UN INCONTRO

udine

Ieri era una giornata no. Capita, alle volte. In questo periodo a me capita spesso, però. Sapete, una di quelle giornate in cui ci si rende conto di avere mille cose da fare e nel pensiero le si fa tutte, però in pratica, non sapendo da dove incominciare, alla fine non si inizia e non si conclude nulla. Chiamiamola disorganizzazione, chiamiamola indecisione oppure indolenza. Chiamiamola come vogliamo, ma alla fine quel tipo di giornata rischia di scivolar via e di lasciarci un po’ di amarezza.

Nel pomeriggio, mentre pensavo alle mille cose da fare senza sapermi decidere con quale iniziare, data un’occhiata all’orologio, mi sono resa conto che dovevo uscire. Avevo una commissione da fare e quindi, non potendo rimanere a casa, inevitabilmente ho rimandato a più tardi la realizzazione di almeno una delle mille cose.
Nell’arco di un’ora ero libera di tornare a casa, ma ogni volta che mi trovo in prossimità del centro, poi mi viene voglia di farmi un giro. Diciamo che, odiando la palestra, cerco di fare un po’ di moto camminando a passo veloce almeno per un’oretta. Ma, una volta arrivata in centro, complice anche il mal di stomaco che nel frattempo mi era venuto –di solito è questo l’epilogo delle mie giornate inconcludenti, è come se il mio fisico si ribellasse alla confusione della mia mente-, tutta questa voglia di andarmene in giro mi era proprio passata.

Sulla via del ritorno verso casa, mi sento chiamare in modo discreto. Il più delle volte, quando passeggio per il centro, mi sento chiamare a gran voce; di solito più che sentire il mio nome sento un urlo “prof” da cui deduco che si tratta o di un allievo o di ex allievo. Il ragazzo che ieri ha attirato la mia attenzione senza urlare era stato un mio studente almeno sette anni fa. Non era la prima volta che lo incontravo. Nell’ultima occasione mi aveva colpito il fatto che mi avesse detto: professoressa, io ho sempre un bel ricordo di Lei, perché è stata un modello per me, una di quelle insegnanti che lasciano una traccia nella mente e nel cuore, o qualcosa del genere. Sono quelle cose che un docente vorrebbe sentirsi dire sempre e sa che qualcuno certamente le pensa, ma forse non ha il coraggio di dirle.

Alberto era stato mio allievo solo al biennio, ma anche quando non ero più una sua insegnante, aveva continuato a fermarmi, di tanto in tanto, nei corridoi per chiedermi come stavo e per raccontarmi come proseguiva la sua esperienza di liceale. Un ragazzo quasi d’altri tempi: discreto, educato, affettuoso in quel suo modo di coinvolgermi nei casi della sua vita scolastica. Ho sempre pensato che fosse speciale, considerato anche il fatto che si era trovato in una classe da cui non mi sono mai sentita davvero coinvolta, anche causa una certa freddezza che quasi tutti mantenevano nei confronti degli insegnanti. Bravi, studiosi, educati ma nulla di più. Dei ragazzi che mantenevano le distanze, quel genere di classe che qualche collega è ben lieto di avere ma che a me crea, sinceramente, un po’ di disagio. Io con i miei ragazzi devo sentire un po’ di feeling, altrimenti mi pare di essere una pura e semplice trasmettitrice di sapere. Insegnare, però, non implica solo questo. C’è tutto un mondo fatto di sentimenti attorno al “sapere” che, per dovere, dobbiamo trasmettere. E anche quando sembra di non aver bisogno d’altro che la loro attenzione e il loro impegno, il clima favorevole ad una corretta dinamica insegnamento.- apprendimento implica anche una rete di relazioni, di scambi che non possono mancare.

Mentre mi parlava, osservavo quel ragazzo, i suoi occhi azzurrissimi già lievemente segnati dalle prime rughe, e ascoltavo quella voce discreta –nemmeno in classe aveva mai alzato troppo il tono- che mi raccontava dell’università abbandonata dopo il primo anno, del lavoro che l’aveva portato lontano da casa per tre anni, del ritorno al suo “nido” di cui sentiva ancora la necessità e della decisione di riprendere gli studi. Lo ascoltavo e capivo perfettamente la sua voglia di indipendenza e, nello stesso tempo, la consapevolezza di non essere ancora davvero in grado di camminare con le sue gambe. Il ritorno in famiglia l’aveva convinto che dal “nido” non si deve fuggire troppo presto, che la famiglia è troppo importante per un ragazzo di vent’anni. La sua storia era un po’ la mia e chi meglio di me era in grado di capirlo! Gli ho detto che aveva fatto bene a ritornare sui suoi passi, che il gioco valeva la candela, che non doveva pentirsi mai. Ho espresso il mio parere sugli studi universitari: bisognerebbe concedersi, dopo il liceo, una sorta di anno sabbatico perché alla fine dei cinque anni si arriva stressati, sempre che ci si impegni seriamente, e che oggi ci sono anche i test d’ammissione per cui certi miei studenti di quinta, terminati gli orali, il giorno dopo erano di nuovo sui libri a studiare. I corsi, poi, iniziano sempre prima, non come ai miei tempi in cui si poteva tirare il fiato fino ai primi di novembre e per fare il primo esame era d’obbligo aspettare maggio per i pre-appelli. Ho anche parlato delle mie rinunce: rimanere in Inghilterra almeno un anno, prima di iniziare l’università e dire di no ad una cattedra all’Università di Toronto, offertami dal mio relatore all’indomani della discussione della tesi. Per qual motivo avevo fatto quelle rinunce? In entrambi i casi per amore. Restare a Londra un intero anno, oltre che costringermi a rimanere lontana dal mio amore, avrebbe implicato rimandare di un anno l’iscrizione all’università e tutti i miei progetti sarebbero inevitabilmente slittati. Accettare la proposta all’università di Toronto avrebbe voluto dire non sposarmi (l’ho fatto a soli sei mesi dalla tesi) o quantomeno costringere mio marito ad intraprendere un’avventura senza certezze per il suo lavoro. Insomma, ho fatto capire ad Alberto che nella vita bisogna osare un po’, buttarsi senza pensare ai “se” e ai “ma”. Io non ero pronta, ma nemmeno adesso, per carattere, mi lancerei in un’impresa senza certezze perché sono, lo ammetto, un po’ fifona. Se tornassi indietro, ne sono certa, rifarei tutto ciò che ho fatto ma le nuove generazioni, pur senza rinunciare ai valori, devono avere la possibilità di realizzare i progetti senza lasciarsi condizionare da nulla e da nessuno.

Poi Alberto mi ha confessato di sentirsi, a volte, tanto diverso dai suoi attuali compagni di università. Ragazzi che spesso sono richiamati dai docenti perché si distraggono e fanno i fatti loro, che arrivano a lezione quando vogliono e se ne vanno prima del termine, tanto che qualche docente si vede costretto a bloccare la maniglia della porta dell’aula con una sedia per impedire entrate e uscite fuori orario. Confesso che un po’ mi sono sentita in colpa: noi professori di liceo siamo spesso costretti a richiamare i ragazzi, anche quelli di quinta, perché fanno i fatti loro e disturbano le lezioni. Speriamo, però, che arrivati all’università cambino atteggiamento, diventino più seri e responsabili. Ma nel mondo dell’istruzione è tutto uno scaricabarile: le maestre della primaria pensano che alla scuola materna le educatrici non sappiano fare il loro lavoro; i docenti delle medie sono convinti che gli insegnanti della primaria non siano capaci di istruire ed educare i bambini; negli istituti superiori i professori si lamentano perché i ragazzi arrivano dalle medie somari e maleducati; all’università, inevitabilmente, i docenti si convincano che questi ragazzi nei tredici anni di scuola precedenti non abbiano imparato a comportarsi in maniera decente e che abbiano delle lacune gigantesche nella preparazione di base.

Mentre facevo questo ragionamento di fronte ad Alberto, lui mi guardava con aria perplessa. Secondo lui un po’ di verità c’era in quello che avevo appena detto, ma dipendeva sicuramente dai ragazzi, non tanto dalle scuole o dagli insegnanti. Meno male, lui saggio mi aveva assolto mentre da sola mi stavo facendo il processo.
La cosa che più mi ha fatto riflettere è stata che Alberto si senta così distante dai ragazzi che hanno solo tre – quattro anni di meno. Posso capire che fra i ventenni di oggi e la mia generazione ci sia un abisso, posso anche ammettere che le generazioni ormai cambino ogni dieci anni, ma che un ragazzo di ventitré anni si senta a disagio perché in un’aula universitaria si trova in compagnia di ragazzini perditempo piuttosto che di giovani adulti desiderosi d’imparare, mi sembra quasi una cosa irreale. Eppure è così e la colpa non può essere attribuita ai docenti universitari troppo severi o a quelli del liceo troppo permissivi, senza voler per forza ripercorrere tutta la carriera scolastica dalla scuola per l’infanzia in su. Forse la “colpa” è più delle famiglie che questi figli non li fanno crescere dicendo troppi sì e sentendosi in colpa per qualche no saltuario. O forse la responsabilità è davvero della scuola che non ha gli strumenti per trasmettere, più che i contenuti, il valore di ciò che si fa. O meglio, opterei per un concorso di colpa.

Io e Alberto siamo stati più di quaranta minuti in piedi, in un angolino del marciapiede, a chiacchierare. Alle nostre spalle, un ragazzo di colore, uno di quelli che vendono libri o altra merce e che, al nostro diniego, chiedono almeno i soldi per un caffè. Chissà cos’avrà capito della nostra conversazione. Ha atteso pazientemente che finissimo di parlare, che ci scambiassimo un abbraccio e un bacio, che ci augurassimo di incontrarci di nuovo per chiacchierare ancora un po’ e che le nostre strade si dividessero. Poi quell’uomo paziente mi ha offerto la sua merce e, al mio rifiuto, mi ha detto: Ti offro un caffè. Beh, la conoscenza della lingua italiana è ancora incerta ma di fronte a tale proposta, ho declinato l’invito. Forse, ho pensato, avrei potuto offrire ad Alberto un caffè, evitando di stare in piedi tutto quel tempo. Ma è volato talmente in fretta che non mi sono resa conto che, nel frattempo, il mio mal di stomaco era scomparso e che mi era tornata la voglia di farmi un giro in centro. Ho guardato l’orologio: troppo tardi, ormai, ho ancora mille cose da fare. Quell’incontro, tuttavia, valeva da solo più di quelle mille cose che poi non ho fatto. Sono ritornata a casa leggera, senza pensieri nella testa. Quel mio ex allievo aveva trasformato la mia giornata no e mi aveva lasciato la gioia di quell’incontro. Sapere che qualcuno pensa a te anche dopo tanti anni, che per quel qualcuno hai rappresentato qualcosa, che hai lasciato un segno nella sua vita è la ricompensa più grande per i tanti sforzi, forse troppi, che un’insegnante fa ogni giorno per arrivare anche a quell’obiettivo. Lo so, è come un granello di sabbia in un deserto, ma anche un deserto intero non mi avrebbe portato la gioia che quel piccolo granello mi aveva procurato.

[nella foto: Udine, piazza Libertà, la Loggia di S. Giovanni]

DECRETO GELMINI: SFILANO GLI STUDENTI, IGNORANZA PRÊT À PORTER

studenti contro gelminiEccomi qua, lo sapevo, a parlare del decreto Gelmini. Mi ero riproposta di non farlo: internet e i vari blog pullulano di articoli sul tema … e l’ignoranza regna padrona. Non solo da parte dei blogger, anche da parte di molte persone che si accalorano cercando di difendere la propria opinione nei vari commenti. Ebbene sì, lo ammetto: anch’io ho commentato, molto, forse troppo. A furia di commentare avrei fatto prima a scrivere un post. Ma, prendendo in prestito i sublimi versi di Manzoni, di mille voci al sonito mista la mia non ho.

Che cos’è, allora, che mi ha fatto cambiare idea? Potrei dire lo scontro avuto stamattina a scuola con la dura realtà, ovvero l’autogestione studentesca. Ma forse non è stato quest’evento a scatenare l’estro creativo. Piuttosto il disgusto provato nel seguire i dibattiti televisivi di questi giorni, dove ciascuna parte è convinta che chi gli sta davanti sia un emerito deficiente; nel leggere i quotidiani, ognuno con una sua versione dei fatti a seconda della linea politica appoggiata (ah, dov’è andata a finire l’oggettività del cronista!); nel constatare, attraverso i sevizi dei vari Tg, l’ignoranza di tante persone che, con malcelato protagonismo, hanno approfittato delle telecamere per esprimere la loro opinione.

Ecco, vorrei partire proprio dai servizi dei telegiornali. Sono rimasta allibita soprattutto nel vedere sfilare in corteo genitori, maestri e bimbi, tutti solidali contro l’unico nemico del momento: il ministro Gelmini. A parte il fatto che trovo di cattivo gusto coinvolgere i bambini, sotto la falsa parvenza di una protesta educativa – gli inconsapevoli pargoli non ne capiscono nulla di maestri unici e moduli, ma sono portati a prendere per oro colato tutto ciò che i grandi dicono loro -, la cosa più discutibile è quest’alleanza improbabile tra famiglie ed educatori. Ma quando mai? Da madre e da insegnante so bene quanto sia difficile conciliare le diverse vedute che le due parti hanno in ambito educativo. Gli insegnanti sono spesso rimproverati di non fare il loro dovere, di non assegnare i compiti (i bambini devono essere perennemente occupati: non esiste estate senza l’adorato Libro delle Vacanze!) o di assegnarne troppi, di non capire le esigenze degli scolari e delle famiglie, di non applicare l’insegnamento individualizzato, diritto sacrosanto dei più deboli … potrei continuare ma non voglio dilungarmi troppo. Da parte loro, i maestri sono ben pronti a definire quello scolaro un tonto, quell’altro un incapace, il terzo un ipercinetico e così via. Il tutto senza cercare di venire incontro alle esigenze o di trovare un rimedio alle difficoltà. Ma che alleanza! A meno che sconfiggere il comune nemico non abbia fatto sottoscrivere una specie di tregua tra le due componenti, pronte, però, a riprendere gli scontri una volta calmate le acque.

A proposito di sevizi in TV, c’è stato un bel vedere nei giorni scorsi. Sul Tg regionale, ad esempio, ho ammirato il cipiglio di una maestra prossima alla pensione che condannava il ripristino del maestro unico come un ritorno all’antico. Mai sentito parlare dei corsi e ricorsi storici? La giornalista, con tono un po’ provocatorio, le ha fatto notare che loro due, l’intervistata e l’intervistatrice, erano pur cresciute bene con il maestro unico, quindi dove stava il problema? Inorridita la maestra attempata ha risposto che “i tempi sono cambiati”. A parte la genericità dell’argomentazione, potrei obiettare che se le maestre hanno tanta paura di tornare ad affrontare da sole la classe, non è per via dei programmi, molto più ampi e diversificati, come fanno credere, quanto piuttosto perché si sono abituate a cambiar aula e scolari dopo un tot ore e non saprebbero più starci tanto tempo con un’unica scolaresca. E sapete perché? Perché i bambini, non solo i tempi, sono cambiati e sono sempre più stressanti. E poi, che dire del clima di confronto che si respira, anzi che gli scolari respirano, con il sistema dei moduli? Molto spesso è un clima di scontri, quando non si arriva all’esercizio del potere e dell’autorità da parte di una sola persona, mentre le altre soccombono nel nome del benessere dei bambini. Eh già, perché a scuola si deve stare bene. Sembra che negli ultimi anni questa sia l’esigenza primaria. Non ci si chiede più cosa si fa, cosa si trasmette ai discenti in termini di conoscenze, competenze e abilità; la cosa importante è che loro, i discenti, stiano bene a scuola. Ma quando mai gli scolari, o più in generale gli studenti, stanno bene a scuola? Diciamo che nelle anguste e tristi aule scolastiche ci stanno perché devono. Nemmeno al liceo sanno dare un valore a quello che imparano, figuriamoci alle elementari!

Un’altra intervista, sempre nel solito Tg, mi ha scioccata: un bambino di circa otto anni, interrogato sul motivo per cui stava manifestando contro il reinserimento del maestro unico, ha candidamente risposto “Boh, non so … è meglio così … e poi le mie maestre sono simpatiche!”. Ma qualcuno gliel’ha spiegato che le sue adorate maestre il decreto Gelmini non gliele tocca, visto che il ritorno al maestro unico è graduale, partendo dalla prima del prossimo anno scolastico? Forse non gliel’hanno spiegato. Ma lui è piccolo, che ne può sapere? Sì, ma i grandi lo sanno; e allora, mi chiedo, perché protestano per i tagli degli organici quando il ministro ha assicurato che non ci saranno licenziamenti proprio perché il progressivo ritorno al maestro unico (in cinque anni!) dà modo alle maestre “giovani” di conservare il proprio posto perché la riduzione non è repentina, e a quelle attempate di andare nel frattempo in pensione? E poi, chi ha detto che la riduzione dell’orario a 24 ore faccia sparire il tempo pieno? Proprio perché a fine ciclo ci saranno degli esuberi, e nessuno sarà licenziato, visto che nella Pubblica Amministrazione per perdere il posto bisogna essere proprio dei disgraziati, il tempo pieno sarà garantito proprio per conservare a tutti gli insegnanti il posto di lavoro. Il governo garantisce che “in 5 anni ci saranno 5.750 classi in più con il tempo pieno. Con la media di 21 alunni per classe, in cinque anni 82.950 alunni in più avranno il tempo pieno”. Perché non vogliamo credergli? Persino Napolitano ha affermato in un suo intervento che “non si può dire sempre no”.

Ma veniamo alle proteste degli studenti più grandi. Nelle scuole superiori stanno dilagando l’occupazione e l’autogestione. Di fronte a quella che, dal punto di vista dell’ordine pubblico, è sentita come un’emergenza, Berlusconi ha affermato: “non permetteremo che vengano occupate scuole e università, perché l’occupazione di luoghi pubblici non è dimostrazione dell’applicazione della libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza nei confronti degli altri studenti, delle famiglie, nei confronti delle istituzioni e dello Stato“. E ha concluso: “Convocherò oggi il ministro degli Interni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine“.
La dichiarazione, legittima e ben argomentata, ha subito suscitato scalpore. Perché? Dobbiamo lasciare che succeda nelle scuole quello che è accaduto lo scorso venerdì a Lecce: “banchi distrutti, finestre in frantumi, cattedre rovesciate e porte rotte, auto dei professori danneggiate e ragazzi cacciati dalle aule …”? L’ho letto su un quotidiano e credo che questa sia un’eventualità non molto remota anche per altre realtà scolastiche. Poi, da parte di un Dirigente Scolastico, è doveroso garantire l’incolumità delle persone, l’integrità dei beni pubblici (le scuole lo sono) e il diritto allo studio che chi non aderisce alla protesta deve poter esercitare.
E ancora, siamo così sicuri che gli studenti degli istituti superiori siano convinti di protestare per il bene della collettività? Sarò maligna, ma sono sempre del parere che solo una piccola percentuale di loro protesta con cognizione di causa. Perdere giorni di scuola è troppo allettante per lasciarsi sfuggire l’occasione. Sia chiaro, non sono contraria alla manifestazione del dissenso in sé, ma non sopporto vedere gente bivaccare in giro per la scuola, mentre le aule sono deserte e i luoghi di dibattito ben poco frequentati. Senza contare che nel programma di autogestione del liceo in cui insegno sono inserite attività ludiche, cioè un eufemismo per dire che possono fare gli affari propri … e dico “affari” per puro autocontrollo, dato che nella mia mente è apparsa repentina tutt’altra parola che, per decenza, ho scacciato subito.

Si potrebbe pensare che io parli in questi termini solo perché sono a favore del Decreto Gelmini. Niente affatto. Parlo a ragion veduta, specialmente dopo che un mio allievo di seconda, che ha aderito all’autogestione, mi ha chiesto con fare ingenuo: “Ma si fa sciopero per i tagli … o per che cosa?”. Se non è ignoranza questa! A parte il fatto che non sanno nemmeno distinguere tra sciopero e autogestione, non sanno nemmeno i motivi della protesta.
A proposito di tagli, anche sull’università si è fatto un gran parlare. Subito a dire che il Decreto porterà alla chiusura di molti atenei. A parte il fatto che il Decreto non parla di ciò: si limita a dire che, qualora le università lo vogliano, potranno trasformarsi in fondazioni. Questo perché i soldi pubblici vengono sprecati. E poi, se guardiamo i dati, in Italia ci sono meno laureati del Cile, nessun ateneo italiano si colloca entro i primi 150 nel mondo, ci sono 327 facoltà con meno di 15 iscritti e addirittura 37 corsi di laurea con un solo studente! Insomma, se il governo deve rendere conto a noi cittadini di come viene speso il denaro pubblico, è un preciso dovere tagliare gli sprechi. Il che non significa licenziare il personale, ma razionalizzare le risorse umane per creare una qualità che, fatte le dovute eccezioni, di fatto non esiste.

Se poi affrontiamo il discorso guardando i dati OCSE, come dice Schleicher, responsabile delle ricerche sull’istruzione, “il vero problema dell’Italia è come vengono spesi i fondi elargiti dallo Stato. Esattamente il contrario di quanto fa, ad esempio, un Paese come la Corea del Sud, dove il numero dei professori è minore e il loro stipendio è più alto”. C’è poi da dire che in Italia solo il 45% degli iscritti all’università arriva alla discussione della tesi, contro una media OCSE del 69%. Quindi, è palese che si debba puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Meno corsi di laurea ma più possibilità di laurearsi e soldi pubblici ben spesi.

Insomma, si continua di parlare di riforma ma nel D.Lg. non c’è alcun barlume di riforma. Quella universitaria è già stata fatta dal ministro Moratti che ha portato, sempre secondo l’OCSE, ad un aumento dei laureati dal 17% del 2000 al 39% del 2006. E, guarda caso, questo piccolo successo è dovuto ad una riforma del centro – destra. Per la riforma delle superiori, ci sono stati due tentativi: quello del ministro Luigi Berlinguer e quello della Moratti. Tutto , poi, si è fermato solo per questioni politiche. Ora la riforma è più che mai necessaria ed è ovvio che parta da quella lasciata in sospeso dalla Moratti, che poi è in parte ripresa da Berlinguer. La Gelmini, però, forse perché troppo giovane e carina per essere affidabile, è già accusata dai media di plagio. Ma signori, nessun plagio: perché non riusciamo a credere che qualcosa di buono sia attribuito dalla sinistra alla destra e viceversa? La scuola è da sempre ostaggio degli scontri politici e ciò ha causato la sua malattia cronica. È ora di finirla: anche il presidente Napolitano ha ammesso che bisogna andare avanti, superando gli antagonismi, per il bene di una scuola malata. Ora più che mai è necessario dare fiducia all’azione del governo. Lo stesso Berlinguer, che non è amico di Berlusconi e non va fuori a cena con la Gelmini, si è dichiarato non del tutto contrario al decreto sulla scuola.
In un’intervista al quotidiano “Il mattino” Luigi Berlinguer ha dichiarato: «Ho l’impressione che una grossa parte di insegnanti abbia vissuto le misure del governo, a torto o a ragione, come un’offesa. ”Io taglio perché la scuola è uno spreco”, questo è il messaggio recepito. Con questa realtà penso che si debbano fare i conti.”
E poi, ancora: «All’interno dello schieramento intravedo una parte che vuole solo tagliare per risparmiare e una parte in cui le istanze europee e dell’Ocse sono presenti. Si lavori per uscire da questa pura contrapposizione e per trovare una via al dialogo. E anche il centrosinistra si batta per cambiare».

In conclusione, non mi illudo che tutta questa baraonda sia il risultato di una profonda riflessione sull’istruzione. Qui si tratta di mettersi tutti al capezzale del malato per trovare una cura insieme. Se ciò non sarà possibile, ben venga l’unica cura possibile, anche se la ricetta viene prescritta da un unico medico. Se il consulto è fuori discussione, l’unica cosa da sperare è che la cura sia efficace.