27 ottobre 2010

ALDO GRASSO E LA RI-EDUCAZIONE DEL TELESPETTATORE

Posted in attualità, reality show, televisione, web tagged , , , , , , , , a 3:56 pm di marisamoles

In queste ultime settimane si è detto tanto, a volte anche troppo, sulla Tv dell’orrore, quella Tv che sbatte in prima pagina il mostro, vero o presunto che sia. Quella Tv che a tutte le ore, partendo dal mattino presto con i talk quasi a reti unificate, e arrivando a notte fonda con gli altri talk (Porta a porta e Matrix un contro l’altro armati), parla di casi di cronaca, drammatici, come se si trattasse di un reality show. Questa esibizione dell’orrido tutto è meno che informazione. È morbosità, voyeurismo, ricerca forsennata dello scoop, vetrina delle miserie umane dei protagonisti di un dramma che, via via, perde i contorni dell’umano per assumere le fattezze di mostro. Un mostro mediatico, ultima generazione di mostri, moderno drago sputafuoco che, al posto delle fiamme, sputa immagini, video-interviste, nastri audio di interrogatori, in cui alle immagini si associano le voci degli assassini, veri o presunti che siano.

In questo sconcertante panorama, molte sono le voci di protesta che si sono alzate, voci, però, destinate a rimanere chiuse nel mondo virtuale del web. Sono voci che si alzano non solo dal “popolo” che paga il canone e, da consumatore qual è, contribuisce ad arricchire le casse, già ricche, della Tv commerciale. Talvolta accade che anche chi di giornalismo vive, onestamente e intelligentemente, s’indigna esattamente come il “popolo” della Tv.

Ho letto sul Corriere un interessante contributo di Aldo Grasso. In verità, l’argomento principale di cui tratta l’articolo è apparentemente estraneo al discorso che sto facendo. Il titolo, però, ha stuzzicato la mia curiosità: “I Gialappi arresi alla tv del nulla”. Quelli della Gialappa’s non hanno mai conquistato la mia simpatia ma quell’accenno alla “tv del nulla” ha catturato la mia attenzione. In sintesi, Grasso sostiene che tempo fa, qualcuno cercava ancora di attribuire alla tv una sorta di profondità, offrendo programmi di doppia lettura dove ci fosse spazio per la qualità e per la popolarità. Il che pareva arduo ma non impossibile, e si citavano Enzo Biagi e Piero Angela, «Blob» e «Striscia la notizia», i Gialappi e «Le iene» e pochi altri.

Concordo su Piero Angela ed Enzo Biagi. Il resto non rientra quasi mai nelle mie scelte televisive. Tuttavia, do il merito agli autori dei programmi menzionati di aver presentato un tipo di “tv non gastronomica”, una tv davanti alla quale ci si ferma a riflettere, senza subirla e basta. Una Tv, davanti alla quale il telespettatore non è, come accade al pubblico del “teatro garstonomico” di brechtiana memoria, solo portato ad assaporare lo spettacolo, quasi come fosse un manicaretto, a gustarselo per andare via con il palato soddisfatto, leccandosi le labbra.
Secondo Grasso, lo spettacolo offerto tempo fa dai Gialappi costituiva un tipo di televisione diversa. Ora, però, si sono ridotti a fare il verso al GF. Come mai? Cos’è successo? Perché suscitano tanta tristezza? La scusa che i Gialappi mettono tra virgolette il lavoro degli altri non regge più. È troppo chiedere loro un sussulto da questa deriva?

Già, anche i Gialappi si sono arresi alla tv del nulla. Forse è questo nulla che attira tanto l’attenzione dello spettatore “gastronomo”, visto che i tanti talk show che trattano sempre gli stessi temi e si rivelano noiosamente ripetitivi, quando non tristemente raccapriccianti, sono seguitissimi, a scapito di programmi d’intrattenimento più seri ed eleganti. Un mordi e fuggi, insomma. Un mezzo di godimento (sempre per chi preferisce il gusto del macabro) e non oggetto d’istruzione.

Aldo Grasso, quindi, conclude il suo articolo con questa riflessione:
A “Domenica in” si lamentano perché Lorella Cuccarini non fa ascolti, mentre Massimo Giletti ottiene buoni risultati. L’una fa una tv educata, gentile, l’altro, quando costruisce i docu-drama su Avetrana, fa una tv da voltastomaco. Ho il sospetto che il pubblico vada rieducato.

Eh sì, caro Aldo, è proprio così. Ma chi potrà mai occuparsi della ri-educazione del telespettatore, trasformandolo da goloso frequentatore di pantagruelici banchetti a fruitore di una parca ma indispensabile mensa?

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6 aprile 2010

DELITTO GARLASCO: ALBERTO STASI QUESTA SERA A “MATRIX”

Posted in attualità, cronaca, televisione tagged , , , , , , , , , a 12:23 pm di marisamoles

Negli anni che lo separano dall’omicidio –ancora senza colpevole- della fidanzata Chiara Poggi, Alberto Stasi è sempre stato restio a parlare, specialmente di fronte ad una telecamera. Di lui, in questi anni, abbiamo solo visto dei fotogrammi muti: lui in tribunale, lui con gli avvocati, lui che esce dall’auto, lui che si reca in tribunale, andata e ritorno … sempre la stessa faccia, quasi inespressiva, sempre lo stesso sguardo glaciale che sembra bucare l’obiettivo attraverso le lenti degli occhiali colorati.

Dopo l’assoluzione, avvenuta nel dicembre scorso, ha commentato con poche parole l’epilogo della triste vicenda che l’ha visto protagonista per due lunghi anni: Lo sapevo, io non ho ucciso. Sono uscito da un incubo. Poche parole che sembravano voler chiudere per sempre la questione (ne ho scritto QUA). Poi, è apparsa un’intervista-sfogo sul quotidiano “Libero”, in cui ha tentato di esprimere il suo dramma per la perdita della donna con cui pensava di trascorrere il resto della vita, e il suo rammarico per non essere stato creduto (ne ho scritto QUA). Allora forse si aspettava delle scuse da parte dei genitori della fidanzata; ma la famiglia Poggi ha continuato a tenerlo distante, ancora fermamente aggrappata alla convinzione che lui sia davvero l’assassino della figlia. Una convinzione che persiste. Qualche giorno fa, quando è stata resa pubblica la motivazione della sentenza, una sentenza che, ricordiamolo, non si basa sulla “formula piena” e che ha semplicemente smontato quei pochi indizi di colpevolezza che da soli, mancando pure un plausibile movente, non sono stati sufficienti a condannate Stasi, da parte dei genitori di Chiara non sono arrivate parole di scusa ma solo di insoddisfazione: per loro “giustizia non è fatta” e sarebbe anche una legittima osservazione se chiedessero che venga trovato il vero assassino. Ma dai loro sguardi, dalle poche parole che pronunciano quando qualche giornalista tenta di intervistarli, si comprende perfettamente che per loro la giustizia ha fallito, nel momento in cui non ha saputo incastrare Alberto. Non c’è nessun altro colpevole da cercare: è lui l’assassino.

Questa sera Alberto Stasi sarà ospite di Alessio Vinci a Matrix. Una partecipazione che appare strana a tutti; appare strano che abbia deciso finalmente di farsi vedere, in modo da poter dimostrare a tutti che lui non c’entra con la morte di Chiara, che per lui perdere la donna che amava è stato un trauma, che perderla in quel modo, con tutti gli indici puntati su di lui, l’unico colpevole possibile, è stato un doppio dolore. La sentenza di assoluzione non ha convinto molti. Forse stasera gli scettici si aspettano di poter leggere nello sguardo di Alberto quello di un assassino.

Anche Alessio Vinci forse non si aspettava che Alberto acconsentisse ad intervenire al suo programma perché il pubblico si potesse fare un’opinione sulla persona più inseguita ma meno disposta a parlare della cronaca italiana. Stasi me lo aspettavo come un ragazzo di poche parole e restio alla conversazione invece si è rivelato, inaspettatamente, un fiume in piena e in quasi due ore di intervista ha raccontato dettagli personali su alcuni dei momenti più difficili della sua vicenda, sono le parole del conduttore di Matrix riportate sul sito di Tgcom .

Non resta che attendere stasera per sentire ciò che il ragazzo ha da dire, anche se credo che chi si aspetta di poter leggere nei suoi occhi la colpevolezza, rimarrà deluso. Ricordo ancora le lacrime di Annamaria Franzoni nelle numerose ospitate televisive. Non so se Stasi piangerà ma anche in quel caso le sue lacrime non potranno sciogliere i dubbi che qualcuno ancora nutre nei suoi confronti.

AGGIORNAMENTO, 8 APRILE 2010

Per chi avesse perso la puntata di Matrix andata in onda ieri sera, questo è il LINK per vederla interamente.

7 febbraio 2009

LA NATURA E IL SUO CORSO: ANCORA UNA RIFLESSIONE SUL CASO ENGLARO

Posted in attualità, Cassazione, cronaca, Eluana Englaro, eutanasia, televisione tagged , , , , , , , , , , , a 4:47 pm di marisamoles

Nei precedenti articoli ( https://marisamoles.wordpress.com/category/eluana-englaro/ ) ho sempre sottolineato che riguardo ad Eluana e al suo stato non mi sento di esprimere alcun parere. Ho difeso, tuttavia, la posizione del padre che ha dalla sua parte una sentenza della Cassazione, quindi in teoria non avrebbe alcun motivo per ripensarci se non un improvviso senso di colpa che pare non abbia mai provato.
Non valuto, quindi, la sua decisione di far sospendere l’alimentazione e l’idratazione al povero corpo di Eluana. Ho già detto che, vedendo legittimato il suo progetto, sarà lui poi a fare i conti con la sua coscienza e nessuno può permettersi di giudicarlo. Almeno così la penso.

Ieri ho visto parte della puntata di Matrix condotto da Enrico Mentana e ho sentito, in un dibattito civile almeno per una volta, uno scambio di opinioni opposte che, apparentemente, potevano di volta in volta apparire valide. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato l’intervento del senatore Ignazio Marino, medico chirurgo, che ha spiegato che lo stato vegetativo permanente ha una durata non prevedibile né, logicamente, predefinita. Tuttavia a mantenere in vita Eluana non sono solo i nutrienti che le vengono somministrati e che ora stanno per essere sospesi; la “vita” di chi si trova nello stesso stato di Eluana è costantemente protetta dalla somministrazione di farmaci e ciò porterebbe a pensare che sarebbe morta di morte naturale molto tempo fa se le fosse stato risparmiato questo accanimento terapeutico che, per legge, si può rifiutare. Se non lo può fare in prima persona, credo che tale decisione possa essere presa dal padre di Eluana che è il suo tutore legale.
Sono convinta che se fin dall’inizio il caso della povera donna fosse stato considerato da questo punto di vista, tutto il caos mediatico che si è creato ci sarebbe stato risparmiato. Quello che ha indignato profondamente l’opinione pubblica, infatti, è stata la decisione di sospendere l’alimentazione e l’idratazione, scatenando la reazione di chi sostiene, giustamente in linea di principio, che “pane e acqua non si negano a nessuno”.

Ora bisogna vedere cosa succederà, visto che il Governo, ma forse sarebbe meglio dire Berlusconi che con il suo ego gigantesco cerca sempre di imporre la sua volontà e dominare quelli che stanno appena un po’ più in basso di lui (e non parlo logicamente di statura!), ha presentato il DDL, sulla falsa riga del DL respinto da Napolitano, che in tempo record verrà discusso alle Camere. A questo proposito, lo stesso senatore Marino sostiene che “il decreto non è sostenibile scientificamente e neanche dal buon senso. La nutrizione artificiale è una terapia medica, ma non è ‘fisiologicamente finalizzata ad alleviare le sofferenze’. Questo concetto contenuto nella legge non ha nessuna sostanza scientifica“.[cito dal suo sito]

A me rimane, tuttavia, un dubbio: come può una legge, varata dal Parlamento della Repubblica e quindi a tutti gli effetti applicabile, cancellare ipoteticamente una sentenza della Cassazione emessa già in precedenza e attualmente in via di esecuzione? Insomma, questo braccio di ferro tra Stato e Magistratura, tra Governo e Presidente della Repubblica, mi sembra un modo per mettere in secondo piano la sofferenza della famiglia Englaro per far posto ad un atto di forza paragonabile a quello che, secondo l’opinione pubblica, si sta facendo nei confronti di Eluana.

Sul Corriere.it ho letto l’ Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia e l’ho trovato interessante. Lo riporto per intero perché ritengo che possa servire come ulteriore spunto di riflessione, specie in relazione a ciò che ho scritto all’inizio di questo post.

LA NATURA E IL SUO CORSO

di Ernesto Galli Della Loggia

E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d’urgenza nella vicenda di Eluana Englaro. È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto. Un cui principio fondamentale, come fin dall’inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l’esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale.

E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato. Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell’opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità. Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale. A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l’asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire.

L’altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d’appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell’incidente aveva diciotto anni).

Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d’appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d’indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni ». Dunque si proceda pure alla sua eliminazione. Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D’Avack, sull’Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ». C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».

Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana — che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere—resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane. Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa. Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo.

È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi. Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi. Tale divieto, com’ è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore. Si tratta peraltro—ed è questo un aspetto decisivo—di un obbligo/ divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica.

Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione. Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione. Togliere invece ogni medicamento. Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.

07 febbraio 2009

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