26 settembre 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: FLASH MOB PER INCORAGGIARE L’ALLATTAMENTO AL SENO

Posted in amore, bambini, donne, La buona notizia del venerdì, società, web tagged , , , , , , , , , a 7:28 pm di marisamoles

allattamento falsh mob
L’allattamento al seno è importante per molteplici motivi: è l’alimento perfetto per il neonato, fatto apposta per lui, protegge da virus e batteri, aumenta le difese immunitarie del poppante, facilita lo sviluppo di un buon rapporto madre-bambino. Senza contare che è comodo anche per la mamma che ha sempre il nutrimento a portata di mano.

Un tempo una donna che allattava in pubblico destava scandalo. Eppure si tratta di un gesto naturale, nel vero senso della parola: avete mai visto una mucca o una pecora che si appartano mentre allattano i cuccioli? È un fatto culturale, prima di tutto. Ma al giorno d’oggi come può essere ancora un tabù?

Ricordo una notizia di qualche tempo fa che riguardava una mamma che era stata allontanata dal ristorante in cui pranzava perché la poppata in pubblico era stata considerata sconveniente. (ne ho parlato QUI) Mi chiedo ancora come possa dar fastidio vedere uno spettacolo così tenero. Se non è la madre a provare imbarazzo – il che può succedere, non siamo tutte uguali – perché mai dovrebbero provarlo gli astanti?

Eppure c’è ancora chi, vedendo un bambino che succhia il latte dal seno materno, non gradisce lo spettacolo. Sguardi imbarazzati, quando non contrariati, incrociano gli occhi della mamma che vorrebbe solo nutrire il suo piccolo quando ne ha voglia, senza rimanere segregata in casa nell’ora della poppata.

Per incoraggiare l’allattamento al seno anche in pubblico, un gruppo di mamme bellunesi ha organizzato un flash mob. L’iniziativa ha avuto successo e sarà promossa in tutta Italia, dal Veneto alla Puglia e oltre. Al grido di AllatTiamo, l’appuntamento è nelle piazze italiane sabato 4 ottobre alle ore 10 e 30.

Il successo dell’iniziativa è stato favorito dai social network. Evviva Facebook, che detesto, almeno per una buona causa come questa.

[fonte: Il Gazzettino, da cui è tratta anche l’immagine]

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23 marzo 2014

MA VOI LO PORTERESTE IN GIRO UN BIMBO CON IL GUINZAGLIO?

Posted in bambini, cronaca, donne, famiglia, figli tagged , , , , , , , , , , , a 9:29 pm di marisamoles

bambini-guinzaglioOggi sul Corriere.it ho letto una notizia che a dir poco mi ha sconvolto meno di alcuni commenti.

Il fatto è questo: una coppia di immigrati dell’Est Europa ha legato al letto il figlio di 3 anni (pur lasciandolo a casa con la nonna 🙄 ), per andare a fare la spesa. Degli agenti hanno scoperto il “barbaro” gesto dei due in occasione di una visita nell’appartamento per controllare la residenza della famiglia.

Ora, non mi pronuncio sul fatto che appare già grave senza bisogno di commenti. Va da sé, tuttavia, che quando si leggono notizie del genere si apre una discussione infinita. Quello che però mi ha lasciata sconcertata è che la discussione, partita dalla condanna del gesto di legare il bambino a letto, è scivolata sull’uso dei guinzagli per bambini che, a detta di moltissimi lettori, sarebbero utilissimi.

Il mio primo commento è stato il seguente:

Io ho due figli, ormai adulti, che hanno 22 mesi di differenza … non so se mi spiego. Non solo quando il più grande aveva 20 mesi l’ho abituato a fare a meno del passeggino (oggi, invece, vedo mamme che usano quelli gemellari per bambini con poca differenza d’età), non ho mai usato guinzagli di sorta che, al contrario di quanto afferma [replicavo ad un lettore che difendeva l’uso del guinzaglio ritenendolo indispensabile se di bambini se ne hanno due se non tre tra i 2 e 3 anni], non sono indispensabili e a me personalmente sembrano più che una crudeltà, una vera e propria umiliazione. Se non si ha voglia di occuparsi dei figli, di portarli ai giardinetti o a fare la spesa e di seguirli con attenzione ovunque si vada, di fare qualche sacrificio, è meglio non metterli al mondo. Altroché guinzagli!

Dopo questo commento è arrivata la replica piuttosto risentita di una madre:

Ha ragione lei siamo noi mamme veramente incapaci, crudeli che mettiamo al mondo figli di cui non ci prendiamo cura. Siamo ignoranti e non vogliamo spiegare nulla ai nostri figli della vita ne seguirli. La colpa è nostra. E a puntare il dito contro di noi sono altre donne. Siete proprio delle belle persone e sono molto contenta ed onorata che ci siate voi a farmi capire come si alleva un figlio.

Ormai mi conoscete e sapete che non mollo. 🙂 Nel frattempo molte altre persone erano intervenute a difendere l’uso del guinzaglio, precisando che il suo nome corretto è dande, di cui parla anche Kant nel suo L’arte di educare, sconsigliandone vivamente l’uso. Quindi se è vero, come dicono, che anche i pediatri lo consigliano, si vede che Kant aveva preso una cantonata pazzesca. 😦

La mia ulteriore replica è stata la seguente:

Io di guinzagli o dande non ne ho mai visti qui (vivo in una civilissima città del Nord-Est d’Italia), solo qualche volta al mare, ma moltissimi anni fa, e ad usarli erano i tedeschi. Ora a quanto pare vanno di moda, evidentemente da altre parti. Siccome i bambini sono sempre stati vivaci e imprevedibili, se ci sono mamme che non li usano dobbiamo considerarle delle sconsiderate? Oppure dobbiamo pensare che le mamme moderne […] abbiano paura di tutto e crescano i figli senza insegnare loro il senso di responsabilità e l’autonomia? Io propendo per la seconda.

A questo punto mi chiedo: ma voi avreste mai portato (o portereste) a spasso il pupo come fosse un cane?
Sarà senz’altro una comodità e poi magari succede che le mamme moderne, fan delle dande, facciano come questa del video

12 maggio 2013

UNA POESIA PER LA MAMMA

Posted in affari miei, auguri, famiglia, figli, poesia tagged , , , , , , a 4:02 pm di marisamoles

con mamma nonna a firenze
Mamma! Mammina mia!

Sei bella come una stella,

sei la più buona, sorridi sempre

e il tuo sorriso va nei miei occhi.

Hai una voce dolce che io sempre sento.

Io ti amo molto mamma

e non ti lascerò mai!

Questa poesia devo averla scritta quand’ero in prima o seconda elementare. L’ho riscoperta di recente grazie a mia mamma che ha ritrovato, nel tipico scatolone dei ricordi, un mio vecchio quaderno con la raccolta di poesie che amavo scrivere da bimba.

Vabbè, non è che sia un capolavoro poetico, ma almeno ci provavo. Poi devo aver smesso quando, raggiunta l’età della ragione, ho capito di non avere talento con i versi. Però da ragazzina scrivevo canzoni, accompagnandomi con la chitarra.

La fotografia sotto il titolo ritrae le femmine di casa Moles: mia mamma, la nonna ed io, con gli immancabili capelli corti e con il caschetto da fare invidia a Caterina Caselli. Sarà per quello che ho il broncio?

Siccome, però, mia mamma era bellissima davvero, e lo è tuttora, ma nella fotografia (scattata in occasione di un viaggio a Firenze) non è venuta bene, ne posto un’altra qua sotto che rende maggiormente merito alla sua bellezza.

mamma firenze

Ed ora, anche se la domenica della Mamma sta passando in fretta (e inosservata, almeno a casa mia … i figli latitano!), faccio gli AUGURI A TUTTE LE MAMME, TUTTE BELLISSIME, BUONISSIME, SORRIDENTI E CON LA VOCE DOLCE!

2 gennaio 2013

NUOVI NATI A PADOVA: SUL BRACCIALETTO AL SECONDO GENITORE LA SCRITTA “PARTNER” AL POSTO DI PAPA’

Posted in bambini, famiglia tagged , , , , , , , , , a 12:43 pm di marisamoles

cullaDa anni nella clinica ostetrica dell’ospedale di Padova viene assegnato un braccialetto identificativo a mammma e neonato. E fin qui nulla di strano. La cosa bizzarra è che, su richiesta, la clinica fornisce anche un braccialetto per il papà.

Due mesi fa, di fronte ad una coppia omosessuale, la compagna della puerpera, che come “padre” ha indicato nome e cognome dell’amica, ha rifiutato il braccialetto con la scritta “papà”. La direzione dell’ospedale, allora, ha pensato ad una soluzione che, in teoria, non dovrebbe scontentare nessuno: la scritta “papà” sul braccialetto è stata sostituita con quella di “partner”.

«Ormai non si può più ragionare in modo tradizionale – ha spiegato il primario Giovanni Battista Nardelli -, abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno».

Ma io chiedo: vi pare che con tutti i problemi che ci sono, uno (anzi, una) si impunti per la scritta su un braccialetto?
Oltre tutto, visto che l’assegnazione al “papà” non è obbligatoria e non ha nemmeno senso (in fondo il braccialetto viene assegnato alla puerpera per evitare “scambi” di neonati in culla), non mi pare proprio il caso che i veri papà si trovino sul braccialetto la scritta neutra e per di più straniera (anche se comunemente utilizzata al posto di “compagno/a”) di “partner”. Mi pare, inoltre, incoerente con l’obiettivo prefissato di non offendere la sensibilità di nessuno. E quella dei padri veri? Mi sembra non sia tenuta in grande considerazione.

[fonte: Corrieredelveneto]

26 luglio 2012

MAMME CINQUANTENNI: ADESSO E’ IL TURNO DI ALESSANDRA MARTINES

Posted in bambini, donne, famiglia, figli, vip tagged , , , , , , , , , , , , a 5:30 pm di marisamoles

ATTENZIONE: ALESSANDRA MARTINES E’ DIVENTATA MAMMA DI HUGO IL 26 OTTOBRE SCORSO. LEGGI QUI.

Lei è bellissima, semplicemente. Di certo non dimostra gli anni che ha, non so se per merito suo o del chirurgo estetico. Ma a prima vista sembrerebbe solo opera di madre natura.

Cinquant’anni non li ha ancora, per la precisione ne ha solo quarantanove. Un matrimonio fallito alle spalle, niente popò di meno che con Claude Lelouch che di anni ne ha ben ventisei di più. Una figlia, Stella, che ora ha tredici anni ed è nata dall’unione con il regista. Ora, però, è arrivato per questa bellissima donna il momento del riscatto: un compagno che ha vent’anni di meno di lei e un figlio in arrivo.

Alessandra Martines, che ha esordito come ballerina ed ora è un’attrice piuttosto affermata sia al cinema che alla televisione, sia in Italia sia in Francia, sua patria d’adozione per matrimonio, diciamo così, mostra orgogliosa, sulla copertina di Vanity Fair (dallo stesso sito è tratta anche la foto di Alan Gelati) in edicola questa settimana, il suo pancione di cinque mesi. E giura che non ha fatto nulla per forzare la natura, solamente ha fatto tanto l’amore.

Lui, l’uomo fortunato, è un attore e si chiama Cyril Descours, ventinove anni appena compiuti. Immagino che per questa gravidanza, che entrambi hanno fortemente voluto, come testimonia l’attrice, non si sia sacrificato molto. Posso anche supporre che sia al settimo cielo, come ogni futuro papà, e che non pensi all’avvenire, ai suoi vent’anni in meno della compagna che, seppur bellissima, non può fare alcun patto con il diavolo né far invecchiare il suo ritratto al suo posto, come fece Dorian Gray. Insomma, i vent’anni che dividono la splendida Alessandra e l’aitante Cyril ci sono, ci saranno, rimarranno per sempre. La giovinezza, però, no.
Come sostiene la dottoressa Vegetti Finzi, è vero che la vita media si è allungata, è vero che si vive di più ma purtroppo si prolunga la vecchiaia piuttosto che la giovinezza.

Chi mi conosce sa che sono fermamente contraria a queste gravidanze oltre il tempo limite. Non mi sento, però, di unirmi al coro di chi, fra i lettori della rivista on line, non crede che Alessandra sia rimasta incinta in modo naturale. E perché no? Una volta le gravidanze in “tarda età” capitavano, con tutti i rischi connessi per la salute del feto. Quando nascevano, questi bimbi erano semplicemente chiamati “figli della menopausa“. E di certo l’epiteto non era motivo d’orgoglio per la madre.

Ora le cose sono cambiate e l’età media in cui si mette su famiglia si sta spostando sempre più in là. Non voglio ripetermi, quindi rimando alla lettura degli altri post in cui ho trattato l’argomento, riferendomi ad altre mamme attempate come la Parisi, la Nannini o la Bellucci, ma anche madri comuni che hanno avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli più vicino ai sessant’anni che ai cinquanta. Ma questo caso almeno è un po’ diverso, per l’età del papà. Tra vent’anni questo bambino avrà una madre di quasi settant’anni ma un padre ancora decisamente giovane. insomma, un po’ di equilibrio c’è anche se la situazione, a pare mio, non è delle migliori.

La Martines non è stupida e sa bene di aver attirato molte critiche, come del resto le altre vip che l’hanno preceduta. La prima critica riguarda la differenza di età con il compagno, la seconda la decisione di diventare madre a quarantanove anni. Lei ribatte che, finché stava con l’ex marito, molto più grande di lei, nessuno aveva nulla da eccepire, E su questo le do ragione perché bisognerebbe superare il tabù dei toy boy. Ormai, specie nel mondo dei vip, è quasi la regola. Però, se ci pensiamo bene, molti anni fa qualcuna aveva osato, sposando un uomo molto più giovane di lei: Paola Borboni. Il destino volle che lei sopravvivesse al giovane marito. Quando si dice ironia della sorte …

Ora qualcuno potrebbe pensare (come è successo in occasione della pubblicazione dei post precedenti) che la mia sia tutta invidia. E perché mai dovrei essere invidiosa? Sono quasi coetanea della Martines, ho un figlio che ha solo cinque anni meno del bel Cyril e devo dire onestamente che non saprei che farmene di un ragazzo così giovane (tutt’al più di un quarantenne …). In secondo luogo, i miei figli li ho fortemente voluti prima dei trent’anni e sono felice di averli grandi e di essere giovane, di sentirmi giovane. Onestamente sto bene così. Solo l’idea di trovarmi catapultata tra pannolini e poppate, notti insonni e giretti in città con il passeggino, mi fa rabbrividire. Mia madre aveva più o meno la mia età quando è diventata nonna. A questo punto il prossimo poppante che terrò tra le braccia, che però non m’imporrà notti insonni, cambio pannolini e pappette, sarà mio nipote.

Onestamente, con i tempi che corrono, spero il più tardi possibile.

La bella Alessandra faccia un po’ come vuole. Certo, con il suo reddito il discorso è molto diverso. E ora qualcuno certamente dirà che “ne faccio sempre una questione di soldi“. Sì, certo. I soldi non faranno la felicità ma aiutano molto. Chi può negarlo? Forse chi li ha.

24 giugno 2012

MADRI

Posted in adolescenti, bambini, cronaca, donne tagged , , , , a 4:13 pm di marisamoles

Tre fatti di cronaca oggi impongono una riflessione. Protagoniste tre madri, molto diverse tra loro, rappresentanti di quel variegato universo in cui essere madri non è mai semplice e mai scontato che si faccia la cosa giusta per i propri figli, o perché non si può o perché non si vuole. A volte perché non si è proprio in grado di intendere e volere.

La prima madre è Sonia, giovane indiana che, impotente, ha assistito alla morte della sua bambina. La piccola Mahi aveva solo quattro anni e, proprio nel giorno del suo compleanno, mentre giocava spensierata, è precipitata in un pozzo profondo 25 metri. Da lì il suo corpicino è stato estratto esanime dopo ottantatré ore, troppe. La vicenda ha riportato alla mente quella analoga accaduta nel lontano 1981 ad Alfredino Rampi. Il caso aveva inaugurato, purtroppo, la “diretta televisiva sulla morte”. Della madre di Alfredino ricordiamo tutti il dolore, la partecipazione a quella lotta contro il tempo, confortata dall’abbraccio di molti, persone conosciute o mai incontrate prima, tutte unite dal dolore. Persino il vecchio presidente Pertini era andato a seguire da vicino la vicenda.
La madre di Mahia, invece, a conclusione della tragica vicenda ha denunciato di «essere stata chiusa in una stanza» e di «non avere ricevuto informazioni reali sulla salute della figlia».

La seconda madre non ha un nome, solo due iniziali: J. P. Ha tre figlie: due bambine di 2 e 8 anni, ben tenute e nutrite, con cui esce spesso. Poi c’è quell’altra, quella di cui si vergogna, con cui non si fa vedere in giro. Dice che lei sta con il padre o con una zia. E invece la bimba, dieci anni, vive rinchiusa in un armadio, come un relitto umano. Ha dieci anni e solo 15 chili, appena tre in più rispetto all’ultima visita medica fatta sei anni fa. Dice che la mamma non la porta con sé, mentre con le sorelle va a fare la colazione fuori, perché “si sporca sempre e si fa la pipì addosso”. Di una cosa è certa: non vuole tornare a casa.
La madre ventinovenne è stata arrestata. Vive a Kansas City, nella civilissima America.

La terza madre si chiama Mistie Rebecca, ha trentadue anni ed è americana. Da quindici anni non vedeva suo figlio sedicenne che vive con il papà. Poi lo ritrova grazie a Facebook. Non è un “incontro” casuale, lei sa che si tratta di suo figlio, sangue del suo sangue. Eppure lo adesca, gli invia delle foto hard e intrattiene con lui una relazione amorosa.
Mistie Rebecca viene scoperta, arrestata e condannata per incesto dalla Alta Corte della Contea di Napa, California. Quattro anni e otto mesi.
Lei commenta così la decisione dei giudici: «Non credo che dovrei essere accusata di incesto perché c’è qualcosa chiamata attrazione genetica che è un fenomeno molto potente e accade al 50% delle persone imparentate che si ricongiungono dopo un lungo periodo di lontananza».

5 marzo 2011

UDINE: LA BAMBINA PIANGE E LUI LA INFILA NELL’ASCIUGATRICE

Posted in bambini, cronaca, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , a 4:51 pm di marisamoles

La notizia è agghiacciante: un uomo di origine sudamericana, Zolio Adelio Pichardo Santana, 24 anni, che risiede nel capoluogo friulano in Borgo Stazione, è stato arrestato ieri dalle Forze dell’ordine per aver infilato una bimba di due anni e mezzo, figlia della convivente, nell’asciugabiancheria. Santana avrebbe confessato il gesto insano giustificandolo con l’incapacità di far fronte al pianto della piccola che lui stesso era andato a prendere all’asilo, in attesa che la madre tornasse a casa.

L’accusa è di lesioni aggravate: il calore sviluppato dall’elettrodomestico (per cui si può supporre che non abbia soltanto infilato la bimba nella macchina, ma abbia pure impostato il programma di asciugatura) ha procurato, infatti, delle estese ustioni sul corpo della bambina, anche se per fortuna solo sulla parte inferiore e posteriore del corpo, risparmiandole il visino. La piccola non versa in pericolo di vita ed è attulamente ricoverata nel reparto pediatrico del nosocomio udinese.

La madre, italiana, conosce da pochi mesi il Santana e, tornata a casa ieri pomeriggio, avrebbe notato le bruciature sulla figlia e chiamato il 118. Poiché la donna non era in grado di spiegare cosa fosse successo, i sanitari hanno chiesto l’intervento della polizia che ha in breve scoperto l’allucinante verità.

Un’altra tragedia sfiorata, un’altra piccola vittima, un’altra famiglia precaria. Ormai l’instabilità familiare sembra essere la norma, non più l’eccezione e spesso delle giovani madri con figli piccoli intrecciano delle relazioni con uomini che, forse non pronti a fare i padri, tantomeno di figli non loro, si trasformano in veri e propri carnefici.

Stamattina, leggendo la notizia sul quotidiano locale nel bar della mia scuola, ho scambiato due chiacchiere con un collega ed entrambi abbiamo ricordato i tempi in cui avevamo i figli ancora piccoli, rievocando le notti insonni e l’incapacità, a volte, di far fronte a tutti gli impegni che la famiglia e il lavoro comportano. Abbiamo concluso che perdere la pazienza si può, che nessuno è talmente santo da rimanere impassibile di fronte ai pianti continui, magari durante la notte in cui si vorrebbe dormire per poter affrontare serenamente le fatiche del giorno dopo. A tutti è scappata la pazienza, un gesto di collera ci può stare, anche il pensiero di prendere la creatura urlante e buttarla fuori dalla finestra.

Qual è, dunque, il confine tra il pensiero e l’azione? C’è un modo per non impazzire? Io credo che la ragione abbia il sopravvento nella maggior parte dei casi sull’istinto. Ma i gesti folli accadono, purtroppo. Si chiamano raptus, parola che letteralmente significa “rapito, strappato”, come se improvvisamente la rabbia “strappasse” la capacità di pensare, di riflettere. Ma io mi chiedo: nel caso di cronaca di cui si sta parlando, che raptus è se l’uomo ha avuto la freddezza di aprire l’asciugatrice, infilarci la bambina e far partire la macchina?

[fonte: Messaggero Veneto]

16 ottobre 2008

RAGAZZI DI OGGI, FAMIGLIE DI IERI

Posted in adolescenza, famiglia, società tagged , , , , , , a 4:04 pm di marisamoles

donne dell'ottocentoLa storia che sto per raccontare è vera, è realmente accaduta in questi giorni. Nel 2008, non nel1800. Eppure ha un sapore antico e agli occhi di chi, come noi tutti, vive nel 2008 appare incredibile, anzi assurda nella sua incredibilità.
È difficile per me raccontarla in modo obiettivo, da cronista super partes, ma ci proverò. Tuttavia, da narratore onnisciente quale sono, sarà quasi impossibile essere realmente oggettiva. Ho deciso di raccontarla affinché chi legge possa aiutarmi a capirla, questa storia. O forse sento la necessità di parlarne perché ripercorrendone le singole tappe, la vicenda poi mi apparirà più chiara.
È la storia di due ragazzi di oggi: Marta e Luca. I nomi, ovviamente, sono di fantasia
.

Marta è una ragazza come tante: ha 16 anni, è una liceale brava e studiosa, si divide fra lo studio e le amiche, la parrocchia e i centri giovanili ad essa connessi. La sua famiglia è apparentemente normale, di sani principi, molto religiosa, forse fin troppo.
Luca ha vent’anni. Non ha mai amato studiare, ha deciso di non continuare gli studi e passa da un lavoro all’altro, tutti contratti a termine, senza aver capito ancora cosa realmente vuol fare. Non ha ancora alcun progetto di vita. La sua famiglia è unita, cerca di seguirlo in questo suo cammino incerto, a volte lo sostiene altre cerca di scuoterlo. I genitori vorrebbero che dimostrasse una maggior maturità e che si scontrasse di meno con il fratello minore. Luca, come Marta, ha avuto una buona educazione, anche di tipo religioso, fatta di valori e principi irrinunciabili.
Marta e Luca s’incontrano; si conoscono da qualche mese ma solo da poco il loro legame è diventato più stretto. Forse entrambi mentono, forse c’è fra loro una vera e propria relazione e stanno insieme da molti mesi. Non si sa. Certo è che questa loro “probabile” relazione clandestina è venuta fuori nel peggiore dei modi e ha avuto l’epilogo più sbagliato.
Succede che una domenica, mentre Marta ripassa un po’ le lezioni prima di andare a Messa, riceve la telefonata di Luca: lui è sotto casa sua, le chiede di andare a bere un caffè insieme. Lei lo fa salire in casa: non è ancora pronta, si deve vestire. E poi c’è la Messa … ma un caffè con Luca val più di una Messa.
Luca sale ma non sa che i genitori di lei non ci sono. Sa, però, che lei ha il divieto tassativo di far entrare in casa i suoi amici – specie se maschi – quando a casa non c’è nessuno. Marta pensa che non importa, per una volta, e lascia Luca in salotto mentre si cambia d’abito per uscire. Questione di pochi minuti, in fondo. Cosa potrà mai succedere. Tutta presa dalla visita inaspettata, non ha forse guardato l’orologio, non si è accorta che è quasi l’ora del ritorno dei suoi dalla Messa – loro vanno in un’altra parrocchia. Ma l’imprevedibile accade. Mentre Marta si sta vestendo, sente arrivare la macchina dei suoi. Se non fosse per quella frenata col fischio, non se ne accorgerebbe. Presa dal panico raggiunge Luca in salotto e lo trascina via. Lui, anche perché la vede in quello stato, mezza vestita, in slip e con i jeans in mano, si rifiuta di seguirla. È meglio che tu finisca di vestirti, dice, e io rimango qua. Che mai potrà succedere? No, no, tu non li conosci, protesta lei. Lo trascina per una manica, lui prende la felpa che aveva buttato sullo schienale del divano, escono di casa e salgono sul pianerottolo del piano di sopra.

Il piano è perfetto: ora i genitori di Marta entrano in casa e loro sono liberi di scendere. Lei però non ha fatto i conti con l’udito superfino della madre. Questa, già entrata nell’atrio del condominio, sentendo la porta di casa chiudersi e non vedendo nessuno sulle scale, pensa ai ladri. Decide di salire un piano, silenziosa, quatta quatta. Ma non trova nessun ladro, solo la figlia in mutande, con i jeans in mano, e un ragazzo che si sta infilando la felpa. La scena sarebbe comica se non fosse così tragica. La madre urla, strattona, trascina, è una furia impazzita, quasi una baccante invasata. A casa iniziano gli insulti: lei ha trasgredito a un divieto, lui è un irresponsabile, a vent’anni avrebbe dovuto sapere come comportarsi. I due ragazzi sono sconvolti ma non intimiditi. Vogliono far valere le loro ragioni, raccontano come sono andate le cose, non vengono creduti. Anzi, la madre di Marta vuole denunciare Luca: la figlia è minorenne, avrebbe dovuto metterlo in conto. Il ragazzo, disperato, continua a dire che non è successo nulla, non è come crede lei. Ma la donna, ormai fuori di senno, vuole che lui chiami i genitori, vuole che loro sappiano che razza di figlio hanno messo al mondo. Luca si rifiuta di telefonare a casa, anzi se ne va. E pensare che la madre di Marta, recuperando forse un barlume di lucidità, lo ha anche invitato a pranzo. Ma sì, mangiamoci su, tanto quello che è stato è stato.
Di fronte al rifiuto di Luca, la madre di Marta decide di telefonare ai suoi genitori. La figlia non vuole darle il numero di telefono, poi cede, ormai esausta, incapace di ribellarsi, di reagire.

A casa di Luca sua madre ha appena preso un cachet per il mal di testa. Una domenica bestiale, davvero. Ha ricevuto un sms del figlio che non sarebbe venuto a pranzo. Ok, tutto normale. Ma mentre è sul divano in cerca di un riposo ristoratore, arriva una telefonata. Accidenti, si è dimenticata di alzare la cornetta. Pazienza. Risponde e a mala pena comprende chi dall’altro capo del filo le sta urlando qualcosa sul figlio: irresponsabile, degenere, che educazione gli avete dato …. La mamma di Luca cerca di obiettare, dice che forse è meglio vedersi di persona. Ha un gran mal di testa, ha appena preso l’analgesico, magari tra un’ora … No, no, non si può aspettare e la donna sconosciuta all’altro capo del filo le vomita addosso tutta la rabbia, il rancore, la delusione. Sua figlia, una figlia perfetta traviata da un irresponsabile; lui, un degenere che non ha saputo dare un buon consiglio alla figlia. E i valori trasmessi, la verginità, i sani principi morali … tutto inutile, tutto perduto forse per sempre. Che fallimento di madre si sente ora.
La madre di Luca ascolta, crede di aver capito, non è scandalizzata ma rimane scioccata dalla reazione inconsulta di quella donna. Capisce che è lontana anni luce dal mondo della figlia se pretende che una ragazzina di sedici anni sappia stare al suo posto, senza trasgredire mai. Gli adolescenti proprio non li conosce. Poi pensa a suo figlio, un vero imbecille, eppure tante volte gli aveva consigliato di lasciar perdere le minorenni … Poi questa ragazza chi è? Mai sentito parlare di lei, perché tanti misteri? A Luca aveva sempre detto di confidarsi. Lui è tanto immaturo. Che cosa ci si può aspettare da uno che guarda Dragon Ball in TV? Ecco, forse questo è il motivo per cui va in cerca delle ragazzine: le sue coetanee lo snobbano, quelle vanno in cerca di uomini vissuti.

Quando Luca, più tardi, le spiega come realmente sono andate le cose, la mamma sorride. Caspita, tutto qua! Chissà cosa mi credevo! Quando la mamma di Marta aveva detto di averli trovati al piano di sopra, lei credeva in camera da letto. Tutto chiaro, adesso. Certo, pensa la mamma di Luca, quella figlia dev’essere davvero terrorizzata se, piuttosto che farsi trovare in casa, ognuno in una stanza diversa, ha preferito escogitare un piano così infantile, così maldestro … E quella mamma di problemi ne deve avere parecchi se la figlia la teme così tanto. Mah, affari loro. La domenica bestiale continua tranquilla anche se il mal di testa ora è triplicato.

Da quella domenica nulla di nuovo. La mamma chiede a Luca se vede ancora Marta, lui bofonchia qualcosa, sì, no, ni … Mah? Meglio lasciar perdere, non indagare, sperando che ‘sta volta le prediche siano servite. Ma quando ci si libera di un mostro, un altro immancabilmente è in agguato. Succede due settimane dopo, di martedì. Sempre alla stessa ora, cioè quella in cui la madre di Luca cerca di riposare sul divano, arriva un’altra telefonata. Dal salotto intuisce che qualcosa non va; sente Luca rispondere in modo molto seccato: non so nulla, non so dov’è. Poco dopo, conclusa la telefonata, scaglia lontano il cordless che per fortuna atterra sul divano. Che c’è? chiede la mamma. Marta è scappata di casa, risponde secco il figlio. Oddio, come, perché … La mamma si agita ma quando sente che i genitori di lei ritengono Luca responsabile e lo vogliono denunciare – addirittura per pedofilia – rimane sconvolta. Deve fare qualcosa.
Da quel momento il pomeriggio scorre in modo alquanto concitato. Prima mamma e figlio vanno dai carabinieri: lui vuole denunciare i genitori di Marta a sua volta per calunnia, la madre vuole sapere solo se ci sono novità sulla ragazza. Dai carabinieri niente, quindi decidono di andare a casa di Marta ma non trovano né padre né madre, solo il fratello che scende – non li fa mica salire, che abbia anche lui qualche divieto? – si parla un po’, si fa una specie di ballottaggio delle responsabilità, ognuno si difende e difende le proprie ragioni, ma in modo assolutamente civile. Possibile, pensa la madre di Luca, che questo sia figlio della stessa madre? Sembra una persona tranquilla, equilibrata, quasi saggia.

Passa quasi un’ora e Luca va al lavoro. È inutile stare ad aspettare tutti e due, resta solo la madre. Quando arriva la mamma di Marta non vuole far salire l’altra madre. Poi cede, la invita su ma, appena varcata la soglia di casa, le vomita addosso i soliti insulti. Aggiunge, però, che quel ragazzo è un fallito, uno che nemmeno studia più, un cattivo esempio per la figlia … anzi, la rovina della famiglia. La madre di Luca rimane allibita. Ecco, le ha riaperto la ferita, anzi le sta rigirando la punta del pugnale dentro. Tenta di difendere suo figlio e, quando l’altra riprende a parlare dell’episodio di due domeniche prima, sbotta: in fondo sua figlia gli aperto la porta di casa, Luca che poteva fare? Ecco, ribatte l’altra, suo figlio è un santo, mia figlia è una troia. Evidentemente non voleva dire questo, la mamma di Luca, ma è inutile obiettare.
Marta ha lasciato una lettera: parla del suo errore, della volontà di espiare la colpa, dell’amore dei suoi che non avrà più, anzi forse l’avrà ancora perché i genitori non sono capaci di non amare i figli. Ma non si devono preoccupare: si trova in un posto sicuro dove sapranno aiutarla, riusciranno ad alleviarle il peso di quella colpa.
La mamma di Luca è incredula: di che colpa sta parlando? Si riferisce ancora a quella domenica? Che mai sarà successo realmente? E intanto rilegge quelle righe: in ogni parola si percepisce un grido muto di dolore. Come avranno fatto a ridurla in quello stato? E Luca, che parte ha realmente in questa vicenda?
La madre di Marta ammette di essere dura, severa, ma bisogna pur educarli questi giovani. La mamma di Luca obietta che talvolta, per il quieto vivere, bisogna scendere a compromessi. Eh già, ribatte l’altra, meglio lasciargli fare quello che vogliono! Il tono è sarcastico. Poi continua: certo se le lasciavo fare quello che voleva, a mia figlia, non scappava di casa. Beh, anche lei l’ha capito. Negare la libertà significa non fidarsi. Forse quella ragazza vuole soltanto che i suoi si fidino di lei. Forse quella che lei chiama colpa non è la sua. Forse la riconosce come tale solo assumendo il punto di vista della madre.

La sera Marta si fa viva. La vanno a prendere. L’episodio è concluso ma ha sconvolto due famiglie. Sarà stato solo un gesto dimostrativo? Una muta protesta, muta perché la voce della madre è più forte di quella della figlia e di chiunque altro. Tant’è che del padre non si sa nulla. Lei è la virago della situazione. Per lei il bianco è bianco, il nero è nero. Del grigio che riveste la vita della figlia non si preoccupa. Quel mondo senza colori di una ragazza che non può mettersi la minigonna se non di nascosto dai suoi, che non può andare in discoteca, che deve lasciare le feste alle undici e mezza, quando tutti gli altri cominciano ad arrivare, quel mondo così opaco da spegnere anche la luce dei suoi occhi, non le piace. Questa volta si è allontanata da casa, la prossima tenterà un gesto più estremo? Speriamo di no.
Luca non risponde più ai messaggi di Marta. Pare non ne voglia più sapere. O forse mente, ancora una volta. Forse è meglio per Marta che lui la lasci perdere. È meglio anche per la madre, anzi, per tutte e due.

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