4 luglio 2016

LIBRI: “LA LIBRERIA DELLE STORIE SOSPESE” di CRISTINA DI CANIO

Posted in libri, Milano tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho acquistato questo romanzo spinta dalla curiosità. Avevo sentito parlare di Cristina Di Canio e della sua libreria milanese grazie al post dell’amica Laura (Arriva il libro sospeso, dopo pane, pizza e caffè) in cui tratta delle librerie, in Italia sempre più numerose, in cui è possibile lasciare un “libro sospeso” per il cliente che entrerà dopo di noi. Un’iniziativa che nasce nel Sud, grazie alla generosità dei napoletani che molti anni fa hanno inventato il “caffè sospeso”, cui Luciano De Crescenzo ha dedicato anche un libricino assai gradevole (ne ho parlato QUI).

L’AUTRICEcristinadicanio
Cristina Di Canio, classe 1984, figlia di un operaio e di una casalinga, ha sempre avuto il pallino dei libri. Fin da piccola è stata irresistibilmente attratta dalla lettura, coltivando il sogno di diventare una libraia. Ma la realtà, molte volte, ci costringe a fare altre scelte: Cristina, mentre studia per diventare perito turistico, svolge svariati lavori come baby-sitter e cameriera. Dopo il diploma le viene offerto un contratto a tempo indeterminato come commessa da Benetton che rifiuta. Il suo sogno è un altro e sa che prima o poi lo realizzerà.
Seguono altri no, lavori che avrebbero fatto gola a tanti giovani come lei. «Ho mandato all’aria tante chance, sarà che avevo quel tarlo in testa… – spiega in un’intervista pubblicata sul Corriere – Nel tempo libero mi informavo su come aprire una libreria, mi spingeva una frase di Un posto nel mondo di Fabio Volo: “Voglio di più per me, voglio buttarmi per cadere verso l’alto”».

Dopo aver fatto i conti con la realtà per troppo tempo, arriva per l’autrice la grande occasione di dare una svolta alla sua vita: nel 2010 lascia un posto fisso da office manager in una sociatà energetica per rincorrere il suo unico sogno. Accetta un contratto part time in una libreria «per vedere se la sconfinata passione per i libri potesse davvero diventare un lavoro». Questa specie di test ha un esito positivo e, complice la lettura di Libraio per caso di Romano Montroni, decide di mettersi in proprio. Nasce così “Il mio libro”, la libreria di Cristina, un negozietto di appena 30 mq nel quartiere milanese di Porta Romana in cui è cresciuta. Dal colore delle pareti del negozio viene affettuosamente detta “La scatola lilla” che dà il nome anche a un blog attraverso il quale vengono diffuse varie iniziative legate all’attività della libreria.

«Non volevo una semplice libreria, desideravo creare un punto d’incontro e ce l’ho fatta. Organizzo laboratori per i bimbi, incontri con gli autori, aperitivi. Alcune attività, come i corsi di scrittura creativa, mi aiutano a sostenere le spese, oltre all’affitto ho un mutuo di 10 anni, l’ho dovuto accendere per comprare il primo assortimento di libri», spiega la Di Canio sempre nell’intervista sul Corriere.

L’inizio non è stato dei più facili ma a Cristina non mancano le idee: «Prendendo spunto da La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, ho iniziato a chiedere ai clienti di recensire i libri in vendita su dei biglietti che infilo tra le pagine o di suggerirmi titoli che hanno amato: uno scambio che li fa sentire partecipi consentendo a me di migliorare la selezione».
Nel 2014 è arrivato il “libro sospeso”, sulla scia di iniziative analoghe sparse lungo tutto lo stivale. «Ho sempre pensato che il libro fosse portatore sano di emozioni e sogni. Oggi il “ libro sospeso” è un VIRUS che si sta diffondendo in tutta Italia. Ma non preoccupatevi non dovete vaccinarvi anzi. Contagiate più persone possibili!», scrive la Di Canio in un post sulla sua pagina Facebook.

A maggio 2016 da questa entusiasmante esperienza è nato il romanzo, dichiaratamente autobiografico, La libreria delle storie sospese edito da Rizzoli. Cristina rifiuta l’appellativo di “scrittrice”: «Ma non voglio essere chiamata così. Con questo libro (e non ce ne saranno altri in futuro) spero solo di far conoscere la mia storia e la mia attività. A parte alcuni elementi romanzati, ciò che ho messo in queste pagine è tutto vero: Nina sono io, mi sono ribattezzata con il nome di una delle mie due gatte perché mi sembrava carino». [per la biografia, oltre il Corriere già citato, ho fatto riferimento anche a interviste uscite sull’HuffingtonPost e su IoDonna, da cui è tratta anche l’immagine]

coverlibreria storie sospese

LA TRAMA
Nina è una giovane donna, da sempre amante dei libri, che a un certo punto decide di dare un calcio alla sorte che le aveva offerto su un piatto d’argento un buon impiego, per rincorrere il suo sogno di aprire una libreria. Nasce, così, “la scatola lilla”, una libreria indipendente, piccola ma graziosa, che con fatica riesce a farsi un nome, grazie anche all’iniziativa del “libro sospeso”. La zona in cui sorge il negozietto è Porta Romana, un quartiere di Milano che negli ultimi anni è diventato sempre meno periferico, abbracciando il centro di una città continuamente in espansione. Nulla a che vedere con la zona operaia, popolata da migranti (provenienti specialmente dal Sud), che qualche decennio fa occupavano le chiassose case di ringhiera, accontentandosi di poco perché quel poco era abbastanza rispetto alla prospettiva di morire di fame nel meridione che quasi nulla aveva da offrire ai suoi figli.

il_mio_libro_milano1La “scatola lilla” è per Adele una specie di seconda casa e il legame che si instaura tra la giovane Nina e l’anziana signora è molto forte.

Quando il destino mi ha portato da Nina, è stato un viaggio indietro nel tempo. Ho ritrovato molto di me in lei. Non ha la mia durezza né il mio cinismo, che mi sono serviti da scudo per tutte le battaglie della mia lunga vita, ma è determinata, visionaria e temeraria. (pp. 71-72)

Porta Romana è anche il quartiere dove è vissuta Adele, proveniente dal paesino pugliese di Ginosa dove ancora i fratelli litigavano su come dividersi fino all’ultimo centimetro le terre e gli ulivi lasciati dal padre, morto con le mani piene di calli e senza aver mai baciato i figli, per non “perdere il loro rispetto”. (pag. 62)

Adele è un’ottantenne, “un pezzo d’antiquariato”, come ama definirsi, ed è la co-protagonista di questo romanzo nonché la voce narrante. Emigrata a Milano con il marito Domenico, già scomparso al tempo del racconto, è madre delle gemelle Maria e Rosa, arriviste e spose dei rampolli della Milano bene. La sua famiglia includeva anche l’amatissima Angela, nata per caso e strappata al troppo amore dei genitori in giovane età.

Il ruolo di Adele non è solo quello di narrare ciò che accade attorno a lei in quella bizzarra libreria dove regna il caos che solo Nina è in grado di gestire. All’anziana signora è affidato il compito di testimoniare il cambiamento subito dal quartiere in cui sorge “Il mio libro”:

Un tempo qui, a poche decine di metri da noi, arrivavano e partivano treni in continuazione. Portavano passeggeri stipati nei vagoni sporchi del solito fumo nero che non ci abbandonava mai. Erano gli operai che arrivavano dalla provincia, per riversarsi nelle manifatture, nelle officine, nelle fabbriche con le fornaci sempre accese. La ferrovia era un essere animato, una cosa viva, che tutto il giorno sbuffava, brulicava, strisciava. A guardarla adesso, deserta, attraversata solo da sparuti veicoli delle linee suburbane, spesso ritrovo di disperati, drogati in cerca di una fuga, vagabondi bisognosi di un riparo, stranieri senza più una patria, un’identità e la dignità, a caccia di un nascondiglio, è difficile immaginare come sia stata, per lungo tempo, il centro esatto del mondo. Del mio mondo. (pag. 149)

Attraverso la voce di Adele, sprofondata nella sua poltrona tanto da sentirsi, a volte, lei stessa un pezzo di arredamento, scopriamo le storie di altri personaggi che frequentano il negozietto: Emma la fioraia e Ilaria, inguaribile romantica che affida al “libro sospeso” il ruolo di Cupido, nel tentativo di far breccia nel cuore di Paolo, lettore sconosciuto, amore virtuale che lei vorrebbe vedere concretizzato. Poi c’è il musicista Leonardo il quale, entrato in sordina, avrà un ruolo importante nella vicenda.

Tra tante storie d’amore fissate per sempre sulle pagine dei libri, ce n’è una vera, anzi due. Il cuore di Nina è diviso tra Filippo e Andrea, entrambi persone inaffidabili su cui la saggia Adele esprime giudizi tanti lapidari quanto impietosi, pur senza farsi sentire. Anche la tentazione di mettere in guardia la giovane libraia da un uomo, Filippo, con cui conviveva da anni e che si era rivelato un vile traditore, viene allontanata per il bene dell’amica. Adele sa la verità su Filippo ma la tiene nascosta a Nina che, più tardi, l’abbandonerà in favore del bell’Andrea, pieno di segreti anche lui.

Avrei dovuto dirlo a Nina? […] Mi sarei dovuta intromettere nella sua vita più privata, istillarle il dubbio, darle il via a una serie di sgradevoli eventi, per essermi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato? […] E comunque lo è venuto a sapere da sola. La verità è un vecchio tronco di legno che viene sempre a galla. (pp. 84-85)

La “scatola lilla”, a volte meta di personaggi di passaggio alquanto stravaganti, fa da contorno a tante storie, alcune felici altre meno, pezzi di vita già scritti o storie sospese. Storie vere intrecciate con altre inventate, nate dalla penna di autori famosi. Libri che diffondono nel piccolo ma vivace spazio un intenso odore di carta. E la magia di tante pagine in attesa di essere lette.

***

Il romanzo di Cristina Di Canio è, a mio parere, una gradevole lettura. La scrittura è semplice ma allo stesso tempo efficace, a volte velata di una sottile malinconia, altre vivacizzata dall’entusiasmo del momento.
La narrazione, come già detto, è in prima persona: Adele, l’io-narrante, alterna i flashback in cui rievoca i momenti salienti della sua vita, alla descrizione di ciò che vede e sente dalla sua posizione privilegiata: la poltrona su cui siede tutti i giorni per l’intero orario di apertura della libreria. L’unico difetto che ho riscontrato (a parte alcuni refusi che davvero è difficile aspettarsi da un editore come Rizzoli!) è la grafica: personalmente avrei scelto il corsivo per i flashback o comunque quelle parti che si discostano dal tempo del racconto. In questo modo, anche visivamente, sarebbe più facile e immediato distinguere i due piani narrativi.
Un espediente di grande effetto è sicuramente l’aver scelto come introduzione ad ogni capitolo alcune frasi di pezzi musicali di autori più o meno famosi, molti dei quali riferiti a Milano. Ad esempio, quello tratto dalla canzone Domenica bestiale di Fabio Concato:

Sapessi amore mio come mi piace
partire quando Milano dorme ancora
vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella
prima che cominci a correre e urlare
. (pag. 175)

E Milano è il palcoscenico su cui si muovono le storie narrate in questo romanzo. La Milano di ieri, rievocata nei ricordi di Adele, e quella di oggi. Una Milano diversa ma non meno bella. Non una Milano da bere, come recitava un vecchio spot, ma una Milano da leggere. Meglio se all’interno di una “scatola lilla”.

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

[immagine del negozio dal sito sulromanzo.it]

22 luglio 2012

LIBRI: “FOSSE ‘A MADONNA!” di LUCIANO DE CRESCENZO

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , a 5:12 pm di marisamoles

Fosse ‘a Madonna (Mondadori, 2012) è l’ultima fatica letteraria dell’ingegnere-filosofo-scrittore-regista,, insomma di quella figura poliedrica che di nome fa Luciano e di cognome De Crescenzo. Chi mi segue sa che è uno dei miei preferiti e che ho letto quasi tutti i suoi libri. Ciò che mi ha sempre affascinata dello scrittore napoletano è il suo amore per i miti greci e per i personaggi omerici cui ha dedicato tanti libri. Fosse ‘a Madonna, anticipato da Tutti i santi me compreso, uscito lo scorso anno, segna una svolta nell’attività letteraria di De Crescenzo che, come già avvenne per altri titoli a carattere autobiografico in cui esprime al massimo il suo legame con la città natale, Napoli, lasciata molti anni fa, ma solo come luogo di residenza, per Roma (uno dei più noti è Così parlò Bellavista, che è anche il suo primo romanzo, oppure Sembra ieri o quello più propriamente autobiografico Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, citato anche in Fosse ‘a Madonna), mette da parte le antiche leggende pagane per immergersi nel mondo reale, benché animato da santi e personaggi cristiani.

Si potrebbe pensare che i due ultimi titoli segnino il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, come atto di fede dell’autore, quasi una conversione da terza età. E invece no. De Crescenzo non si definisce credente ma “sperante”. Ecco come descrive la propria posizione nei confronti della fede:

[…] in generale io penso che sono presuntuosi quelli che dicono di avere fede o di non averne. Come si può affermare, senza alcun dubbio, di credere nell’esistenza di Dio, oppure di essere assolutamente certi che non esista? Io preferisco praticare il Dubbio Positivo. Positivo perché ho sostituito il verbo credere col verbo sperare. Io spero che Dio ci sia e ho paura che non ci sia. Dubitando, chiedendomi così spesso se Lui c’è veramente oppure se non c’è nulla, alla fine è come se stessi continuamente in sua compagnia. Più di chi crede fermamente nella sua esistenza e non ci pensa più. (pag. 90)

Ma perché oggetto della sua riflessione è proprio la Madonna, la madre di Gesù? Be’, l’occasione gliela offrono proprio la sua terra, la sua città e i suoi concittadini, con i loro modi di dire che spesso hanno come oggetto proprio i santi (San Gennaro, in primis) e tutti i personaggi della Sacra Famiglia (un’esclamazione tipicamente napoletana, quando si vuole esprimere in un certo senso apprensione o incredulità, è “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria”). Già, perché a Napoli dire “Fosse ‘a Madonna!” (con la dizione all’italiana, come sottolinea lo stesso De Crescenzo, anziché quella più comune in Campania, interessata dal rotacismo, Maronna) è come dire “Lo volesse il cielo!”. Ecco come ce lo spiega l’autore:

Quando un napoletano spera in qualcosa d’importante, ma di molto importante, dice sempre “Fosse ‘a Madonna!”, ovvero: “Lo volesse il cielo!”. Se poi le cose gli andranno davvero bene, il pensiero successivo non potrà che essere un “Lassa fa ‘a Madonna!”, ovvero un ringraziamento inviato direttamente alla madre di Gesù. (pag. 121)

Come si può descrivere questo libro? Non è un romanzo, non è nemmeno un saggio, è più che altro il risultato di una ricerca fatta dall’autore sulla madre di Gesù, partendo dalla tradizione evangelica, passando attraverso l’iconografia e approdando nel bel golfo di Napoli dove il nome di Maria si sente spesso intercalato nella parlata popolare. Ecco che De Crescenzo ci racconta quanto si apprende sulla vita di Maria dai vangeli apocrifi, essendo quelli canonici così scarni di notizie riguardo la Madonna, specie per quanto concerne il mistero della sua verginità. Poi ci accompagna alla scoperta, o riscoperta, naturalmente, delle immagini sacre con annessi miracoli più o meno noti, come ad esempio le Madonne che piangono o che appaiono. E grazie a De Crescenzo scopriamo, almeno io ne ero all’oscuro, che esiste anche una Madonna della ‘ndrangheta, oppure che l‘incantevole cittadina di Positano, che si affaccia su uno dei più bei golfi del meridione, quello di Amalfi, deve il suo nome proprio ad un’immagine “parlante” della Vergine che, trasportata su una nave, invitò i marinai ad approdare e a farla sbarcare su quelle incantevoli coste, con un’insistente invocazione: “Posa, posa”.

In conclusione, un libro che può sembrare insolito, specie se lo si considera scritto da un non credente (ma sperante!), caratterizzato, però, dallo stile ironico di sempre. Un misto tra ricerca storica e tradizioni popolari, arricchito dalla propria esperienza personale e dai ricordi d’infanzia che lo rendono certamente unico.

Confesso che non è tra i migliori testi di De Crescenzo, almeno tra quelli letti. Una lettura gradevole comunque, in grado di soddisfare anche qualche curiosità … ai credenti o ai non credenti, ma anche a quelli che, come De Crescenzo, possono definirsi speranti.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

9 dicembre 2010

IL “LIBRIDINOSO” SECONDO DE CRESCENZO

Posted in libri tagged , , , , a 7:53 pm di marisamoles


Dedico questo pezzo di Luciano De Crescenzo, uno dei miei autori preferiti, a tutte le persone “libridinose”, ovvero quelle che non resistono alla tentazione di entrare in una libreria, non appena vi passano davanti, e non ne escono a mani vuote, nonostante le librerie di casa siano stracolme e, talvolta, anche il pavimento. L’attaccamento alla carta è una dote preziosa, da tenere gelosamente custodita nell’intimo, soprattutto in tempi in cui non solo le pagine di Internet sono senz’altro più comode da sfogliare – e anche più varie! – ma anche il tesoro di libri che hanno accompagnato la nostra vita fino ad ora rischia di essere soppiantato dagli impalpabili e inodori e-book.

Il “libridinoso” lo si riconosce da come rallenta davanti ad una libreria: non appena avverte la presenza di una grossa concentrazione di carta stampata, si blocca, dà uno sguardo morboso alla vetrina, vorrebbe allontanarsi ma non ce la fa, esita ancora un poco, poi alla fine, gettata la spugna, entra e si precipita verso il banco.

Magari quel giorno ha anche un po’ fretta, un appuntamento di lavoro o d’amore, ma la tentazione è più forte di qualsiasi altro impegno: una forza sconosciuta lo scaraventa all’interno, lo costringe ad aggirarsi fra i banchi, a guardare freneticamente i titoli, i colori, le copertine e le fascette con le tirature. Cos’è che sta cercando con tanta disperazione? Ha forse bisogno di comprare qualche libro in particolare? Vuole informarsi sulle ultime novità editoriali? Niente di tutto questo: il “libridinoso” è semplicemente attratto dalla presenza dei libri, vorrebbe toccarne il più alto numero possibile, e, nei casi più gravi, vorrebbe annusarli.

Amare un libro, non solo per il contenuto, ma soprattutto per la sua fisicità, per il suo essere materia tangibile, è una malattia come un’altra. Per gli individui affetti da questo morbo il libro, una volta letto, cessa di essere una delle tante copie in circolazione di un testo e diventa parte integrante del proprio corpo e, come tale, non può essere più ceduto in prestito a nessuno. E’ memoria viva, è carne della propria carne, è deposito distaccato dell’anima.

Il vizioso di solito, quando legge, sottolinea i passi preferiti. È un modo come un altro per marchiare un testo, per metterci sopra la propria firma. Chi sottolinea una frase non lo fa per rintracciarla un domani più facilmente, ma solo per rendere visibile il suo gradimento. Quasi a significare: qui mi sono emozionato e voglio che si veda. A volte il “libridinoso” si affeziona persino ai libri che disprezza. Se qualcuno gli regala il romanzo di uno scrittore che non ama, lui, diligentemente, lo ripone in uno scaffale e lo abbandona per sempre alla polvere: non ne leggerà mai una pagina, ma non avrà nemmeno il coraggio di buttarlo via. Bello o brutto che sia resta sempre un libro, e, in quanto tale, un oggetto da rispettare.

Riflettiamo un attimo sull’utilità di una biblioteca domestica. Oggi una famiglia di buona cultura, tra romanzi, saggi e strenne natalizie, finisce quasi sempre con l’accumulare un migliaio di titoli: come dire un paio di metri cubi di casa da destinare ai libri vita natural durante. D’altra parte, come dice Ignazio Buttitta “una casa senza libri è una stalla”. Ci si chiede: ma è poi così importante averli tutti a portata di mano? Quanti di essi verranno riletti? Cha probabilità ha un romanzo come “Delitto e Castigo” di essere letto una seconda volta? Praticamente nessuna, eppure guai a chi lo tocca! Se per caso un amico ce lo chiede in prestito lo guardiamo con odio: sicuri che non ce lo restituirà mai, preferiremmo dargli direttamente i soldi del prezzo di copertina piuttosto che vederlo uscire con il nostro libro sottobraccio.

Qualcuno potrebbe obiettare che, a meno di manoscritti rari o di testi introvabili, in caso di mancata restituzione potremmo sempre ricomprarne un’altra copia. Sì, ma non sarebbe quel libro, quello sul quale abbiamo letto e ci siamo emozionati. (Da LUCIANO DE CRESCENZO, Il caffè sospeso, Mondadori, 2008)

[immagine by bluestardrop]

11 Mag 2010

LUCIANO DE CRESCENZO HA SCRITTO “ULISSE ERA UN FICO” … E IO SCRIVO A LUI

Posted in Letteratura Italiana, libri, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 5:37 pm di marisamoles

Luciano De Crescenzo è da sempre uno dei miei scrittori preferiti. Ho letto quasi tutti i suoi libri (dico “quasi” perché, onestamente, i tomi sulla filosofia greca non li ho affrontati: ebbene sì, la filosofia, in generale, non è mai stata una delle mie materie preferite al liceo!), ho seguito anni fa le divertenti ma istruttive “lezioni televisive” sulla mitologia antica, ho visto i suoi film … insomma, lui è il mio mito. E amando io la scrittura (credo si sia capito, vista anche la prolissità di molti miei post!), come Dante considerava Virgilio il suo maestro, per me De Crescenzo è il mio Virgilio.

Anni fa sono rimasta folgorata da uno dei suoi libri: Le donne sono diverse e sulla scia di quell’entusiasmo mi sono cimentata a scrivere una sorta di “risposta” a quel libro, cogliendo l’invito che De Crescenzo faceva ad un’ipotetica scrittrice: spero di essere letto da qualche brava scrittrice e di poter leggere a mia volta un libro intitolato Gli uomini sono diversi.

Il problema non è stato scrivere quel libro, ma pubblicarlo. O meglio, fare qualcosa per vederlo pubblicato. Certo, non mi sono adoperata molto e, in questi casi, non è che la montagna vada da Maometto. Ho tentato, comunque, di mettermi in contatto con De Crescenzo ma inutilmente. Non disponendo del suo indirizzo, ho inviato una lettera alla sua casa editrice, la Mondadori: nessuna risposta.

Sono passati ormai più di cinque anni ed ora, venendo a sapere della pubblicazione del suo nuovo libro, Ulisse era un fico, mi sono detta: vedi mai che magari mi legga sul blog? Almeno qualcuno in vece sua, se non lui di persona. Così ho deciso di pubblicare qui alcune parti di quella lettera che per anni è rimasta nel cassetto … ovvero, tra i file del mio computer.

Udine, 5 novembre 2004

Egregio dott. De Crescenzo,

Lei non mi conosce, ma io sono una Sua affezionata ammiratrice, avendo letto molti dei Suoi libri. Il motivo per cui Le scrivo è molto semplice: vorrei chiederLe il Suo parere su una “cosetta” che ho scritto e che forse Le potrebbe interessare. L’uso del condizionale è d’obbligo, naturalmente, anche perché per carattere sono una che non si fa mai troppe illusioni.

[…]
L’idea di scrivere questo libro mi è nata dopo aver letto il Suo Le donne sono diverse. Ricorda la frase finale? Naturalmente quando ho iniziato a scrivere, l’ho fatto per puro divertimento, ma poi leggendo e rileggendo, correggendo, un ritocco qua una ritocco là, ho pensato che mi piaceva, e allora perché non provare a contattare il mitico De Crescenzo?
Ci ho rimuginato su per mesi e ho sempre saputo che la cosa non sarebbe stata facile. Non è che ho pensato subito a Lei per pura megalomania, ma so che il mondo dell’editoria è precluso a molti “aspiranti scrittori” che non vengono ascoltati perché non sono nessuno. D’altra parte, mentre si pubblicano delle cose davvero indecenti o alquanto frivole (vedi i “libri” dei comici di Zelig che vanno a ruba o le barzellette di Totti – ma almeno lui fa beneficenza), molti sconosciuti, seppur con buone attitudini e qualità, aspettano invano che qualcuno si degni di leggere i “manoscritti” che diligentemente continuano a spedire a destra e a manca.
Ora, il problema è anche un altro: io sono un po’ pigra, ovvero mi do da fare tantissimo quando mi assumo un impegno e tutte le volte che ho un obiettivo da raggiungere, altrimenti prima di fare un solo passo avanti passano mesi, se non anni. Generalmente devo avere una spinta, qualcuno che mi dica “Dai, forza, tenta che ce la fai! Dai che sei brava” e cose del genere, che servono ad aumentare il mio livello di autostima alquanto basso. Ecco, finora una vera propria spinta non l’ho avuta … almeno fino a qualche giorno fa.
Sapendo che le case editrici non danno l’indirizzo degli scrittori a degli sconosciuti, non mi ero fatta troppe illusioni di riuscire a contattarLa per vie dirette. Avevo, comunque, escluso la possibilità di spedire il “manoscritto” in giro per l’Italia e avevo scartato l’ipotesi di rivolgermi alle case editrici locali. Non è un fatto di presunzione, ma ritengo che forse questa potrebbe essere un’opportunità unica ed è inutile sprecarla. Inoltre, ho potuto osservare da vicino come lavorano i piccoli editori; un caro amico ha pubblicato un romanzo dopo due anni d’attesa, la stampa del libro si è conclusa a giugno, la presentazione (affidata a me) continua a slittare di mese in mese, l’opera non è ancora uscita in libreria (nonostante le assicurazioni dell’editore), visto che ho fatto il giro delle librerie di Udine e nessuno ne sa niente. Non mi pare il caso di tentare con editori-lumache. Infine, nonostante qualcuno si sia offerto di sovvenzionare la pubblicazione a “mie” spese, ho declinato l’offerta, non per orgoglio (si sa a quanto ammonta lo stipendio di un’insegnante!), ma per il motivo di cui sopra.
Dopo aver tentato invano di ottenere il Suo indirizzo, mi sono rivolta a Luca Goldoni
[…] Sinceramente non nutrivo molte speranze ma, inaspettatamente, dopo appena un mese di attesa, il signor Goldoni mi ha telefonato a casa! Sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché non mi aspettavo che mi chiamasse, soprattutto non la domenica mattina! Si vede che anche lui svolge il suo lavoro con passione e non guarda il calendario: se c’è da lavorare, si lavora! (io correggo i compiti quasi sempre durante il week-end, con somma disapprovazione di mio marito; dopo vent’anni si è pure abituato, anche se non rinuncia a brontolare)
Ecco che giungeva inattesa, la domenica mattina del 31 ottobre, quella spinta che inconsciamente stavo aspettando. Il signor Goldoni mi ha riferito che nonostante vi conosciate da decenni, non siete in contatto, salvo rare occasioni come l’uscita delle rispettive opere, e inoltre ha sottolineato che non possiede il Suo indirizzo privato (chiaramente non mi ero illusa che me lo desse). Mi ha consigliato, quindi, di contattarLa tramite la Mondatori; avevo, in effetti, pensato a questa soluzione ma c’è sempre il rischio che la posta non Le arrivi, o che giunga in “altre mani”. Insomma, non nascondo la mia diffidenza. D’altronde, ho forse delle alternative? No, quindi accolgo il consiglio del Suo amico Goldoni, soprattutto dopo aver accolto il suo apprezzamento nei confronti del “saggio” del mio lavoro che gli ho inviato e dopo aver sentito dalla sua viva voce una frase che ho impressa nella memoria: “Accolga la sfida di De Crescenzo”. Gliel’ho fatta ripetere due volte, così per sicurezza!
Eccomi qua, dunque, a chiederLe un parere, se avrà la bontà di offrirmelo.
[…]
Spero che Lei voglia o possa accogliere la mia richiesta e la ringrazio anticipatamente per l’attenzione che mi vorrà rivolgere (sempre che la missiva sia giunta proprio nelle Sue mani – sa, la diffidenza prende sempre il sopravvento). Per me è già una grande cosa aver trovato il coraggio di mettermi in contatto con due dei miei scrittori preferiti (l’asserzione è assolutamente sincera, non dubiti) e di aver avuto l’onore di comunicare telefonicamente con Luca Goldoni. Ora non mi resta che attendere un Suo riscontro; non è necessario sia positivo, anche un “lascia perdere”, sincero ed affettuoso, mi va bene. Il mio sogno sarebbe quello di pubblicare questa mia opera con la Sua introduzione … ma è, appunto, solo un sogno.

Cordiali saluti
Marisa Moles

Le pagine del mio “libro” pubblicate finora su questo blog possono essere lette cliccando QUI.

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