7 novembre 2014

CENABIS BENE MI FABULLE … A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI

Posted in cultura, dolci, letteratura latina, ricette, storia tagged , , , , , , , , a 2:12 pm di marisamoles

Come mangiavano gli antichi Romani? Le fonti ci danno molte informazioni ma, onestamente, non sembrano prelibatezze culinarie paragonabili a quelle moderne. In fondo, come si usa dire proprio riprendendo un detto latino, de gustibus non est disputandum.
Buona lettura … magari provate qualche ricetta.

Marisa Moles's Weblog


Così inizia il carme 13 di Catullo, famoso poeta latino vissuto nel I secolo a.C. Ecco il testo originale:

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Famoso lo era davvero, Catullo, ma non tanto per l’attività poetica, quanto per l’amore appassionato che gli ispirò gli indimenticabili versi dedicati a Lesbia. Ma di questo ho già parlato in un altro post. (LINK )
L’attività poetica, a quanto pare, non doveva essere molto redditizia; infatti, al verso 8 del carme…

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16 febbraio 2011

ENEA E DIDONE: IL CONNUBIO

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 5:56 pm di marisamoles


Che non sia la sposa predestinata di Enea, Didone evidentemente non lo sa. Ma ormai la passione non le dà tregua:
Intanto la regina,
già da tempo piagata
da profonda passione, nutre nelle sue vene
la ferita e si strugge di una fiamma segreta
. (l.IV, vv.1-4)
Didone, dunque, non è felice, è piagata da profonda passione, soffre per quella malattia che si chiama amore. Già Aristotele aveva classificato l’amore nell’ambito delle malattie, anzi lo considerava un male gravissimo perché porta alla pazzia. Non si dice ancora oggi “è pazzo d’amore” o “è innamorato pazzo”? Perché mai, dunque, sin dai tempi antichi amore e pazzia formano un binomio indissolubile? Perché nell’antichità la sede delle facoltà mentali non era considerata il cervello (ricordate che gli antichi egizi, mentre procedevano all’imbalsamazione, estraevano la massa cerebrale del defunto e la buttavano nella spazzatura?), bensì il cuore. L’amore colpisce al cuore e, diciamo noi, offusca la mente, quindi è inevitabile che prima o poi la passione porti alla pazzia. Sta a noi, alla nostra razionalità, stabilire qual è il limite e non oltrepassarlo. Ma chi è, come Didone, perdutamente innamorato, non ha la possibilità di ragionare.

La regina, tuttavia, possiede ancora un barlume di ragione anche se le serve per lasciarsi logorare da un dubbio:
Se non avessi deciso irrevocabilmente
di non voler mai più sposarmi con nessuno
dopo che il primo amore se l’è preso la morte
[…]
avrei forse potuto cedere a quest’unica colpa. (l.IV, vv.21-23 e 25)
La promessa fatta sulle ceneri di Sicheo la tormenta e di questi dubbi rende partecipe la sorella Anna, personaggio marginale all’interno del poema, ma che qui riveste un ruolo determinante. Ella, infatti, molto meno passionale e molto più pratica, senza mezzi termini le fa capire che la promessa di fedeltà al defunto è alquanto ridicola:
Credi che questo importi alla cenere e all’Ombra
di chi è morto e sepolto
? (l.IV, vv.44-45)
Il concetto, che Foscolo riprenderà con successo nei Sepolcri, è più che mai condivisibile. Certo, a chi è morto non importa nulla di ciò che succede sulla terra, ma nell’antichità questa convinzione non era molto diffusa perché con il modo dell’Oltretomba i vivi avevano un rapporto molto stretto: come minimo i fantasmi apparivano attraverso sogni e visioni per tormentare chi morto non era. Didone, forse, teme ciò, si preoccupa per il fatto che il rischio di un’intromissione da parte del marito defunto sia reale. Immaginatevi quale figuraccia avrebbe fatto nei confronti di Sicheo!
C’è da aggiungere che, per la stessa nobile causa, aveva già respinto Iarba e il matrimonio con lo straniero potrebbe avere anche delle ripercussioni nei rapporti di buon vicinato. Anna, però, non sembra preoccupata, anzi sostiene che, a maggior ragione, alla sorella convenga unirsi ai Troiani, formare con loro un solo popolo. Per di più dall’unione potrebbe nascere anche una gloria futura degli stessi Punici:
Che gran città vedrai sorgere, o sorella, che regni
da un tale matrimonio! Con le armi dei Teucri
a fianco, in quante imprese si leverà la gloria
dei Punici
! (l.IV, vv.61-64)

Insomma, Anna è davvero convincente. È una donna forte, un po’ calcolatrice, se vogliamo, ma quanto a carattere, non è da meno a molti eroi che, sotto la corazza, nascondono un animo debole. La logica del suo discorso convince anche Didone, ma l’aver allontanato per il momento il dubbio tormentoso della mancata fede alla parola data, non la rasserena più di tanto. Per descrivere il suo stato d’animo, Virgilio ricorre ad una similitudine molto efficace:
La fiamma le divora le tenere midolla
e sotto il petto vive una muta ferita.
L’infelice Didone arde ed erra furiosa
per tutta la città, come una cerva incauta
che –dopo averla inseguita con le frecce- un cacciatore
tra le selve di Creta di lontano ha ferito
con un’acuta saetta, lasciando senza saperlo
confitto nel suo fianco il ferro alato. Lei
corre in fuga, affannata, per le foreste e le balze
dittèe, recando infitta nel fianco la canna mortale
. (l.IV, vv.85-94)
La similitudine, però, non è originale: già Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, paragona Medea, innamorata di Giasone e timorosa della punizione paterna per aver aiutato il “nemico”, ad una cerbiatta atterrita dall’abbaiare dei cani. Certo, in Virgilio, il motivo è quello della ferita d’amore: non è forse vero che il simbolo della passione amorosa è il cuore trafitto da una freccia? Resta il fatto che lo strale in questione è quello di Cupido e dovrebbe essere indolore. Ma chi può negare che la freccia porti, talvolta, delle conseguenze inattese? Ritorna, quindi, il motivo del “mal d’amore”. La passione è qui identificata con la fiamma che divora le tenere midolla e sotto il petto, guarda un po’, vive una muta ferita. Anche il motivo della fiamma non è originale. Saffo, poetessa greca dalle dichiarate tendenze omosessuali, recitava: Serpe la fiamma entro il mio sangue ed ardo. (Ode Saffica Quei parmi in cielo fra gli dei …, traduzione di Ugo Foscolo, v.9). Ma come se ciò non bastasse, l’innamoramento annulla ogni facoltà, ogni sensazione:
More la voce, mentre ch’io ti miro,
sulla mia lingua
[…]
un indistinto tintinnio m’ingombra
gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
torbida l’ombra
, […]
e smorta in viso come erba che langue,
tremo e fremo di brividi
…( ibidem, vv. 6-10)
Insomma, chi è innamorato non ha più voce per parlare, non sente altro che un tintinnio nelle orecchie, ha la vista annebbiata, è pallido come un cadavere e trema. Beh, non c’è da stupirsi che Aristotele identificasse nell’amore una malattia. Del resto, alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha provato tali sensazioni! La nostra Didone non è da meno:
Ora conduce Enea con sé per le vie, […]
Vuol parlargli e la voce a mezzo s’arresta:
ora, al cader del giorno, desidera uguale il convito
e chiede, insana, di udire ancora i travagli di Troia
e, mentre egli narra, ancora ella pende dalle sue labbra
. (l.IV, vv.74 e 76-79)

Come si fa a vivere così? Pensate quale idea si faccia Enea della regina, come minimo si chiede se ha qualche problema di arteriosclerosi! Lui non è ancora pervaso dalla fiamma d’amore, anzi per la verità non lo sarà mai, anche se non disdegna la convivenza more uxorio.
La cosa più grave è che, a causa di questa insana passione, Didone trascura i suoi doveri di regina e pare che, senza la sua guida, il popolo cartaginese non sappia fare un granché:
Cominciate,
non crescono le torri, la gioventù non si esercita
nelle armi né i porti allestisce o bastioni sicuri
in caso di guerra: restano le opere a mezzo interrotte
. (l.IV, vv.85-88)
È chiaro, anche a Giunone, che così non si può andare avanti. La dea, fieramente ostile ad Enea ma cosciente di trarne un vantaggio, propone a Venere un business: favorendo il matrimonio tra i due, Enea se ne starebbe lontano dagli italici lidi dove né Giunone né Venere vogliono che arrivi. Detto, fatto: si decide che il connubio avvenga il giorno seguente.


Durante una battuta di caccia, complice un temporale, i due si ritrovano insieme in una caverna che, guarda caso, funge da rifugio ad entrambi. Di fronte all’esaudirsi dei suoi desideri, noi potremmo pensare che la regina sia al settimo cielo; invece, fin dall’inizio, il coronamento del sogno viene descritto come una colpa. In realtà è Virgilio, narratore onnisciente, che, sapendo come la vicenda si evolverà, descrive così il connubio:
Fu quello il primo giorno di morte e l’origine prima
d’ogni sventura; non bada al suo decoro Didone,
né alla sua fama e non più vagheggia un amore furtivo;
lo chiama connubio, vela con questo nome la colpa
. (l.IV, vv.169-172)
Perché il fatto assume una connotazione tanto negativa? Perché si sa che l’unione con Enea non è destinata ad avere un futuro, si sa che Didone morirà suicida. L’unica a non saperlo è proprio la regina né ha piena coscienza di aver appena preso una decisione a scapito del suo buon nome. Però, dico io, se è vittima di una congiura divina tramata alle sue spalle, cosa può fare? La mente offuscata dall’amore non le permette nemmeno di immaginare i risvolti del suo gesto: infatti, la Fama si affretta a diffondere la notizia, distorcendone i contorni. Naturalmente le chiacchiere giungono alle orecchie dello sposo respinto, Iarba, che va su tutte le furie. D’altronde, come possiamo dargli torto? La sua proposta di matrimonio era stata rifiutata, anche se a buon diritto visto il comportamento burlone, e poi Didone si unisce al primo che capita, senza nemmeno conoscerlo!

La vita matrimoniale dei due è riassunta dall’autore in pochi versi, in riferimento alle voci che si erano diffuse per tutta la Libia:
[la Fama] narrava:
ch’era lì giunto Enea, di sangue troiano, che a lui
come a sposo or si degna d’unirsi la bella Didone;
or tutto l’inverno si godono in mutui piaceri,
obliosi del regno e presi dal turpe diletto
. (l.IV, vv.190-194)
Non dobbiamo stupirci che il moralista Virgilio si esprima con tali termini. Sarà forse l’uso di queste tinte forti ad aver influenzato Dante nella stesura del V canto dell’Inferno? Infatti, giunto nel secondo cerchio, quello dei lussuriosi, chi vi trova? Colei che s’ancide amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo (Inferno, V, vv.61-62). Naturalmente si tratta di Didone che dal poeta fiorentino viene collocata proprio qui; visto che anche il suicidio è un peccato grave (i suicidi sono relegati nel secondo girone del settimo cerchio), perché non far precipitare la regina fin laggiù? Perché, evidentemente, la sua colpa più grave è quella di essersi abbandonata a cieca passione. Ella si trova in buona compagnia: fra i lussuriosi troviamo anche Cleopatra, Elena e Paride, che certamente non potevano mancare, persino Achille, accusato di essersi lasciato vincere dall’amore per Polissena, e, naturalmente, Paolo e Francesca che incarnano il prototipo stesso della lussuria. Ma Enea dov’è? Non qui perché, pur non avendo fatto nulla per ostacolare il connubio e pur avendo trascorso l’inverno abbandonato ai mutui piaceri, non è lussurioso. Non condivide, quindi, questa colpa con Didone; sembra che Dante lo voglia discolpare perché vittima delle circostanze (come se Didone non lo fosse!). Per il sommo poeta Enea non ha colpe, tranne quella, inconsapevole, di essere pagano: lo colloca, infatti, nel Limbo, abitatore del nobile castello, coinquilino di molti altri eroi, poeti e filosofi. L’elenco è lungo: tra gli altri troviamo delle vecchie conoscenze, come Omero ed Ettore. D’altra parte, se consideriamo che Virgilio funge da guida nel regno dei peccatori, se non altro in suo ossequio era doveroso che Dante collocasse tra i grandi pagani il protagonista dell’Eneide. Inoltre, il vate doveva aver compreso che il poeta latino non nutriva una gran simpatia per Didone giacché non viene per nulla riscattata dalle sue colpe, nemmeno quando non dipendono dalla sua volontà.

Il destino dell’infelice regina è ormai segnato: l’invidioso Iarba, infatti, non perde tempo e si rivolge a Giove che, guarda caso, è suo padre (non si può nemmeno immaginare la quantità di figli che l’Olimpio aveva sparsi in giro per il mondo!) e chiede vendetta per l’oltraggio subito. A nulla è valso il tentativo del duo Venere-Giunone: infatti, il padre (dell’una) e marito (dell’altra) si affretta ad inviare il messaggero degli dei, Mercurio, da Enea, per ricordargli la missione che il Fato gli aveva affidato: deve partire, l’Italia lo aspetta.

[immagine sotto il titolo: Enea e Didone, dipinto nell’ex Palazzo vecchio Majorana di Scordia, da questo sito; Didone mostra Cartagine ad Enea, Claude Gallée detto il Lorrenese (1600-1682). Olio su tela, 1676. Amburgo, Kunsthalle, da questo sito; immagine: Enea e Didone nella grotta, olio su tela di Francesco Paolo Argentieri, tratta da questo sito]

9 dicembre 2010

Protetto: VIRGILIO, “ENEIDE”, LIBRO IV

Posted in letteratura latina, poesia tagged , , , a 1:42 pm di marisamoles

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16 ottobre 2010

DIDONE INNAMORATA

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica, poesia tagged , , , , a 6:00 pm di marisamoles


Didone, per essere una donna, occupa una parte consistente dell’Eneide di Virgilio ed un intero libro, il IV, è dedicato alla storia d’amore, breve ma intensa, vissuta con Enea.

Su questa donna esistevano varie leggende, cui Virgilio sicuramente attinse per la stesura del suo poema. Innanzitutto la tradizione fenicia, giunta nel mondo romano attraverso i Greci di Sicilia, che ne tramanda la storia, le attribuisce il nome di Elissa. Ella era figlia di Muttone, re di Tiro, capitale della Fenicia; invidioso della sua ricchezza, cui contribuì con i suoi tesori il marito Sicheo (o Sicharba), sacerdote del dio Melkart, il fratello di lei, Pigmalione, le uccise lo sposo. Del delitto nessuno avrebbe saputo nulla se l’ombra di Sicheo non fosse comparsa in sogno ad Elissa rivelandole la tragica fine ed il suo esecutore. Di fronte ad una sicura persecuzione da parte del fratello, la donna decise di fuggire insieme ai suoi fedeli sudditi e ai suoi tesori ed, esule, giunse nell’Africa settentrionale dove gli indigeni la chiamarono Didone.

Impietosito per la sua sorte, e forse affascinato dalla sua bellezza, Iarba, re dei Getuli, le offrì della terra su cui fondare una città. Peccato che il re fosse un po’ burlone: l’appezzamento, infatti, era esteso quanto una pelle di bue! Ma Didone non si perse d’animo e fece emergere tutta la sua scaltrezza (sembra quasi un Ulisse in gonnella): tagliò la pelle in strisce sottili, in modo da circoscrivere una buona porzione di territorio sulla quale edificò poi Cartagine, divenendone la regina. A questo punto, Iarba, burlato a sua volta, la chiese in moglie: forse voleva formare un duo comico! Didone, ovviamente rifiutò consapevole del fatto che ci avrebbe rimesso; il re, infatti, le propose, come alternativa alle nozze, la guerra ed Elissa si gettò su un rogo sacrificale e si fece ardere viva per non violare il patto di fedeltà che la legava al marito morto.

Questa la tradizione fenicia; un’altra versione del mito narra che Didone si uccise con la spada davanti al suo popolo, che la voleva costringere alle nozze, e non gettandosi nel fuoco. Poco importa il modo, visto che muore lo stesso, tuttavia, per dovere di cronaca, sarà quest’ultima la versione seguita da Virgilio nella scena che porrà fine all’infelice esistenza della regina.
Nell’Eneide Didone si suicida, infatti, ma non per colpa di Iarba. Nel poema latino entra in scena un personaggio a noi noto ma ignorato dalla tradizione fenicia: Enea. È probabile che, prima di Virgilio, il poeta Nevio, autore della Guerra Punica, avesse fatto riferimento alla storia d’amore tra Enea e Didone. Comunque il tema dell’amante abbandonata era molto in voga a quel tempo (pensiamo ad Arianna, per esempio) e quindi non ci deve stupire che Virgilio l’abbia introdotto nel suo poema.

Ma vediamo come avviene l’incontro tra la regina di Cartagine e l’eroe virgiliano. Come si sa, Enea è esule, in fuga dalla sua patria ormai quasi irrimediabilmente divorata dal fuoco. Naturalmente non avrebbe preso l’iniziativa se qualcuno non gli avesse messo la pulce nell’orecchio: ad Enea appaiono in sogno prima Ettore che gli fa comprendere l’inutilità di un’estrema e disperata difesa della città, poi la madre Venere che lo esorta a fuggire e a salvarsi, poco eroicamente, la pelle.
Durante il viaggio, manco a dirlo, si scatena una furiosa tempesta, voluta dalla solita Giunone. Indignata, Venere si rivolge a Giove protestando per il trattamento riservato al suo divino figliolo e, grazie all’intervento di Nettuno, dio del mare, i Troiani riescono ad approdare, pur perdendo numerose navi, sulla costa libica dove regna Didone.

Come già era successo ad Ulisse, abbellito da Atena per far colpo su Nausicaa, di fronte alla regina appare un uomo bellissimo, quasi divino:
Apparve in piedi Enea e rifulse nell’aria serena,
simile il volto e le membra a un dio, perché Venere stessa
al figlio donò chiome adorne, spirò quella fulgida luce
di giovinezza e negli occhi un’amabile grazia
. (Eneide, I, vv.589-591)
È incredibile come le dee riescano a fare dei lifting così veloci e assolutamente indolori!

L’ineffabile bellezza di Enea gioca un ruolo determinante sulla favorevole accoglienza di Didone. La regina, tuttavia, non è solo affascinata dall’uomo, ma anche dalle sue parole:
Qual epoca tanto felice
ti generò? Quali nobili sposi sì umana ti crebbero?
Finché correranno al mare i fiumi, finché gireranno
l’ombre i dorsi dei monti, finché pasceranno nel cielo
le stelle, sempre i tuoi pregi, qualunque paese mi chiami,
dureranno e il tuo nome e la gloria
. (I, vv.605-610)
L’abilità retorica di Enea è ben poca cosa rispetto a quella di Ulisse; riesce, comunque, ad affascinare la regina. Didone è colpita dall’uomo e dalle sue parole, ma un altro elemento la spinge a provare simpatia per Enea: la compartecipazione. In fondo anche lei è un’esule, anche lei ha sofferto e sa cosa vuol dire dover lasciare la patria tanto amata:
Un uguale destino volle che anch’io, sbattuta
Fra tanti affanni, in questo paese alla fine posassi:
non ignara del male imparo a soccorrere i miseri
. (I, vv.628-630)

Come se ciò non bastasse, a far capitolare l’ignara Didone interviene nuovamente Venere: spinta dall’istinto di protezione tipico di una madre, fa innamorare del figlio la regina, confidando nel fatto che la permanenza a Cartagine salvaguardi l’eroe dai pericoli del mare.
Ormai perdutamente innamorata, la regina invita Enea a raccontare la sua storia, nel rispetto della tradizione (ricordate il racconto di Ulisse alla corte dei Feaci?). Così veniamo a conoscenza degli ultimi istanti passati a Troia, dei preparativi per la fuga, della triste perdita della moglie Creusa. Eh già, perché il troiano aveva una sposa e anche nobile, a quanto pare: era una delle figlie di Priamo ed Ecuba. Nella notte della fuga Creusa scompare.

Ma procediamo con ordine. Dopo aver convinto il padre Anchise, restio ad andarsene e per di più acciaccato, ed esserselo caricato sulle spalle, Enea dà queste disposizioni:
Al mio fianco
venga Iulo e discosta stia dietro ai miei passi Creusa
[…]
Tu, padre, i sacri arredi e i patrii Penati mantieni;
io non posso toccarli, uscito da sì cruda guerra
e dalla strage recente, finché non mi sia mondato
in una corrente
. (II, vv.710-711 e 717-720)

Non si sa perché la povera Creusa dovesse restare qualche passo indietro. Così, nella mischia, sarebbe stato inevitabile perderla! Ma a volte certi atteggiamenti, talune decisioni sono dettate dal destino, dal famoso Fato cui non ci si può opporre. Ed, infatti, Creusa si perde; giunto al di fuori delle mura di Troia, Enea se ne accorge e, sconvolto, non si dà pace:
Forse Creusa ha sbagliato
cammino, oppure stanca s’è fermata a sedere?
Lo ignoro; ma da allora non l’ho vista mai più.
Non mi girai a guardare se si fosse perduta
né pensai mai a lei prima di essere giunto
alla collina di Cerere, al vecchio santuario
. (II, vv.894-899)

Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.

Di certo i sensi di colpa non tardano a venire: il poveretto decide di ritornare sui suoi passi, pur cosciente del pericolo. Arriva fino a casa, ma di Creusa neanche l’ombra: i Greci hanno già occupato l’intero palazzo. Non riuscendo a darsi pace, comincia ad urlare a squarciagola il suo nome, senza ottenere risposta. Ad un tratto gli appare il fantasma della moglie che lo fa rabbrividire. Mentre cerca di parlare, la voce gli muore in gola, quindi è Creusa a prendere la parola:
Perché ti lasci andare ciecamente al dolore,
caro marito
? […]
Ciò che accade l’ha deciso
la ferma volontà dei Celesti; il destino
e il re dell’altissimo Olimpo non vogliono che tu porti
Creusa con te
. (II, vv.941-942 e 943-946)
Ecco che ritorna in scena il destino, la volontà degli dei contro la quale nessuno, nemmeno Enea, nulla può. La sposa gli anticipa, poi, gli avvenimenti futuri facendo riferimento anche ad una moglie di sangue reale che lo aspetta in Italia. Noi, che abbiamo letto l’Eneide, sappiamo trattarsi di Lavinia, sposa latina per la quale l’eroe troiano dovrà pure sostenere una guerra. Ecco che Creusa si fa da parte perché il suo amato dovrà raggiungere i lidi laziali da solo, senza vincoli coniugali.

Non c’è, nelle parole di Creusa, alcun riferimento ad una moglie fenicia, Didone appunto. Non fa parte dei progetti divini un matrimonio con l’infelice regina. Ma un connubio avviene; così lei chiama l’unione con Enea ed è pure favorita dalle dee Venere e Giunone, che per l’occasione mettono da parte l’antica ostilità. Giove, però, deciderà altrimenti.

PER LEGGERE LE ALTRE “PAGINE D’EPICA” CLICCA QUI.

[le immagini: “Enea e Didone”, affresco romano a Pompei; “Enea e Venere”, Tiepolo padre e figlio, affresco in Villa Valmarina, Vicenza; “Enea in fuga da Troia”, scultura di Bernini]

30 settembre 2010

ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 6:12 pm di marisamoles


In altri post mi sono dilettata a parlare di alcuni degli “eroi” greci che affollano gli omerici versi, ne ho messo in luce i vizi, piuttosto che le virtù, e ho notato come a fianco di ciascuno si possono collocare delle donne dal carattere forte. La carrellata, però, non finisce qui; dai poemi omerici, infatti, ci trasferiamo in ambito romano e quando parliamo di epica latina, alla memoria di ognuno di noi si affaccia un solo grande poema: l’Eneide di Virgilio.

Il nome del protagonista è noto a tutti; quello che forse è meno conosciuto è il suo ruolo all’interno del poema. Enea è un esule e ha il compito di portare il suo popolo, o almeno ciò che resta dei Troiani, lontano dalla città ormai distrutta. E’ un esule: di questi tempi il tema è alquanto di moda, viste le masse di extracomunitari che quotidianamente cercano di sbarcare sulle italiche rive. Ecco, immaginatevi una situazione di questo genere: un gruppo consistente di esuli troiani che, spinti dall’aspettativa e dalla speranza di una “terra promessa”, cioè l’Italia, si mette in viaggio e si lascia guidare da un condottiero di popolo illuminato dalla divinità. Eh già, perché anche qui, come nei poemi omerici, gli dei giocano un ruolo determinante, a cominciare da Venere che è addirittura la madre di Enea. Ma di questo parleremo più avanti.

Il tema dell’esilio, della fuga dalla patria ostile, dicevamo, è di grande attualità. Ma anche il passato meno recente ci riconduce allo stesso tema: pensiamo alle masse di nostri connazionali che, all’inizio dello scorso secolo, si mettevano in viaggio, spesso in situazioni precarie, per raggiungere l’America, terra sconosciuta, mossi da una disperata speranza di trovare fortuna, ma nello stesso tempo consapevoli dell’ignoto destino che li attendeva.
Ancora: verso l’inizio degli anni ’90, un altro popolo si muove dalla propria terra, lasciandosi alle spalle la miseria già sperimentata, per giungere, questa volta in Italia, con la speranza di trovare una fortuna ancora ignota. Sto parlando degli albanesi e non a caso il film di Gianni Amelio incentrato su questa tragedia, s’intitolava “Lamerica”. Quello che questi derelitti cercavano nel nostro paese era esattamente ciò che tanti italiani avevano cercato, nello scorso secolo, oltreoceano. “Lamerica” assume una connotazione paradigmatica della “fortuna” stessa che un popolo di disperati va cercando in fuga dalle proprie miserie.

Perché ho citato questi esempi? Per concludere che gli esuli troiani guidati da Enea possono essere paragonati ai nostri “antenati” o agli albanesi (a cui recentemente si sono aggiunti curdi, armeni e chi più ne ha, più ne metta)? Certamente no. La storia di Enea non è semplicemente quella dell’esule disperato alla ricerca di una vita migliore, anche se delle affinità con gli albanesi evidentemente ci sono, specialmente per quanto riguarda il punto d’arrivo del viaggio, che è appunto l’Italia. Ma la nostra penisola è una vera e propria “terra promessa”, non un casuale approdo, e il destino che attende i Troiani è ben noto, non ignoto o solamente vagheggiato come quello di tanti altri esuli. Se devo proprio cercare un termine di paragone, vedrei Enea simile a Mosè cui Dio ha affidato l’arduo compito di riportare il proprio popolo nella Terra Promessa. Ovviamente ci sono delle differenze: Mosè strappa gli ebrei dalla schiavitù e non solo li riconduce nella propria terra, ma ridà loro la libertà; il Dio di Mosè è unico ed il compito del biblico esule è anche quello di arrestare il dilagante politeismo per rafforzare la fede monoteista. Enea, invece, è un troiano che strappa il suo popolo a morte certa e terribile: a chi farebbe piacere concludere la propria esistenza tra le fiamme di un indomabile incendio? Inoltre, la terra verso cui deve salpare con le navi è conosciuta, ha un nome: Italia. Questa è la terra promessa dagli dei e dal Fatum che è espressione della volontà divina onnipotente e suprema. Il viaggio di Enea non è paragonabile a quella dei tanti disperati i cui naufragi affollano spesso le pagine dei giornali; certo anche lui ha le sue belle “gatte da pelare”, anche le sue navi faranno naufragio e anche il suo popolo sarà ospitato da genti straniere. Allora i centri di accoglienza non esistevano, ma agli esuli erano riservati tutti gli onori e nessuno presentava loro il “decreto di espulsione” se individuati come clandestini. Almeno in questo i Troiani erano fortunati.

Non dobbiamo credere, però, che durante il viaggio di Enea, paragonato, ad esempio, a quello di Ulisse, tutto fili liscio: anche l’eroe virgiliano deve lottare contro le sventure e le avversità determinate dagli dei ostili, specie Giunone che non aveva dimenticato ancora l’affronto di Paride (sempre per quella mela che così imprudentemente aveva assegnato ad Afrodite!) e aveva giurato vendetta nei confronti dei Troiani. Ma gli dei nell’Eneide sembrano essere un po’ più malleabili (vedremo che Giunone addirittura si metterà d’accordo con Venere, sua acerrima nemica), meno vendicativi e meno rigidi nell’imporre la loro volontà. Sono anche meno capricciosi e litigiosi e più partecipi dei sentimenti umani, rispetto agli dei omerici sempre pronti a scannarsi e incapaci di immedesimarsi nelle umane sofferenze (se fanno durare dieci anni il viaggio di Ulisse!).

Il tema del viaggio e quello della guerra (presente non solo nel ricordo degli ultimi istanti di vita di Troia, ma anche nella parte finale del poema, quando Enea dovrà combattere, contro Turno re dei Rutuli, per entrare in possesso della “terra promessa”) costituiscono il trait d’union con i poemi omerici. Del resto Virgilio aveva ben presente l’Iliade e l’Odissea ed Omero rappresentava l’auctoritas da cui trarre spunto nella stesura della sua opera. Non solo, ma nel progetto culturale della pax Augusta, il poema si colloca come strumento di esaltazione della grandezza di Roma e della sua missione civilizzatrice, perché Troia, simbolo della potenza antica, cade e resuscita, grazie ad Enea, sui sette colli.

Se è impossibile, per ragioni cronologiche, attribuire ad Enea la fondazione di Roma, è possibile comunque creare un legame tra gli esuli troiani e i Romani: Iulo (o Ascanio), figlio di Enea, fonderà Albalonga, città natale dei due gemelli, Romolo e Remo, mitici fondatori della città di Roma. Addirittura, una delle gentes più importanti nell’Urbe è proprio la gens Iulia, quella, per intenderci, che darà i natali a Giulio Cesare.
Ecco, quindi, la chiusura del cerchio; ma per portare a compimento questo progetto, Enea deve essere una persona speciale e questa sua peculiarità è riassunta nell’epiteto che lo accompagna sempre nei versi virgiliani: pius. La traduzione letterale in italiano crea spesso dei problemi d’interpretazione: “pio” non significa, in questo contesto, “pietoso”, “misericordioso”, bensì “devoto”. In effetti Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti.

Enea è pio nel momento in cui accetta tutto ciò che gli arriva dall’alto, senza pensare al proprio bene, ma a quello di tutti i suoi cari, del suo popolo, della sua patria. Di fronte alle sofferenze si adagia, con animo pio, appunto, non lotta come Achille o Ulisse, perché sa che lottare contro il Fato è inutile ed arrabbiarsi oltre a non servire a nulla, fa stare anche peggio.
Da questo ritratto sembrerebbero prevalere gli aspetti positivi del suo modo di agire, anche rispetto agli eroi omerici; questa sua sensibilità verrà meno proprio dove servirebbe di più: in amore.

[nell’immagine “Enea e Anchise” di Gian Luigi Bernini, tratta dal sito Settemuse]

14 Mag 2010

CENABIS BENE MI FABULLE … A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI

Posted in dolci, letteratura latina, poesia tagged , , , , , , , , , , , a 7:14 pm di marisamoles


Così inizia il carme 13 di Catullo, famoso poeta latino vissuto nel I secolo a.C. Ecco il testo originale:

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Famoso lo era davvero, Catullo, ma non tanto per l’attività poetica, quanto per l’amore appassionato che gli ispirò gli indimenticabili versi dedicati a Lesbia. Ma di questo ho già parlato in un altro post. (LINK )
L’attività poetica, a quanto pare, non doveva essere molto redditizia; infatti, al verso 8 del carme confessa all’amico Fabullo, che si era autoinvitato a cena, di essere senza il becco di un quattrino, come diremmo noi adesso. All’ospite, quindi, non restava altro da fare che portarsi dietro il cibo, e non solo: avrebbe dovuto provvedere anche all’escort di turno, una “candida fanciulla”, magari procurarsi anche del vino e un po’ di allegria. Pare, infatti, che gli antichi Romani apprezzassero molto l’allegria e il divertimento, oltre che il buon cibo.

In cambio di tutto questo ben di dio, però, Catullo era in grado di offrire all’amico un unguento meraviglioso che gli stessi dei dell’amore avevano procurato alla sua fanciulla, un unguento talmente odoroso che alla fine Fabullo avrebbe pregato gli dei di trasformarlo in un … naso. Era usanza, infatti, che ai convitati si offrissero dei profumi preziosi, in forma d’unguento, che di solito erano contenuti in pregiate boccette e, a seconda delle essenze profumate utilizzate, potevano essere davvero molto costosi.

Ma cosa mangiavano in realtà gli antichi Romani?
Considerando che agli inizi della loro storia erano un popolo dedito prettamente all’agricoltura e all’allevamento, possiamo supporre che si nutrissero dei prodotti ricavati da tali attività. Prodotti tipici erano, ad esempio, l’olio, il vino, i farinacei, i legumi, le verdure coltivate negli horti e le erbe selvatiche della cui raccolta si occupavano prevalentemente le donne. Gli animali da cortile producevano le uova ma non venivano quasi mai mangiati; le galline, infatti, erano più sacre delle vacche in India. Qualche galletto ogni tanto finiva sulla brace, ma nulla di più. Si allevavano prevalentemente ovini e suini, ma la carne preferita era quella che proveniva dalla caccia della selvaggina, soprattutto cinghiali. La carne bovina, invece, non veniva consumata perché i buoi erano animali da lavoro: macellare un bue era come uccidere uno schiavo ed era anche un reato punito con la confisca dei beni del reo e il suo esilio, quando addirittura non veniva condannato a morte. Questo almeno fino alla fine del II secolo a.C. Poi, anche in cucina, arrivarono le mode estere, quindi i gusti dei Romani cambiarono. La carne dei grossi animali, però, rimaneva un cibo di lusso perché la loro macellazione era laboriosa e la preparazione per la cottura richiedeva l’uso di spezie anche molto costose.
Quando la cucina romana era ancora frugale, per insaporire il cibo – sarebbe meglio dire per coprire il gusto terribile della carne marcescente, dato che la conservazione era difficile in assenza di frigoriferi e congelatori – si usavano le bacche di mirto; poi dall’oriente si iniziò ad importare il pepe che dovette piacere moltissimo ai Romani visto che lo mettevano anche nei dolci. La tradizione è giunta fino a noi: uno dei dolci tipici della cucina laziale è appunto il “pan pepato”. Il mirto continuò ad essere usato negli insaccati, in particolare nella mortadella che ancor oggi conserva nel suo nome il ricordo della spezia usata anticamente (da murta= mirto).

La dieta vegetariana poteva contare su una gran quantità di verdure che venivano consumate preferibilmente crude, inzuppate in un po’ d’aceto: l’antenato del nostro pinzimonio, insomma. Quelle cotte erano una pietanza da ricchi: secondo Catone il Censore, autore di un trattato intitolato De Agricultura, bisognava farne a meno perché, dovendosi utilizzare l’olio come condimento, era uno spreco tanto d’olio quanto di denaro. Ma lui, come si sa, era un po’ tirchio e soprattutto non amava il lusso. Infatti, s’incavolava parecchio perché le conquiste in Oriente avevano portato a Roma quella che lui definiva la luxuria asiatica, trasformando un popolo semplice e molto virtuoso, anche se un tantino rozzo, in un ammasso di pappemolli dedite a banchetti spropositati. Catone lamentava lo spreco di denaro che talvolta si faceva anche per dimostrare di poter offrire banchetti luculliani agli ospiti: si arrivava a spendere per un pesce più di quanto si pagasse un bue per lavorare i campi, il che, per uno come lui, era davvero una cosa impensabile. Forse non scherzava affatto, visto che, a proposito del costo del pesce, un po’ di tempo dopo (siamo nel I secolo d.C.) Giovenale ci racconta che un certo Crispino, cortigiano di Domiziano, aveva speso per una triglia, del peso di due chili (ma lo stesso Giovenale ipotizza che il peso fosse gonfiato dalla fantasia popolare!), ben 6000 sesterzi, circa 4000 euro. Ovviamente tutto ciò valeva per i ricchi perché i poveri in tutte le epoche non se la sono mai passata bene, indipendentemente dalle conquiste militari.

Con l’andar del tempo gli sprechi aumentarono, anche perché nel frattempo Catone il Brontolone era passato a miglior vita. I dati relativi al commercio con l’Oriente sono indicativi: nel I secolo d.C. si registravano scambi con l’India per ben 100.000.000 di sesterzi, l’equivalente più o meno di 70 milioni di euro odierni. E se Catone non poteva più tuonare contro gli sprechi, suo degno successore fu Plinio il Vecchio che, tuttavia, gridava al vento. I Romani, ormai, si crogiolavano nel lusso e non badavano affatto alle proteste e ai moniti dei vecchi brontoloni.
Offrire un banchetto, proprio perché era un chiaro segnale di prestigio sociale, poteva costare un occhio della testa. Fra i tanti nababbi la palma del più spendaccione spetta sicuramente a Lucullo (tant’è che ancor oggi si usa l’aggettivo “luculliano” per riferirsi ad un pasto particolarmente abbondante e ricco). Da Plutarco sappiamo che una cenetta offerta nella “sala di Apollo”, il triclinio preferito, a due ospiti d’eccezione, Pompeo e Cicerone, gli costò ben 50.000 sesterzi, vale a dire circa 33.000 euro. C’è da dire, però, che il cibo avanzato non veniva quasi mai buttato: era usanza portar da casa una grande salvietta, detta mappa, che serviva ai commensali per avvolgere gli avanzi e portarseli a casa. Una sorta di doggy bag ante litteram, insomma.

Per poter imbandire banchetti succulenti c’era bisogno di esperti nell’arte culinaria. Uno di questi, Apicio, non sarebbe probabilmente passato alla storia, se il suo ricettario, il De re coquinaria, non fosse giunto fino a noi. Fu talmente famoso ai suoi tempi che da allora tutti i cuochi vennero chiamati Apicio. Ma se sfogliamo le pagine del suo libro, rimaniamo delusi: prima di tutto nelle ricette non sono quasi mai riportate le dosi. Ciò può essere spiegato con la bravura che ancor oggi viene attribuita agli chef di cucinare “a occhio”. Gli elenchi di ingredienti che si trovano nel De re coquinaria sono in realtà dei promemoria e le uniche dosi presenti riguardano le ricette dietetiche che rientravano nelle prescrizioni mediche.

Da Apicio sappiamo che gli abitanti dell’impero non usavano quasi mai il sale come condimento, un po’ per il suo costo (proprio per questo preferivano utilizzarlo per la conservazione dei cibi) e un po’ perché con l’umidità tendeva a diventare una specie di pappetta difficile da dosare. Al suo posto veniva utilizzato il garum, una sorta di pasta d’acciughe moderna. Non siamo sicuri che fosse una prelibatezza, anche se il suo costo poteva esser molto alto; Plinio il Vecchio non lo sopportava e lo definiva “marciume di pesce”. Ma non tutto il garum gli faceva così schifo: quello che arrivava dall’Africa e dal sud-ovest della Spagna aveva il colore del miele ed era talmente buono che lo si poteva bere a bicchierini. Mah, i Romani dovevano essere ben strani!
Apicio parla anche di un altro condimento, più semplice, chiamato liquamen –il nome non è per nulla rassicurante- che probabilmente indicava solo una soluzione di acqua e sale, più o meno la nostra salamoia.
Poi c’era il silfio, una pianta selvatica che cresceva nei pressi di Cirene: il suo succo, chiamato laser, una volta estratto, a contatto con l’aria si solidificava ed era venduto a peso d’oro anche perché la pianta non poteva essere coltivata. Insomma, tra il garum, il,siflio, le spezie indiane, gli animali e i cibi esotici un pasto poteva diventare davvero costoso. C’era anche chi, per dimostrare il prestigio e l’autorità, si cimentava in delle vere e proprie gare culinarie.


Si narra che la regina Cleopatra avesse scommesso con Marco Antonio di essere capace di spendere una vera e propria follia: più di 10 milioni di sesterzi, circa 7 milioni e mezzo di euro. Il banchetto offerto fu davvero strepitoso ma Antonio era convinto di poter far di meglio. Tuttavia non aveva fatto i conti con la stravaganza di Cleopatra: la regina si fece portare una coppa d’aceto, si tolse una delle magnifiche perle che aveva indosso, un gioiello di valore inestimabile, la sciolse nel liquido e la bevve. Quando fu sul punto di sfilarsi l’altro orecchino fu bloccata dall’amante che riconobbe la sconfitta e pagò il conto.

Vediamo ora in che cosa consisteva una cena romana, iniziando dall’antipasto.
C’è un detto popolare, ab ovo, che ci fa ben capire che i Romani iniziavano il pasto proprio da lì: dalle uova. Per essere precisi, si diceva ab ovo usque ad mala per indicare i due estremi del pasto: vale a dire, dalle uova alla frutta.
Oltre alle uova, per antipasto venivano consumate anche le olive, i ceci bolliti e delle foglie d’insalata, esattamente quella varietà che oggi chiamiamo “lattuga romana”, che venivano mordicchiate dopo essere state inzuppate nell’aceto, come si è detto in precedenza. Costituiva un’ottima alternativa il tonno che veniva accompagnato dall’erba cipollina o porri. Ma anche in questo caso, le uova non mancavano mai.
Il tutto era accompagnato da una specie di focaccine: si tratta del libum (etimologicamente legato al verbo “libare”), la cui ricetta ci è stata tramandata dal Censore, a base di farina, uova e formaggi freschi della zona.

Il formaggio, inizialmente ricavato dal latte di capra e di pecora, costituiva la seconda portata della cena romana. Solo verso il I secolo a.C. si iniziò a produrre anche il formaggio dal latte vaccino.
Svetonio nella sua opera Vite dei dodici Cesari tramanda che l’imperatore Augusto era particolarmente ghiotto di caseum bubulum che di certo non poteva essere annoverato fra i prodotti di lusso degni di un imperatore. Egli, tuttavia, accontentandosi di pasti frugali visse ben 77 anni!
I Romani amavano lavorare il formaggio mischiandovi erbe, noci, pinoli o sesamo, un po’ come succede ora con i fromage aux fines herbes ed altre specialità francesi che, però, sono tutt’altro che a buon mercato.

I primi piatti non erano molto di moda perché i Romani preferivano passare direttamente al piatto forte costituito dalle carni. Le minestre, poi, erano difficili da mangiare sdraiati sul triclinio e per questo costituivano piuttosto la cena dei poveri che non potevano permettersi di consumare le pietanze a base di carne. Non mancano, tuttavia, nel libro di Apicio delle ricette di primi piatti, c’è persino quella della lasagna chiamata Piatina cotidiana. A leggerla, però, non si direbbe un piatto particolarmente invitante per il nostro palato. Il termine “pasticcio” risulta essere più che appropriato: la “piatina”, infatti, è un misto di “poppa di scrofa”, pesce e carne di pollo, il tutto annaffiato con il liquamen, un po’ di vino e degli aromi e uova sbattute a costituire il sugo che veniva alternato, nella padella, al laganum, ovvero la sfoglia di pasta. Ed ecco spiegato il nome della nostra mitica lasagna, anche se attualmente l’emiliana è più nota della laziale. Quanto al gusto, non ci giurerei che fosse proprio strepitoso.
Oltre alle minestre e alla zuppa di pesce, nell’antica Roma si usava cibarsi anche della polenta. Ma come, direte voi, se il mais ancora non lo conoscevano? Be’, in effetti, loro usavano il farro e l’alica, una specie di semolone di grano duro. Sempre il nostro Apicio ci riporta una ricetta per fare la polenta accompagnata dalla salsa oenococta, ovvero di vino, nella quale si cuocevano talvolta le braciole di maiale.


Nei banchetti della Roma bene il piatto forte era costituito, come già detto, dalla carne. Ma i peccati di gola spesso si scontavano con l’arrivo dell’odiata gotta: ne soffrivano in molti, appartenenti alle classi più abbienti e anche in giovane età. Non ne fu immune nemmeno Marco Antonio che morì a 53 anni, non troppo vecchio per quei tempi ma nemmeno così giovane.
La carne maggiormente servita nei banchetti dei ricchi era quella suina e ovina, in particolare il capretto. Apicio nel suo De re coquinaria trascrive anche la ricetta del “prosciutto in crosta”: Preso un prosciutto e lessato con moltissimi fichi secchi e tre foglie di alloro, lo si scuoia, si incide a rombi e lo si inzuppa di miele. Poi si fa una pasta con farina e olio e se ne riveste il prosciutto. Quando la pasta sarà cotta, la si leva dal forno. Pare che questa ricetta si esegua ancor oggi in America dove, al posto dei fichi secchi, si usa la melassa.
Accanto alle braciole di maiale, al capretto al forno e al prosciutto, i Romani usavano servire le interiora, tuttora molto utilizzate nella cucina laziale. Fegatelli, cervella, rognoni e fegato erano e continuano ad essere delle vere prelibatezze, servite ancor oggi nelle trattorie dei Castelli Romani.
Come ho già detto, il consumo della carne bovina era proibito fino al II secolo a.C., quindi era impensabile preparare, ad esempio, una buona trippa. Si tramanda che un riccone, tanto goloso quanto incauto, fece uccidere un bue per preparare una gustosa e invitante trippa da offrire al giovane amante; qualcuno evidentemente spifferò in giro l’atto sacrilego e il poveretto fu condannato alla confisca dei beni e all’esilio. Tutto per una trippa!

Oltre a quella di maiale, la carne certamente più diffusa era quella degli animali da cortile, nonostante il loro consumo fosse anch’esso limitato fino al II secolo a.C. Le galline, ad esempio, venivano allevate specie per le uova, come raccomanda nel De agricoltura Catone ad una fattoressa. Solo quando erano vecchie si potevano ammazzare ma la carne era così dura da mangiare arrosto che si preferiva farne un brodo. Da qui il detto “gallina vecchia fa buon brodo”.
Altri volatili particolarmente apprezzati erano le oche dal cui fegato si ricavava il foi gras. Secondo Plinio il merito della diffusione di questa leccornia, ancora tanto in voga da aver travalicato i confini della Francia, si deve al console Metello Scipione che, però, dovette in effetti solo trasmettere ai Romani un’usanza già diffusa dai Greci nel IV secolo a.C.
Anche i pavoni pare venissero mangiati ma erano costosissimi. Marziale, in uno dei suoi epigrammi, ironizza sulla loro diffusione tra i ceti abbienti facendo dire al contadino Ofello che un pavone non valeva un buon pollo. L’unica differenza tra i due erano le piume ma Ofello saggiamente osserva: “Non te le mangi mica le piume!”.

Come ho già detto all’inizio, i Romani amavano moltissimo il pesce ed erano disposti a spendere delle follie per ostentare la ricchezza dei loro banchetti. Non solo, pare fossero dei veri e propri esperti della fauna ittica. Si racconta che un certo Montano, contemporaneo di Nerone, si vantasse di saper distinguere al primo assaggio un’ostrica proveniente da lago di Lucerino da quella pescata nel largo del Circeo e che Apicio avesse affrontato un periglioso viaggio fino alle coste libiche per pescare dei crostacei, ma che giunto fin là, avesse deciso di tornare indietro, a ceste vuote, perché non vi aveva trovato alcuna differenza con quelli laziali.
A parte i crostacei, triglie, murene e spigole erano particolarmente apprezzate, cotte in vario modo, anche sotto forma di tortini. Molto utilizzato per insaporire il pesce era l’aceto, al posto del limone che noi preferiamo. Pare che i Romani mettessero questo agrume nei cassetti per allontanare le tarme o che lo mangiassero attribuendogli il potere di antidoto contro i morsi dei serpenti. Di utilizzarlo in cucina, però, non ci pensavano nemmeno.

Anche sul consumo delle verdure si è già parlato. Non mancavano mai sulle tavole dei Romani, poveri o ricchi che fossero. Particolarmente apprezzato era il cavolo. Catone lo considerava un toccasana anche contro gli effetti molesti delle sbornie: ne mangiava in gran quantità, inzuppando le foglie nell’aceto, prima di andare a cena e quando rientrava dal banchetto. Si vantava di avere sempre evitato di ubriacarsi facendo ricorso a questo semplice accorgimento.
Pare che i cavoli non mancassero nemmeno sulle tavole imperiali: Tiberio si sarebbe arrabbiato più volte con il figlio Druso perché si rifiutava di mangiarlo, anche perché Apicio l’aveva convinto che facesse schifo. Come si può ben osservare, ai bambini non piacciono le verdure, tantomeno i cavoli … nemmeno a quelli dell’antica Roma.
Onnipresenti sulle antiche tavole erano anche i legumi, come fave, ceci e lenticchie; non mancavano i tartufi, sia quelli di Norcia sia quelli libici, le tertezie, che hanno tutt’altro gusto e profumo da non reggere minimamente il confronto con i locali. Apicio, tuttavia, disprezzava le verdure e le sue ricette a base di vegetali non sono particolarmente invitanti.

Dulcis in fundo … il dessert non pare fosse servito alla fine della cena. Se riprendiamo in esame il detto ab ovo usque ad mala, dobbiamo concludere che il pasto degli antichi Romani vedeva nella frutta, specie nelle mele, l’usuale epilogo. Probabilmente i dolci venivano consumati fuori pasto, anche se c’è una testimonianza di Petronio che nel Satyricon, in occasione della famosa cena di Trimalcione, descrive una monumentale portata costituita da un trionfo di pasta sfoglia dolce foggiata a forma di Priapo (divinità rappresentata con un enorme fallo) che reggeva nel suo grembo un’immensa quantità di frutta ed era circondato da torte.
Un dolce molto comune aveva un nome che poi è stato utilizzato per definire tutt’altra cosa: la placenta. Il termine deriva dal greco plakois e significa semplicemente focaccia; si suppone che la parola sia stata poi usata per definire la “sacca” entro la quale cresce il feto nel grembo materno proprio per la particolare forma. Insomma, la placenta è il “dolce della mamma”.
I Romani ne confezionavano di gigantesche: ad esempio, quella di cui ci fornisce la ricetta Catone nel suo De agricoltura pesa addirittura più di otto chili. Ha un solo difetto: visto che si utilizzava il miele come dolcificante ed era caro, Catone, con l’occhio alla spesa che non doveva essere mai esagerata, ne usava pochissimo, quindi il sapore non doveva essere un granché.
Accanto alla placenta si preparavano i globi, delle focaccine tonde a base di formaggio fresco e alica che si ricavava da un tipo di grano duro proveniente dalla montagna, detto anche triticum dicoccum per la difficoltà con cui si riusciva a decorticarlo. I globi venivano generalmente fritti, bagnati con il miele e spolverati con i semi di papavero.
Ma il capolavoro dei capolavori è costituito dalla cosiddetta cassata di Oplontis. Di questo dolce non esiste una ricetta ma è stato “ricostruito” sulla base di un affresco che si trova in uno dei triclini (sale da pranzo) della villa di Oplontis (Torre Annunziata), basandosi anche sul tradizionale dolce siciliano, con cui ha in comune gran parte degli ingredienti. (per la ricetta clicca QUI)

E dopo aver curiosato nei triclini degli antichi Romani, non resta che augurare a tutti BUON APPETITO! Meglio, però, gustare le nostre saporite ricette moderne, piuttosto che quelle un po’ sciape e alquanto improbabili dei nostri progenitori.

[nelle immagini: alcuni dipinti di Sir Lawrence Alma Tadema; foto dei resti della villa di Lucullo presso Pizzofalcone; la foto del particolare dell’affresco del pesce è di Giovanni Lattanzi]

1 luglio 2009

L’AMORE AI TEMPI DI CATULLO

Posted in amore, latino, letteratura latina, scuola tagged , , , , a 3:20 pm di marisamoles

catullo e lesbiaNei tempi antichi l’amore inteso come trasporto passionale (eros) era un sentimento del tutto estraneo all’interno del matrimonio. Gli sposi, infatti, prima di arrivare all’ “altare” non si conoscevano nemmeno, o si erano appena intravisti. Questo comportava non pochi problemi: dietro la pietosa scusa che per un legame duraturo e fedele non ci fosse bisogno di essere innamorati, si nascondevano spesso unioni infelici, almeno per quanto riguarda le donne. Gli uomini, infatti, si concedevano delle libertà –più o meno come ai giorni nostri, almeno per quanto ci è dato sapere dai gossip– che, se fossero state appannaggio delle donne, avrebbero irrimediabilmente minato la loro reputazione. Detto in soldoni, le donne qualora si concedessero delle distrazioni, erano classificate come appartenenti al genere muliebre che prestava servizio nei lupanari, ovvero le case di tolleranza che offrivano sollazzi agli antichi Romani.

Il matrimonio, dunque, era un affare come un altro: il futuro sposo, infatti, donava alla donna l’anello nuziale (anulus pronubus), simbolo di fedeltà, e una caparra (arrha) al futuro suocero quale pegno del contratto matrimoniale. Questo poteva succedere quando la fidanzata era ancora molto piccola, dato che a quei tempi le ragazze a quattordici anni erano già spose e madri. Allora la vita media, infatti, era molto più breve rispetto ad oggi, quindi bisognava un po’ accelerare i tempi. La donna, poi, passava da un padrone all’altro: dalla tutela del padre a quella dello sposo. A seconda dei periodi poteva, tuttavia, godere di alcune libertà: uscire per andare a far visita alle amiche e per lo shopping, assistere col marito ai ricevimenti o partecipare ai banchetti, astenendosi dal bere vino onde evitare di fare brutte figure qualora avesse alzato un po’ il gomito, ma quando la cena, giunta alla comissatio, diveniva eccessivamente animata, ovvero entravano in scena le fanciulle danzanti e disponibili ad intrattenere gli ospiti, la donna per bene, la matrona, doveva andarsene  Inoltre, quando appariva in pubblico, la matrona romana ideale doveva comportarsi nel rispetto delle tradizionali austerità e compostezza, in modo che sempre le si potesse riferire l’antichissima epigrafe, divenuta proverbiale: Casta fuit, domum servavit, lanam fecit (Fu casta, custodì la casa, filò la lana). Vita grama davvero quella delle donne dell’epoca!

Ma anche se i tempi cambiano, i vizi sembrano non mutare mai. Infatti c’erano anche nell’antica Roma le dovute eccezioni. In una di queste s’imbatté il nostro povero Catullo. Egli si innamorò di una certa Lesbia, almeno così il poeta chiama la sua donna nelle numerose poesie a lei dedicate. Ma si tratta certo di uno pseudonimo, un nome fittizio usato per mascherare quello vero, in modo che la buona reputazione della donna in questione non venisse intaccata. Operazione che a Catullo, nonostante la più buona volontà, riuscì piuttosto male visto che tutti a Roma -e pure noi dopo  più di duemila anni- sapevano che la fanciulla in questione era una tal Clodia, gentildonna della “Roma bene” che, in quanto a fama, non faceva certo parte della schiera di donne virtuose descritte nell’epigrafe citata.

Catullo era doppiamente sfortunato: in primo luogo apparteneva al gruppo dei Poetae Novi che, seguendo l’antica tradizione greca, si dedicavano alla stesura di poesie “liriche”, affidando ai versi l’espressione dei più intimi sentimenti. Allora, però, questi poeti erano alquanto snobbati; la poesia, quella vera, era considerata l’epica, volta alla celebrazione delle eroiche imprese con fine prettamente didascalico. Ora, cos’aveva da insegnare Catullo e gli altri Poetae Novi assieme a lui? Nulla. A parte, forse, come evitare di diventare lo zerbino di un’amante ingrata che si prende gioco degli sciocchi che le corrono dietro, nonché lo zimbello di tutti. Ma forse questa non era la materia didascalica per eccellenza. Da che mondo è mondo, infatti, per amore si soffre e, nonostante gli esempi illustri di chi si è rovinato per correre dietro alle gonnelle, non s’imparerà mai abbastanza. Ogni esperienza è personale e a nulla vale l’esempio di altri, nel bene e nel male.
L’Altro motivo per cui si può con certezza affermare che Catullo fosse sfortunato è che questa Lesbia, o Clodia che dir si voglia, non se lo filava per niente, o meglio, cedeva alle di lui lusinghe quando non aveva altro da fare o nessun altro pollo da spennare. Non ci stupiremmo, quindi, se il poeta soffrisse di qualche complesso … per dirla con Freud, di traumi deve averne subiti parecchi e la rimozione non sembra gli  riuscisse alla perfezione. Eh no, povero Catullo, il pensiero tornava sempre là, alla sua Clodia o Lesbia, insomma pare volesse incrementare la sua infelicità quando non gli pareva d’essere sufficientemente infelice, in una sorta di autolesionismo quasi cronico.

Ma Lesbia non era una donna come le altre. Pare fosse più vecchia di lui di una decina d’anni, sorella del tribuno Publio Clodio e moglie, nonché vedova in seguito, di Quinto Cecilio Metello. Tuttavia l’identità vera della donna in questione non ha importanza primaria; quel che conta, infatti, è ciò che per Catullo Lesbia rappresentò: l’oggetto di un amore altalenante fra momenti di felicità sublime e momenti di più cupa infelicità, da cui derivarono gioie intensissime e acuta sofferenza. Questo stato d’animo così oscillante è perfettamente rappresentato da uno dei carmi più celebri del poeta veronese: Odi et amo (c. 85).

Odi et amo. Quare Id faciam,fortasse requiris.
Nescio,sed fieri sentio et excrucior
.

[Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tormento.]

In questa poesia si esemplifica l’ossimoro catulliano: amore e odio, sentimenti contrastanti di cui il poeta non si capacita. Si chiede, infatti, perché possa succedere di amare e odiare nello stesso tempo la sua donna, ma non sa darsi risposta e, rassegnato nonché disperato, risponde che è così e basta.

Sulla scia di Catullo molti hanno ripreso quest’ossimoro, anche nelle canzoni.
Totò, ad esempio, nel testo di una delle più famose canzoni italiane, Malafemmena,  scrisse:

Femmena,
tu si’ a cchiù bella femmina …
Te voglio bene e t’odio,
nun te pozzo scurdà
.

senza riuscire a scordare colei che era per lui fonte di dolore. Ma in tempi più recenti, anche Mina gridava ad un suo fantomatico amante:

Ti odio, poi ti amo,
poi ti amo, poi ti odio,
poi ti amo…
Non lasciarmi mai più:
sei grande, grande, grande,
come te sei grande solamente tu
.

anche se, nonostante l’odio, l’amore aveva la meglio, se definiva l’uomo “grande”, anzi quattro volte “grande”. Anche il dolcissimo Baglioni, alle prese con un amore totalizzante, cantava:

Io ti odio ti odio ti odio,
ma perché sei tanto bella
ti odio perché non scompari,
perché non ti uccidi
e perché ti voglio tanto io

salvo volere la morte della donna in questione, giusto per liberarsi dal fastidioso legame con una donna troppo bella. Valli a capire i cantautori! E non è da meno Adriano Celentano che, passibile di denuncia per plagio, mette in musica i versi di Catullo, precisi precisi:

A chi vorrai sembrar bella
di nessuno… ti importerà
[…]
Di chi sarai? Chi bacerai?
A chi tu morderai
Le labbra sue
Come facevi a me
Mentre io… morivo per te
?  (Sarai uno straccio)

Infatti, se confrontiamo i versi 16-18 del carme 8 di Catullo:

Quis nunc te adibis? Cui videberis bella?
Quem nunc amabis? Cuius esse diceris?
Quem basiabis? Cui labella mordebis?

[Da chi ora te ne andrai? A chi parrai bella?
Chi ora amerai? Di chi si dirà che tu sei?
Chi bacerai? A chi morderai le labbra?]

non può non saltare all’occhio la somiglianza quasi letterale tra i due testi.

Quest’ultima poesia mette in luce la grande amarezza provata dal povero Catullo in conseguenza di uno dei tanti abbandoni da parte di Lesbia. Lei era fatta così; ogni tanto si stufava e lo ignorava, pur sapendo che se ne sarebbe pentita e sarebbe ricaduta fra le sue braccia. Ma per lui ogni abbandono era come se fosse il definitivo; chi ha provato ad innamorarsi di una persona volubile, per dirla con un eufemismo, lo sa bene. Ogni volta che si viene abbandonati ci si dispera e si giura che basta, anche se poi l’amante si rifarà vivo o viva, lo/la si manderà a quel paese. Anche Catullo ogni tanto ci cascava, senza rendersi conto che lei si divertiva a calpestare la sua dignità, che lo faceva apparire lo zimbello di cui tutti si prendevano gioco. Insomma, quasi quasi la storia di Catullo e del suo infelice amore assomiglia alla trama di qualche gossip attuale, ma allora il marchio di “cornuto e felice” non era così facile da sopportare. Pensate poi che lui era un poeta, che i suoi tormenti li metteva in versi, di conseguenza smettevano di essere fatti privati e lo esponevano al pubblico ludibrio. Come quella volta in cui, stufo di essere preso per i fondelli, decise che non meritava “uscire pazzo” per Lesbia che aveva perso l’occasione di avere un partner fedele (il foedus, cioè il patto di fedeltà, era fondamentale per gli antichi Romani nei rapporti amorosi);  peggio per lei. (cfr. c. 8).

Però un po’ di comprensione la merita anche lei, Lesbia. Catullo, infatti, doveva essere un po’ ossessivo, mai sazio di baci, ad esempio, visto che ai vv. 7-11 del carme 5 scrive:

da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus
[…]

[Dammi mille baci, e poi cento,
e poi altri mille, e poi di nuovo cento,
e poi ancora mille, poi cento.
Poi, quando ne avremo sommate molte migliaia,
li confonderemo per non sapere quanti ce ne siamo scambiati. ]

Forse lei alla fine aveva perso il conto e lui se l’era presa. Mi torna in mente un’altra canzone, “Creola” cantata dalla Cinquetti, che dice “Straziami ma di baci saziami”. Ecco forse Catullo aveva straziato abbastanza la sua Lesbia che l’aveva, per l’ennesima volta, abbandonato. Ma lui, alla fine, comprendendo che di lei non poteva fare a meno, in un’altra poesia scrisse:

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
“Qui potis est”, inquis? Quod amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus
. (c.72)

[Un tempo dicevi di amare soltanto Catullo,
o Lesbia, e di non volere nemmeno Giove al posto mio.
Allora ti amai, non solo come la gente ama l’amica,
ma come il padre ama i suoi figli e i suoi generi.
Ora ti ho conosciuta; perciò anche se brucio più ardentemente,
tuttavia per me  sei molto più spregevole e insignificante.
“Come è possibile?”, dici. Perché tale offesa costringe
l’amante ad amare di più, ma a volere meno bene.] 

Forse a noi sfugge la differenza tra “amare” e “voler bene”, ovvero non comprendiamo fino in fondo quale fosse il significato attribuito a tali espressioni dai Romani. In realtà il verbo “amare” faceva riferimento esclusivamente al rapporto carnale, passionale, l’eros insomma, mentre con l’espressione “bene velle”, che traduciamo alla lettera senza renderle giustizia, s’intendeva un rapporto di stima e fiducia reciproca. Detto altrimenti, Catullo aveva perso la stima in lei, soprattutto perché Lesbia aveva mancato più volte al foedus, anche se non disdegnava d’infilarsi nel suo letto. Quindi, a rigor di logica, aveva accettato di fare sesso senza amore, cosa che per lei, suppongo, non doveva essere poi così difficile. Né Catullo era all’oscuro delle di lei tresche, visto che nei versi finali del carme 11 declama:

cum suis uiuat ualeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans uere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit uelut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est
.

[viva pure e goda con i suoi amanti, (lett. “ganzi”)
tenendone trecento fra le braccia,
e non amandone sinceramente nessuno
ma ugualmente rompendo i fianchi di tutti;
e non aspetti, come prima, il mio amore,
che per sua colpa cadde come fiore dell’ultimo prato,
dopo che fu toccato da un aratro che passava.]

Insomma, dalla lettura del carme pare che Catullo si fosse rassegnato, tanto da rivolgersi ad un rivale, tale Celio, con queste parole:

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimi Remi nepotes
. (c. 58)

[O Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,
quella Lesbia che, sola, Catullo
amò più di se stesso e di tutti i suoi cari,
ora agli incroci delle strade e nei vicoli
“scortica” i nipoti del magnanimo Remo.]

Su chi fosse questo Celio, si possono fare solo delle congetture. Potrebbe trattarsi di M. Celio Rufo, oratore difeso da Cicerone nella celebre orazione Pro Coelio (56 a.C.) che pare fosse stato l’amante di Clodia dal 59 al 57 a.C, da lei accusato di gravissime colpe. Può essere che Catullo gli fosse amico prima della sua relazione con Lesbia, dato che nel c. 77 gli rimprovera di aver tradito l’amicizia rubandogli il suo amore:

Rufe, mihi frustra ac nequiquam credite amice
(frustra? immo magno cum pretio atque malo),
sicine subrepsti mi, atque intestina perurens
ei misero eripuisti omnia nostra bona?
eripuisti, heu heu nostrae crudele venenum
vitae, heu nostrae pestis amicitiae
.

[O Rufo, io mi sono fidato di te, come di un amico, ma senza frutto e inutilmente
(senza frutto? che dico? l’ho pagata cara e salata),
così ti sei insinuato nel mio cuore, e, bruciando ogni mio affetto,
così hai strappato, a me infelice, ogni mia gioia.
Sì, l’hai strappata, acerbo veleno
della nostra vita, ohimè, infamia della nostra amicizia.]

Se l’identificazione fosse esatta, si potrebbe dire che al nostro Catullo non gliene andava bene una: oltre a rimanere senza donna, resta pure senza l’amico. Ma come nelle migliori tradizioni, non parrebbe strano che l’amico più caro gli soffiasse la donna, pur essendo improbabile che, dopo l’ennesima rottura con Lesbia, Catullo andasse in cerca proprio di questo Rufo. O forse si tratta d un  altro Celio, un tale proveniente da Verona, che viene nominato anche al carme 100, e a lui sarebbero quindi indirizzati questi versi in cui, diciamolo, la fanciulla non viene dipinta come donna virtuosa. Infatti il verbo globo ha una valenza piuttosto negativa; letteralmente significa “levare la scorza” e facilmente si può intuire il suo significato traslato. D’altra parte, da una che frequenta gli angiporti, ovvero le viuzze dove si trovavano le stanze delle meretrici, non ci si può aspettare nulla di meglio. Eppure Catullo ce ne mise di tempo per capire che Lesbia non se lo filava per niente, che lui era solo un trastullo di cui lei si stufava presto e che prendeva e mollava a piacimento. Lui, poi, era anche squattrinato, come osserva nel carme dedicato a Fabullo, un amico un po’screanzato che si era autoinvitato a cena (cfr. carme 13).  Il poeta, un po’ ironicamente in verità, non rifiuta di accoglierlo come ospite ma gli dice di portarsi dietro la  cena perché  tui Catulli plenus sacculus est aranearum (il portamonete del tuo Catullo è pieno di ragnatele). Certo, di un poeta povero in canna Lesbia non se ne faceva proprio nulla visto che poteva avere quanti uomini voleva ed essere anche pagata. Una specie di escort moderna, insomma.

Quello che la donna crudele e ingrata non comprese mai fu quanto lui l’amasse. Nel carme 87, una vera e propria dichiarazione d’amore di cui, probabilmente, ancor oggi qualcuna vorrebbe essere destinataria, un Catullo rassegnato ma non pentito scrisse:

Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est
.

[Nessuna donna può dire di essere stata amata così
sinceramente, quanto la mia Lesbia fu amata da me.
Mai in nessun patto ci fu tanta fedeltà,
quanta si è potuta riscontrare nel mio amore per te.]

Un peccato davvero che Lesbia, anche se bella e desiderata da molti, sia stata così ottusa. Mai un “canzoniere” così ricco di emozioni e di sentimenti, pur contrastanti, fu scritto per altre. A Catullo dobbiamo attribuire almeno questo merito, se non altro. Forse gli studenti che si apprestano a fare le traduzioni delle sue liriche non riescono ad apprezzare fino in fondo i suoi versi; leggere una buona traduzione semplicemente per diletto lo farebbe senz’altro rivalutare anche dai più giovani.

[Nell’immagine: dipinto di Godward]

31 marzo 2009

Protetto: LUCREZIO E IL “DE RERUM NATURA”

Posted in latino, letteratura latina, scuola tagged , , a 7:50 pm di marisamoles

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6 marzo 2009

Protetto: VULPES AD PERSONAM TRAGICAM

Posted in latino tagged , , , , , a 5:55 pm di marisamoles

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