dei presidi che fanno finta di ascoltare i ragazzi ma poi quasi mai informano i docenti delle proteste o lamentele. Un insegnante non può “immaginare”, deve “essere messo al corrente” di certe cose. Poi finisce, chissà perché, che tutta la scuola sappia e parli alle spalle dell’ignaro docente che non si pone nemmeno il problema.
Infine, non capisco perché un dirigente debba muoversi solo dopo aver sentito il parere anche dei genitori, a patto che le rimostranze siano fatte per iscritto. È evidente che qualsiasi intervento della preside in questione sia ormai tardivo e non possa ottenere altro se non un eventuale beneficio nei confronti dei futuri maturandi preparati dal docente di Storia e Filosofia. Ma quella dei sedici allievi è una frittata ormai già fatta, ammesso che di frittata si tratti.

Questa vicenda mi riporta indietro di trent’anni, alla mia maturità. Quell’anno all’orale erano “uscite” italiano, filosofia, greco e fisica. Noi dovevamo portare una materia a scelta e la seconda –allora le materie per l’esame orale erano due- veniva decisa dalla commissione. In realtà, però, la scelta era particolarmente caldeggiata dal commissario interno (l’unico, a quei tempi) che aveva preventivamente raccolto tutte le nostre preferenze e persuadeva, non so con quali mezzi, la commissione ad assecondare la nostra opzione.
Neanche a farlo apposta, la materia in cui eravamo poco preparati era filosofia. Il nostro insegnante era particolarmente buono; dire un pezzo di pane è poco, una fetta di sacher rende meglio l’idea. Il fatto è che lui spiegava benissimo, e riusciva a farlo anche nonostante il baccano che facevamo in classe, sicché nessuno, o quasi, lo ascoltava. Quando venivamo interrogati, lui chiedeva un argomento a scelta … solo quello. Inutile dire che ciascuno di noi, a parte i più solerti e coscienziosi, conosceva di tutto il programma solo quattro argomenti, due del primo quadrimestre e due del secondo. Quindi, è evidente che la filosofia era come lo spettro di Banquo: ci perseguitava tutte le notti prima dell’orale. Devo dire che siamo stati fortunati: nessuno l’aveva scelta come seconda materia e l’hanno imposta solo ad un compagno. Ma, al di là di tutte le più rosee aspettative, lui alla fine è uscito con 60/60. Perché? Semplicemente perché lui la filosofia l’aveva sempre studiata, anche se non lo dava ad intendere, a dispetto dei quattro argomenti buoni per le quattro interrogazioni. Qual è la morale? Che se uno studia con coscienza, non c’è professore impreparato o troppo buono che tenga: lui quella materia la saprà bene lo stesso. Naturalmente è superfluo che io ammetta di avere delle lacune mostruose in filosofia, anche se mi sono impegnata a studiarla all’università; solo quella medievale, però.

Un altro episodio analogo è accaduto quando frequentavo il ginnasio. La nostra professoressa di Lettere era anche lei un pezzo di pane. Ci trattava come se fossimo tutti suoi figli; lei ne aveva otto o nove, almeno così si diceva in giro, e non sapeva rinunciare a quell’atteggiamento materno che, però, in un’aula scolastica poteva fare solo danni. Infatti, quando arrivò una supplente verso metà anno della quinta ginnasio, ci trovò tutti impreparati in greco. Naturalmente noi allievi rimanemmo stupiti di ciò, visto che in pagella avevamo tutti otto e nove. In fondo credevamo di saperlo bene il greco. A quel punto la supplente, che rimase con noi un paio di mesi, si rimboccò le maniche e cercò di rimediare ai danni fatti dalla nostra prof. Ma l’atteggiamento della classe non fu unanime: la maggior parte dei compagni, infatti, credé non fosse poi così importante mettersi a studiare perché, anche se il rischio era quello di ritrovarsi dei due o tre appioppati dalla supplente, poi comunque sarebbe tornata la titolare e avrebbe rimesso a posto le cose. Qualcuno, invece, pensò fosse l’occasione buona per recuperare e preparasi ad affrontare il terribile professore di greco che avremmo avuto al liceo. Io appartenevo a questa seconda categoria e i fatti mi diedero ragione: primo compito in classe della prima liceo, due sufficienze in tutto (un 8 e un 8-), tra cui la mia. A quel punto anche gli altri si rimboccarono le maniche ma sarebbe stato meglio farlo prima, indubbiamente con minor fatica.

Perché ho raccontato questi episodi della mia esperienza scolastica? Per far capire, agli studenti in primis, che la volontà di ciascuno ha la meglio in qualsiasi situazione. Quindi, quei sedici ragazzi invece di lamentarsi dopo l’esame, a giochi già conclusi, avrebbero dovuto mettersi d’impegno prima e recuperare le lacune. Sempre ammesso che sia stato il docente in questione a sbagliare. Ma poi, non è così scontato che un professore non troppo esigente sbagli; è un modo come un altro per mettere alla prova i ragazzi, per responsabilizzarli. In fondo loro sapevano che avrebbero dovuto sostenere un esame.

Se è vero che il torto e la ragione non stanno mai da una parte sola, in ogni caso mi sento in dovere di difendere il collega in questione, pur non conoscendolo. È necessario, infatti, che qualcuno prenda le difese della categoria, specie in un momento in cui non si fa altro che parlare di “scuola malata” e di “insegnanti fannulloni”. Si fa presto ad essere messi alla gogna, se poi è mediatica, ancora meglio.

[ho volutamente omesso di citare nomi e luoghi, ma per dovere di cronaca devo citare la fonte. Quindi, lascio il link dell’articolo in questione]

27 febbraio 2009

CASO ENGLARO: INDAGATO PER OMICIDIO VOLONTARIO IL PAPÀ DI ELUANA

Posted in Cassazione, cronaca, Eluana Englaro, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , a 10:17 am di marisamoles

Dopo le notizie poco confortanti dei giorni scorsi, che vedevano un’indagine in corso, da parte della Procura di Udine, per violazione dell’articolo 650 del Codice Penale che concerne l’inosservanza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria, in relazione alle fotografie scattate ad Eluana nei giorni di ricovero a “La quiete” di Udine, è di questa mattina la notizia che anche Beppino sarebbe indagato. L’ipotesi di reato, tuttavia, che non ha nulla a che fare con le foto, sarebbe addirittura di omicidio volontario.
Ne dà notizia il Messaggero Veneto, quotidiano friulano, che in merito alla vicenda afferma che altri sarebbero sotto inchiesta per lo stesso motivo: 14 persone, a partire dal primario anestesista Amato De Monte e, a seguire, tutti gli infermieri che hanno seguito Eluana durante la sospensione dell’alimentazione e idratazione.

Rimane da chiarire, però, il fatto che se l’iter legale, nell’applicazione della sentenza della Corte di Cassazione, è stato rispettato, come mai la vicenda dal punto di vista giudiziario sia appena iniziata, esattamente quando tutto sembrava tranquillo. All’indomani dell’autopsia, infatti, lo stesso procuratore generale di Trieste aveva dichiarato che non si erano riscontrate anomalie di sorta e che il protocollo previsto dall’applicazione della sentenza era stato rispettato.

Pare, comunque, che non vi siano collegamenti tra quest’inchiesta e le indagini volte ad appurare che gli scatti fotografici, voluti dallo stesso Beppino a corredo della cartella clinica della figlia, non violassero l’articolo del Codice Penale succitato. Nella serata di ieri, infatti, la Procura Generale di Trieste ha dato disposizione agli inquirenti di restituire le fotografie scattate dal reporter Francesco Bruni, a sua volta indagato per la stessa ipotesi di reato, insieme alla giornalista Marinella Chirico, un’infermiera e il professor De Monte. Il sostituto Procuratore della Repubblica di Trieste, Federico Frezza, non ha convalidato il sequestro delle foto scattate confermando quanto già sottolineato dal legale della famiglia Englaro, avvocato Giuseppe Campeis e dallo stesso Beppino Englaro, ovvero la possibilità per il padre di Eluana, in qualità di tutore, di poter decidere per la tutela della privacy della figlia anche in deroga ai divieti previsti nel protocollo.

A questo punto è ipotizzabile che le indagini, nelle settimane successive la morte di Eluana, abbiano silenziosamente e discretamente continuato il loro corso, fino alla notizia di due giorni fa, relativa alla violazione della privacy. D’altra parte, il procuratore di Udine Antonio Biancardi aveva detto all’indomani della morte di Eluana: “Valuterò personalmente tutti gli esposti che sono stati presentati e cercherò prove a conferma dei reati ipotizzati in essi”. Lo stesso avvocato Giuseppe Campeis, che difende De Monte, subito dopo il decesso della Englaro aveva affermato: “Adesso comincia la vera inchiesta giudiziaria”. Come precisa il Messaggero Veneto, “finora nessuno è stato raggiunto da informazioni di garanzia perché al momento per l’inchiesta non si sono resi necessari atti ‘esterni’ che comportassero le garanzie difensive”.

Se gli esposti di cui parla Biancardi non sono serviti a fermare la “macchina di morte” che ha portato Eluana alla fine della sua esistenza terrena, possono ora infamare ulteriormente il nome di Beppino e di molti professionisti che hanno avuto il coraggio di dire sì e di compiere quell’atto di pietà che il padre di Eluana chiedeva per la figlia. Ora che la giovane donna riposa in pace, la pace stessa non è dono che possa essere attribuito a chi ha lottato per lei fino a scontrarsi con l’opinione pubblica e la politica. Un atto coraggioso, certo, ma per la Legge anche il coraggio può diventare reato.

18 febbraio 2009

GLI STUDENTI DEL FRIULI VENEZIA-GIULIA SONO I PIÙ BRAVI IN EUROPA

Posted in adolescenti, Friuli Venzia-Giulia, scuola, società, valutazione studenti tagged , , , , , , a 6:50 pm di marisamoles

studenteQualche giorno fa, commentando un mio post, un lettore mi ha consigliato di cambiare “mestiere”. Beh, libero di darmi consigli, ma lo ringrazio e comunico che non ho ancora pensato di cambiare la mia professione … già, perché quello/a dell’insegnante non è un “mestiere” ma una professione, appunto. Comunque, senza perdere troppo tempo sulla questione, e cioé sul perché secondo il simpatico commentatore dovrei “ritirarmi”, una notizia pubblicata oggi sul Messaggero Veneto mi ha riconfortata. Pare, infatti, che gli studenti della mia regione, il Friuli Venezia – Giulia, siano i più bravi non solo d’Italia, ma addirittura d’Europa. La prima cosa che ho pensato, sinceramente, è stata “figuriamoci cosa sono gli altri”, ma subito dopo, cercando di vedere il lato positivo della questione e l’indubbio vantaggio che noi docenti friulano-giuliani abbiamo nel poter usufruire di un “materiale umano così prezioso”, ho lasciato da parte l’ironia e mi sono beata della situazione fortunata e del caso propizio in cui mi trovo a lavorare.

D’ora in poi, tuttavia, pretenderò che i miei studenti siano ancora più bravi, anche per alzare ulteriormente la media nazionale ed europea, sperando che anch’essi colgano l’opportunità di fare onore ad una posizione invidiabile. Così, forse, le malelingue la smetteranno di dar contro alla scuola italiana e ai docenti che, visti i fatti recenti, rischiano pure la vita nelle aule scolastiche e affrontano il lavoro quotidiano come fosse una singola battaglia facente parte di una guerra che dura nove mesi all’anno. Dopo la tregua estiva, si ricomincia, sempre più presto perché ci sono i debiti da saldare e mentre i più bravi se ne stanno ancora a prendere il sole, i meno bravi ricominciano a sudare sui libri, ma solo perché in effetti da qualche anno, stranamente, a settembre fa più caldo che ad agosto.

In attesa dei prossimi dati PISA-OCSE, riporto per i miei lettori l’articolo in questione:

TRIESTE. Gli studenti quindicenni del Friuli Venezia Giulia sono i più brillanti d’Italia e d’Europa. Lo rivela l’indagine internazionale Pisa 2006 (Programme for International Student Assessment) commissionata dall’OCSE (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione economica).

L’indagine ha coinvolto in Friuli Venezia Giulia un campione di 61 istituti (27 licei, 18 istituti tecnici, 15 istituti professionali e una scuola media) e 1.578 studenti (71 sloveni) di quindici anni. La lettura, la matematica e le scienze: questi i banchi di prova sui quali si sono misurati gli studenti. Secondo l’indagine, gli studenti della regione primeggiano non solo nel Nordest e rispetto al resto del Paese – che invece arretra nella classifica – ma anche rispetto ai coetanei di Slovenia e Austria.

I risultati – ha annunciato ieri a Trieste l’assessore regionale alla Cultura, Roberto Molinaro – verranno presentati venerdí in un convegno a Udine. Il progetto – ha spiegato Bruno Forte, consulente della Regione – riflette la volontà da parte dei governi dei Paesi membri dell’Ocse di monitorare i risultati dei sistemi scolastici in termini di prestazioni degli studenti in un quadro di riferimento comune a livello internazionale.

«L’indagine – ha sottolineato Forte – non valuta tanto la padronanza di parti del curricolo scolastico quanto piuttosto la capacità di utilizzare conoscenze e abilità, apprese anche e soprattutto a scuola, per affrontare e risolvere problemi e compiti analoghi a quelli che si possono incontrare nella vita reale. La valutazione va dunque oltre la scuola, che viene valutata in relazione ad un criterio esterno ad essa, rappresentato dalla preparazione dei giovani per la vita».

Ma mentre l’Italia nel suo complesso perde posizioni, il Friuli Venezia Giulia non solo contribuisce a alzare la media, ma si pone al vertice della classifica. Il punteggio medio totalizzato dagli studenti della regione nelle scienze è di 534, mentre la media Ocse è di 500, quella del Nordest 520, dell’Italia 475. Guardando un Paese del Nord, la Finlandia, dove l’istruzione è a livelli di eccellenza, il punteggio medio è di 563 punti.

Nell’area della matematica, il punteggio medio degli studenti in Regione è di 513, quello in Italia 462 mentre la la media Ocse che è 498. Gli studenti friulgiuliani primeggiano anche se confrontati con i vicini di casa austriaci (punteggio medio 505) e sloveni (504). Nell’area della lettura, infine, il Friuli Venezia Giulia si posiziona al primo posto con 519 punti, rispetto alla media italiana di 469 punti e quella Ocse di 492. In Austria il punteggio medio è di 490 punti, in Slovenia di 494 punti e in Finlandia di 547.

Complessivamente, ha sottolineato Forte, «in una scala di 6 livelli che gradua l’insufficenza fino all’eccellenza, il Friuli Venezia Giulia risulta spalmato nei livelli centrali. Insomma – ha osservato – rappresenta l’equità nella ricerca della sufficienza ma anche uno sforzo ridotto nel coltivare l’eccellenza». Quali le ragioni alla base di questo successo? «Nulla si improvvisa – ha spiegato Ugo Panetta, direttore dell’Ufficio scolastico regionale – la qualità della nostra scuola è alta. L’indagine serve a questo, ad indagare le ragioni di certi risultati per impostare le politiche conseguenti. Certo – ha sottolineato – a questo traguardo, a mio giudizio, contribuisce il contesto sociale in cui è maturato».

Dunque “il contesto pluriligue”, per Panetta, che ha ricordato il caso del Canada, anch’esso ottimamente posizionato in classifica, ma anche “l’eredità asburgica”, secondo Forte. Non a caso – ha ricordato Molinaro – il Friuli Venezia Giulia ha concordato con l’Invalsi, dove si trova il centro nazionale Pisa, un sovracampionamento sul territorio, per consentire un’analisi dei dati a livello regionale particolarmente approfondita e articolata, in grado di restituire una fotografia nitida della situazione.

Sonia Sicco
(18 febbraio 2009 – Messaggero Veneto.it)

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