30 novembre 2011

“IL PROF SCATTONE DEVE RIMANERE”, DICONO I GENITORI DEL CAVOUR. MA GLI STUDENTI DI LOTTA STUDENTESCA LO CHIAMANO ASSASSINO

Posted in cronaca, Legge, scuola tagged , , , , , a 3:21 pm di marisamoles


Grazie alla segnalazione della signora Luisa, mamma di un’allieva del professor Giovanni Scattone al liceo Cavour di Roma, che mi ha segnalato un articolo-intervista ad una mamma che definisce il prof un insegnante modello, ritorno sull’argomento affrontato in un post precedente.

Per un uomo che, per omicidio colposo, ha scontato la pena è possibile la riabilitazione? La Legge dice di sì: lui ha i titoli per insegnare e ha il diritto di farlo anche nel liceo frequentato da Marta Russo, la vittima. Comprendo che dal punto di vista morale ciò possa essere discutibile ma il diritto spesso non si sposa con la coscienza. Per questo mi sento di non condannare la decisione del prof Scattone di accettare la nomina come supplente temporaneo di Storia e Filosofia (solo nove ore, tra l’altro) né condividerei la sua scelta di rinunciare alla supplenza solo perché qualcuno non lo vuole, per rispetto alla famiglia Russo.

Sempre grazie alla testimonianza della signora Luisa ho appreso che in verità sono gli altri genitori a volere l’allontanamento di Scattone da quella cattedra. Infatti, a nome delle famiglie degli allievi interessati, la signora Daniela Polito, dichiara che all’unanimità i genitori delle classi IV d e V E vogliono che l’insegnante resti al suo posto.

«Basta polemiche e strumentalizzazioni. Giovanni Scattone è un professore modello, chiediamo insistentemente che resti al Cavour», si legge nell’articolo dell’Ansa che la signora Luisa mi ha segnalato.
Non solo, l’assedio da parte dei giornalisti al liceo cavour è mal tollerato: «Siamo inferociti. Sotto la scuola dei nostri figli – spiega la signora Polito – continua ad essere accampato un esercito di giornalisti ma nessuno ha chiesto il nostro parere, anzi le poche dichiarazioni dei nostri rappresentanti di classe sono state travisate. Invece i nostri figli, dopo un iniziale momento di perplessità, si sono trovati con il professor Scattone veramente molto bene al punto da considerarlo uno dei migliori insegnanti del Cavour».

Se dal punto di vista umano è ben comprensibile lo sgomento della signora Aureliana Russo, mamma della povera Marta, la signora Politi è convinta che la Legge debba prevalere: «Siamo tutti rispettosi del diritto e della legge, che può essere l’unica barra da usare in queste situazioni complicate. Se il professore non ha avuto l’interdizione dai pubblici uffici e ha il diritto di insegnare, allora qualsiasi scuola va bene. Non c’è altro criterio che la legge». (LINK dell’articolo citato)

Di tutt’altro avviso gli studenti legati a Lotta Studentesca: hanno realizzato un blitz contro il liceo esponendo uno striscione che recita “Scattone assassino” e chiedendo al professore di lasciare il suo incarico nella scuola. (vedi articolo de Il Giornale)
Questo a dimostrazione del fatto che ci sono dei ragazzi che riescono ad esprimere delle opinioni con serenità di giudizio – gli allievi del professor Scattone che lo definiscono uno dei migliori docenti del Cavour – e dei loro coetanei che non sanno far altro che sbraitare per mettersi in mostra ed esibire un moralismo tanto plateale quanto ipocrita.

Non a caso anche i genitori sono divisi. Come afferma nel suo commento la signora Luisa: il disagio lo hanno solo quelli che non studiano con il professore, tutti gli altri sono molto tranquilli e quelli che si oppongono alla permanenza di Scattone nel liceo romano sono genitori di studenti di altre classi.

Ringrazio ancora la signora Luisa per la sua testimonianza. Aggiungo solo una cosa: qualche sera fa ho sentito la telefonata della moglie del professore in diretta al Tg1 e mi sono commossa. Lei è disoccupata e il marito ha una cattedra a metà e si sa quanto guadagnano gli insegnanti. Credo che un po’ di umana pietà, in questo caso, non guasti.

DA LEGGERE: Lettera aperta ai genitori di Marta Russo

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27 novembre 2011

IL PROFESSOR SCATTONE SAREBBE SCOMODO OVUNQUE

Posted in cronaca, famiglia, Legge, scuola tagged , , , , , , , , a 7:48 pm di marisamoles

Il 9 maggio 1997, all’interno della Città Universitaria, veniva uccisa con un colpo di pistola la studentessa di Giurisprudenza Marta Russo. Fu un caso che catturò l’interesse dei media e di cui si parlò per anni, anche se forse non con la stessa morbosità con cui vengono seguiti oggi, sui giornali e nelle trasmissioni televisive, i casi di cronaca nera. Le indagini furono complesse e portarono, grazie anche all’ausilio di sofisticati – per quei tempi – mezzi tecnologici, prima all’individuazione del luogo da cui il proiettile impazzito era partito, poi all’identificazione dei responsabili dell’increscioso “incidente”: Giovanni Scattone fu condannato per omicidio colposo, Salvatore Ferraro per favoreggiamento.

Giovanni Scattone (classe 1968), di cui si ritorna a parlare in questi giorni sulla carta stampata e nei servizi dei tg, ai tempi dell’omicidio della studentessa ventiduenne era assistente di Filosofia del Diritto, giovane laureato dalle belle speranze. Oltre al conseguimento di un dottorato e all’esperienza di ricerca maturata alla Sapienza, ha svolto attività di studio e ricerca anche presso l’Istituto Benincasa di Napoli e la European Academy of Legal Theory di Bruxelles. Ha completato inoltre un Master in storia moderna e contemporanea ed è abilitato all’insegnamento della storia e della filosofia. È stato ricercatore universitario a contratto e dal 2005 insegna nei licei statali. Così si legge nel curriculum pubblicato sul suo sito.

Dopo aver scontato la pena detentiva di cinque anni e quattro mesi, Scattone è ritornato un uomo libero. Inoltre, la Cassazione ha cancellato l’interdizione dai pubblici uffici quindi è a tutti gli effetti un docente (abilitato) di Filosofia.

Qual è il problema? Da settembre insegna nello stesso liceo, il Cavour, frequentato da Marta Russo per tre anni. La madre della studentessa uccisa ora si dice scandalizzata. «All’inizio dell’anno la madre di una alunna del Cavour mi telefonò sconvolta – racconta Aureliana Russo – per dirmi la novità: Scattone insegnava lì. Mi disse che volevano fare qualcosa per protestare, ma poi non ho più sentito nessuno. Del resto con chi me la potrei prendere? Con l’ultima sentenza Scattone non è più interdetto dai pubblici uffici, quindi… Capisco che si debba guadagnare il pane ma dovrebbe fare un altro mestiere. Dopo un delitto così atroce, lui non può essere un educatore di giovani; proprio lui non può insegnare filosofia. In tutte le scuole dove è andato ad insegnare i genitori si sono ribellati ma non hanno potuto far niente. È la legge».

Pare che anche gli altri docenti si sentano alquanto a disagio ad averlo come collega. Ma lui, a tutti gli effetti, può insegnare. Se è vero che ha i titoli per farlo, se è vero che da anni lo fa senza il clamore di questi giorni, se è vero che la sua domanda di supplenza temporanea era in regola e che il dirigente l’ha accolta secondo la Legge, se è vero che anche lui ha diritto ad avere di che vivere (considerato anche il fatto che ai tempi fu condannato, assieme a Ferraro, a pagare un risarcimento di un milione di euro alla famiglia Russo), se è vero, a quanto dicono i suoi studenti – che ai tempi dell’omicidio non erano nemmeno nati – che è un docente bravo e preparato, perché gridare allo scandalo? Solo perché quest’anno è stato nominato in quel liceo? Per gli altri licei il professor Scattone era perfettamente adatto come educatore? Solo per quello in cui aveva studiato Marta Russo non lo è?

Anche Tecla Sannino, dirigente scolastico del Cavour ammette che Scattone, dal punto di vista legale, ha tutte le carte in regola: «Pur partecipando al dolore della famiglia di Marta Russo, e condividendo la perplessità dell’opinione pubblica, in qualità di dirigente scolastico e in qualità di rappresentante legale dell’istituto, sono tenuta a rispettare la sentenza della Cassazione e le normative vigenti che prevedono nomine di docenti supplenti secondo le graduatorie provinciali, curate dall’Ufficio ambito territoriale». Pur ammettendo che la presenza del professore crei un certo disagio.

Da parte sua il professore si dichiara pronto ad andarsene, qualora gli venga offerta un’altra opportunità: «Farei volentieri un altro lavoro – dichiara – sicuramente non insegnerò sempre al Cavour perché non ho nemmeno una cattedra ma soltanto piccole supplenze qua e là. Conosco le lingue, ho studiato anche in altri campi e non escludo di potermi trasferire all’estero. Ho pensato più di una volta di raggiungere mio fratello negli Stati Uniti, ma il momento non è dei migliori. Comunque non ho una posizione rigida: tutto quello che è possibile fare per la maggior tranquillità di tutti, lo farò. E se il Provveditorato è favorevole, sono disponibile a qualsiasi altra soluzione equivalente. Quando mi hanno dato la nomina, se avessi saputo che era il liceo di Marta Russo avrei rinunciato».

Poco credibile appare, tuttavia, che non fosse al corrente che in quel liceo avesse studiato Marta Russo. A quel tempo si parlò diffusamente di questo caso, entrando nei dettagli della vita privata di tutti i protagonisti. Diciamo che forse se n’è dimenticato. Ma il punto è che ovunque vada, è inevitabile che si porti appresso un fardello difficile da dimenticare. Ovunque vada, sarà sempre un docente scomodo.

Lui si è sempre dichiarato innocente ma è stato condannato. Anche se al processo non vennero mai fuori delle prove concrete, solo indizi. Si trattò, dissero, di un gioco, uno stupido gioco, una specie di prova di coraggio. Scattone aveva, allora, 29 anni, non era certo un ragazzino. Ma errare è umano, anche se quell’errore costò la vita ad una ragazza innocente che inconsapevolmente andò incontro ad un destino atroce. Se poi dobbiamo credere alla funzione riabilitativa e non solo punitiva del carcere, il professor Scattone ha tutto il diritto di insegnare. Certamente lui per primo ha la consapevolezza di essere oggetto di critiche, di dar adito a sospetti, a giudizi gratuiti sulla sua persona che, però, si basano su ciò che era e non su ciò che è adesso. Adesso è un docente di Filosofia al Liceo, sa fare il suo lavoro, i suoi allievi sono contenti – le famiglie no ma non è la prima volta che accade -, perché mai dovrebbe cambiare mestiere o emigrare?

[fonti: LINK 1 e LINK 2]

4 ottobre 2011

AMANDA E RAFFAELE LIBERI … DI GODERSELA

Posted in cronaca tagged , , , , , , , a 4:57 pm di marisamoles


Ormai li chiamiamo per nome, la signorina Knox e il signor Sollecito. Amanda e Raffaele, ex coppia, ex colpevoli ed ora innocenti. Questi strani giri della Giustizia italiana, come quelli di una sorta di ruota della fortuna, che lascia sempre il dubbio, grado dopo grado. Il tribunale condanna, la corte d’Appello assolve … arriverà alla Cassazione il caso Kercher. Ricordiamo almeno una volta la ragazza inglese che è la vera vittima in questa vicenda, “attrice per una notte” uscita tragicamente di scena per lasciar spazio ai protagonisti di questo processo mediatico.

Sono liberi, dunque, Amanda e Raffaele, assolti con formula piena così come, due anni fa, furono condannati al di là di ogni ragionevole dubbio a 26 e 25 anni. Solo un colpevole è rimasto: Rudy Guede, reo di complicità in omicidio. Essì, complice di chi? Di qualche fantasma che solo Meredith a questo punto conosce. Ma lei dalla tomba non parlerà.

I processi in Italia (non solo quelli che riguardano il premier) ormai si celebrano negli studi televisivi o sulle pagine della stampa. Processi mediatici in cui ciascuno di noi, telespettatori o lettori, a seconda del proprio personale punto di vista (o forse, sarebbe meglio dire, a seconda della influenzabilità del giudizio) veste i panni dei giudici togati (quelli di noi che credono di essere “esperti”), della giuria popolare (quelli, meno presuntuosi, che cercano l’appoggio di altri), della pubblica accusa (normalmente i più insicuri, quelli che vedono colpevoli dappertutto) e della difesa (i mancati avvocati). Un gioco di ruolo, nulla di più. Ma i processi veri, quelli che si dibattono nelle aule di Giustizia, dovrebbero dare risposte certe e non sommare dubbi a dubbi.

Quanti dubbi, in questa vicenda. Dubbi sulla personalità di Meredith, descritta da chi la conosceva bene, come una ragazza tranquilla, senza grilli nella testa, una che voleva solo studiare e fare un’esperienza diversa per arricchirsi culturalmente e che, invece, in Italia ha trovato la morte. Ma dalle parole dei suoi “compagni”, tra l’altro frequentati poco, visto che breve è stato il soggiorno della Kercher a Perugia, è emersa un’altra Mez, più libera, diciamo così.

Ancora dubbi sulla personalità dei due ex innamorati, Amanda e Raffaele, che a poche ore dall’assassinio della povera ragazza inglese, se ne stavano abbracciati, intimiditi, spaventati, davanti alla casa degli orrori. E ancora più dimesso il loro atteggiamento nelle aule di Giustizia, quasi recitassero un copione, una parte che dovevano imparare per forza perché finta: quella degli innocenti. E così, udienza dopo udienza, sono apparsi sempre con quell’aria compassata da vittime, tanto vittime da far passare in secondo piano la vera vittima, Meredith. Belli, ricchi, con avvocati di grido che hanno supportato le loro tesi con una superperizia in grado di smontare la relazione della Polizia Scientifica. Gli indizi si sono sgretolati uno ad uno, come quel famoso gancetto ormai ridotto ad un pezzetto di ruggine, trovato troppo tardi, quaranta giorni dopo l’omicidio.

Mentre ieri sera in aula la sentenza è stata accolta con urla e pianti di gioia, baci e abbracci da parte di chi quel processo l’ha vinto (non solo gli imputati ma anche tutto lo staff difensivo dell’uno e dell’altra), e mentre la famiglia di Meredith sembrava impietrita non più solo dal dolore ma anche e soprattutto dall’incredulità, fuori dal tribunale la gente del popolo, quello di una piccola città di provincia che non si è lasciata sfuggire un solo minuto delle ore ed ore dei talk show in cui si è parlato del “delitto di Perugia” (anche solo per sentirsi importanti tant’era l’interesse nei confronti di una città nota quasi solo per i famosi “baci” di cioccolato), gridava: “vergogna, vergogna, vergogna“. Ma “vergogna” per cosa? Per un verdetto scontato che libera due persone già ritenute colpevoli? Ma si sa che la Legge italiana prevede tre gradi di giudizio e che fino al parere della Cassazione non si può mai scrivere la parola “fine” sulle pagine di una storia di dolore e morte. E non è la prima volta che il verdetto della Corte d’Appello capovolge la sentenza di primo grado.
“Vergogna”, forse, per i maldestri rilievi della Scientifica smontati impietosamente da una perizia di parte? Se la Legge lo consente, perché mai si dovrebbe rinunciare ad un’occasione così propizia. O, ancora, “vergogna” per una pubblica accusa che ha incassato i “colpi” di una difesa lautamente pagata da gente ricca? Ma è cosa arcinota che i soldi fanno la differenza. E quel gesto dell’avvocato Bongiorno, quello sfregarsi le mani che forse è sfuggito ai più, sembra dire: “Li abbiamo fregati tutti, li abbiamo”. Spero di sbagliarmi, comunque.
Oppure, in ultimo, “vergogna” per gli inquirenti che, fin dall’inizio, non hanno saputo gestire l’indagine in modo corretto, pasticciando e affidandosi in toto ai rilevamenti della Scientifica che, ormai, hanno sostituito le indagini vere, quelle in cui si usava la testa più che i test.

Io non lo so chi dovrebbe vergognarsi di più. Certamente, qualora il terzo verdetto, quello della Cassazione, dovesse confermare l’innocenza dei due accusati, si dovrebbero vergognare maggiormente i giudici che in primo grado hanno emesso la condanna. Quattro anni di carcere, quando li si sconta a vent’anni, possono sembrare un tempo interminabile. Se si è a posto con la coscienza, poi, quei quattro anni di vita tolti, che nessuno mai potrà restituire né alcun indennizzo, seppur ricco, potrà mai cancellare, pesano come un macigno, quello granitico del torto, dell’ingiustizia.

Ora se la godranno la libertà, Amanda e Raffaele. In ogni caso, sia che la sentenza abbia davvero reso giustizia sia che abbia liberato dei colpevoli furbi.
Da innocenti, ora i due possono contare sull’impatto mediatico, fare un mucchio di soldi concedendo interviste, scrivendo memoriali e attendendo l’equo risarcimento che spetta a chi ha passato quattro anni in galera da innocente. Quanto? Qualche milione? Non so quanto valore possa avere una libertà negata.
Da colpevoli, possono assaporare la libertà di chi ha aspettato ma non invano, con la consapevolezza che, sparendo dalla circolazione, Amanda in America e Raffaele chissà dove, anche se la Cassazione li giudicherà colpevoli per l’omicidio di Meredith, non faranno mai più un giorno di prigione. Quattro anni sono pochi, in questo caso.

Giustizia non è fatta“, ha dichiarato la Pm Manuela Comodi. “Rispettiamo la sentenza ma non comprendiamo“, hanno commentato i familiari della studentezza uccisa.

Anch’io non riesco a comprendere e il dubbio che non l’altro verdetto fosse errato bensì questo rimarrà sempre.

16 agosto 2011

BASTA UNA LEGGE CHE VIETI IL BURQA PER TUTELARE LE DONNE MUSULMANE?

Posted in attualità, cultura, donne, Legge, religione tagged , , , , , , , , a 12:03 pm di marisamoles


La proposta di legge, approvata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che prevede il divieto per le donne musulmane di indossare il burqa o il niqab fa ancora discutere. (ne ho già parlato QUI)

PRO E CONTRO. Senza affrontare la questione dal punto di vista politico, vorrei soffermarmi sulle antitetiche posizioni a favore o contro questa proposta.
Da una parte c’è chi sostiene che con questa legge si otterrebbe la giusta tutela della dignità delle donne, spesso costrette a coprirsi il volto per la precisa volontà dei mariti o dei padri.
Dall’altra parte, c’è chi invece è convinto che nessuna legge potrebbe mai imporre alcunché alle donne islamiche perché, siano esse costrette ad indossare i capi di abbigliamento “incriminati” o li indossino per libera scelta, si chiuderebbero in casa piuttosto che mostrarsi a viso scoperto.
Di questo avviso è Riccardo Noury che firma un intervento sul blog sui diritti umani che nasce dalla collaborazione tra Amnesty International e il Corriere della Sera (LINK):

Anziché sostenere i diritti delle donne, un divieto generalizzato di indossare il velo integrale rischia di violare i diritti di chi sceglie liberamente di portarlo, senza contribuire significativamente a proteggere coloro che lo fanno contro la loro volontà e che, in questo modo, rischierebbero un isolamento ancora maggiore: le donne che attualmente indossano il velo integrale potrebbero essere ulteriormente confinate in casa, avere meno possibilità di lavorare o studiare e di accedere ai pubblici servizi. Orhan Pamuk, nel suo libro secondo me più bello, “Neve”, ha raccontato la tensione sociale e le conseguenze, in alcuni casi mortali, scaturite dal divieto di indossare il velo integrale nei luoghi d’istruzione.

Questo è ciò che temo anch’io e ho già espresso i miei dubbi su questa possibile legge in altri post.

IL PROBLEMA SICUREZZA. Un discorso completamente diverso è quello relativo alla sicurezza.
Un mio lettore, Alfio, commentando il post in cui si parlava di una mamma che aveva spaventato i bambini dell’asilo frequentato dal figlio presentandosi all’ingresso coperta dal burqa (LINK), ha scritto:

Entrano tre soggetti in una banca vestiti col niqab nero. Metti anche che all’ingresso ci sia una donna che in una stanza chiusa e vietata ai maschi verifica la loro identità a viso scoperto. Queste poi se ne stanno tutte e tre nella banca a viso coperto ed una di loro fa una rapina. Come la mettiamo?
Chi indossa il casco o si veste da Arlecchino a Carnevale si toglie il casco o la maschera quando entra in un ospedale o in una banca. A mio parere l’unica ragione che può giustificare la copertura integrale è data da condizioni di salute più o meno gravi che la rendono necessaria.

Be’, diciamo che queste osservazioni prendono in esame un caso abbastanza estremo. Ad ogni modo il problema sicurezza è reale perché dietro un burqa o un niqab potrebbe nascondersi anche un terrorista in procinto di piazzare una bomba e non ci sarebbe alcun modo di verificare chi relamente si nasconda dietro quel capo d’abbigliamento.
Fantascienza? Non troppo, secondo me. Piuttosto l’obiezione più comune di quanti manifestano contrarietà nei confronti della proposta di legge avanzata in Commissione è che le donne che nel nostro Paese girano completamente velate sono poche decine.

POCHE MA LIBERE DI SCEGLIERE? Chissà perché nei commenti di noi occidentali, siamo portati a ritenere una costrizione l’utilizzo del burqa o del niqab. E’ un dato di fatto che l’uso di questi capi non è prescitto dal Corano e non ha alcun legame con la religione. E’ piuttosto un’usanza trasmessa di generazione in generazione. Può capitare, tuttavia, che una donna islamica decida di indossare il burqa anche se le donne di casa non lo portano.
Una mia lettrice, Hajar, qualche tempo fa, commentando un post in cui si parlava dell’intervento della Santanchè in difesa del Crocifisso nelle aule scolastiche (LINK), ha scritto:

Sono una ragazza di 21anni vivo in italia da piu di 15anni, ho frequentato tutte le scuole qui, sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non mi ha obbligato nessuno anzi mio marito non voleva neanche che io lo mettessi… ma ho indossato il burqa perchè è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante. Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i cittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente […]

LA CULTURA C’ENTRA POCO E ANCHE L’ESEMPIO MATERNO NON E’ DETERMINANTE. Può una ragazza islamica di diciassette anni, con una madre che si è battuta per l’integrazione e la libertà delle donne musulmane e orgogliosamente manifesta la sua emancipazione, incoraggiata a sua volta dalla madre stessa poco attenta alle prescizioni religiose, decidere di indossare il velo? Ok, il velo non è un burqa o un niqab ma è pur sempre un indumento che contrassegna l’appartenenza ad una religione e ne connota un certo estremismo. Ma anche un velo può disorientare una madre che non capisce né condivide la scelta della figlia semplicemente perché lei, madre, credeva di essere un modello per la figlia adolescente.
Questa è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto. sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?

(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

INTERPRETARE NON SIGNIFICA CAPIRE. Ecco, questa è la vera riflessione che tutti dovremmo fare. Le donne di sinistra, accanite sostenitrici della legge che vieti il burqa, secondo me interpretano a modo loro delle ragioni che forse le donne musulmane non condividono. Ritengono di sostenere una legge giusta, in nome della tutela della dignità delle donne e della loro emancipazione dagli uomini di cui sono “schiave”. Credono che le donne che portano il burqa siano incapaci di ragionare con la propria testa, rispettando la volontà degli uomini e seguendo l’esempio delle donne più grandi. Interpretare, però, non significa capire. Limitiamoci, dunque, a sostenerla perché ci sembra una giusta legge a tutela della sicurezza di tutti. Ma non merita nemmeno che ci sforziamo di capire le motivazioni di una scelta; noi donne occidentali, sia laiche sia cattoliche, siamo troppo lontane da quel mondo che nemmeno una madre musulmana “emancipata” può comprendere, quando si tratta di una scelta personale della propria figlia.

3 agosto 2011

BURQA FUORILEGGE: APPROVATO IL PROVVEDIMENTO CHE NE PROPONE IL DIVIETO

Posted in donne, Legge, politica, religione tagged , , , , , , , , , a 4:22 pm di marisamoles

A lungo si è discusso sull’utilizzo del burqa da parte delle donne islamiche che vivono in Italia. In altri Paesi, come ad esempio la Francia, una legge che vieta il burqa in pubblico c’è già. In Italia, a tutt’oggi, è in vigore una Legge, la n. 152 del 22 maggio 1975 (in materia di Tutela ordine pubblico), il cui articolo 5 recita:

È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro.
Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.

Ma fino ad oggi le donne islamiche hanno potuto indossare il burqa o altri copricapi che nascondono in parte o tutto il volto perché le credenze religiose sono considerate un giustificato motivo. Rimane il fatto che, specialmente in tempi in cui l’ombra del terrorismo si fa inquietante, una legge che ponga il veto sull’utilizzo del burqa sembra urgente.

La Commissione Affari Costituzionali della Camera ha, quindi, approvato il provvedimento che propone il divieto, da parte delle donne islamiche, di indossare burqa e niqab e a settembre il ddl sarà esaminato in Parlamento.
La relatrice Souad Sbai del Pdl ha definito questa proposta di legge Un provvedimento necessario per raggiungere quanto prima un livello di civiltà e libertà che adesso manca per molte donne, segregate e totalmente senza diritti. Questa legge è per loro e vuole allo stesso tempo rappresentare un messaggio per tutti coloro che le vorrebbero sottomesse per la vita intera”.

Nel caso in cui il provvedimento passasse, le multe sarebbero salatissime: fino a 30mila euro di ammenda, che possono in alcuni casi anche trasformarsi in 12 mesi di reclusione per chi costringesse terze persone ad nascondere il proprio volto.

Contario a questa legge il Pd. Ritiene, infatti, questa proposta contraria alla libertà che le donne hanno di scegliere se coprirsi il volto o meno. Ma chi sostiene invece il provvedimento è convinto che le islamiche con il burqa (poche, tuttavia, in Italia) siano costrette ad indossarlo, altro che libera scelta.

Ne è convinta anche Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità: Il velo integrale non è mai una libera scelta delle donne, ma un segno di oppressione culturale o fisica: vietarlo nei luoghi pubblici vuol dire restituire la libertà alle donne immigrate, aiutarle ad uscire dai ghetti culturali nei quali tentano di rinchiuderle e, quindi, lavorare per la loro integrazione.

Anche un uomo, un giornalista ex musulmano ed ora cristiano, Magdi Cristiano Allam, approva questa proposta di legge ed è convinto che solo le donne di sinistra difendano il burqua. Lo indossino pure loro, è il suo invito.

A DIFENDERE IL BURQA RESTA SOLO LA SINISTRA

La messa al bando della “gabbia di stoffa” che imprigiona il corpo della donna è in perfetta sintonia con la nostra concezione dei diritti fondamentali della persona

È una vittoria delle donne e una sconfitta del multiculturalismo. L’affermazione del valore non negoziabile della dignità della persona e la rinuncia all’ideologia che ci priva della certezza di chi siamo, imponendoci di azzerare la nostra civiltà per mettere sullo stesso piano tutte le religioni, le culture, i valori e le identità.

Il voto favorevole alla Commissione Affari Costituzionali della Camera alla messa al bando della «gabbia di stoffa» che avvolge imprigionando il corpo della donna dalla testa ai piedi, denominato burqa in Afghanistan e niqab in Medio Oriente, è in perfetta sintonia con la nostra concezione dei diritti fondamentali della persona, tra cui primeggia la pari dignità tra uomo e donna. Al pari della fede nella sacralità della vita e del rispetto della libertà di scelta, è un valore non negoziabile alla base della civiltà laica e liberale dell’Europa che si rifà, piaccia o meno, alle nostre radici giudaico-cristiane.
Sia che si parta da un percorso laico sia che si sia sorretti dalla fede cristiana, non possiamo che trovarci d’accordo sulla denuncia di una flagrante violazione della dignità della donna.

Se, oltretutto, sono gli stessi islamici che ci dicono che questa «gabbia di stoffa» non ha un fondamento coranico né è stata istituita da Maometto, come possono i nostri politici di sinistra arrivare ad essere più islamici degli islamici, difendendo il burqa nel nome della sottomissione all’ideologia del multiculturalismo? Ancor più scandaloso è il fatto che ci siano delle donne di sinistra che difendono un presunto diritto delle donne islamiche a vestirsi come pare loro. Per coerenza, in segno di solidarietà, queste onorevoli ideologizzate e femministe «à la carte» se lo indossino loro il burqa! Noi continueremo a batterci per la dignità di tutte le donne, a prescindere dalla loro fede, etnia e cultura.

ARTICOLO FIRMATO DA MAGDI CRISTIANO ALLAM, PUBBLICATO SU IL GIORNALE.IT

[fonti (oltre a quella già citata): mondonews24.com e quotidiano.net]

LEGGI ANCHE L’ARTICOLO CORRELATO: Mamma in burqa spaventa i bambini di un asilo a Latina. Ed è subito polemica

13 luglio 2011

BEPPINO ENGLARO: INCOSTITUZIONALE LA LEGGE SUL BIOTESTAMENTO

Posted in Eluana Englaro, Legge, testamento biologico tagged , , , , , , , a 12:19 pm di marisamoles

Ho dedicato al caso Englaro numerose pagine in questo blog. Nelle discussioni con i lettori ho sempre difeso l’operato del padre di Eluana in quanto, a mio parere, dovrebbe essere sempre garantita la libertà di scelta individuale, anche in casi delicati e a maggior ragione quando si tratta della vita e della morte di un proprio caro. Ho difeso Beppino da quanti l’hanno accusato di “omicidio”, l’hanno insultato e chiamato “assassino”. L’ho fatto non perché condividessi la sua scelta ma perché ritenevo che, avendo la Legge dalla sua parte, nessuno potesse e dovesse giudicarlo. Come si fa, in piena coscienza, a sostenere che abbia fatto male o bene? Ha fatto ciò che si è sentito di fare e chi più di un padre può scegliere in una situazione così drammatica? Chi meglio di un padre può decidere, con il cervello prima ancora che con il cuore, quale sia la scelta giusta?

Il fatto più pietoso, secondo me, è stato il tentativo del governo di far approvare un decreto ad hoc per evitare la morte di Eluana, ripristinando l’alimentazione e l’idratazione forzate che le erano state sospese. In quella occasione il Presidente della Repubblica Napolitano si era opposto, energicamente: non aveva voluto firmare. Un coro di voci di dissenso si erano levate da parte dei vari movimenti per la vita e associazioni cattoliche. Una delle poche volte in cui il comportamento di Napolitano è stato così aspramente criticato.

Il “sacrificio” di Eluana, così com’è stato impropriamente definito, doveva servire da monito: c’era chi gridava a gran voce la necessità di un Testamento Biologico per “salvare” altre vite (il caso Englaro, infatti, ha pur sempre creato un precedente) e chi, al contrario, rivendicava il diritto di scegliere per coloro non sono in grado di farlo in prima persona ma che hanno inequivocabilmente espresso una volontà in proposito mentre erano in piena coscienza.

Ora una proposta di legge c’è ed è proprio quella che ci si aspettava. Una legge che riguarda il fine vita e che esclude la possibilità di sospendere l’alimentazione e l’idratazione forzate.
Così recita la DAT (Dichiarazione anticipata di trattamento che rappresenta il cuore del ddl) a tale proposito:

Alimentazione e idratazione – che “non possono formare oggetto di Dat” – “devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente in fase terminale i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo”.

Immediata la reazione di Beppino Englaro:

«E’ un disegno di legge “incostituzionale” che va “contro i principi di diritto”. Così Beppino Englaro nella conferenza stampa indetta da Ignazio Marino, e alla presenza di Mina Welby, sul testamento biologico. Il ddl “va nella direzione opposta di quella in cui dovrebbe andare, secondo i principi di diritto della nostra Costituzione. Principi che – sottolinea Englaro – sono emersi chiaramente nella sentenza del 16 ottobre del 2007 della Corte Suprema di Cassazione. L’autodeterminazione terapeutica – continua – non può incontrare un limite anche se ne consegue la morte, che non ha niente a che vedere con l’eutanasia. Nessuno, né lo Stato né un medico può disporre della salute di un cittadino. Le libertà fondamentali delle persone non possono essere messe in discussione da una legge. Questo è chiaro… Più anticostituzionale di così si muore…”.

Englaro ribadisce che occorre andare “fino in fondo”, “informare”. “Un’opinione ben informata è una ‘Corte Suprema’ per chi legifera. Oggi il clima culturale è diverso. Loro (riferendosi al governo e alla maggioranza, ndr) devono rendersi conto che i cittadini non sono dei minorati, si sanno tutelare da loro, non hanno bisogno di essere tutelati da leggi non costituzionali”.» (LINK)

So che, come è già successo trattando il caso di Eluana, sarò fraintesa (tanto per evitare equivoci, come l’altra volta: non sono Radicale!) e criticata, ma non posso che dare ragione a Beppino. Il che, tuttavia, non significa che al suo posto avrei fatto la stessa scelta. Ci sono situazioni in cui un genitore non vorrebbe mai trovarsi. Per questo ho ammirato il coraggio di Englaro che dalla sua aveva anche la Legge degli Uomini. Per quella divina farà poi i conti lui con la propria coscienza.

17 febbraio 2011

LA GIUSTIZIA DEFICIENTE by MASSIMO GRAMELLINI

Posted in bambini, famiglia, figli, Legge, scuola tagged , , , , , , , , a 9:22 pm di marisamoles

Sul quotidiano La Stampa, all’interno della rubrica Buongiorno, Massimo Gramellini commenta così la sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato ad un anno di carcere Giuseppa Valido, 59 anni, insegnante ormai in pensione:

Nella primavera del 2007, a Palermo, un alunno di scuola media aveva canzonato un compagno, dandogli simpaticamente del finocchio e facendolo simpaticamente piangere davanti a tutta la classe. La vecchia professoressa di lettere si era accanita contro il mattacchione e, anziché spedirlo ai provini di «Amici», lo aveva messo dietro il banco a scrivere cento volte sul quaderno «io sono un deficiente». Lui aveva scritto cento volte «deficente» senza la i, dimostrando così di avere le carte in regola per sfondare non solo in tv ma anche in Parlamento. Poi era corso a lamentarsi da papà, che di fronte all’affronto intollerabile inferto al ramo intellettuale della famiglia aveva denunciato la prof ai carabinieri, non prima di averle urlato in faccia: «Mio figlio sarà un deficiente, ma lei è una gran c…».

C’è voluto del tempo per ottenere giustizia, però ieri alla fine l’aguzzina è stata condannata: un anno di carcere con la condizionale per abuso di mezzi di disciplina, nonostante l’accusa avesse chiesto solo 14 giorni. Che vi serva da lezione, cari insegnanti. La prossima volta che un alunno umilierà un compagno di fronte a tutti, aggiungete al coro il vostro sghignazzo e non avrete nulla da temere. A patto che l’umiliato non si impicchi in bagno, come altre volte è accaduto, perché allora vi accuseranno di non aver saputo prevenire la tragedia. E il simpatico umorista di Palermo finalmente vendicato? Lo immaginiamo ormai cresciuto, tutto suo padre, intento a scrivere cento volte sul quaderno «io sono intelligiente» e stavolta senza dimenticare la i.

Per il legale dell’insegnante, Sergio Visconti, «non è stata fatta giustizia. La mia cliente è profondamente offesa ed amareggiata. Si sente tradita dalle istituzioni». Di parere contrario il padre dell’alunno: «Ha avuto quello che si meritava. Doveva pagare il conto. Dopo quella punizione sono stato costretto a portare mio figlio dalla psicologo». (da Il Messaggero)

Io mi permetto solo un commento: il bambino andava punito, è vero. Non a quel modo, però. Una pubblica umiliazione se non è proprio abuso dei mezzi di correzione, va sempre evitata. Nel caso specifico, inoltre, la professoressa ha, come si suol dire, reso pan per focaccia. Il bullo ha umiliato il compagno, lei ha umiliato il bullo. Occhio per occhio dente per dente, insomma. Tutt’altro che educativo.

Insomma, una punizione esemplare, come l’utilizzo del bullo in alcuni servizi utili alla comunità, anche per far sentire l’alunno parte della comunità stessa, in cui vige la regola del rispetto reciproco. E poi il dialogo, unico strumento utile per ottenere qualcosa. E dallo psicologo avrebbero dovuto mandarlo comunque, non certo per aver subito l’umiliazione di scrivere cento volte “io sono un deficiente”.

I genitori? Be’, con un figlio così … hanno bisogno soprattutto loro di un sostegno psicologico.

17 settembre 2010

MAMMA IN BURQA SPAVENTA I BAMBINI DI UN ASILO A LATINA ED È SUBITO POLEMICA

Posted in attualità, bambini, famiglia, legalità, politica, religione, società tagged , , , , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles


Può una donna che indossa il burqa spaventare dei bambini di quattro o cinque anni? Parrebbe di sì, almeno stando alla notizia di cronaca che si legge sui quotidiani oggi. È accaduto a Sonnino, paese abitato da cinquemila anime in provincia di Latina. Un posto tranquillo in cui una tranquilla famigliola islamica ha sempre vissuto senza destare clamore e senza sentirsi i riflettori puntati contro. Almeno fino ad oggi.

Alcuni genitori, i cui figli frequentano la scuola materna, hanno protestato per la presenza di una signora marocchina che accompagna a scuola il proprio figlio indossando il burqa. Secondo questi genitori, la donna spaventa gli altri piccoli alunni che dicono di non voler andare in classe perché intimoriti dalla «maestra nera».
L’abito indossato dalla donna, spesso di colore scuro, è la versione più ortodossa del burqa, il modello che lascia passare la luce solo dalla retina sugli occhi.

Le mamme protestano perché «sotto il lungo vestito potrebbe nascondersi chiunque, anche un malintenzionato che avrebbe libero accesso nella scuola» e hanno segnalato il fatto al dirigente scolastico, al sindaco e ai carabinieri di Sonnino. «Ci farebbe piacere – affermano in una nota- poter scambiare qualche parola con lei all’ingresso e all’uscita dei bimbi anche per entrare in contatto con una realtà diversa dalla nostra. L’unica cosa che chiediamo è che dentro l’atrio della scuola scopra almeno gli occhi e la bocca. Con un semplice gesto rassicurerebbe noi mamme sulla sua identità e i nostri figli capirebbero che sotto il vestito scuro non c’è nessuna ‘maestra nera’ ma solo una signora come le altre che porta il suo bel bambino all’asilo».

In conseguenza di questo increscioso fatto, si sta organizzando una raccolta di firme, affinché il sindaco emetta un’ordinanza che possa salvaguardare sia le preoccupate famiglie, sia la dignità di chi professa un’altra religione.
Una questione delicata, più volte affrontata sui quotidiani e nei dibattiti televisivi. Proprio in questi giorni in Francia è stato approvato al senato, in via definitiva, il divieto per le donne di indossare il velo islamico integrale nei luoghi pubblici. Le musulmane non potranno più indossare il burqa e il niqab in negozi, parchi, scuole, ospedali, mezzi di trasporto, insomma in tutti i luoghi aperti al pubblico. L’ammenda, per chi trasgredisce, è di 150 euro, pene molto più severe (fino a un anno di carcere e 30mila euro di multa) per chi costringerà una donna ad indossare il velo.

In Italia sono state avanzate varie proposte da parte della Lega ma non solo. All’esame della commissione Affari Costituzionali della Camera ci sono già ben otto proposte di legge depositate sull’argomento (sia contro il burqa, sia contro il niqab), alcune delle quali presentate da Pierluigi Mantini (Udc) e da Souad Sbai (Fli), ma la Lega ha deciso di presentare il nuovo testo per «dare più forza all’iniziativa francese». Il capogruppo del Carroccio alla Camera Marco Reguzzoni, ritiene che la proposta avanzata dal suo partito punti «a far rispettare quel principio di uguaglianza tra uomo e donna che esiste nella nostra società». Già, ma la nostra società è diversa dalla loro, possibile che nessuno se ne accorga? Tranne casi limite, che purtroppo ci sono, le donne accettano il rispetto della tradizione e non subiscono l’imposizione del burqa o del niqab. La loro è una scelta dettata dalla volontà di essere “buone musulmane” e nessuna legge umana può competere con le leggi divine.

Le polemiche su questo caso non mancano. Ci si chiede: se da una parte è legittimo che chiunque circoli per le strade cittadine debba essere riconosciuto (ad esempio, un motociclista deve togliersi il casco non appena scende dalla moto e non può andarsene in giro, specie nei locali pubblici, a viso coperto), dall’altra parte se il burqa rappresenta un’usanza religiosa, chiedere alla donna di farne a meno nei luoghi pubblici è lecito? La risposta non è semplice. Da una parte c’è il rispetto della legge e la richiesta di vivere da buon cittadino nella legalità, dall’altra c’è l’obbligo di rinunciare ad osservare una tradizione che per i musulmani è sacra quanto il corano stesso.

Onestamente non credo che, se venisse approvata in Italia una legge che vieti l’uso del burqa in pubblico, le donne che usualmente lo indossano ne farebbero a meno. Piuttosto ritengo che preferirebbero vivere segregate in casa. E se la loro vita, almeno agli occhi di noi occidentali, è fatta di tante rinunce, aggiungeremmo, in nome della legalità, un’ulteriore rinuncia e porremmo un grave limite alla loro libertà di rispettare il proprio credo.

[fonti: Il Messaggero e Il Corriere: art. 1 e art. 2]

1 giugno 2010

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLE ADOZIONI: GLI ASPIRANTI GENITORI NON POTRANNO SCEGLIERE L’ETNIA DEI BAMBINI

Posted in bambini, Cassazione, cronaca, famiglia, figli tagged , , , , , , , , a 3:36 pm di marisamoles

Il 28 aprile avevo scritto un post sul caso della coppia siciliana che, nella domanda di adozione, aveva espresso la preferenza nei confronti di bambini europei, escludendo, quindi, altre etnie. Ne era scoppiato un vero e proprio caso e anche nei commenti a quel mio post il dibattito si era fatto acceso, forse troppo.

Oggi la Corte di Cassazione, dando ragione all’esposto presentato da parte della Procura Generale della Cassazione stessa, ha emesso la sentenza numero 13332 con la quale si stabilisce che «Il decreto di idoneità’ all’adozione pronunciato dal tribunale dei minorenni non può essere emesso sulla base di riferimenti all’etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia».

Immagino che questa sentenza farà discutere ma ritengo che, come nel caso dei genitori naturali che vengono messi di fronte a precise responsabilità a prescindere dalla loro volontà o desiderio, così anche le coppie di genitori adottivi devono accogliere un bimbo da amare, a prescindere dall’appartenenza ad una determinata etnia e dai problemi che si verrebbero ad affrontare nel caso in cui per il bambino assegnato non sia semplice l’inserimento nel nuovo contesto.

Leggo sul sito dell’Aibi, l’Associazione Amici dei Bambini, che si era battuta già ad aprile affinché si giungesse a questo tipo di decisione:

Inoltre, la Cassazione batte il tasto sulla necessità che i servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure di adozione internazionale per guidarle verso “una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell’adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria”. Con il sostegno psicologico – aggiunge la Suprema Corte – si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere “un bimbo che non sia a propria immagine”, o le paure di quanti dicono ‘no’ al bimbo ‘diverso’ “per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l’integrazione del minore nell’ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento”. Ad ogni modo, la Cassazione non ammette che le coppie possano esprimere ‘preferenze’ per “determinate caratteristiche genetiche” del bambino che vorrebbero. Anche in considerazione del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già “profondamente tormentata” e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con “peculiari doti di sensibilità”.

Un figlio è un dono e l’amore dei genitori non può essere condizionato da alcun fattore esterno. Ciò vale per i figli naturali e deve valere anche, se non a maggior ragione, per quelli adottati.

[Fonti: Il Piccolo e Il Corriere]

21 maggio 2010

PRONTO IL BAVAGLIO PER I BLOGGER … E ANCHE IL CARCERE?

Posted in Legge, politica, web tagged , , , , a 5:33 pm di marisamoles

Riporto il testo di una mail di cui condivido il contenuto ma non alcune espressioni palesemente tendenziose e faziose– che una collega -approfitto per ringraziarla- mi ha inviato:

Ieri (17 maggio, NdR) il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC) identificato dall’articolo 50-bis: /Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet;

la prossima settimana Il testo approderà alla Camera diventando l’articolo nr. 60.

Il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della”Casta”.

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.

Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero; il Ministro dell’Interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.

Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta!

In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l’unica informazione non condizionata e/o censurata.

Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo dove una /media company/ ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.

Il nome di questa /media company/, guarda caso, è Mediaset.

Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un’impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d’interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di repressione internet e tutto il istema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in> Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa alla Cina e alla Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico.

… E ADESSO ANCHE IL MIO!

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