21 dicembre 2011

L’ORTOGRAFIA SUL WEB E L’APOSTROFO DI SAVIANO

Posted in attualità, cultura, lingua, vip, web tagged , , , , , , , , , , a 6:26 pm di marisamoles


Purtroppo è cosa nota che gli scritti che viaggiano sul web siano pieni di refusi (ne ho scritto QUI, uno dei miei primissimi post di questo blog). Dal quotidiano on line ai messaggi su FB o Twitter, dai testi scritti sui blog ai commenti lasciati dai lettori parrebbe che la lingua italiana, non solo ortograficamente parlando, sia sempre più sconosciuta. E i dati relativi a vari concorsi pubblici, anche per posti altamente qualificati, ne sono la conferma. Non parliamo, poi, degli errori grammaticali e ortografici commessi dagli studenti di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Ho più volte trattato questo argomento e sempre con una certa tristezza, come accade quando si vede maltrattato l’idioma materno, specie se si cerca di insegnarlo nel miglior modo possibile ai propri studenti. Ma le nuove generazioni, e quelle vecchie che le emulano, scrivendo avvalendosi delle nuove tecnologie sono convinte che la cosa più importante sia farsi capire dall’interlocutore che di certo non andrà per il sottile facendo notare gli errori e non criticherà l’uso ed abuso delle abbreviazioni più fantasiose.

Ricordo un “vecchio” tema in classe, proposto ai miei allievi proprio sull’uso delle nuove tipologie di scrittura. Una ragazza, decisamente brava e con l’incredibile, al giorno d’ggi, attitudine per la scrittura curata, scrisse:

Come esseri umani, creature dotate di raziocinio, custodi di sentimenti, desideri e speranze, non potremmo ritenere possibile l’esistenza di qualcosa di più naturale dell’amore per la conoscenza e la padronanza della lettura e della scrittura. In un mondo frenetico e in continua evoluzione come quello in cui viviamo e continueremo a vivere, la fruizione inestimabile del contatto umano attraverso la scrittura ha assunto, negli anni, connotati molto particolari come, per fare un esempio di facile comprensione, le e-mail e gli sms, lettere della moderna generazione di scritti, figli di una realtà ormai dipendente dalla tecnologia più varia.
Secoli di tradizione epistolare, di messaggeri impavidi pronti a rischiare tutto, spesso anche la propria vita, pur di proteggere il prezioso contenuto di quei testi del cuore che erano le lettere – portatrici di speranza, attesa e salvezza -, soppiantate dall’impellente fretta di un mondo troppo moderno e innovativo, troppo giovane per dare ascolto all’esperienza passata di quella realtà ormai scomparsa che era l’”era della corrispondenza via corriere”. Al giorno d’oggi, tuttavia, appare quasi impossibile anche solo sperare che il “popolo scrittore” possa volgere il proprio sguardo all’universo ormai trascorso e mutato delle lettere e del loro intervento di incomparabile importanza nella vita di tante e tante anime in fremente attesa di una risposta. L’improbabilità di tale auspicabile evento è resa evidente dagli effetti della diffusione globale della tecnologia dei cellulari e degli elaboratori elettronici quali i computer e, soprattutto, dell’immediatezza di risposta grazie alla quale ci è permesso accedere a qualunque genere d’informazione.

Adesso ditemi quante adolescenti sarebbero in grado di utilizzare l’idioma natio in modo così soave oltreché corretto. Ben poche. E non parliamo dei maschi.
Attente lettrici di romanzieri davvero mediocri come Moccia (solo per fare un esempio … d’altra parte io non ho grande esperienza nell’ambito della narrativa per teenagers), le ragazze d’oggi non solo scrivono poco e male, anche quando non ricorrono ad un linguaggio deturpato da abbreviazioni e adornato da simboli grafici di ogni specie, ma hanno anche a disposizione un repertorio lessicale assai limitato, ahimè.

Ma lasciamo stare gli studenti e veniamo a chi della scrittura ne ha fatto una professione, peraltro ben remunerata. Prendiamo Roberto Saviano, per esempio. Come riporta Bebbe Severgnini su Il Corriere, lo scrittore partenopeo, in un messaggio su Twitter, ha commesso un grossolano errore ortografico, uno di quelli che i miei allievi nemmeno fanno più, se non altro per non sentirmi sbraitare ogni volta e per non vedere le sottolineature triple sui compiti in classe. Ecco il testo (sul cui contenuto non mi soffermo, visto che non è al centro della mia riflessione):

«Khadz Kamalov, un giornalista coraggioso, è stato ucciso. 70 giornalisti russi uccisi in Russia. Qual’è il peso specifico della libertà di parola?»

Così lo commenta Severgnini:

«Mi è piaciuto il tweet newyorkese di Roberto Saviano (77.657 followers). Per la sostanza, ovviamente; ma anche per quell’apostrofo di troppo («Qual è…»). Poi l’ha corretto, ma non deve vergognarsi: anzi. Tutti sbagliamo, e su Twitter non esistono correttori automatici (per fortuna). Non solo: quell’apostrofo è la prova che RS, i tweet, se li scrive da solo.»
Poi continua: «Twitter è un esercizio nuovo e antichissimo: Callimaco, Marziale, Poliziano, Voltaire, Achille Campanile, Ennio Flaiano, Leo Longanesi e Indro Montanelli (coi «Controcorrente») se la sarebbero cavata benone. Bravi come loro, in giro, non ce ne sono più. Ma esistono molte persone brillanti con il passo breve e la battuta secca.»

L’articolo di Severgnini è simpatico e, per non dilungarmi oltreché per non andare off topic, vi invito a leggerlo tutto.
Tornando a Saviano, se è vero che in un primo momento ha provveduto a correggere l’errore, poi ci ha ripensato e ha pubblicamente dichiarato, ovviamente sempre su Twitter:

«Ho deciso 🙂 continuerò a scrivere qual’è con l’apostrofo come #Pirandello e #Landolfi. r.»

Va be’, contento lui, noi ce ne faremo una ragione. Allora, forse dovrei invitare i miei studenti a scrivere “esiglio” con gl emulando Foscolo? Gradirei una cortese risposta dal signor Saviano … nel frattempo, però, continuerò a raccomandare ai miei allievi di non usare il gl perché oggigiorno “esilio” si scrive senza.

[immagine da questo sito]

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24 novembre 2011

ORTOGRAFIA E POLITICA: L’ESILARANTE REPLICA DELL’ONOREVOLE BIANCOFIORE AL GIORNALISTA STELLA

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Non so quanti abbiano seguito, sulle pagine de Il Corriere, il match tra Gian Antonio Stella, giornalista, e Michaela Biancofiore, deputato della Repubblica. Il motivo del contendere? Gli errori, anzi, orrori ortografici che l’onorevole avrebbe commesso in uno scritto di natura non ben precisata.

Secondo il giornalista, una che scrive strafalcioni del genere dovrebbe rifare la seconda elementare. Gli errori-orrori segnalati nel pezzo sono così descritti:

Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà», «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l’amantide religiosa». Creatura che, con l’apostrofo lì, è ignota in natura. Insomma: un disastro.

Senza contare la bizzarria con cui, in un altro testo, la Biancofiore avrebbe scritto (congiunzione copulativa negativa):

«senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori…». [LINK dell’articolo]

Be’, al di là della poco elegante presa in giro fatta da un giornalista, Stella, in nome di una categoria professionale che di errori ortografici e sintattici ne compie in abbondanza tutti i santi giorni (basta leggersi una qualsiasi testata giornalistica per trovarne almeno un paio quotidianamente), la replica, al cui sacrosanto diritto la Biancofiore si appella, pubblicata in una lettera al direttore sempre sulle pagine de Il Corriere, è a dir poco esilarante.

L’onorevole, mortificata a buon diritto per la costante persecuzione che sostiene di subire dal 2003 da parte del giornalista Gian Antonio Stella, con un livore giustificabile solamente con motivazioni personali, che peraltro l’onorevole dice di ignorare, in tal modo – e in nome della madre, ex insegnante, che ha seguito il suo percorso scolastico nonché in memoria del padre e degli insegnanti (tra cui un’allieva del grande poeta Ungaretti) che hanno contribuito alla sua formazione – si giustifica per gli errori commessi:

Di tutto ciò che riporta Stella nel suo pezzo patchwork pubblicato sul Corriere di mercoledì 23 novembre, la sola questione degli accenti merita una spiegazione, per i lettori, per i miei elettori e per i miei colleghi e amici. […] Ho scritto un po’ con l’accento sulla o, è vero, non come lo vedete ora, perché chiunque usi un computer sa che si trovano le lettere già accentate e che per mettere l’accento di lato devi fare tre mosse con la mano molto poco pratiche quando si scrive in velocità. E così è valso per altri casi. Sarei stata ignorante se avessi scritto «un apostrofo po’» non come era evidente a chiunque non fosse animato da pregiudizi faziosi, l’aver messo accenti certamente fuori posto ma dettati dalla comodità delle nuove tecnologie. Chiunque possieda un iPad può provare in questo istante a scrivere «ne» con l’accento e si troverà un «ne apostrofato». Il resto sono refusi di stampa dovuti ai programmi dei computer che tutti coloro che li usano regolarmente sanno che correggono automaticamente gli scritti facendoti incappare in facili errori.

Segue poi un excursus sui suoi successi scolastici che risparmio ai miei lettori.
Comprendo lo stato d’animo, posso anche capire che l’essere pubblicamente accusata di scrivere peggio di una scolaretta di seconda elementare non sia esattamente un complimento e possa far inca****e chiunque, ma io mi chiedo: si rende conto, l’onorevole Biancofiore, che quello che ha scritto per giustificare i suoi errori – attribuendoli alla videoscrittura e alla fretta, come se fosse una giusificazione plausibile – non ha alcun senso? Cosa significa: per mettere l’accento di lato devi fare tre mosse con la mano molto poco pratiche quando si scrive in velocità? L’accento di lato? Che bestia è? L’accento grafico da sempre sta sopra la vocale tonica. Di lato? Semmai l’apostrofo sta di lato – espressione che, in ogni caso, aborro – e per apporlo di seguito alla vocale o di po’ basta semplicemente digitare il tasto o e poi quello dell’apostrofo, senza fare alcuna particolare acrobazia.

E come spiega l’errata grafia del ? Chiunque possieda un iPad può provare in questo istante a scrivere «ne» con l’accento e si troverà un «ne apostrofato». Io non possiedo un iPad ma sulla tastiera del pc per scrivere correttamente non devo far altro che digitare la n quindi, tenuto premuto il ditino sul tasto della maiuscola, digitare la é. Molto più complicato – e per nulla attribuibile a quel cattivaccio dell’iPad che corregge automaticamente come gli pare – è scrivere, come evidenziato da Stella, “n’è” perché implica che si debba digitare la n poi premere il tasto dell’apostrofo seguito da quello della è. In nessun caso, credo, se si digita viene fuori l’obbrobrio scritto dalla Biancofiore.

A questo punto, non mi resta che consigliare all’onorevole la lettura della Pagina “Come si scrive?” sul mio blog laprofonline. Senza offesa, naturalmente.

26 ottobre 2011

PAOLO VILLAGGIO OFFENDE I FRIULANI: LA REGIONE PRONTA PER LA QUERELA

Posted in Dante, Friuli Venzia-Giulia, lingua, politica tagged , , , , , , , , , , , a 5:19 pm di marisamoles


L’ironia, si sa, bisogna saperla cogliere. Però è anche vero che talvolta quella che dovrebbe essere una bonaria presa in giro si rivela un’offesa bella e buona. Questo, in sintesi, è ciò che pensa il presidente della Regione Friuli – Venezia Giulia, Renzo Tondo, a proposito della pesante, e non proprio bonaria, presa in giro del popolo friulano contenuta nell’ultima fatica letteraria, si fa per dire, del comico Paolo Villaggio.

Il libro incriminato è Mi dichi, in cui l’autore vorrebbe ironizzare sulla lingua parlata nelle diverse regioni d’Italia (le ha girate tutte? mah …). A proposito dei friulani (che difendono con grande energia e senza riserve il loro idioma), Villaggio scrive, a pagina 42:

[…] i friulani, che per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di merda e l’abitudine di ruttare violentemente.

Insomma, gli abitanti del Friuli sarebbero degli ubriaconi e dei maleducati, oltre che rozzi. Dovrebbe essere solo ironia ma, onestamente, non fa ridere nemmeno me, figuriamoci quanta ilarità può suscitare in chi è davvero originario di queste parti.

Tutti offesi, a partire dal mondo politico. Spiega il presidente della Regione: Trovo quanto scritto da Villaggio volgare, offensivo e segno del decadimento dei tempi. Da una prima verifica ci sono gli estremi per una querela. Ho dato mandato all’ufficio legale di verificare e giovedì in giunta avremo una prima relazione. E se gli avvocati mi confermeranno che ci sono gli estremi non esiterò a presentare querela.

Indignato pure il presidente della Provincia di Udine Pietro Fontanini che appoggia l’iniziativa di Tondo. Lo sconcerto, poi, è accentuato dal fatto che, riferendosi a Villaggio, osserva che questo qua non ha mai conosciuto un friulano e forse si è lasciato influenzare dalla critica negativa che Dante aveva fatto del friulano nel suo studio sui volgari d’Italia (nel I libro del De Vulgari Eloquentia il poeta fiorentino scrive: setacciamo via Aquileiesi e Istriani, che con quel loro accento ferino pronunciano: Ces fas-tu?). Ma, osserva Fontanini, la critica rivolta alla lingua dei friulani nacque dal fatto che il padre dell’italiano aveva interesse a promuovere la sua e comunque, pur nella sua critica, non utilizzò termini così volgari. Peccato, però, che Fontanini ignori che proprio l’Alighieri nella sua opera aveva definito lo stesso toscano turpiloquium, e infroniti (dissennati) coloro che, solo perché parlanti, lo ritenevano il dialetto migliore. Quindi, signor Fontanini, la sua non è la spiegazione giusta.

Altra cosa su cui non concordo è la difesa che il presidente della Provincia fa del friulano in quanto la dizione dei friulani è tra le migliori in Italia in quanto priva di accenti vistosi. Mi permetto un’osservazione: se Villaggio, com’è probabile, non ha mai conosciuto un friulano, Fontanini non si è mai sentito parlare e non ha mai ascoltato con orecchio non campanilistico i suoi conterranei.

A parte tutto, le parole di Villaggio paiono anche a me offensive e per nulla ironiche, anzi parecchio pesanti (quelle sull’alito poi …). In attesa della querela e della reazione dell’attore-regista-scrittore, mi viene spontaneo rivolgermi a lui, anche se so che mai mi leggerà, con queste parole rese celebri dal grande Totò:

MA MI FACCI IL PIACERE

… così, giusto per adeguarmi al suo DICHI.

[fonte: Messaggero Veneto]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 OTTOBRE 2011

Dopo aver scatenato una vera e propria bufera in Friuli, oggi Paolo Villaggio si scusa per aver ironizzato in maniera un po’ troppo pesante sul popolo friulano.

La conferma arriva dalla sua editor che, tra l’altro, è friulana. Pare che abbia chiesto l’indirizzo e-mail e il numero del cellulare di Renzo Tondo, presidente della Regione. Da parte sua, Tondo sembra aver fatto un passo indietro e ha commentato: «Non voglio fare guerre, mi sono un po’ seccato perché quanto detto non rappresenta il mio popolo. Ho ricevuto tante telefonate di gente arrabbiata, cittadini qualunque, gente che mi ha fermato per strada». Poi azzarda pure un invito: «Venga su in Friuli Villaggio e si accorgerà che abbiamo vini e formaggi squisiti e lavande profumatissime».

Se la querela da parte della Regione sembra sempre più lontana, chi non ha affatto perdonato il comico genovese è la Società Filologica Friulana. Il presidente, Lorenzo Pelizzo, fa sapere che si consulterà con un legale e che porterà il “caso” in consiglio per decidere se procedere con una denuncia per diffamazione.

[fonte: Messaggero Veneto]

NUOVO AGGIORNAMENTO, 28 OTTOBRE 2011

PACE FATTA

Paolo Villaggio ha scritto una mail di scuse a Renzo Tondo e lo ha anche contattato via cellulare. Pace fatta, dunque, e la querela non ci sarà.

Renzo Tondo, che non aveva risparmiato critiche al comico genovese ora definisce Villaggio una persona intelligente e corretta e si dichiara soddisfatto per aver ottenuto le scuse e per aver spinto l’autore di Mi dichi ad ammettere la caduta di stile che il Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia gli aveva rimproverato.

Da parte sua, l’assessore alla Cultura della Provincia di Udine, Elena Lizzi, rende noto che provvederà ad inviare all’editore di Villaggio una serie di pubblicazioni sulla storia, cultura, tradizioni e lingua friulane, cosicché qualora decidessero di esprimersi ancora sul popolo friulano, lo facessero a ragion veduta.

Ora “Fantozzi” è atteso in Friuli, soprattutto nel capoluogo, Udine, che dice di conoscere e di amare.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. Ma c’è chi sospetta che questa querelle sia stata montata ad arte da Tondo, in odor di elezioni. Effettivamente, pare strano che dalla sua pubblicazione, nel maggio scorso, il libro di Villaggio sia stato letto solo ora dal presidente e che nessun friulano in precedenza avesse fatto notare le frasi ingiuriose contenute in Mi dichi. Voci da corridoio, forse, ma non prive di senso.

[fonte: Messaggero Veneto]

ULTIMO AGGIORNAMENTO (SPERO!), 29 OTTOBRE 2011

C’È CHI PERDONA E CHI NO: TONDO SÌ, LA FILOLOGICA NO

Se la Regione Friuli – Venezia Giulia, nella persona del Presidente Renzo Tondo, e la Provincia di Udine, rappresentata da Pietro Fontanini, hanno perdonato Paolo Villaggio per le offese contenute nel suo libro Mi dichi, la Società Filologica Friulana, attraverso il suo presidente Lorenzo Pelizzo, rende nota l’intenzione di querelare per diffamazione il comico genovese.

«Non intendo rappacificarmi a meno che per esempio – spiega Pelizzo – Villaggio non voglia ritirare dal commercio il libro con cui ha diffamato la cultura, la lingua e soprattutto il popolo friulano. Le sue scuse non mi bastano e non servono, perché il colpo che ci ha dato è troppo forte. Chi ha letto il libro – continua Pelizzo – si fa un’idea del friulano molto diversa da ciò che è. Per questo come ufficio di presidenza della Filologica abbiamo dato mandato a un legale di presentare denuncia per diffamazione».

Qualche friulano un po’ più “morbido”, però, c’è: l’assessore alle Risorse agricole Claudio Violino (Lega), invita il comico in Friuli, in occasione dell’“Autunno Friulano” che si terrà a San Daniele il 25 e 26 novembre. L’evento avrà anche lo scopo di festeggiare il 50° anniversario del Consorzio di tutela del prosciutto di San Daniele. Secondo Violino l’invito potrebbe essere allettante per Villaggio, poiché avrebbe l’occasione di assaggiare ben 250 specialità vinicole della regione.
Naturalmente la lettera d’invito spedita al comico è stata redatta rigorosamente in due lingue: Italiano e Friulano.

Da parte sua, Pelizzo non fa nomi, ma ironizza su chi invita l’attore in Friuli. «Chi pensa di invitarlo qui – osserva – mi sembra come il detto friulano: “par lâ sul gjornâl al à copât so pari” [traduzione: per finire sul giornale ha ucciso suo padre]».

Però, dopo tutto, Pelizzo querela Villaggio considerando la sua ironia troppo pesante, ma non si risparmia di ironizzare su chi non condivide la sua opinione.

Che simpatici questi friulani!

[fonte: Messaggero Veneto]

21 ottobre 2011

“ADOTTA UNA PAROLA” … PER SALVARE L’ITALIANO

Posted in lingua, televisione tagged , , , , , , a 5:49 pm di marisamoles

Interessante un’iniziativa del settimanale IoDonna e del Corriere.it: i lettori possono “adottare una parola“, scegliendola sui dizionari d’italiano Devoto Oli, Garzanti, Sabatini Coletti e Zingarelli. Una specie di gioco on line per salvare l’italiano e, soprattutto, per rispolverare parole ormai considerate obsolete e destinate all’estinzione.

L’iniziativa è partita dalla Società Dante Alighieri, che dal 1889 si propone diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, e ha ottenuto il supporto delle due testate citate. Sul sito de Il Corriere è possibile, inoltre, giocare con delle parole difficili, poco usate al giorno d’oggi, creando dei testi che le contengano. Le migliori frasi verranno poi pubblicate ogni settimana da IoDonna.

Questa iniziativa un po’ mi ricorda la mia infanzia, quando a casa arrivava puntualmente ogni mese Selezione dal Reader’s Digest ed io mi divertivo, prima ancora di sfogliare e leggere la rivista, a mettere alla prova il mio italiano (già allora, evidentemente, la lingua italiana era scritta nel mio destino!) nella rubrica “Arricchite il vostro vocabolario”. Un giochino senza troppe pretese che si faceva semplicemente con la penna, altro che giochi on line! Venivano elencate delle parole difficili con delle definizioni diverse (una specie di test a scelte multiple, insomma) fra cui scegliere quella corretta. Veniva, inoltre, fornita una sorta di “profilo” sulla base della quantità di significati azzeccati. Se non ricordo male, me la cavavo sempre abbastanza bene anche perché, grazie alla mia maestra, avevo soprattutto imparato a riflettere sulle parole, cercando di ricondurle alla corretta etimologia.

Io non ho ancora deciso quale parola adottare (chi opera la scelta, diventa per un anno custode della parola preferita ed ottiene anche un certificato elettronico che attesta l’adozione), e voi? Se l’idea vi piace, cliccate QUI.

Se invece volete mettervi alla prova con le parole difficili e inventare una frase che ne contenga alcune, cliccate QUI.

Buon divertimento!

P.S. Invece di propinarci le trasmissioni sceme che troviamo, ahimè, su tutti i canali, la tv non potrebbe riproporre “Paroliamo“? Era così divertente …

19 giugno 2011

BONANNI: “IL GOVERNO, È MEGLIO CHE VA VIA”

Posted in lingua, politica, Satyricon tagged , , , , , , a 10:20 am di marisamoles

Tutti in attesa a Pontida … anche i miei lettori che, incuriositi, stanno leggendo in massa il post su Il Giuramento di Berchet. Tra poco Umberto Bossi parlerà. Di che cosa? Dei ministeri, almeno quattro, che vuole spostare al nord (a Milano e Monza, per l’esattezza) e della riforma fiscale.

Anche Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, è dello stesso avviso: la riforma fiscale è urgente. Questo si aspetta dal governo: che la vari al più presto.

Precisamente, nel suo discorso di ieri, Bonanni si è espresso in questi termini: “Diciamo al governo che se vuole un piccolo barlume di senso dopo tutto quello che è successo, la sua presenza o fa le riforme o lo diciamo chiaro e forte: è meglio che va via, nell’interesse di tutti”.

Ma che bravo oratore! Chissà cosa direbbe il maestro per eccellenza dell’eloquenza, Marco Tullio Cicerone.
Insomma, una cosa si è capita di Bonanni: la sintassi non è il suo forte.

Qualcuno si sarà forse stupito che il segretario della Cisl e gli uomini della Lega siano d’accordo almeno sul tema della riforma fiscale. Chissà cosa dirà Bossi fra poco a Pontida. Secondo me darà ragione a Bonanni così tutti potranno essere confortati dal fatto che i due parlino lo stesso linguaggio …. sgrammaticato.

19 maggio 2011

150° UNITÀ D’ITALIA: PER FARE L’ITALIA, PIÙ CHE CAVOUR POTÈ LA LINGUA

Posted in 150 anni unità d'Italia, cultura, Dante, Letteratura Italiana, lingua, storia tagged , , , , , a 4:07 pm di marisamoles

Non è stata la nostra nazione a produrre la nostra letteratura, ma la nostra lunga tradizione letteraria a «fare» l’Italia, e molto tempo prima che gli stati regionali italiani confluissero nel nuovo stato unificato dai Savoia. Lo scrive Gianluigi Beccaria, piemontese, linguista e storico della nostra lingua nel suo nuovo libro, Mia lingua italiana. Per i 150 anni dell’unità nazionale, da poco in libreria. Cita Isidoro di Siviglia: sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue. La nostra letteratura, che risale a Dante, Petrarca e Boccaccio, ha prefigurato l’unità dell’Italia molto prima che la politica e gli eserciti cancellassero i confini preunitari.
«Da noi – spiega Beccaria – è stata la letteratura a fondare la nazione. Abbiamo avuto la fortuna di essere nati subito giganti. Dante, Petrarca e Boccaccio hanno dato al nostro territorio polverizzato e diviso un’impronta così forte da durare per secoli».

È l’inizio di un articolo-intervista a Gianluigi Beccaria, noto linguista, apparso su Il Sussidiario.net. Mi pare molto interessante.
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13 luglio 2009

QUESTIONE DI PUNTI (E VIRGOLA) DI VISTA

Posted in affari miei, libri, lingua, scuola, web tagged , , , , , , , , , , , , , a 8:27 pm di marisamoles

Punto_e_virgolaIeri ho trovato in coda di moderazione un commento assai sgradevole. Lì per lì volevo rispondere per le rime, poi ho pensato che, al di là del tono antipatico e offensivo, le parole di quella sedicente “collega” erano proprio fuori luogo. Il suo commento, infatti, non aveva nulla a che vedere con il post, “Arrivederci ragazzi”, che ho dedicato ai miei allievi di quinta neodiplomati. In breve, invece di commentare il contenuto dell’articolo, la “gentile” signora, o signorina, ha pensato bene di farmi una “lezioncina” del tutto gratuita sull’uso della punteggiatura, insinuando poi che io non sappia fare il mio mestiere. Alla fine ho deciso di non pubblicare il commento, ma non per mancanza di argomenti con cui controbattere, piuttosto perché, conoscendomi, avrei finito per scrivere un altro post. Ecco, quindi, da dove è scaturita l’idea di scrivere davvero un altro post, visto che la mia eventuale replica sarebbe stata fuori contesto, esattamente come il commento della “simpatica collega”.

Sia chiaro: io non temo il giudizio di nessuno e sono sempre pronta ad accettare critiche e consigli se costruttivi. Non temo il confronto a patto che ci sia. Ma un commento del genere non l’avrei accettato nemmeno da Umberto Eco in persona, se non debitamente argomentato. Purtroppo, però, c’è chi preferisce sparare la sua, per il gusto di farlo, e si accontenta. Sono arrivata a tale conclusione perché, almeno in questo caso, non vedo quale potesse essere lo scopo del commento. Di sicuro la “collega” non era interessata al confronto; a me la sua è parsa più una provocazione e sinceramente non comprendo quali vantaggi potesse trarne lei e quali danni potessero arrivare a me. Sul web si scrivono tante cose, a volte anche molto insensate; se si dovesse dar retta a tutto quel che si legge …

Ad ogni buon conto, visto che mi sono imposta di replicare, ecco il testo del messaggio postato da Annalisa (ammesso che sia il suo vero nome):

Gentile Professoressa, suvvia, corso accelerato di italiano per docenti di scuola media superiore: per non rendere le frasi troppo lunghe il punto al posto del punto e virgola, please!
Non è che anche Lei appartiene alla vastissima schiera dei brillanti predicatori che razzolano malissimo?
Saluti.
Una collega

Mi scusino i miei 25 lettori se per replicare a dovere sono costretta ad entrare in un ambito piuttosto tecnico, quindi è possibile che la lettura di quel che segue risulti piuttosto noiosa. Non me ne vogliano, così come io non me la prenderò se decideranno di cambiare blog.
Per i “tecnici”: la replica si basa non su dati soggettivi –il mio personale punto di vista– ma oggettivi, rifacendomi a quanto spiega a proposito della produzione del testo la linguista Maria Teresa Serafini , autrice di molti libri sulla scrittura. Il testo che prendo in considerazione è però un manuale di grammatica, una vecchia edizione non più in commercio perché nel frattempo ne sono uscite altre più aggiornate. Tuttavia, i consigli che vengono forniti dal manuale in mio possesso sono gli stessi contenuti nel libro della Serafini Come si fa un tema in classe, considerato una specie di bibbia per gli studenti in difficoltà nella produzione scritta.

Innanzitutto la sedicente “collega” dimostra di non conoscere la terminologia specifica, definendo frase quello che nel testo deve essere considerato periodo. La differenza tra le due parole è fondamentale e una docente di Lettere, quale credo ella sia, deve saperlo.
Non credo di sbagliarmi se affermo che il periodo – non frase! – a cui la signora/signorina si riferisce si trova nel secondo capoverso, laddove elenco delle “ipotesi”. Un paragrafo di questo tipo viene denominato dalla Serafini “per enumerazione”. A tal proposito l’autrice scrive:

Nella costruzione del testo gli elementi della lista vengono collegati con segni d’interpunzione e/o con connettivi appropriati. Dopo la frase organizzatrice troviamo generalmente i due punti […] Tra gli elementi della lista si usa preferibilmente lo stesso segno di punteggiatura, che viene scelto in base alla lunghezza degli elementi della lista: la virgola per parole o frasi brevi; il punto e virgola per frasi di lunghezza intermedia; il punto per periodi lunghi e complessi […]

Osservando l’organizzazione del paragrafo “oggetto del contendere”, si può affermare quanto segue: i due punti sono posti correttamente all’inizio e anticipano l’enumerazione; il punto e virgola posto alla fine di ogni sezione dell’elenco è usato in modo appropriato poiché si tratta di frasi di lunghezza intermedia.

Detto questo, passiamo alla distinzione fra stile segmentato e coeso, stili che richiedono, evidentemente, l’utilizzo di due tipi di punteggiatura. A questo proposito la Serafini scrive:

I testi con stile coeso e ipotattico sono caratterizzati da periodi lunghi e articolati e presentano una punteggiatura ricca. Vengono usati tutti i segni; in particolare compaiono frequentemente i due punti e il punto e virgola.
I testi in stile segmentato e paratattico utilizzano tutti i segni, con l’eccezione del punto e virgola che compare raramente. Dato che hanno periodi molto brevi, presentano un gran numero di punti, che compaiono anche al posto delle virgole, dei due punti e soprattutto del punto e virgola.
Il caso estremo di stile segmentato è il testo giornalistico, per cui si parla di punteggiatura giornalistica
.

Analizzando il mio scritto, appare evidente che lo stile usato è quello coeso; a detta della Serafini, che è un’autorità in ambito linguistico, l’uso del punto e virgola in questo stile è più che giustificato. A me personalmente lo stile giornalistico, o quello segmentato in generale, non piace, basta dare una letta ai post contenuti nel mio blog per arrivare alla conclusione che il taglio non è quello giornalistico. Mi sforzo di usare uno stile segmentato solo quando scrivo degli articoli di cronaca, ma onestamente è solo uno sforzo perché, come appena detto, non rientra nello stile naturale della mia scrittura.

Se poi le parole della Serafini non bastassero, Elisabetta Degl’Innocenti nel suo manuale Scrittura Scritture definisce in questo modo la punteggiatura: quell’insieme di segni che, da una parte indicano – in un certo senso rappresentano visivamente – la scansione logico–sintattica di un testo, dall’altra imitano le intonazioni del parlato e suggeriscono le pause nella lettura. Ora, credo che tutti sappiano che il punto fermo indica una pausa lunga, al contrario del punto e virgola che segnala una pausa più breve rispetto al punto fermo e un po’ più lunga rispetto alla virgola. Quindi, a rigor di logica, separare le parti di un’enumerazione con dei punti, al posto dei punti e virgola, crea una sorta di scollegamento tra le parti stesse e conseguentemente disorientamento nel lettore che non capisce che l’elenco non è ancora finito ma continua. Questo in linea generale. L’uso di uno stile segmentato al posto del coeso non è proibito ma certamente non può essere imposto. È dunque solo una questione di scelte personali, di punti d vista, in un certo senso.

Elisabetta Degl’Innocenti, tuttavia, ammette che alcuni segni appaiono in disuso, soprattutto nella scrittura giornalistica, pubblicitaria e aziendale, mentre permangono nella scrittura scolastica e accademica. Tra questi segni poco usati enumera anche il punto e virgola tradizionalmente utilizzato per separare proposizioni coordinate in periodi complessi o per enumerare porzioni di testo abbastanza ampie. Se si conosce il significato del termine “disuso”, non lo si potrà considerare sinonimo di “errato”. Se il punto e virgola è ormai poco usato ma io continuo a farne un uso moderato e solo in alcune situazioni, significa che il mio modo di scrivere rientra nella “tradizione” e di ciò, sinceramente, vado fiera. Odio, infatti, la scrittura giornalistica in cui ai vari “orrori” sintattici si aggiungono i sempre troppo frequenti errori ortografici, e non sopporto il modo di scrivere delle nuove generazioni di scrittori che partoriscono romanzi di successo solo perché l’argomento che trattano attira l’attenzione dei teenager. Quindi se mi si può muovere una critica, la mia non è una scrittura troppo moderna, ma non accetto che la si consideri scorretta. Né mi fa particolarmente piacere che si insinui che ai miei allievi non sappia insegnare l’uso corretto dei segni d’interpunzione. Io mi sono sempre sforzata di trasmettere loro degli strumenti utili all’acquisizione di competenze nell’ambito di una “scrittura scolastica corretta”, poi decideranno loro se continuare a scrivere usando per lo più uno stile coeso o se preferirgli quello segmentato. Non mi pare, dunque, di aver fatto dei danni.

Infine, mi permetto di osservare che la “collega Annalisa” – che non so dove insegni, se alle elementari, alle medie o addirittura all’università, visto che vuol fare un corso accelerato di italiano per docenti di scuola media superiore – avrebbe potuto risparmiarsi il commento finale: mi sa che è lei una che predica brillantemente – si fa per dire – ma razzola malissimo. Parole sue, non mie.

22 ottobre 2008

E SE CICERONE LEGGESSE I TESTI SUL WEB?

Posted in attualità, lingua, scuola, società, web tagged , , , , a 3:06 pm di marisamoles

donnacontavolettaL’idea di scrivere questo post mi è venuta leggendo vari articoli, riguardanti i più disparati argomenti, su diversi blog. Apprezzo la buona volontà di chi, per puro diletto o per una incontenibile voglia di dire la sua o anche per una sfrenata passione per il giornalismo dilettantistico, si espone scrivendo dei testi o commentando i testi altrui. D’altra parte, lo scopo primario di un blog è questo.
Quello che, invece, non apprezzo e, forse, non capisco, trincerata come sono in un purismo linguistico ed espressivo che appare quasi demodé, è la poca cura che si presta all’aspetto formale dei testi.
Ciò non significa che scrivere sul web debba essere appannaggio dei pochi che dimostrano di conoscere bene la lingua italiana. Non è questo il punto. Ci si può esprimere in modo informale ma almeno lo si faccia utilizzando delle strutture grammaticali semplici – così è più difficile sbagliare ed il messaggio risulta più chiaro – e la scrittura sia almeno ortograficamente corretta.

Qualcuno forse penserà che io abbia scambiato gli articoli che si pubblicano sui blog per “temi d’italiano” soggetti a valutazione. Assolutamente no. Credo, però, che un minimo di cura formale sia dovuta. Leggere certi strafalcioni può essere esilarante ma crea, evidentemente, un po’ d’imbarazzo in tanti docenti di italiano, come me, che si chiedono che cosa mai insegnino in tanti anni di scuola. Forse sarebbe più corretto chiedersi “che cosa mai imparano gli alunni a scuola?”. Ma in questo modo si scaricherebbe la responsabilità solo sugli allievi mentre è lecito interrogarsi anche sulla qualità del nostro insegnamento. E non parlo di chi, come me, insegna al liceo; la responsabilità maggiore ce l’hanno le maestre e gli insegnanti delle medie. Quando i ragazzi arrivano alle superiori, è già troppo tardi per rimediare: gli errori ortografici, ad esempio, se non corretti in tempo si radicano nelle loro teste e non li correggono più.
Poi ci sono anche gli errori di battitura. A questo proposito riporto la risposta ad un mio commento, che voleva essere una provocazione ma purtroppo non è stata colta, su un post pubblicato sempre in WordPress da un altro blogger:

@ marisamoles
mi permetto, se mi consente, di rivolgerLe un paio di domande molto semplici: si è resa conto che il linguaggio del web non rispetta le regole grammaticali? Che si tratta di una trasposizione, per quanto ciò sia discutibile, del “parlato”? Che lo scrivere di fretta è foriero di errori di battitura? Che la stessa fretta, purtroppo, non permette di essere precisi negli accenti e negli apostrofi?
A che pro il Suo intervento? Mi sembra lapalissiano, ad esempio, che scrivere “chiacchere” sia un errore di battitura e non una convinzione personale dettata dall’ignoranza.
Mi consenta: il Suo “show off” poteva anche risparmiaselo
.

Sono consapevole che gli errori di battitura si possono commettere e io stessa ne faccio molti. Ma quello che stupisce di più è l’affermazione che il linguaggio del web non debba essere vincolato alla correttezza espressiva e che sia una trasposizione del “parlato”. Ecco, io credo che uno scriva bene quando parla bene e si esprima correttamente sia nel parlato che nello scritto quando le regole grammaticali le conosce. Ciò non vuol dire che si debba scrivere sul web usando la stessa forma che utilizzeremmo se scrivessimo una lettera al Presidente Napolitano. Quindi, si può usare un linguaggio informale senza massacrare la grammatica e ignorare l’ortografia. O no?

Quanto al presunto errore di battitura, “chiacchere” per “chiacchiere”, visto che spesso mi capita di correggere questo errore sui temi degli studenti, rigorosamente scritti a mano, non sono affatto convinta che si tratti solo di una svista dovuta alla fretta. C’è da dire, poi, che l’autore del commento, per qualificarsi come persona colta, usa anche dei termini ricercati come “foriero” che io stessa sul web non userei.

Forse avrei dovuto fare una premessa per spiegare che non sono una che va in giro per i blog altrui a correggere i testi. Il mio commento, infatti, riguardava un post intitolato L’ignoranza non ha limiti . Lo stesso blogger prendeva in giro un “commentatore” che, in un intervento, aveva usato un linguaggio decisamente lontano da quelli che sono i canoni accettabili per una scrittura semplice ma grammaticalmente corretta. Se così non fosse stato, non mi sarei mai permessa di intervenire con alcune correzioni dei commenti. Il mio intento era di fare un po’ d’ironia; purtroppo non è stato colto.

Per fortuna l’autore del post è intervenuto in mia difesa rispondendo al commentatore che mi aveva attaccata:

risparmiati il messaggio con i termini presi a caso dal De Mauro. Non esiste un linguaggio del web ed uno non del web, esiste solo un sapersi esprimere correttamente. Punto. Che scusa è quella della battitura? Ma perché, se devi scrivere una relazione e commetti errori addossi la colpa alla fretta di scrivere? Guarda che la brutta figura la fai uguale eh. Se sei abituato ad esprimerti bene non esiste che fai strafalcioni. Il suo intervento è perfettamente attinente con l’articolo, dato che ha trovato errori e ha tenuto a precisare alcune cose. Andrebbe criticato chi scrive grondando ignoranza, non una persona colta che fornisce qualche consiglio. A me ha fatto simpatia, nonostante il tono utilizzato, ma nella società di oggi viene data alla cultura un valore molto basso.

Beh, mi è andata bene. Almeno qualcuno ammette che anche sul web bisognerebbe sapersi esprimere. Purtroppo, però, c’è gente che vuole avere a tutti costi ragione. Non so quale età abbiano gli “animatori” della discussione sul blog in questione, ma sono certamente adulti. Molto più educati sono stati alcuni ragazzi, intervenuti su un altro blog, che, al mio invito ad esprimersi meglio, così evitano anche di fare errori quando a scuola scrivono i temi, hanno dimostrato con ironia di essere d’accordo con me.

Al mio suggerimento, uno ha così risposto:

HuahuaH!!Ragaaaazzii!!Ma vi fate richiamaaare pure sul web dico ioo! .__.’
Prendete esempio da me!
! =D

A questo punto, rileggendo il titolo di questo post, potreste legittimamente chiedervi: “Ma Cicerone che c’entra?”. C’entra, c’entra. Lui stesso, sommo oratore dell’antica Roma e tormento perenne degli studenti che si applicano nella traduzione dei suoi brani, ammetteva che ci si potesse esprimere attraverso diversi sermones: tra i soldati si usava il sermo castrensis (letteralmente “dell’accampamento”), a casa ci si poteva rivolgere ai parenti attraverso il sermo familiaris (non traduco perché è chiaro), quando ci si intratteneva in una chiacchierata tra amici si poteva utilizzare il sermo cotidianus (cioè “di tutti i giorni”). Insomma, un sermo per ogni occasione.

C’è un piccolo particolare, però: Cicerone si riferiva al linguaggio parlato, non a quello scritto. Già, perché per lui, come per tutti i Romani del tempo antico, era valido il detto: verba volant, scripta manent.

Ora io mi chiedo: è davvero possibile una certa elasticità nel linguaggio usato nel web? Certamente sì, ma, essendo scritto e non orale, dovrebbe rispondere alle più elementari regole grammaticali e ortografiche. Ben vengano, comunque, le simpatiche icone quali gli smiles così usati, e talvolta abusati, che rendono allegri gli scritti e danno un po’ di umanità alla scrittura anonima di chi non conosciamo. Ma, per favore, senza lasciarsi andare, in nome dell’informalità, alle performances da semianalfabeti!

Quindi, se Cicerone leggesse i testi sul web, credo ne proverebbe orrore. Non sono dell’idea che potrebbe, in questo caso, ipotizzare un sermo webbensis, semplicemente perché non si tratta di testi orali ma scritti.

E allora, a tutti i blogger, nonché ai più o meno simpatici commentatori, rivolgo un invito: meditate gente, meditate.

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