PORDENONE: STUDENTI CONTRO PROF

urlo_munchVita dura per un docente di Storia e Filosofia di un liceo pordenonese. Quando uno pensa di essere finalmente in vacanza e si può ritenere soddisfatto dagli esiti degli Esami di Stato che vedono premiata la sua terza (si tratta di un classico) con una media di voti piuttosto alta, ecco che arriva una stangata che forse non si aspettava. E già, perché gli studenti a volte sono perfidi; di fronte tutti “ciccì e coccò”, ma pronti a pugnalarti alle spalle. Anche quando non dovrebbero più pensare al “vecchio” prof, quando dovrebbero godersi finalmente le vacanze, quando l’Esame di Stato dovrebbe essere ormai archiviato e con lui, anche i cinque anni di liceo. Si sa, gli studenti fanno presto a dimenticare … E invece, c’è chi cova un risentimento antico e pensa di potersi sfogare con una lettera mandata ad un quotidiano, gettando un po’ di fango su un prof ignaro della trama tessuta alle spalle. Ma di questi tempi non ci si deve stupire di nulla, non c’è privacy che tenga, si mandano lettere ai giornali, anche le più inopportune, invece di interpellare i diretti interessati. Evidentemente Veronica Lario ha fatto scuola e i panni sporchi non si lavano più in casa. Ma questo l’ho già detto in un altro post di tutt’altro tenore.

Devo confessarlo, sto scrivendo con rabbia, pensando che gli allievi sono sempre in agguato, pronti a demolirti, o almeno a fare un tentativo. La vicenda è questa: sedici studenti dell’ultimo anno, freschi d’esame, pur avendo ottenuto presumibilmente delle votazioni di tutto rispetto –si parla, come ho già detto, di una media piuttosto alta- hanno espresso il loro scontento inviando al Messaggero Veneto una lettera di protesta contro il loro insegnante. Hanno ritenuto, infatti, di essere stati penalizzati dall’ignaro docente in quanto non li avrebbe adeguatamente preparati nelle proprie discipline. Nello specifico, le accuse mosse sono le seguenti: ha interrogato poco, non ha impedito che si copiasse durante le verifiche, ha spiegato per un numero insufficiente di minuti (ne hanno tenuto il conto?).

Bene, ora mi permetto di fare alcune considerazioni. La perfidia degli studenti non sta solo in questa specie di accoltellamento alle spalle, cioè nell’aver “dimenticato” di esplicitare il loro malcontento durante l’anno scolastico parlandone con il diretto interessato, ma sta soprattutto nel fatto che le accuse mosse, ammettendo che siano reali, nascono da situazioni che, sempre durante l’anno, ai ragazzi andavano benissimo. Non ho mai sentito, infatti, che qualcuno si sia lamentato per le poche interrogazioni o per il fatto che sia possibile copiare durante i compiti o che le spiegazioni siano brevi e approssimative. Diciamola tutta: che s’interroghi poco agli studenti fa un gran piacere così studiano di meno; che si possa scopiazzare è come partecipare ad un banchetto e arraffare quante più leccornie possibili, praticamente una festa; che le spiegazioni siano brevi è una manna perché così non ci si annoia. Ovviamente non conosco il motivo per cui il prof in questione abbia dedicato “pochi minuti” alle spiegazioni, ma posso immaginare che non abbia perso il resto delle ore a fare i fatti suoi. Non un prof che insegna da trent’anni e che sa il fatto suo. A volte si “perde” del tempo in discussioni e dibattiti su un dato argomento, anche attualizzando i messaggi, nel tentativo di rendere più accattivanti le lezioni. Non dimentichiamo, poi, che la lezione frontale, così com’era concepita “secoli” fa, non rientra più nella metodologia didattica cui dedicare il 100% delle ore. Quanto al fatto che il prof abbaia lasciato copiare, il più delle volte non è una scelta precisa –del tipo “tanto che me ne frega, peggio per loro”- ma una sorveglianza non da gendarme austriaco rientra nel patto formativo, quello per cui i ragazzi possono riporre nel loro insegnante quella stessa fiducia che l’insegnante ripone in loro. Ma questo gli studenti lo ignorano o fanno finta di ignorarlo.

Quello che più mi fa restare a bocca aperta sono le parole della preside che afferma di aver ricevuto segnali di difficoltà dagli alunni, nel corso dell’anno scolastico e che si farà carico di affrontare in maniera esplicita e approfondita il problema con il docente stesso solo se le arriverà una segnalazione firmata esplicitamente dagli studenti oppure dai genitori. Questa è la dichiarazione fatta dalla preside e riportata dal quotidiano; prima di commentarla premetto che non conosco la persona in questione né posso essere certa che le parole dette siano davvero queste. Tuttavia, commenterò considerando le affermazioni veritiere e corrette.
Per prima cosa inorridisco quando sento che dei ragazzi vanno a parlare con un dirigente scolastico invece di affrontare l’argomento, spinoso fin che si vuole ma da affrontare comunque per il bene di tutti, con l’insegnante in questione. Se ciò avviene, secondo me, è indice di un pessimo rapporto con il prof e quindi elemento tale da compromettere una buona relazione didattica, intesa come rapporto tra l’insegnamento e l’apprendimento.
In secondo luogo ritengo una pessima consuetudine –e questa so che è reale in alcune scuole- quella dei presidi che fanno finta di ascoltare i ragazzi ma poi quasi mai informano i docenti delle proteste o lamentele. Un insegnante non può “immaginare”, deve “essere messo al corrente” di certe cose. Poi finisce, chissà perché, che tutta la scuola sappia e parli alle spalle dell’ignaro docente che non si pone nemmeno il problema.
Infine, non capisco perché un dirigente debba muoversi solo dopo aver sentito il parere anche dei genitori, a patto che le rimostranze siano fatte per iscritto. È evidente che qualsiasi intervento della preside in questione sia ormai tardivo e non possa ottenere altro se non un eventuale beneficio nei confronti dei futuri maturandi preparati dal docente di Storia e Filosofia. Ma quella dei sedici allievi è una frittata ormai già fatta, ammesso che di frittata si tratti.

Questa vicenda mi riporta indietro di trent’anni, alla mia maturità. Quell’anno all’orale erano “uscite” italiano, filosofia, greco e fisica. Noi dovevamo portare una materia a scelta e la seconda –allora le materie per l’esame orale erano due- veniva decisa dalla commissione. In realtà, però, la scelta era particolarmente caldeggiata dal commissario interno (l’unico, a quei tempi) che aveva preventivamente raccolto tutte le nostre preferenze e persuadeva, non so con quali mezzi, la commissione ad assecondare la nostra opzione.
Neanche a farlo apposta, la materia in cui eravamo poco preparati era filosofia. Il nostro insegnante era particolarmente buono; dire un pezzo di pane è poco, una fetta di sacher rende meglio l’idea. Il fatto è che lui spiegava benissimo, e riusciva a farlo anche nonostante il baccano che facevamo in classe, sicché nessuno, o quasi, lo ascoltava. Quando venivamo interrogati, lui chiedeva un argomento a scelta … solo quello. Inutile dire che ciascuno di noi, a parte i più solerti e coscienziosi, conosceva di tutto il programma solo quattro argomenti, due del primo quadrimestre e due del secondo. Quindi, è evidente che la filosofia era come lo spettro di Banquo: ci perseguitava tutte le notti prima dell’orale. Devo dire che siamo stati fortunati: nessuno l’aveva scelta come seconda materia e l’hanno imposta solo ad un compagno. Ma, al di là di tutte le più rosee aspettative, lui alla fine è uscito con 60/60. Perché? Semplicemente perché lui la filosofia l’aveva sempre studiata, anche se non lo dava ad intendere, a dispetto dei quattro argomenti buoni per le quattro interrogazioni. Qual è la morale? Che se uno studia con coscienza, non c’è professore impreparato o troppo buono che tenga: lui quella materia la saprà bene lo stesso. Naturalmente è superfluo che io ammetta di avere delle lacune mostruose in filosofia, anche se mi sono impegnata a studiarla all’università; solo quella medievale, però.

Un altro episodio analogo è accaduto quando frequentavo il ginnasio. La nostra professoressa di Lettere era anche lei un pezzo di pane. Ci trattava come se fossimo tutti suoi figli; lei ne aveva otto o nove, almeno così si diceva in giro, e non sapeva rinunciare a quell’atteggiamento materno che, però, in un’aula scolastica poteva fare solo danni. Infatti, quando arrivò una supplente verso metà anno della quinta ginnasio, ci trovò tutti impreparati in greco. Naturalmente noi allievi rimanemmo stupiti di ciò, visto che in pagella avevamo tutti otto e nove. In fondo credevamo di saperlo bene il greco. A quel punto la supplente, che rimase con noi un paio di mesi, si rimboccò le maniche e cercò di rimediare ai danni fatti dalla nostra prof. Ma l’atteggiamento della classe non fu unanime: la maggior parte dei compagni, infatti, credé non fosse poi così importante mettersi a studiare perché, anche se il rischio era quello di ritrovarsi dei due o tre appioppati dalla supplente, poi comunque sarebbe tornata la titolare e avrebbe rimesso a posto le cose. Qualcuno, invece, pensò fosse l’occasione buona per recuperare e preparasi ad affrontare il terribile professore di greco che avremmo avuto al liceo. Io appartenevo a questa seconda categoria e i fatti mi diedero ragione: primo compito in classe della prima liceo, due sufficienze in tutto (un 8 e un 8-), tra cui la mia. A quel punto anche gli altri si rimboccarono le maniche ma sarebbe stato meglio farlo prima, indubbiamente con minor fatica.

Perché ho raccontato questi episodi della mia esperienza scolastica? Per far capire, agli studenti in primis, che la volontà di ciascuno ha la meglio in qualsiasi situazione. Quindi, quei sedici ragazzi invece di lamentarsi dopo l’esame, a giochi già conclusi, avrebbero dovuto mettersi d’impegno prima e recuperare le lacune. Sempre ammesso che sia stato il docente in questione a sbagliare. Ma poi, non è così scontato che un professore non troppo esigente sbagli; è un modo come un altro per mettere alla prova i ragazzi, per responsabilizzarli. In fondo loro sapevano che avrebbero dovuto sostenere un esame.

Se è vero che il torto e la ragione non stanno mai da una parte sola, in ogni caso mi sento in dovere di difendere il collega in questione, pur non conoscendolo. È necessario, infatti, che qualcuno prenda le difese della categoria, specie in un momento in cui non si fa altro che parlare di “scuola malata” e di “insegnanti fannulloni”. Si fa presto ad essere messi alla gogna, se poi è mediatica, ancora meglio.

[ho volutamente omesso di citare nomi e luoghi, ma per dovere di cronaca devo citare la fonte. Quindi, lascio il link dell’articolo in questione]