24 ottobre 2010

SCUOLA E SPORT: NIENTE “GIOCHI DELLA GIOVENTÙ” PER GLI STUDENTI CHE NON HANNO TUTTI I 6 NEL PROFITTO

Posted in adolescenti, bambini, politica, scuola, sport tagged , , , , , , , a 2:23 pm di marisamoles

Un disegno di legge presentato dalla Lega, in discussione al Senato, si ispira al modello dei college americani e vuole riportare agli antichi splendori i “Giochi della gioventù”. Solo sull’articolo 2 la discussione è animata: «Non possono partecipare ai Giochi gli studenti che non abbiano conseguito la sufficienza in tutte le materie nel semestre scolastico precedente a quello di svolgimento della manifestazione sportiva». La proposta riguarda i ragazzini dalla quarta elementare alla terza media che dovrebbero tornare al vecchio sistema di gare comunali, provinciali, regionali e nazionali oggi riservato agli studenti delle superiori.
Indubbiamente la proposta di rilanciare i Giochi merita un elogio, In generale, su tale proposta sono tutti d’accordo ma quell’articolo 2, che condivido appieno, ha generato delle rimostranze. Si obietta, infatti, che i bambini e gli adolescenti italiani sono un po’ pigri: fanno poco sport, in generale, e a scuola spesso le ore di Ed. Fisica o Motoria sono svolte in luoghi e con mezzi di fortuna, visto che quattro scuole su dieci non hanno nemmeno una palestra.

Sinceramente non credo che la partecipazione ai Giochi della Gioventù possa cambiare le abitudini dei giovani italiani: chi fa sport per conto suo, partecipa alle gare, anche su segnalazione degli insegnanti, chi non fa attività fisica, non ha voglia nemmeno di partecipare ai Giochi e nemmeno sarà spronato dai prof in mancanza di attitudini.
Che poi qualcuno, particolarmente appassionato di sport attivo, ci marci e approfitti delle ore “perse” per partecipare alle gare, trascurando lo studio, è una realtà piuttosto diffusa.

Da anni, di fronte alle giustificazioni addotte dai miei colleghi per un profitto non brillante, del tipo “poverino/a, è tanto impegnato con lo sport, ha partecipato ai campionati italiani, forse andrà agli europei, fra qualche anno lo/la vedremo alle Olimpiadi”, ho sempre manifestato apertamente la mia insofferenza.
Posso ammirare chi nello sport si distingue, anche considerando che spesso proprio lo sport a livello agonistico “salva” i ragazzi da abitudini ben più deleterie, ma da insegnante non posso accettare che l’attività agonistica diventi un alibi per impegnarsi poco, confidando, magari, nel sostegno del/della prof di Ed. Fisica che allo scrutinio finale spingerà per la promozione dell’allievo/a particolarmente dotato a livello sportivo ma molto meno portato per le “materie culturali”.

Insomma la proposta della Lega, in particolare di quell’art. 2, non piace a tutti. Eppure negli States funziona così; addirittura le squadre di basket della Nba possono pescare nei college solo i giovani che hanno tutti i voti a posto. Perché, dunque, non prenderne esempio?
«L’obiettivo – spiega Giovanni Torri, senatore della Lega e autore del ddl – è usare la partecipazione ai giochi come incentivo per spingere i ragazzi a studiare. In particolare quelli meno bravi, che avrebbero un motivo in più per impegnarsi». Di contro, c’è chi, come il senatore del Pdl Franco Asciutti, obietta che spesso i più bravi nello sport hanno profitti mediocri: «Lo sport non serve solo ai bravi, anzi serve soprattutto ai meno bravi che così possono ritrovare quell’autostima necessaria per migliorare negli studi e non abbandonarli».
Dello stesso avviso anche la senatrice Mariapia Garavaglia, del Pd, secondo la quale «bisogna consentire ad un giovane di esprimere le proprie attitudini sportive a prescindere dal merito scolastico» altrimenti «si finirebbe per frustrare ancora di più i ragazzi che vanno meno bene».

Io, tuttavia, rimango ferma nella mia convinzione che la partecipazione ai Giochi delle Gioventù debba costituire un merito per chi s’impegna nello studio e nello sport, senza trascurare nessuna delle due attività. Il paletto del profitto sufficiente in tutte le materie, a par mio, potrebbe servire da incentivo, come sostiene Giovanni Torri, e abbatterebbe quella disparità di trattamento che spesso si verifica nei confronti degli allievi bravi su tutti e due i fronti che si vedono superati da degli studenti mediocri, a volte pessimi, nei confronti dei quali, però, c’è sempre un occhio di riguardo perché “poverini, sono così impegnati nello sport!”.

[LINK della fonte della la notizia]

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23 ottobre 2010

SCUOLA: “CLASSI SEPARATE PER I DISABILI”, PROPONE FONTANINI. E SCOPPIA IL CASO

Posted in adolescenti, bambini, Friuli Venzia-Giulia, scuola tagged , , , , , , , , a 5:55 pm di marisamoles


Il Presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, Lega Nord (non avevamo dubbi!), ex insegnante, tra l’altro, se n’è uscito con una proposta choc: istituire delle classi “dedicate” (non può dire “differenziali”, visto che sono state abolite nel 1977) per i disabili. Motivo? Per loro, i disabili, le lezioni nelle classi “normali” sarebbero troppo difficili da seguire e poi la loro presenza rallenterebbe il ritmo nello svolgimento dei programmi.

Tale esternazione ha avuto luogo niente meno che in occasione di un convegno organizzato a Palmanova dal Consorzio per l’assistenza medico-pedagogica (Campp) e dall’Azienda per i servizi socio-sanitari della Bassa friulana. Il che equivale a “parlar di corda in casa dell’impiccato”.
Reazione della platea? Un buuuuuu fragoroso al quale, però, Fontanini ha risposto con argomenti validi, almeno a suo dire.

Per non passare per un innovatore in tal senso, il Presidente della Provincia di Udine ha fatto riferimento ad un modello, quello tedesco: «In Germania – spiega – ci sono percorsi differenziati per i ragazzi con disabilità e io penso che quello sia un buon modello, capace di dare frutti migliori». Certo, sarebbe meglio che i ragazzi con qualche problema avessero un’attenzione più “dedicata”, mentre succede che gli insegnanti di sostegno, che dovrebbero seguirli nelle classi assieme ai normodotati, facciano “più assistenza che appoggio durante le lezioni. Non c’è nessuno, inoltre, che durante l’anno verifica il loro lavoro. E allora – conclude Fontanini – sarebbe meglio pensare a classi dedicate e a personale specializzato. Ma non è nostra competenza e la mia è una posizione personale».

Meno male che la competenza non è della provincia e la sua è solo una posizione personale. Cominciavo a preoccuparmi.

[fonte: Messaggero Veneto]

1 ottobre 2010

A PROPOSITO DI AUTO BLU E … CRAVATTE VERDI

Posted in Friuli Venzia-Giulia, politica, Satyricon tagged , , , , a 10:29 pm di marisamoles

L’ex Presidente del Consiglio Regionale del Friuli – Venezia Giulia, Eduard Ballaman, Lega Nord, dimessosi il 9 settembre scorso causa uso improprio dell’auto blu, dovrà rispondere all’accusa di aver causato un danno erariale, presunto, per complessivi 28.085,05 euro.
Nei prossimi giorni gli verrà notificato l’invito a dedurre e avrà trenta giorni di tempo per rispondere.

L’ex presidente ha avuto a sua disposizione, fino al primo aprile 2010, quando ha deciso di farne a meno, due modelli di auto blu: da maggio a dicembre 2008 una Lancia Thesis e da gennaio 2009 a marzo 2010 un’Audi A6. Ogni giorno una macchina era pronta davanti a casa del presidente del Consiglio, Pordenone centro, per accompagnarlo ovunque desiderasse, riportandolo a casa la sera. Leggendo sul quotidiano Il Messaggero Veneto quali sono state le occasioni in cui l’utilizzo dell’auto blu sarebbe stato illecito, penso a quali giustificazioni potrà mai dare nell’accogliere l’invito a dedurrene deduco che sarà un’impresa assai ardua.

Iniziamo dagli spostamenti per raggiungere la casa della sua fidanzata, ormai moglie: lui a Pordenone, ma in realtà in giro per la regione ogni giorno, specie per recarsi nel capoluogo, Trieste, lei in provincia di Venezia: un’ora di macchina dall’abitazione del Ballaman. Delle gite bisettimanali, almeno, e ben più frequenti nel periodo a ridosso del matrimonio, celebrato nel novembre 2009.
A proposito delle nozze, quale mai avrebbe potuto essere la persona più ambita in veste di celebrante se non il senatur Umberto Bossi? Ecco, quindi, che la coppia, Ballaman e fidanzata, si fa accompagnare da lui a Milano in auto blu. Soldi dei contribuenti spesi male, ‘sta volta: Bossi declina l’invito, viaggio a vuoto.

A proposito di viaggio, che dire di quello di nozze? L’hanno fatto in aereo ma partendo da Malpensa. E all’aeroporto milanese ci sono andati in treno o in pullman? Certo che no! Be’, se c’è l’auto blu … Andata e ritorno, ovviamente, per non parlare di altri viaggetti romantici, anche se l’aeroporto era più vicino: il Marco Polo di Venezia.

Ma il viaggio per cui la disponibilità dell’auto blu è stata assolutamente indispensabile, perché forse dovuto ad una vera e propria urgenza, è stato quello compiuto a Campoformido, provincia di Udine, per accompagnare la fidanzata dal … dentista. Ahia, il mal di denti doveva essere davvero terribile. Avesse avuto a disposizione l’elicottero del 118, Ballaman avrebbe usato quello.

Nel dossier, non anonimo e proveniente da fonte affidabile, sono descritti ben settanta spostamenti, alcuni dei quali comprovati dalle ricevute del Telepass, in auto blu per motivi privati, compresi vari viaggetti per seguire i comizi della Lega Nord su e giù, anzi in lungo e in largo, per la Padania.

Che dire? Non so cosa dedurrà il Ballaman, io ne deduco che noi contribuenti abbiamo speso un bel po’ di soldi per la felicità della coppia di fidanzati e poi sposi. Viva gli sposi, allora! Con dei begli addobbi di rose bianche l’auto blu sarà stata bellissima.

[foto by euroregionenews]

17 settembre 2010

MAMMA IN BURQA SPAVENTA I BAMBINI DI UN ASILO A LATINA ED È SUBITO POLEMICA

Posted in attualità, bambini, famiglia, legalità, politica, religione, società tagged , , , , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles


Può una donna che indossa il burqa spaventare dei bambini di quattro o cinque anni? Parrebbe di sì, almeno stando alla notizia di cronaca che si legge sui quotidiani oggi. È accaduto a Sonnino, paese abitato da cinquemila anime in provincia di Latina. Un posto tranquillo in cui una tranquilla famigliola islamica ha sempre vissuto senza destare clamore e senza sentirsi i riflettori puntati contro. Almeno fino ad oggi.

Alcuni genitori, i cui figli frequentano la scuola materna, hanno protestato per la presenza di una signora marocchina che accompagna a scuola il proprio figlio indossando il burqa. Secondo questi genitori, la donna spaventa gli altri piccoli alunni che dicono di non voler andare in classe perché intimoriti dalla «maestra nera».
L’abito indossato dalla donna, spesso di colore scuro, è la versione più ortodossa del burqa, il modello che lascia passare la luce solo dalla retina sugli occhi.

Le mamme protestano perché «sotto il lungo vestito potrebbe nascondersi chiunque, anche un malintenzionato che avrebbe libero accesso nella scuola» e hanno segnalato il fatto al dirigente scolastico, al sindaco e ai carabinieri di Sonnino. «Ci farebbe piacere – affermano in una nota- poter scambiare qualche parola con lei all’ingresso e all’uscita dei bimbi anche per entrare in contatto con una realtà diversa dalla nostra. L’unica cosa che chiediamo è che dentro l’atrio della scuola scopra almeno gli occhi e la bocca. Con un semplice gesto rassicurerebbe noi mamme sulla sua identità e i nostri figli capirebbero che sotto il vestito scuro non c’è nessuna ‘maestra nera’ ma solo una signora come le altre che porta il suo bel bambino all’asilo».

In conseguenza di questo increscioso fatto, si sta organizzando una raccolta di firme, affinché il sindaco emetta un’ordinanza che possa salvaguardare sia le preoccupate famiglie, sia la dignità di chi professa un’altra religione.
Una questione delicata, più volte affrontata sui quotidiani e nei dibattiti televisivi. Proprio in questi giorni in Francia è stato approvato al senato, in via definitiva, il divieto per le donne di indossare il velo islamico integrale nei luoghi pubblici. Le musulmane non potranno più indossare il burqa e il niqab in negozi, parchi, scuole, ospedali, mezzi di trasporto, insomma in tutti i luoghi aperti al pubblico. L’ammenda, per chi trasgredisce, è di 150 euro, pene molto più severe (fino a un anno di carcere e 30mila euro di multa) per chi costringerà una donna ad indossare il velo.

In Italia sono state avanzate varie proposte da parte della Lega ma non solo. All’esame della commissione Affari Costituzionali della Camera ci sono già ben otto proposte di legge depositate sull’argomento (sia contro il burqa, sia contro il niqab), alcune delle quali presentate da Pierluigi Mantini (Udc) e da Souad Sbai (Fli), ma la Lega ha deciso di presentare il nuovo testo per «dare più forza all’iniziativa francese». Il capogruppo del Carroccio alla Camera Marco Reguzzoni, ritiene che la proposta avanzata dal suo partito punti «a far rispettare quel principio di uguaglianza tra uomo e donna che esiste nella nostra società». Già, ma la nostra società è diversa dalla loro, possibile che nessuno se ne accorga? Tranne casi limite, che purtroppo ci sono, le donne accettano il rispetto della tradizione e non subiscono l’imposizione del burqa o del niqab. La loro è una scelta dettata dalla volontà di essere “buone musulmane” e nessuna legge umana può competere con le leggi divine.

Le polemiche su questo caso non mancano. Ci si chiede: se da una parte è legittimo che chiunque circoli per le strade cittadine debba essere riconosciuto (ad esempio, un motociclista deve togliersi il casco non appena scende dalla moto e non può andarsene in giro, specie nei locali pubblici, a viso coperto), dall’altra parte se il burqa rappresenta un’usanza religiosa, chiedere alla donna di farne a meno nei luoghi pubblici è lecito? La risposta non è semplice. Da una parte c’è il rispetto della legge e la richiesta di vivere da buon cittadino nella legalità, dall’altra c’è l’obbligo di rinunciare ad osservare una tradizione che per i musulmani è sacra quanto il corano stesso.

Onestamente non credo che, se venisse approvata in Italia una legge che vieti l’uso del burqa in pubblico, le donne che usualmente lo indossano ne farebbero a meno. Piuttosto ritengo che preferirebbero vivere segregate in casa. E se la loro vita, almeno agli occhi di noi occidentali, è fatta di tante rinunce, aggiungeremmo, in nome della legalità, un’ulteriore rinuncia e porremmo un grave limite alla loro libertà di rispettare il proprio credo.

[fonti: Il Messaggero e Il Corriere: art. 1 e art. 2]

12 settembre 2010

IL SOLE DI SETTEMBRE SCOTTA ANCORA … SPECIE QUELLO DELLE ALPI

Posted in attualità, politica, Renato Brunetta, Satyricon, televisione tagged , , , , , , , , , a 6:25 pm di marisamoles

«Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l’Italia sarebbe il primo Paese in Europa». Così Renato Brunetta oggi [11 settembre, NdR] su Il Giornale. (da Il Messaggero.it )

Si legge sul quotidiano La Padania: «In molti hanno spiegato che ‘I Cesaroni’ hanno il pregio di rappresentare la famiglia media di questo Paese. Che le loro storie sono un po’ le storie di tutti. Ma da qui a dire che ‘I Cesaroni’ sono lo specchio degli italiani ce ne corre. […] tutto in perfetta salsa romanesca, compreso, ovviamente, quello dei linguaggio declinato in ogni spessore semantico dai vari personaggi e protagonisti».
Replica Claudio Amendola, protagonista della fiction I Cesaroni: «Questo attacco della Padania ai Cesaroni non mi tocca minimamente. Non mi sento neanche offeso. Mi sembra un attacco pretestuoso, ma a dir la verità da loro non mi aspettavo niente di diverso» […] Sia a livello di contenuti che a livello linguistico abbiamo avuto sempre un riscontro positivo nelle persone: da Trento, a Milano, fino alla Sicilia». (tratto da Il Messaggero)

Sì, il sole di settembre scotta ancora. Si consiglia di esporsi al sole nelle ore meno calde e indossare un berrettino … possibilmente di un colore diverso dal verde. Tricolore andrebbe meglio, ma sarebbe chiedere un po’ troppo.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 13 SETTEMBRE 2010

Ad Adro, in provincia di Brescia, c’è un polo scolastico pubblico, perfettamente efficiente, costruito a costo zero per lo Stato, grazie all’autotassazione dei cittadini (tutti? Boh …). Le aule dispongono di sedie e banchi ergonomici, armadietti con chiave, ogni cattedra dispone del pc per l’insegnante, un proiettore, che pare avere anche funzione di telecamera consentendo agli alunni assenti di seguire le lezioni anche da casa.
Il rovescio della medaglia di tanta perfezione è che si tratta di un edificio scolastico i cui zerbini, i posacenere sui cestini dell’immondizia, ed ogni banco riportassero inciso in modo indelebile il simbolo della Lega Nord, ovvero il sole delle Alpi. (fonte: ilsegnocheresta , il blog di Loretta Dalola in cui potete trovare, fra i commenti, anche una mia riflessione sul caso).

«Il sindaco di Adro, Lancini, ha spiegato che “il Sole delle Alpi” impresso su tutte le attrezzature scolastiche non e’ un simbolo di partito. Al contrario, un simbolo di identità e tradizione, un po’ come la rosa camuna per la Lombardia. Impedire l’uso di quel simbolo sarebbe un segno di regime; se anche la Lega lo usa, non posso farci niente.» (fonte: liberonews)

Oggi qui è un po’ nuvoloso, ma evidentemente sulla Padania splende ancora, e soprattutto scotta, il sole … delle Alpi.

17 ottobre 2009

L’ISLAM VARCA LA SOGLIA DELLE SCUOLE ITALIANE?

Posted in integrazione culturale, scuola tagged , , , , , , , , a 11:01 pm di marisamoles

ISLAM

L’ora di religione a scuola fu istituita a seguito dei cosiddetti Patti Lateranensi, firmati da papa Pio XI e Benito Mussolini: si concludeva, quel lontano 11 febbraio 1929, il lungo periodo di attrito tra il Vaticano e lo Stato italiano. La “conciliazione” chiudeva definitivamente la “questione romana”. Nel 1984 il Concordato fu rivisto in alcune sue parti: era necessario, infatti, eliminare la clausola che riconosceva alla religione cattolica il ruolo di religione di Stato. Ricordiamo che la nostra Costituzione riconosce a tutti i cittadini la libertà di culto [art. 8] e per questo motivo, anche in conseguenza di un flusso migratorio proveniente da Paesi non cattolici, l’insegnamento della religione diventò facoltativo.

E ora veniamo al punto della questione: se veniva lasciata agli allievi (ma forse sarebbe meglio dire alle famiglie) la facoltà di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica, allora bisognava trovare delle opzioni alternative fra le quali poter scegliere. In effetti, sarebbe prevista una materia alternativa alla religione ma spesso le scuole (almeno gli istituti di istruzione secondaria di secondo grado) non sono in grado di proporre un’offerta didattica diversa. Succede, quindi, che le famiglie scelgano tra l’attività di studio individuale e autonomo (spesso non si riesce nemmeno a garantire una sorveglianza agli allievi, per problemi di disponibilità del personale) e l’uscita dalla scuola. Quest’ultima è senza dubbio preferita dai più grandi che esercitano il loro diritto di poter scegliere se fare o meno religione come un’opportunità di andare a fare un giro. Meglio ancora se l’ora di religione è la prima o l’ultima dell’orario quotidiano, così dormono un’ora di più o se ne tornano a casa un’ora prima.

Io spesso mi sono chiesta che male possa fare un’ora di religione alla settimana. Credo che la maggior parte dei ragazzi sia convinta che l’ora in questione sia una sorta di appendice del catechismo che magari già devono sorbirsi in preparazione della Cresima. Ma se la pensano davvero in questo modo, si sbagliano di grosso. Nella mia carriera ho avuto come colleghi di religione sia laici, uomini e donne, giovani e meno giovani, sia sacerdoti; tutte persone preparate e aperte al mondo. L’attività che viene svolta nelle aule scolastiche è varia e affronta una serie di argomenti e problematiche che se non possono nuocere a nessuno –nemmeno ai ragazzi di fede diversa-, aprono la loro mente e li fanno riflettere sulla loro identità ed operare un confronto con l’alterità. Non solo: molti docenti di religione di fatto parlano di tutte le religioni, dei diversi culti, delle differenti cause storiche che hanno portato all’affermazione di una fede sull’altra in determinate parti della terra. Si affrontano anche tutta una serie di problematiche giovanili che altri docenti, per il poco tempo a disposizione e la corposità dei programmi ministeriali, non riescono a trattare. Più volte il/la collega di religione ha contribuito ad ampliare un discorso storico che non avevo potuto trattare in modo diffuso.

È vero che non si può imporre agli studenti di fede diversa l’insegnamento della religione cattolica. È pure vero che i dati riguardanti l’immigrazione ci indicano un costante aumento di allievi di fede musulmana che frequentano le nostre scuole. È chiaro che venire incontro ai loro bisogni, alle loro esigenze dovrebbe essere una priorità, ma è anche vero che introdurre l’insegnamento dell’islam nelle nostre scuole significherebbe creare un precedente: allora i ragazzi ebrei o protestanti o appartenenti a qualsiasi altra fede potrebbero pretendere di far valere lo stesso diritto. Non solo, anche a livello di organico si creerebbero dei problemi: a chi sarebbe affidata questa nuova disciplina? Si dovrebbe quantomeno assumere dei docenti ad hoc, preferibilmente scelti dalla comunità islamica. E sulla base di quali titoli questi esperti sarebbero scelti? Quale tipo di contratto verrebbe stipulato? Per quante ore e per quanti allievi? È impensabile, poi, che le ore di religione nelle diverse classi, almeno in quelle parallele, siano svolte contemporaneamente, in modo da poter costituire un unico gruppo di studenti cui destinare l’insegnamento dell’islam. La questione, quindi, è tutt’altro che semplice.

Le problematiche che si verrebbero a creare nelle scuole italiane probabilmente non sfiorano nemmeno quelli che ritengono fattibile la proposta. Il viceministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso, ad esempio, supportato da Massimo D’Alema e dallo stesso Vaticano che vede in questa eventualità uno strumento utile anche per arginare un certo “radicalismo” assai pericoloso. Di diverso avviso è, però, il cardinale Ersilio Tonini che ritiene la proposta pressappochista e attualmente impraticabile, anche perché l’approccio con l’islam da parte dello Stato dev’essere prudente. Tonini precisa che pensare che l’Islam sia un gruppo completo, esaustivo, è un errore. L’Islam ha mille espressioni, collegamenti, imparentamenti. Insomma, con i valori della nostra civiltà non ha nulla a che vedere. Come sempre la sua visione appare saggia, molto più di quella della Lega che taglia corto: Urso, uno dei leader di An, ha voluto il posto come viceministro allo Sviluppo economico e quindi pensi a lavorare nel suo ministero, che di cose da fare a sostegno dei nostri imprenditori e lavoratori ce ne sono tante e la smetta di proporre le stesse cose di D’Alema e della sinistra.

Ora, senza arrivare ad una presa di posizione politica, l’eventualità che l’islam varchi la soglia delle scuole italiane appare remota anche a me, se non altro per i motivi che ho sopra esposto: difficoltà tecniche, soprattutto, alle quali si aggiunge il timore che, essendo la religione musulmana ricca di sfaccettature, probabilmente anche se si arrivasse ad una soluzione dei problemi organizzativi, non si riuscirebbe comunque ad accontentare tutti.
Io personalmente sono dell’avviso che offrire un’alternativa concreta all’ora di religione sia preferibile. Magari impartendo delle lezioni sulle diverse religioni e sui molteplici culti che nel mondo si praticano, preferibilmente con il supporto di mediatori culturali. Consideriamo che i musulmani non sono gli unici immigrati: i cinesi, ad esempio, sono numerosissimi e seguono molteplici fedi religiose, tra cui taoismo, buddismo e confucianesimo. Concedere agli islamici di studiare a scuola la loro religione non dovrebbe precludere ad altri lo stesso diritto. Un bel corso di Storia delle religioni (monoteistiche e non) risolverebbe molti problemi e sicuramente sarebbe più semplice trovare dei docenti in grado di impartire questo insegnamento sfruttando le risorse interne. Con buona pace anche del ministro Gelmini.

[fonte: Il Corriere.it]

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