LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: FLASH MOB PER INCORAGGIARE L’ALLATTAMENTO AL SENO

allattamento falsh mob
L’allattamento al seno è importante per molteplici motivi: è l’alimento perfetto per il neonato, fatto apposta per lui, protegge da virus e batteri, aumenta le difese immunitarie del poppante, facilita lo sviluppo di un buon rapporto madre-bambino. Senza contare che è comodo anche per la mamma che ha sempre il nutrimento a portata di mano.

Un tempo una donna che allattava in pubblico destava scandalo. Eppure si tratta di un gesto naturale, nel vero senso della parola: avete mai visto una mucca o una pecora che si appartano mentre allattano i cuccioli? È un fatto culturale, prima di tutto. Ma al giorno d’oggi come può essere ancora un tabù?

Ricordo una notizia di qualche tempo fa che riguardava una mamma che era stata allontanata dal ristorante in cui pranzava perché la poppata in pubblico era stata considerata sconveniente. (ne ho parlato QUI) Mi chiedo ancora come possa dar fastidio vedere uno spettacolo così tenero. Se non è la madre a provare imbarazzo – il che può succedere, non siamo tutte uguali – perché mai dovrebbero provarlo gli astanti?

Eppure c’è ancora chi, vedendo un bambino che succhia il latte dal seno materno, non gradisce lo spettacolo. Sguardi imbarazzati, quando non contrariati, incrociano gli occhi della mamma che vorrebbe solo nutrire il suo piccolo quando ne ha voglia, senza rimanere segregata in casa nell’ora della poppata.

Per incoraggiare l’allattamento al seno anche in pubblico, un gruppo di mamme bellunesi ha organizzato un flash mob. L’iniziativa ha avuto successo e sarà promossa in tutta Italia, dal Veneto alla Puglia e oltre. Al grido di AllatTiamo, l’appuntamento è nelle piazze italiane sabato 4 ottobre alle ore 10 e 30.

Il successo dell’iniziativa è stato favorito dai social network. Evviva Facebook, che detesto, almeno per una buona causa come questa.

[fonte: Il Gazzettino, da cui è tratta anche l’immagine]

ALTRE BUONE NOTIZIE:

I Cat Cafè anche a Torino e a Roma di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

MA VOI LO PORTERESTE IN GIRO UN BIMBO CON IL GUINZAGLIO?

bambini-guinzaglioOggi sul Corriere.it ho letto una notizia che a dir poco mi ha sconvolto meno di alcuni commenti.

Il fatto è questo: una coppia di immigrati dell’Est Europa ha legato al letto il figlio di 3 anni (pur lasciandolo a casa con la nonna 🙄 ), per andare a fare la spesa. Degli agenti hanno scoperto il “barbaro” gesto dei due in occasione di una visita nell’appartamento per controllare la residenza della famiglia.

Ora, non mi pronuncio sul fatto che appare già grave senza bisogno di commenti. Va da sé, tuttavia, che quando si leggono notizie del genere si apre una discussione infinita. Quello che però mi ha lasciata sconcertata è che la discussione, partita dalla condanna del gesto di legare il bambino a letto, è scivolata sull’uso dei guinzagli per bambini che, a detta di moltissimi lettori, sarebbero utilissimi.

Il mio primo commento è stato il seguente:

Io ho due figli, ormai adulti, che hanno 22 mesi di differenza … non so se mi spiego. Non solo quando il più grande aveva 20 mesi l’ho abituato a fare a meno del passeggino (oggi, invece, vedo mamme che usano quelli gemellari per bambini con poca differenza d’età), non ho mai usato guinzagli di sorta che, al contrario di quanto afferma [replicavo ad un lettore che difendeva l’uso del guinzaglio ritenendolo indispensabile se di bambini se ne hanno due se non tre tra i 2 e 3 anni], non sono indispensabili e a me personalmente sembrano più che una crudeltà, una vera e propria umiliazione. Se non si ha voglia di occuparsi dei figli, di portarli ai giardinetti o a fare la spesa e di seguirli con attenzione ovunque si vada, di fare qualche sacrificio, è meglio non metterli al mondo. Altroché guinzagli!

Dopo questo commento è arrivata la replica piuttosto risentita di una madre:

Ha ragione lei siamo noi mamme veramente incapaci, crudeli che mettiamo al mondo figli di cui non ci prendiamo cura. Siamo ignoranti e non vogliamo spiegare nulla ai nostri figli della vita ne seguirli. La colpa è nostra. E a puntare il dito contro di noi sono altre donne. Siete proprio delle belle persone e sono molto contenta ed onorata che ci siate voi a farmi capire come si alleva un figlio.

Ormai mi conoscete e sapete che non mollo. 🙂 Nel frattempo molte altre persone erano intervenute a difendere l’uso del guinzaglio, precisando che il suo nome corretto è dande, di cui parla anche Kant nel suo L’arte di educare, sconsigliandone vivamente l’uso. Quindi se è vero, come dicono, che anche i pediatri lo consigliano, si vede che Kant aveva preso una cantonata pazzesca. 😦

La mia ulteriore replica è stata la seguente:

Io di guinzagli o dande non ne ho mai visti qui (vivo in una civilissima città del Nord-Est d’Italia), solo qualche volta al mare, ma moltissimi anni fa, e ad usarli erano i tedeschi. Ora a quanto pare vanno di moda, evidentemente da altre parti. Siccome i bambini sono sempre stati vivaci e imprevedibili, se ci sono mamme che non li usano dobbiamo considerarle delle sconsiderate? Oppure dobbiamo pensare che le mamme moderne […] abbiano paura di tutto e crescano i figli senza insegnare loro il senso di responsabilità e l’autonomia? Io propendo per la seconda.

A questo punto mi chiedo: ma voi avreste mai portato (o portereste) a spasso il pupo come fosse un cane?
Sarà senz’altro una comodità e poi magari succede che le mamme moderne, fan delle dande, facciano come questa del video

UNA POESIA PER LA MAMMA

con mamma nonna a firenze
Mamma! Mammina mia!

Sei bella come una stella,

sei la più buona, sorridi sempre

e il tuo sorriso va nei miei occhi.

Hai una voce dolce che io sempre sento.

Io ti amo molto mamma

e non ti lascerò mai!

Questa poesia devo averla scritta quand’ero in prima o seconda elementare. L’ho riscoperta di recente grazie a mia mamma che ha ritrovato, nel tipico scatolone dei ricordi, un mio vecchio quaderno con la raccolta di poesie che amavo scrivere da bimba.

Vabbè, non è che sia un capolavoro poetico, ma almeno ci provavo. Poi devo aver smesso quando, raggiunta l’età della ragione, ho capito di non avere talento con i versi. Però da ragazzina scrivevo canzoni, accompagnandomi con la chitarra.

La fotografia sotto il titolo ritrae le femmine di casa Moles: mia mamma, la nonna ed io, con gli immancabili capelli corti e con il caschetto da fare invidia a Caterina Caselli. Sarà per quello che ho il broncio?

Siccome, però, mia mamma era bellissima davvero, e lo è tuttora, ma nella fotografia (scattata in occasione di un viaggio a Firenze) non è venuta bene, ne posto un’altra qua sotto che rende maggiormente merito alla sua bellezza.

mamma firenze

Ed ora, anche se la domenica della Mamma sta passando in fretta (e inosservata, almeno a casa mia … i figli latitano!), faccio gli AUGURI A TUTTE LE MAMME, TUTTE BELLISSIME, BUONISSIME, SORRIDENTI E CON LA VOCE DOLCE!

NUOVI NATI A PADOVA: SUL BRACCIALETTO AL SECONDO GENITORE LA SCRITTA “PARTNER” AL POSTO DI PAPA’

cullaDa anni nella clinica ostetrica dell’ospedale di Padova viene assegnato un braccialetto identificativo a mammma e neonato. E fin qui nulla di strano. La cosa bizzarra è che, su richiesta, la clinica fornisce anche un braccialetto per il papà.

Due mesi fa, di fronte ad una coppia omosessuale, la compagna della puerpera, che come “padre” ha indicato nome e cognome dell’amica, ha rifiutato il braccialetto con la scritta “papà”. La direzione dell’ospedale, allora, ha pensato ad una soluzione che, in teoria, non dovrebbe scontentare nessuno: la scritta “papà” sul braccialetto è stata sostituita con quella di “partner”.

«Ormai non si può più ragionare in modo tradizionale – ha spiegato il primario Giovanni Battista Nardelli -, abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno».

Ma io chiedo: vi pare che con tutti i problemi che ci sono, uno (anzi, una) si impunti per la scritta su un braccialetto?
Oltre tutto, visto che l’assegnazione al “papà” non è obbligatoria e non ha nemmeno senso (in fondo il braccialetto viene assegnato alla puerpera per evitare “scambi” di neonati in culla), non mi pare proprio il caso che i veri papà si trovino sul braccialetto la scritta neutra e per di più straniera (anche se comunemente utilizzata al posto di “compagno/a”) di “partner”. Mi pare, inoltre, incoerente con l’obiettivo prefissato di non offendere la sensibilità di nessuno. E quella dei padri veri? Mi sembra non sia tenuta in grande considerazione.

[fonte: Corrieredelveneto]

MAMME CINQUANTENNI: ADESSO E’ IL TURNO DI ALESSANDRA MARTINES

ATTENZIONE: ALESSANDRA MARTINES E’ DIVENTATA MAMMA DI HUGO IL 26 OTTOBRE SCORSO. LEGGI QUI.

Lei è bellissima, semplicemente. Di certo non dimostra gli anni che ha, non so se per merito suo o del chirurgo estetico. Ma a prima vista sembrerebbe solo opera di madre natura.

Cinquant’anni non li ha ancora, per la precisione ne ha solo quarantanove. Un matrimonio fallito alle spalle, niente popò di meno che con Claude Lelouch che di anni ne ha ben ventisei di più. Una figlia, Stella, che ora ha tredici anni ed è nata dall’unione con il regista. Ora, però, è arrivato per questa bellissima donna il momento del riscatto: un compagno che ha vent’anni di meno di lei e un figlio in arrivo.

Alessandra Martines, che ha esordito come ballerina ed ora è un’attrice piuttosto affermata sia al cinema che alla televisione, sia in Italia sia in Francia, sua patria d’adozione per matrimonio, diciamo così, mostra orgogliosa, sulla copertina di Vanity Fair (dallo stesso sito è tratta anche la foto di Alan Gelati) in edicola questa settimana, il suo pancione di cinque mesi. E giura che non ha fatto nulla per forzare la natura, solamente ha fatto tanto l’amore.

Lui, l’uomo fortunato, è un attore e si chiama Cyril Descours, ventinove anni appena compiuti. Immagino che per questa gravidanza, che entrambi hanno fortemente voluto, come testimonia l’attrice, non si sia sacrificato molto. Posso anche supporre che sia al settimo cielo, come ogni futuro papà, e che non pensi all’avvenire, ai suoi vent’anni in meno della compagna che, seppur bellissima, non può fare alcun patto con il diavolo né far invecchiare il suo ritratto al suo posto, come fece Dorian Gray. Insomma, i vent’anni che dividono la splendida Alessandra e l’aitante Cyril ci sono, ci saranno, rimarranno per sempre. La giovinezza, però, no.
Come sostiene la dottoressa Vegetti Finzi, è vero che la vita media si è allungata, è vero che si vive di più ma purtroppo si prolunga la vecchiaia piuttosto che la giovinezza.

Chi mi conosce sa che sono fermamente contraria a queste gravidanze oltre il tempo limite. Non mi sento, però, di unirmi al coro di chi, fra i lettori della rivista on line, non crede che Alessandra sia rimasta incinta in modo naturale. E perché no? Una volta le gravidanze in “tarda età” capitavano, con tutti i rischi connessi per la salute del feto. Quando nascevano, questi bimbi erano semplicemente chiamati “figli della menopausa“. E di certo l’epiteto non era motivo d’orgoglio per la madre.

Ora le cose sono cambiate e l’età media in cui si mette su famiglia si sta spostando sempre più in là. Non voglio ripetermi, quindi rimando alla lettura degli altri post in cui ho trattato l’argomento, riferendomi ad altre mamme attempate come la Parisi, la Nannini o la Bellucci, ma anche madri comuni che hanno avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli più vicino ai sessant’anni che ai cinquanta. Ma questo caso almeno è un po’ diverso, per l’età del papà. Tra vent’anni questo bambino avrà una madre di quasi settant’anni ma un padre ancora decisamente giovane. insomma, un po’ di equilibrio c’è anche se la situazione, a pare mio, non è delle migliori.

La Martines non è stupida e sa bene di aver attirato molte critiche, come del resto le altre vip che l’hanno preceduta. La prima critica riguarda la differenza di età con il compagno, la seconda la decisione di diventare madre a quarantanove anni. Lei ribatte che, finché stava con l’ex marito, molto più grande di lei, nessuno aveva nulla da eccepire, E su questo le do ragione perché bisognerebbe superare il tabù dei toy boy. Ormai, specie nel mondo dei vip, è quasi la regola. Però, se ci pensiamo bene, molti anni fa qualcuna aveva osato, sposando un uomo molto più giovane di lei: Paola Borboni. Il destino volle che lei sopravvivesse al giovane marito. Quando si dice ironia della sorte …

Ora qualcuno potrebbe pensare (come è successo in occasione della pubblicazione dei post precedenti) che la mia sia tutta invidia. E perché mai dovrei essere invidiosa? Sono quasi coetanea della Martines, ho un figlio che ha solo cinque anni meno del bel Cyril e devo dire onestamente che non saprei che farmene di un ragazzo così giovane (tutt’al più di un quarantenne …). In secondo luogo, i miei figli li ho fortemente voluti prima dei trent’anni e sono felice di averli grandi e di essere giovane, di sentirmi giovane. Onestamente sto bene così. Solo l’idea di trovarmi catapultata tra pannolini e poppate, notti insonni e giretti in città con il passeggino, mi fa rabbrividire. Mia madre aveva più o meno la mia età quando è diventata nonna. A questo punto il prossimo poppante che terrò tra le braccia, che però non m’imporrà notti insonni, cambio pannolini e pappette, sarà mio nipote.

Onestamente, con i tempi che corrono, spero il più tardi possibile.

La bella Alessandra faccia un po’ come vuole. Certo, con il suo reddito il discorso è molto diverso. E ora qualcuno certamente dirà che “ne faccio sempre una questione di soldi“. Sì, certo. I soldi non faranno la felicità ma aiutano molto. Chi può negarlo? Forse chi li ha.

MADRI

Tre fatti di cronaca oggi impongono una riflessione. Protagoniste tre madri, molto diverse tra loro, rappresentanti di quel variegato universo in cui essere madri non è mai semplice e mai scontato che si faccia la cosa giusta per i propri figli, o perché non si può o perché non si vuole. A volte perché non si è proprio in grado di intendere e volere.

La prima madre è Sonia, giovane indiana che, impotente, ha assistito alla morte della sua bambina. La piccola Mahi aveva solo quattro anni e, proprio nel giorno del suo compleanno, mentre giocava spensierata, è precipitata in un pozzo profondo 25 metri. Da lì il suo corpicino è stato estratto esanime dopo ottantatré ore, troppe. La vicenda ha riportato alla mente quella analoga accaduta nel lontano 1981 ad Alfredino Rampi. Il caso aveva inaugurato, purtroppo, la “diretta televisiva sulla morte”. Della madre di Alfredino ricordiamo tutti il dolore, la partecipazione a quella lotta contro il tempo, confortata dall’abbraccio di molti, persone conosciute o mai incontrate prima, tutte unite dal dolore. Persino il vecchio presidente Pertini era andato a seguire da vicino la vicenda.
La madre di Mahia, invece, a conclusione della tragica vicenda ha denunciato di «essere stata chiusa in una stanza» e di «non avere ricevuto informazioni reali sulla salute della figlia».

La seconda madre non ha un nome, solo due iniziali: J. P. Ha tre figlie: due bambine di 2 e 8 anni, ben tenute e nutrite, con cui esce spesso. Poi c’è quell’altra, quella di cui si vergogna, con cui non si fa vedere in giro. Dice che lei sta con il padre o con una zia. E invece la bimba, dieci anni, vive rinchiusa in un armadio, come un relitto umano. Ha dieci anni e solo 15 chili, appena tre in più rispetto all’ultima visita medica fatta sei anni fa. Dice che la mamma non la porta con sé, mentre con le sorelle va a fare la colazione fuori, perché “si sporca sempre e si fa la pipì addosso”. Di una cosa è certa: non vuole tornare a casa.
La madre ventinovenne è stata arrestata. Vive a Kansas City, nella civilissima America.

La terza madre si chiama Mistie Rebecca, ha trentadue anni ed è americana. Da quindici anni non vedeva suo figlio sedicenne che vive con il papà. Poi lo ritrova grazie a Facebook. Non è un “incontro” casuale, lei sa che si tratta di suo figlio, sangue del suo sangue. Eppure lo adesca, gli invia delle foto hard e intrattiene con lui una relazione amorosa.
Mistie Rebecca viene scoperta, arrestata e condannata per incesto dalla Alta Corte della Contea di Napa, California. Quattro anni e otto mesi.
Lei commenta così la decisione dei giudici: «Non credo che dovrei essere accusata di incesto perché c’è qualcosa chiamata attrazione genetica che è un fenomeno molto potente e accade al 50% delle persone imparentate che si ricongiungono dopo un lungo periodo di lontananza».

UDINE: LA BAMBINA PIANGE E LUI LA INFILA NELL’ASCIUGATRICE

La notizia è agghiacciante: un uomo di origine sudamericana, Zolio Adelio Pichardo Santana, 24 anni, che risiede nel capoluogo friulano in Borgo Stazione, è stato arrestato ieri dalle Forze dell’ordine per aver infilato una bimba di due anni e mezzo, figlia della convivente, nell’asciugabiancheria. Santana avrebbe confessato il gesto insano giustificandolo con l’incapacità di far fronte al pianto della piccola che lui stesso era andato a prendere all’asilo, in attesa che la madre tornasse a casa.

L’accusa è di lesioni aggravate: il calore sviluppato dall’elettrodomestico (per cui si può supporre che non abbia soltanto infilato la bimba nella macchina, ma abbia pure impostato il programma di asciugatura) ha procurato, infatti, delle estese ustioni sul corpo della bambina, anche se per fortuna solo sulla parte inferiore e posteriore del corpo, risparmiandole il visino. La piccola non versa in pericolo di vita ed è attulamente ricoverata nel reparto pediatrico del nosocomio udinese.

La madre, italiana, conosce da pochi mesi il Santana e, tornata a casa ieri pomeriggio, avrebbe notato le bruciature sulla figlia e chiamato il 118. Poiché la donna non era in grado di spiegare cosa fosse successo, i sanitari hanno chiesto l’intervento della polizia che ha in breve scoperto l’allucinante verità.

Un’altra tragedia sfiorata, un’altra piccola vittima, un’altra famiglia precaria. Ormai l’instabilità familiare sembra essere la norma, non più l’eccezione e spesso delle giovani madri con figli piccoli intrecciano delle relazioni con uomini che, forse non pronti a fare i padri, tantomeno di figli non loro, si trasformano in veri e propri carnefici.

Stamattina, leggendo la notizia sul quotidiano locale nel bar della mia scuola, ho scambiato due chiacchiere con un collega ed entrambi abbiamo ricordato i tempi in cui avevamo i figli ancora piccoli, rievocando le notti insonni e l’incapacità, a volte, di far fronte a tutti gli impegni che la famiglia e il lavoro comportano. Abbiamo concluso che perdere la pazienza si può, che nessuno è talmente santo da rimanere impassibile di fronte ai pianti continui, magari durante la notte in cui si vorrebbe dormire per poter affrontare serenamente le fatiche del giorno dopo. A tutti è scappata la pazienza, un gesto di collera ci può stare, anche il pensiero di prendere la creatura urlante e buttarla fuori dalla finestra.

Qual è, dunque, il confine tra il pensiero e l’azione? C’è un modo per non impazzire? Io credo che la ragione abbia il sopravvento nella maggior parte dei casi sull’istinto. Ma i gesti folli accadono, purtroppo. Si chiamano raptus, parola che letteralmente significa “rapito, strappato”, come se improvvisamente la rabbia “strappasse” la capacità di pensare, di riflettere. Ma io mi chiedo: nel caso di cronaca di cui si sta parlando, che raptus è se l’uomo ha avuto la freddezza di aprire l’asciugatrice, infilarci la bambina e far partire la macchina?

[fonte: Messaggero Veneto]