5 agosto 2012

MA CAPITANO TUTTE A ME?

Posted in affari miei, vacanze tagged , , , , , , , , a 12:06 pm di marisamoles

Dopo l’impatto scioccante con la e-mail di un ormai ex webfriend, in cui mi rimproverava aspramente di non aver risposto tempestivamente ad una sua precedente, dandomi dell’ingrata, un altro edificante episodio ha vivacizzato la settimana che sta per terminare.
Questa volta non si tratta di e-mail ma di una telefonata.

Premessa: avevo deciso di andare al mare venerdì in giornata. Mi tratteneva un po’ questo caldo insopportabile e temevo che nemmeno in spiaggia si potesse godere di un po’ di fresco. Visto che, tra l’altro, quando vado al mare non prendo mai l’ombrellone ma il lettino in riva e praticamente non sto mai all’ombra (so che non dovrei … ma mi spalmo la crema protezione 20 ogni ora!).
Guardo le previsioni su Internet, un sito infallibile, e vedo che per tutta la giornata è prevista una brezza abbastanza sostenuta. Evvai! dico esultante. Però non mi fido e penso all’amica di mamma. Lei per me è una semplice conoscente, nel senso che non la frequento e mi limito a brevi conversazioni sotto l’ombrellone. Lei ha una casa al mare quindi decido di telefonarle per chiederle se in questi giorni si sta bene in spiaggia o si muore dal caldo anche là. Aspetto le nove meno dieci di sera e la chiamo a casa.

Come d’abitudine, anche se effettivamente non sempre è necessario (l’amica di mamma vive da sola quindi se risponde la telefono dev’essere lei per forza), appena sento una voce dall’altro capo del filo, prima ancora di presentarmi, chiedo “Buona sera, è la signora …?“. Lei (perché è lei, al 100%), seccata risponde “No, non sono la signora …!” e butta giù la cornetta. Rimango come un’imbecille e fisso la mia cornetta quasi fosse incredula quanto me e volesse condividere il mio stato d’animo di assoluta desolazione.

Telefono a mia madre e racconto l’accaduto. “vabbè, dice, lo sai com’è fatta. Avrà pensato che fosse una del call center, capita anche a me …. no, non butto mai giù la cornetta ma dico che non m’interessa e taglio corto”. Ok, replico, ma io non ho avuto modo di presentarmi, avesse aspettato qualche secondo ….”. Mamma dice che bisogna portar pazienza, che la sua amica è un po’ rinco. Belle amiche! penso senza commentare.

Venerdì vado al mare comunque. “Chemmefrega, penso, se non mi ha dato ragguagli sul tempo. Mi fido di Internet”. Effettivamente la giornata è stupenda: soffia un venticello gradevolissimo, non si suda quasi, l’acqua è stranamente pulita … l’amica di mamma è sotto l’ombrellone e faccio finta di nulla. “Mi vedrà e verrà lei se vuole”. Passa la mattinata, passa un bella fetta del pomeriggio, è quasi ora di tornare a casa. L’amica di mamma è sempre sotto il suo ombrellone, non mi ha vista, o ha fatto finta di non vedermi, in ogni caso decido che non è da persone educate andare via senza salutarla. Ma perché, mi chiedo, devo essere così educata, IO?

Mi avvicino alla tipa (come dicono i miei figli), saluto e inizia la solita breve conversazione. “Si sta bene, davvero una giornata splendida …” e così via. Non le dico che ho telefonato la sera precedente e, prima di congedarmi, mi fa:

Peccato che tu abbia preso il lettino, la mia amica, quella con cui condivido l’ombrellone, non c’è per tutta la settimana”.

Non si preoccupi, io sto bene sul bagnasciuga …”

“Ma la prossima volta avvisami, no? Mi telefoni la sera prima così ti dico se è libero il lettino oppure no …”

“?????”

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3 luglio 2011

MALEDUCAZIONE BALNEARE

Posted in affari miei tagged , , , , , a 11:49 pm di marisamoles

In queste ultime settimane ho fatto i “salti mortali” per potermi godere qualche mezza giornata e un paio di week-end al mare nonostante l’impegno che ho dovuto onorare nelle vesti di commissario all’Esame di Stato della mia quinta. Come lo scorso anno, mia mamma si è fermata qualche tempo a Grado ed io l’ho raggiunta quando ho potuto. Ma il destino avverso ha voluto che io finissi gli orali venerdì e lei domenica, cioè oggi, dovesse ripartire per Trieste.

Oggi, quindi, è stata una giornata faticosa e per nulla gratificante: come capita sempre (almeno a me!) l’ultimo giorno di vacanza, abbiamo dovuto pulire a fondo l’appartamento. Mia mamma, mio papà ed io ci siamo divisi i compiti … e le zone dell’appartamento da pulire. Mio papà era l’addetto allo svuotamento del frigorifero, nonché al suo sbrinamento, e della dispensa. Io, almeno per un’oretta, sono riuscita a prendere un po’ di sole in terrazza, mentre mia madre preparava i bagali e mio padre trafficava in cucina. La terrazza si trova al primo piano: lo dico perché è importante per capire quello che è successo e che mi ha decisamente disgustata.

Mentre mi godevo l’oretta di sole, mio papà arriva con una bottiglietta vuota da mezzo litro e mi dice che la mette ad asciugare sulla balaustra del terrazzo così poi la riempie con il poco olio d’oliva rimasto, giusto per non portarsi dietro la bottiglia di vetro da un litro. Io apro un occhio, lo guardo, mugugno un “sì” poco convinto e, mentre lui si allontana, richiudo l’occhio e continuo a prendere il sole. Io adoro crogiolarmi al sole e non ha nessuna importanza per me che lo prenda in spiaggia, in un terrazzo o su un prato. Ciò che conta è abbronzarmi.

Dopo qualche minuto, un leggero soffio di vento fa cadere giù la bottiglietta. Non me ne rendo conto subito ma solo quando sento una signora alquanto seccata che urla: “Fatene cadere una piena la prossima volta!”. Al ché mi affaccio e vedo quasta signora anziana che spinge un passeggino e guarda all’insù. A quel punto lei non mi vede perché sta guardando in alto ma io, con tono mortificato, anche se constato che non è successo proprio nulla né a lei né al bambino, e dico “Oddio, signora, mi scusi, pensavo fosse caduta all’interno della terrazza”. Non sto a spiegare, evidentemente, che la bottiglietta era soltanto appoggiata sulla balaustra e che nessuno l’ha volutamente lanciata giù (a meno di tre metri, comunque). Ma quella si agita e inizia ad insultarmi, appoggiata da un uomo di mezza età, troppo giovane per essere il marito della donna e troppo vecchio per essere il padre del bambino nel passeggino, ma probabilmente lo è visto che va di moda far figli in “età avanzata”.

L’uomo mi urla: “Sì, sì, prima fa il danno (quale, poi, non si sa) e poi si scusa”. Io replico che la cosa è accidentale e gli dico: “Ma se l’avessi fatto apposta – e poi non mi vede che non sono una ragazzina? – le pare che mi sarei affacciata per scusarmi?” Insomma, cerco di fargli capire che è un po’ scemo se crede una cosa simile. A quel punto arriva mio padre che protesta e prende le mie difese. L’uomo, allora, grida, sempre dalla strada guardando in su: “Ma che ca**o vuole quel vecchio scemo?” Io non ci vedo più e gli faccio notare che non si insulta una persona anziana, cercando di mantenere un tono civile. Mio padre, invece, ricambia con la stessa moneta, nel senso che non risparmia parolacce a chi se le merita. Per tutta risposta quello che fa? Prende la bottiglietta e me la tira addosso. Poi si allontana continuando ad imprecare.

Non so se nel raccontare l’accaduto io abbia reso l’idea, ma giuro che sono rimasta semplicemente allibita e per un paio d’ore non ho pensato ad altro. Alla maleducazione di certa gente che poi è soprattutto ignorante. E come ha detto mio papà al tale: “Ignorante e stro**o!”, non solo cafone.

7 maggio 2011

MALEDUCAZIONE E DISEDUCAZIONE

Posted in adolescenti, bambini, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , , a 6:16 pm di marisamoles


In questo blog ho parlato tanto, forse troppo, di scuola. Mi sono soffermata a riflettere sugli allievi bocciati all’Esame di Stato, su quelli “indebitati”, sulla scuola da bocciare o da elogiare proprio perché boccia, a seconda dei punti di vista. Sulla riforma Gelmini e le sue conseguenze, sulle prove InValsi che sarebbero da cambiare perché così servono a ben poco, sulla scuola e i docenti da valutare per migliorare l’istruzione che pare sia, in Italia, l’unico male dei nostri tempi.

C’è però, secondo me, un altro argomento su cui ragionare, intimamente correlato al “problema scuola”: l’educazione dei ragazzi. Dico educazione, in generale, anche perché parlare di “maleducazione” a me pare troppo semplicistico. Forse sarebbe meglio dire “diseducazione”. “Diseducare” ed “educare male”, infatti, sembrano sinonimi ma non lo sono. Devoto – Oli alla mano, “diseducare” significa “annullare i risultati di una precedente educazione”, il che è come dire che l’educazione prima c’era, ma poi si è persa per strada. Per quale motivo? Perché a volte, nell’educazione dei figli, intervengono dei fattori imprevedibili, se non addirittura impensabili o insospettabili, che portano alla diseducazione, ovvero alla perdita di quella “buona educazione” impartita entro le quattro mura domestiche.

Le quattro mura domestiche, infatti, sono una specie di nido sicuro in cui pare che nulla di male possa succedere ai nostri ragazzi. Una specie di microcosmo, considerato modello di perfezione, in cui l’educazione, o meglio la buona educazione, regna sovrana. Non credo, infatti, che i genitori, nemmeno quelli più distratti, non sappiano educare i figli. Anche in assenza di competenze specifiche in ambito pedagogico, il modello familiare rappresenta sempre il punto di forza per i neogenitori. A patto, è ovvio, che quel modello sia positivo. Ma quando non lo è, proprio per questa sua inadeguatezza a livello educativo, i genitori sanno quasi per reazione istintiva correggere quel modello negativo. Tutto questo almeno in linea teorica.

Quando, allora, intervengono quei fattori che “rovinano” la buona educazione impartita? Molto prima di quanto si pensi. Nel momento in cui il bambino, anche molto piccolo, si trova a relazionarsi con altri bimbi, più o meno coetanei, deve fare i conti con altri modelli educativi, a volte simili al suo, altre diametralmente opposti. Poi, come si sa, l’unione fa la forza e quindi il “gruppo” si darà delle regole diverse a seconda del clima che si instaura al suo interno, accettando in solido tutte le regole ritenute condivisibili. Mi spiego: perché mai, se abbiamo insegnato a non strappare dalle mani un giocattolo di cui momentaneamente un altro si è impossessato, se ci siamo sforzati di educare i figli alla condivisione, allo scambio reciproco, succede che il pargoletto dimentichi questa regola fondamentale del vivere in gruppo e si comporti come una specie di “barbaro”? Succede proprio perché ci sarà sempre qualcuno dei compagni a comportarsi a quel modo e gli si darà ragione, altro che condivisione! Il senso di proprietà è, infatti, sviluppato nei bambini molto di più che non la pratica della generosità.

Man mano che il tempo passa e gli anni di scuola percorrono i diversi gradi dell’obbligo, la situazione spesso peggiora. Erroneamente si pensa che la buona educazione riesca a prevalere anche quando un figlio si trova a condividere spazi, tempo ed esperienze con i suoi coetanei. L’azione educativa, delle maestre prima e dei professori poi, è sempre più difficile, resa complicata dal gran numero di bambini e adolescenti di cui è formata una singola classe e dal variegato mondo da cui provengono scolari ed alunni. Capita che abbiano a che fare con una scomposta marmaglia piuttosto che con un’ordinata scolaresca. E capita che i bambini e i ragazzini seguano l’esempio sbagliato, quello offerto loro dal più “bullo” del gruppo, proprio perché normalmente a far da traino non sono i migliori ma i più discoli. La trasgressione è una tentazione troppo forte, non può competere con il rispetto delle norme, odiosa e antipatica consuetudine, priva di qualsiasi attrattiva.

Che succede poi, quando i ragazzi arrivano alle superiori? Be’, dipende molto dal tipo di scuola perché, è inutile negarlo, c’è una grande differenza tra gli adolescenti che frequentano i licei e quelli che si iscrivono ai tecnici e ai professionali. Anche se non si può fare a meno di notare, con profonda amarezza e inconsolabile senso di frustrazione, che anche al liceo arrivano le “orde barbariche”. La differenza è che, sebbene molto faticosamente, si riesce a “raddrizzarli” quasi tutti, questi “barbari”. Bisogna insistere molto sul rispetto delle regole, delle opinioni altrui, di sé stessi e degli altri, delle proprie cose come di quelle comuni. Spesso capita che la descrizione che dei figli viene fatta dai docenti ai genitori non collimi affatto con la descrizione che i genitori fanno dei figli. Nella maggior parte dei casi non faccio fatica a credere alle loro parole perché a scuola si diventa “altri”, per poi rivestire i panni del “gioiello di famiglia” all’interno delle mura domestiche.

E fuori di scuola, che succede? La maleducazione è imperante da parte dei più giovani. Lasciamo perdere il fatto che per strada spintonano, non tengono aperta una porta ad una signora neanche a morire, che sull’autobus si piazzino sul loro bel sedile, guadagnato a furia di gomitate, e non si scollino da lì nemmeno di fronte al tipico vecchietto con bastone, neppure se stanno seduti nei posti riservati ai disabili. Il cartello neanche lo vedono, anzi , non appena si accomodano al loro posto, piazzano lo zaino proprio lì davanti e fanno finta di nulla.

E che dire del linguaggio? A parte l’utilizzo di un gergo quasi incomprensibile a noi adulti, le parolacce sono ormai un’abitudine talmente radicata che nemmeno si sforzano di adoperare un linguaggio pulito di fronte agli adulti. Il turpiloquio ha invaso, oramai, anche la scuola: nei corridoi, nei cortili, in classe, dappertutto. Certo, tentano di non farsi sentire ma durante l’intervallo, quasi non fosse considerato anche quello tempo-scuola, la lingua non ha freni. Non si curano di trovarsi fianco a fianco con il docente di sorveglianza e se si prova a riprenderli, lanciano occhiate di sfida o rivolgono sguardi di compassione, quasi dicessero: “Ma che vuoi? Che faccio di male?”.

Anni fa, sempre durante la ricreazione, mentre ero di sorveglianza in corridoio, sono stata travolta da un maldestro spilungone che, sul momento, non si è nemmeno degnato di chiedere scusa. Un dubbio, però, dev’essergli venuto perché ha rallentato, si è girato e, vedendo che la persona che aveva quasi buttato a terra ero io, cioè un’insegnante, mi ha chiesto scusa, giustificandosi con queste parole: “Credevo fosse una compagna”. Dopo la momentanea gratificazione provata nell’essere scambiata per un’allieva, ho replicato: “Ah, perché una tua compagna la puoi anche buttare a terra e non le chiedi scusa?”. Nessuna risposta, solo un sorrisetto di circostanza, dopodiché ha ripreso la corsa sfrenata travolgendo, forse, qualche altro malcapitato.

Le cose non vanno meglio per strada. L’altro giorno, mentre passeggiavo in centro, ho incrociato un gruppetto di ragazzi, ben vestiti, curati nella persona, senza tatuaggi o piercing (che, in ogni caso, non devono essere interpretati tout court come elementi distintivi di una categoria di persone “poco raccomandabili”), insomma ragazzi normali come ne vedo a centinaia a scuola ogni giorno. Il gruppetto usciva da un fast food con delle lattine di birra in mano; non appena arrivano alla mia altezza, uno di loro emette un sonoro rutto con la faccia rivolta verso di me, tanto che ho potuto, anzi dovuto odorare l’aroma caratteristico della birra che a me non piace nemmeno. Ho lanciato verso il ragazzo un’occhiata fulminante e ho immediatamente pensato: “se fosse mio figlio, lo prenderei a sberle”. Istintivamente, chissà perché si tende ad addossare sulla famiglia ogni responsabilità. È evidente che un figlio a casa si comporti in un certo modo e che di fronte alla mamma non farebbe mai una cosa del genere, a meno che, malauguratamente, non la riconosca qualora la incroci per strada. È perfettamente inutile, quindi, pensare “se fosse mio figlio …” perché una situazione del genere ha poche probabilità di accadere e perché non si può diventare invisibili e seguire ovunque i propri figli quando se ne vanno in giro in compagnia.

E a scuola, almeno in questo, si trattengono? No. L’altro giorno, durante una mia ora di lezione particolarmente tranquilla, nel senso che i miei studenti se ne stavano zitti, nel corridoio c’erano dei ragazzi, evidentemente privi di sorveglianza, che facevano bellamente una gara di “rutto libero”. Ovviamente il caratteristico rumore si è sentito benissimo e ho subito pensato: ma se succede qui che siamo in un liceo, cosa accadrà mai in un istituto professionale?

16 agosto 2010

BELEN, AMBROGIO E IL “TESTINA”: MA CHE SPOT È?

Posted in bambini, pubblicità, televisione tagged , , , , , , a 12:45 pm di marisamoles


E rieccomi a parlare degli spot di un noto gestore telefonico che vede come protagonisti Belen Rodriguez e Christian De Sica. I due attori, con le loro immancabili divise da poliziotti, prestano servizio in spiaggia. All’altoparlante si sente un avviso, uno di quelli che spesso bombardano le nostre orecchie mentre ce ne stiamo beatamente distesi sui lettini a prendere il sole o seduti sul bagnasciuga a lasciarci accarezzare dolcemente dalle onde: un bambino si è perso.

Fin qui, nulla di strano. La stranezza sta, invece, nel fatto che, guarda caso, il piccolo Ambrogio, in tenuta balneare di dubbio gusto (non fosse altro per la prominenza del “pancino”, stretto tra improbabili calzoncini anni ’60 e maglietta a righe che qualsiasi bambino normale si rifiuterebbe di indossare), sta proprio lì davanti ai poliziotti. Alla domanda gentile di De Sica, che s’informa sulla solitaria presenza dell’innocente e sprovveduta creatura in riva al mare, il piccolo rende noto, come se non l’avessimo capito (e in effetti l’unico a non averlo capito è proprio De Sica), di essere Ambrogio, il bambino che si è perso. Anche fin qui, nulla di anormale. La cosa che, invece, lascia sconcertati, è che il bambino apostrofa il poliziotto con l’appellativo, tutto milanese, di “testina”. Il che non rientra propriamente nel bon ton. Eppure, quando arriva la madre, una sorta di Wanda Osiris in tenuta balneare, non sembra una genitrice distratta e incapace di impartire una buona educazione ai figli. Anzi, si scusa con il poliziotto e si lascia prendere sottobraccio da lui, mentre la premurosa Belen, con la sollecitudine guidata dall’istinto materno, si prende cura del piccolo Ambrogio, bimbo milanese e un po’ cafone. La madre, interessata più alle advances di De Sica che al figlio, si lascia abbindolare dalla favella accattivante del poliziotto che, seppur romano de Roma, dice di adorare Milano e la cassuela, e lo segue allegramente chissà dove.

In tutto questo non ho capito bene cosa c’entri il telefono, ma ammetto che quando guardo gli spot con Belen e De Sica l’ultima cosa che attira la mia attenzione è la promozione offerta dal gestore telefonico.
Ma a parte i miei problemi di decodificazione del messaggio pubblicitario, quello che non sopporto, in generale, è la maleducazione. Lo spot, in qualche modo, rappresenta l’apoteosi della cafonaggine: quella del bambino che si permette di dare del “testina” a un poliziotto e quella della madre che si lascia conquistare dalla galanteria di De Sica e giustifica il figlioletto invece di assestargli un sonoro ceffone sulla guancia, anche a costo di essere denunciata per maltrattamenti su un minore.

Mi chiedo: qual è l’utilità dello spot in questione? Assistere ad una scenetta così poco edificante convince lo spettatore ad utilizzare i servizi telefonici in promozione?
Se penso che dietro a tutto ciò ci sono degli autori, esperti di marketing e comunicazione, art director, copywriter e chissà quante altre teste pensanti profumatamente pagate, mi rattristo alquanto e mi domando: dove sta la novità? Bambini maleducati in giro, purtroppo, ce ne sono tanti e mamme oche anche di più.

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