IN COMPENSO …

italianoCompenso deriva dal latino compensare, “pesare insieme”, che rimandava a un’idea di equilibrio: vali tanto, ti do tanto. Invece oggi che tutti guadagnano poco a prescindere da quanto valgono, chi viene pagato molto lo guardiamo con un certo sospetto. Abbiamo tutte le ragioni per farlo, ma ogni tanto sarebbe bello, invece di “quanto costa”, chiedersi “quanto vale“: con gli zero a costo zero si rischia di combinare ben poco.

(a cura di Alessandro Masi, dal supplemento Sette del Corriere della Sera).

In compenso è, invece, una locuzione molto usata che significa “in cambio”, “al posto di”. Prendiamo, ad esempio, questo enunciato: “Oggi non ho lavorato, in compenso mi sono divertita”. Non si può dire, tuttavia, che il “cambio” sia equilibrato!

Stranezze della lingua italiana.

ASPETTANDO LA FUMATA BIANCA: VIVO UN PAPA SE NE FA UN ALTRO

stufa-cappella-sistinaSarà un Papa di transizione, s’era detto. E Joseph Ratzinger, ormai Papa emerito, non ha smentito la previsione: si è dimesso. Caso unico nell’età moderna. E ora come la mettiamo con il noto modo di dire: “Morto un Papa se ne fa un altro“?

Ironia a parte, molti sono i detti popolari che hanno come protagonista il Papa, volente o nolente. Certamente il più noto è quello testé citato, ma anche “ad ogni morte di Papa” è un aforisma usatissimo che d’ora in poi avrà meno valore. I due detti, infatti, puntano l’accento su un punto fermo che riguardava (ora non più) il pontificato: un papa eletto lo sarà per sempre, fino alla morte. Guarda un po’che scherzo ci ha fatto Benedetto XVI!

Ma qual è l’etimologia della parola Papa? E’ molto semplice: è associabile alla parola molto più familiare “papà“, dal latino papam a sua volta derivato dal greco papàs cioè “padre“. In fondo che cos’è il Pontefice se non il papà di tutti i cattolici?

A proposito di “Pontefice“, la parola ha origini molto lontane, addirittura precristiane. la Chiesa, infatti, con la diffusione del Cristianesimo, ha adottato delle parole latine o greche già in uso nel mondo pagano dei Romani e dei Greci per indicare precetti, persone e luoghi sacri.
La parola “fede“, ad esempio, in latino significava fedeltà e viene scelta per designare quel patto di fedeltà, appunto, che si stringeva tra i cristiani e la Chiesa. Quest’ultima parola, che indica sia il luogo sacro in cui si celebrano le funzioni sia l’istituzione ecclesiastica, deriva a sua volta dal greco ekklesìa con la quale si intendeva l’assemblea popolare. Infatti, la chiesa altro non è che un’assemblea di fedeli.
Gli antichi Romani nella basilica, parola che ha sempre origine dal greco basilikè, trattavano affari o tenevano i processi. Fu Costantino (IV secolo d.C.) a convertire gli antichi edifici in luoghi di culto religioso.

Ma pontefice che origini ha? Nell’antica Roma il pontifex era una sorta di sacerdote cui spettava organizzare i riti pubblici, stabilire il calendario delle funzioni, amministrare, insomma, le cose sacre. Data l’importanza della carica, il pontifex era detto maximus, ma l’etimologia della parola ci porta ad un’incombenza tutt’altro che religiosa: il termine, infatti, deriva dall’espressione pontem facere che significa “costruttore di ponti”, su cui aleggia il mistero. Secondo Varrone, il pontifex maximus avrebbe fatto costruire il primo ponte di Roma, il Sublicio, considerato un’opera sacra in quanto così si poteva accedere al tempio che si trovava al di là del fiume Tevere. Ma questa è solo una delle interpretazioni. Meno misteriosa è l’adozione della parola da parte della Chiesa per appellare il Santo Padre: il Pontefice, difatti, è colui che in un certo senso, nelle vesti del vescovo di Roma, fa da ponte fra il mondo dei fedeli e quello di Dio.

E dopo questa carrellata di parole ed etimologie, che non ha affatto la pretesa di essere esaustiva, passiamo ai modi di dire.

Stare come un Papa”: significa stare comodo e tranquillo, intendendo che la vita da Papa sia scevra da preoccupazioni. Pare che il detto risalga a Leone X (1513-1521), il quale appena eletto avrebbe esclamato soddisfatto: “Godiamoci il papato perché Dio ce l’ha dato”.

Dove è il Papa, lì è Roma”: è una rivisitazione campanilistica del detto latino Ubi Petrus, ibi Ecclesia, “dove c’è Pietro lì c’è la Chiesa”.

Il Papa è capo e coda”: si riferisce all’onnipotenza del Pontefice che, in un altro modo di dire, viene accostato al Padreterno: “Il Papa può al di là del diritto, sopra il diritto e contro il diritto”.

Anche il Papa ha mal di testa”: riconduce il Santo Padre ad una dimensione più umana. Anche lui, come tutti, è un essere umano, in fondo. Tant’è che esiste anche il detto “Non occupa più terra il corpo del Papa che quel del sagrestano” per ribadire il concetto.

Sa più il Papa e un contadino, che un Papa solo”: si riferisce al fatto che a volte bisogna dar retta anche all’esperienza e la saggezza dei più umili e non solo alle parole di chi è ritenuto eccelso.

Dire qualcosa papale papale“: parlare senza peli sulla lingua, dimostrando autorità come il Papa sa fare.

Tornar da Papa a Parroco”: perdere da un giorno all’altro il potere, rinunciare a una posizione di comando.

E proprio quest’ultimo detto mi pare calzante con la situazione attuale. Anzi, come ha precisato Papa Ratzinger, lui non è tornato a fare il parroco ma è un semplice pellegrino.

Ora non resta che attendere la fumata bianca. Per ora ne abbiamo vista una sola, nera.

[LINK della fonte]

POTETE TROVARE ALTRI MODI DI DIRE QUI

LA “CLASSE” NON È ACQUA … E NEMMENO LA PROF


Venerdì sera sono stata alla cena di matura della mia quinta. A parte il fatto che sono appena rientrata da una tre giorni al mare (e ci voleva proprio!), quindi non ho fatto in tempo a trasferire sul blog le mie emozioni tempestivamente, ma devo dire che questa esperienza non è stata poi molto diversa rispetto all’altra. Quindi, anche se mi impegnassi ora, finirei con lo scrivere un post quasi identico.

Ora, non vorrei che i miei attuali allievi si offendessero: loro sono diversi, è vero, ma quando li si vede al di fuori dell’aula scolastica, tutti belli ed eleganti, i sentimenti che animano una “vecchia” prof che, a dispetto dei 4 in latino che non ha mai fatto mancare loro, ha un cuore grande così, sono sempre quelli. Vedere dei ragazzi che fino al mattino erano seduti ai loro banchi, con le magliette e i jeans sempre uguali, come stereotipati, e poi osservarli mentre si muovono, sorridono, chiacchierano, urlano, allegri nei loro begli abiti, le ragazze con i tacchi vertiginosi (un’invidia pazzesca!), le scollature, le schiene scoperte, le acconciature curate, i ragazzi in giacca e cravatta (non tutti, ma tutti comunque diversi rispetto a quei tipi sonnacchiosi che mi guardano dal banco troppo stretto, che quasi li fa sembrare dei giganti) … insomma, è uno spettacolo emozionante.

In una cosa, però, questi miei studenti che fra poco dovrò salutare, perché non sarò io ad accompagnarli all’esame di stato (e mi dispiace un sacco), si sono distinti. Gli altri, qualche anno fa, mi avevano incoronata “poeta vate”, in virtù del mio talento poetico giovanile, ed avevano trascritto su una “pergamena” un mio vecchio componimento in versi; i miei allievi di adesso, invece, mi hanno dedicato una poesia che se non mi ha emozionata a tal punto da scoppiare in lacrime è stato solo per l’imbarazzo provato di fronte alle colleghe presenti che, diciamolo, un pochino di invidia devono averla provata. Per non parlare delle rose – rosse, naturalmente – che hanno donato a me sola … Insomma, posso garantire che l’emozione c’è stata e continua ad esserci ogni volta che rileggo quelle parole di stima. Anche se, come ho detto loro, a leggerle pare che io non abbia fatto altro, in quella classe, che insegnare il bon – ton. Posso assicurare che non è così anche se, effettivamente, non posso assicurare che tutti abbiano davvero imparato quello che ho loro trasmesso con tanta passione.

Soprattutto posso assicurare che, se è vero che mi hanno apprezzata anche per la mia eleganza (e di ciò sono sinceramente e positivamente colpita), è anche vero che almeno un elegantiae arbiter, visto che il Latino gliel’ho insegnato e di Petronio abbiamo parlato recentemente, nella poesia ce lo potevano pure mettere.

GRAZIE, COMUNQUE, RAGAZZI!

P.S. Per leggere bene il testo della poesia, cliccare sull’immagine.

IMPARARE NUOVE PAROLE? BASTANO 14 MINUTI. GLI STUDENTI SONO AVVISATI


Repetita iuvant, dicevano i Romani. E io lo ripeto spesso ai miei allievi che dicono di non riuscire ad imparare a memoria le regole e il lessico … della lingua dei Romani. Poi, se vogliamo, sembrano solo delle scuse, visto che la memoria dei quindicenni non fa cilecca.

Se non vogliono credere a me, ora devono per forza dar fiducia alle parole di alcuni ricercatori di Cambridge secondo i quali, quando si studia una nuova lingua, per imparare una parola sconosciuta basta ripeterla 160 volte. Tempo richiesto? Solo quattrodici minuti, il tempo impiegato dal cervello per non distinguere più i nuovi vocaboli dai vecchi.

Lo studio è stato pubblicato dal Journal of Neuroscience: sono stati esaminati 16 volontari, di cui sono stati registrati i segnali cerebrali mentre ascoltavano parole familiari. Dopodiché, è stato fatto ascoltare loro più volte un termine inventato per l’occasione. Uno degli autori della ricerca, Yury Shtyrov, spiega: «All’inizio il cervello doveva fare un duro lavoro per riconoscerlo. Dopo 160 ripetizioni, effettuate in 14 minuti, le nuove tracce della memoria erano indistinguibili dalle altre. Questo suggerisce che per praticare una nuova lingua basta ascoltarla».

Io aggiungo un’osservazione: basta ascoltare l’insegnante. Ora, però, visto che i miei allievi frequentano il liceo scientifico e sono bravi in matematica, consiglierei loro di farsi due conti: ho spesso ripetuto che al termine del biennio dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – conoscere almeno 1600 vocaboli latini; considerando che chi mi ha ascoltata probabilmente di vocaboli ne conosce già un bel po’, quanto tempo dovranno impiegare per imparare a memoria quelli che rimangono?

Ora so che qualcuno borbotterà e, a denti stretti, dirà: perché non l’ho ascoltata prima?

P.S. I consigli sono per gli studenti del biennio. Quelli del triennio sono senza speranza. 🙂

[fonte: Il Corriere]

MOMENTI DI DISPERAZIONE


È il titolo della versione di Cicerone che ho proposto ai miei allievi nell’ultimo compito in classe.

A quanto vedo, è probabile che i momenti di disperazione li abbiano passati loro nel tradurre la versione.

Mai, comunque, quanto i momenti di disperazione che sto passando io nel correggere i compiti.

A volte bisognerebbe stare più attenti ai titoli, prima di scegliere il testo per un compito di latino. 😦

[nell’immagine: dipinto “Disperazione” (2008) della pittrice Anna Paola Cozza, da questo sito]

VERSIONE DI CICERONE AL LICEO CLASSICO: ECCO LA TRADUZIONE

CiceroneLa traduzione che riporto di seguito è la più letterale possibile, per questo non bellissima. Sarà utile, comunque, agli studenti per capire gli eventuali errori o per gioire … se l’hanno fatta tutta giusta.
Naturalmente il testo di Cicerone tradotto lo trovate anche nei siti per studenti come splash.it, ma la traduzione può essere un po’ libera.

CICERONE, De officiis, I, 88-89

[88] Nec vero audiendi qui graviter inimicis irascendum putabunt idque magnanimi et fortis viri esse censebunt; nihil enim laudabilius, nihil magno et praeclaro viro dignius placabilitate atque clementia. In liberis vero populis et in iuris aequabilitate exercenda etiam est facilitas et altitudo animi quae dicitur, ne si irascamur aut intempestive accedentibus aut impudenter rogantibus in morositatem inutilem et odiosam incidamus et tamen ita probanda est mansuetudo atque clementia, ut adhibeatur rei publicae causa severitas, sine qua administrari civitas non potest. omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet neque ad eius, qui punitur aliquem aut verbis castigat, sed ad rei publicae utilitatem referri.
[89] Cavendum est etiam ne maior poena quam culpa sit et ne isdem de causis alii plectantur, alii ne appellentur quidem. prohibenda autem maxime est ira puniendo; numquam enim iratus qui accedet ad poenam mediocritatem illam tenebit, quae est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis et recte placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam. Illa vero omnibus in rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur.

88. In verità non dovranno essere ascoltati coloro che riterranno che ci si debba adirare fieramente coi nostri nemici, e crederanno che ciò si addica all’uomo magnanimo e forte: per un uomo grande e illustrissimo non c’è nulla di più degno della mitezza e della clemenza. In verità, presso le popolazioni libere e nell’imparzialità della legge devono anche essere praticate l’arrendevolezza e quella che viene definita elevatezza morale, per non incappare nell’inutile e odiosa capricciosità, qualora ci si adiri con chi si rivolge a noi in modo inopportuno o con chi ci fa delle richieste con sfrontatezza. E tuttavia la pacatezza e la clemenza devono essere giudicate positivamente cosicché per il bene dello Stato si adoperi anche la severità, senza la quale lo Stato non può essere amministrato. D’altra parte, ogni punizione e ogni rimprovero devono essere privi di offesa ed essere indirizzati non verso l’interesse di colui che punisce o rimprovera, ma al vantaggio dello Stato.

89. Bisogna anche fare attenzione che la pena non sia maggiore della colpa, e che, per le medesime ragioni, alcuni siano duramente colpiti, altri neppure chiamati in causa. Soprattutto bisogna evitare la collera nell’infliggere una punizione; chi si appresta a dare una punizione in preda all’ira, non terrà mai quella giusta via di mezzo, che si colloca fra il troppo e il poco, via che piace tanto ai Peripatetici, e piace a ragione, se poi essi non si mettessero a lodare l’ira dicendo che essa è un utile dono della natura. Al contrario quella (l’ira) dev’essere tenuta lontana in ogni circostanza e bisogna augurarsi che coloro i quali stanno a capo dello Stato si attengano alle leggi che sono portate a punire non secondo l’ira ma seguendo la giustizia.

LATINO: UN METODO PER TRADURRE

la disperazioneDai dati rilevati nella bacheca del mio blog mi sono resa conto che spesso vi accedono “studenti disperati”. Non che la cosa mi scandalizzi; con gli studenti in crisi ho a che fare ogni giorno. La cosa che mi lascia perplessa è l’uso che gli studenti fanno di Internet. Mi spiego meglio. L’uso del web, se fatto con raziocinio, dovrebbe risultare un ausilio per lo studio. Tuttavia noto che gli studenti non si affidano ad Internet con raziocinio. Quello che cercano, nella maggior parte dei casi, non è un aiuto ma “qualcosa o qualcuno che faccia un determinato lavoro al posto loro”. Ecco che si riscontano richieste del genere: “come si traduce questo”, “come si traduce quello”, come si coniuga questo verbo”,”come si declina questo sostantivo” ecc. ecc.

Dopo che il ministro Gelmini ha parlato di riformare la Scuola Secondaria di II grado, la domanda più frequente, sempre da parte di chi si affida al motore di ricerca Google, è stata: “Ci sarà il Latino allo Scientifico con la riforma?”. Alcuni, non preoccupati dalla sorte futura del Latino allo Scientifico, ma perplessi sull’attuale stato delle cose, si chiedono: “è davvero utile il Latino?”.

Insomma, anche se ho sempre saputo che il Latino non è mai stata la materia più amata dagli italiani, di fronte a tali domande ne è sorta una a me: “ma perché manifestano i loro dubbi con così tanti “perché” e non lo studiano e basta?”. Io l’ho fatto e non ho mai avuto la fortuna di avere insegnanti comprensivi che, di fronte alle difficoltà degli studenti, spiegassero un “metodo per tradurre”. Anche gli insegnanti più bravi mettevano di fronte agli allievi il testo con la versione e dicevano molto semplicemente: “traducete”. Il fior fiore dei professori di Latino o Greco non si sono mai posti il problema di insegnare agli studenti un metodo; noi lo facciamo. Eppure i risultati una volta erano senza dubbio migliori.

A questo punto credo che gli “studenti disperati” non dovrebbero consultare Google come fosse un traduttore. Ritengo sia inutile scaricare da Internet la traduzione senza capirci un fico secco della versione d’autore. Rivolgo, quindi, un appello a chi capita dalle mie parti con la speranza di trovare qualche passo tradotto: cari ragazzi, cercate di studiare la lingua con coscienza, imparate le regole e cimentatevi da soli nella traduzione. Se poi volete, potete anche rintracciare il “vostro” testo tradotto sul web, ma fatene buon uso: che sia una sorta di verifica del lavoro svolto autonomamente in “tempo reale”, senza attendere la correzione che l’insegnante farà a scuola.
Ad ogni modo, ho trovato sul web una testo che fa al caso vostro. Ve lo riporto (ma devo ammettere che, avendo riscontrato degli errori di battitura, l’ho corretto!) e fatene tesoro. L’ha scritto una ragazza come voi, una che si è resa conto che per tradurre bisogna usare la logica e l’intuito ma soprattutto un METODO.
Buona lettura.

UNA RIFLESSIONE SUL METODO PER TRADURRE

Le capacità che bisogna acquisire per tradurre correttamente una versione vera, logicamente oltre a una buona conoscenza di base della grammatica e della sintassi, che aiutano sempre, sono la logica e l’intuito.
Usare la logica (s’intende la logica pratica, quella anche detta “buon senso”) è fondamentale per tradurre correttamente e, perché no, con un buon italiano una versione. Perché tradurre “vetera Romanorum negotia” con “le vetrine dei negozi dei Romani”? Anche senza conoscere il latino si capisce che sarà sbagliato. Esempi di simili pazzie si possono trovare nel sito sotto “Neuroni in fuga”. Gli esempi dell’uso della logica, tuttavia, non si fermano a queste sciocchezze. Nell’ultima versione in classe, se avessi fatto più attenzione a quello che l’autore mi stava dicendo nel complesso, non avrei sbagliato una frase. In questo senso, è molto utile una buona conoscenza della storia, ad esempio per tradurre “patres” con “senatori”, se necessario.
È molto importante anche l’intuizione, sempre fondamentale nell’analisi previsionale. Io posso sapere che il verbo “esse” può essere sottointeso, ma se poi non so applicare le mie conoscenze e quando è necessario non lo intuisco, a cosa mi serve? Nell’ultima versione in classe si trovavano 4 infinitive di seguito, ma la terza aveva il verbo “esse” sottointeso e il verbo si poteva confondere con un participio congiunto; tuttavia, poiché questa frase si trovava proprio tra altre due infinitive e oltre al “falso” participio non erano presenti altri verbi, era tanto difficile intuire il verbo “esse” sottointeso, o perlomeno capire che si trattava di una oggettiva? No, se ci si abitua ad applicare e “intuire” le regole grammaticali che abbiamo nella versione. E per fare questo è necessaria l’analisi previsionale, in cui, oltre a capire il senso della versione, cerchiamo di capire già a priori, grazie ad alcuni elementi, di fronte a che regole grammaticali ci troviamo, senza conoscere il significato di tutte le parole. E’ un primo passaggio che facilita la traduzione. Ovviamente bisogna “allenarsi” molto prima di utilizzarlo in una versione in classe, altrimenti, a causa dell’agitazione, rischia di essere fatta molto male e superficialmente, risultando solo una perdita di tempo.
Contemporanea all’analisi previsionale è la costruzione dei periodi, meglio se mentale. Frase per frase, si individua la principale e le varie subordinate con molta attenzione.
In seguito a queste operazione, dopo aver quindi letto almeno 2 o 3 volte la versione da soli, si traduce frase per frase; tutto dovrebbe già venire da sé, se si è fatta una buona analisi! Si cercano le parole che non conosciamo o di cui siamo insicuri e si traduce. Bisogna stare molto attenti al lessico e cercare di non rendere la traduzione troppo letterale, perché sarebbe troppo distante dalla nostra lingua; per aiutarsi col lessico bisogna sempre ricordarsi di fare riferimento al contesto generale e, anche qui, una buona conoscenza della storia aiuta.
Per tradurre frase per frase bisogna prima di tutto guardare il verbo controllandone persona, modo e tempo; in seguito, controllando se per caso abbia una qualche costruzione particolare, ancora prima di tradurlo si cerca il/i soggetto/i, ricordandosi che non sempre è espresso e non sempre è un sostantivo. Quindi gli altri complementi dovrebbero venire da sé, ricordando di fare bene attenzione al complemento oggetto, se presente. Costruire bene i periodi è molto importante, dato che spesso sono divisi da altri periodi e non è facile ricostruirli per intero senza “dimenticarsi dei pezzi”, se così si può dire. La base della frase sono comunque il verbo in primis e il soggetto.
laura

Il testo originale si trova su questo SITO

SENECA O SHAKESPEARE? DE GUSTIBUS …

senecaIn questi giorni si ritorna a parlare di riforma della Scuola Secondaria di II grado e le notizie non sono confortanti. Più volte, nei post precedenti (qui e qui) e in vari commenti, ho affermato che la Legge 137 non ha riformato nulla e che la riforma, l’unica attesa e auspicata, doveva per forza riguardare le scuole superiori.
Il ministro Gelmini, da parte sua, ha promesso di occuparsi il prima possibile dell’università – lo sta facendo, nel bene o nel male – e ha espresso la chiara intenzione di varare la riforma del secondo ciclo d’istruzione riprendendo in parte la riforma Moratti mai applicata.
“Faremo tesoro anche del lavoro fatto dal Ministro Fioroni e dalla commissione De Toni sugli istituti tecnici e professionali. Riprenderemo il sistema dei licei previsto dalla Moratti, al quale affiancheremo una riqualificazione, una valorizzazione della formazione professionale e degli istituti tecnici. Il nostro intendimento – ha sottolineato il Ministro – è applicare la riforma dal 2009, senza disperdere ciò che è stato fatto prima”. Queste le parole della Gelmini ed è da un bel po’ che le ripete, almeno dall’estate scorsa.

Vari organi di stampa hanno, quindi, riproposto le linee guida della riforma Moratti, rapportandole alla decisione già presa da parte del ministro di ridurre il monte ore delle scuole superiori, portando i licei e gli istituti tecnici ad un orario settimanale di 30 ore e gli istituti professionali – dove attualmente si arriva anche alle 40 ore – ad un massimo di 32.”.
Inutile nascondere che ciò che anima in particolar modo lo spirito riformista della signorina Gelmini sia la necessità di ridurre i costi. Meno ore, meno materie di insegnamento, minor numero di docenti. È solo questione di conti e alle casse dello Stato, di questi tempi, i conti devono tornare … a tutti i costi. Dall’altra parte, invece, i docenti saranno superimpegnati visto che si parla di aumentare il numero di ore settimanali di docenza: da 18 a … ancora non si sa. Speriamo che gli stipendi si adeguino, almeno, considerando che per un docente avere più ore di lezione, e conseguentemente più classi, significa avere più compiti da correggere, più lezioni da preparare, più consigli di classe cui partecipare … insomma, un bel po’ di lavoro aggiuntivo. Sempre che la gente creda che per un insegnante il lavoro non finisce al suono della campanella.

Ma veniamo ai licei e alla materia che mi riguarda più da vicino: il latino allo scientifico. Ne ho già parlato in due post precedenti (qui e qui) sulla scia di una paventata scomparsa dell’insegnamento della lingua dei Romani a favore di una lingua straniera. Pare che la proposta sia stata un po’ ridimensionata: si prospetta la possibilità di rendere lo studio del latino opzionale ed eventualmente aumentare il numero delle ore d’inglese. Nulla da ridire sul fatto che gli allievi possano scegliere Shakespeare o Mallarmé al posto di Seneca. Tuttavia mi chiedo: se il latino non è la materia più amata dagli studenti del liceo scientifico, perché mai la dovrebbero scegliere? Lo spettro del latino è passato di generazione in generazione: possiamo credere che davvero i ragazzi lo preferirebbero ad una seconda lingua straniera o ad un ampliamento del monte ore d’inglese? Io credo di no.
Inoltre bisogna sottolineare che, in ogni caso, quando pure il latino dovesse rimanere materia di studio nei licei scientifici, l’orario sarebbe notevolmente ridotto: 3 ore tutti gli anni contro le attuali 4 in prima, 5 in seconda e 4 in terza, mentre negli ultimi due anni sono anche adesso 3. La riduzione comporterebbe, comunque, inevitabilmente un aumento del numero di classi per docente e, credetemi, correggere i compiti di latino e italiano comporta un notevole dispendio di energie.

Insomma, questa benedetta Gelmini che ho difeso a spada tratta nel periodo del grande caos studentesco, rischia di diventare la mia nemica numero uno. Mi conforta sapere che in parlamento ho almeno un senatore dalla mia parte. Infatti Valditara che, nell’articolo del Corriere riportato nel mio post, aveva difeso lo studio del latino definendolo “palestra per la mente”, mi ha assicurato via e-mail che “comunque ai vari esperti che propongono la scomparsa del latino ho dato un preciso aurt aut”. Incredibile ma vero: gli avevo spedito un’e-mail per invitarlo a leggere il mio articolo e lui (magari non personalmente) mi ha risposto. IPSE DIXIT. Gli voglio credere e … incrocio le dita!