STUDENTI DEL SUD MENO PREPARATI: UNA TASK FORCE DI DOCENTI DAL NORD SAREBBE UN’IDEA

Sul quotidiano La Stampa, la giornalista Flavia Amabile relaziona sul rapporto che la Fondazione Agnelli presenterà oggi in merito allo stato di salute della scuola italiana. L’indagine si basa sui dati Ocse-Pisa che si riferiscono ai quindicenni italiani: al sud sono “indietro”, mediamente, di un anno e mezzo rispetto agli studenti del nord Italia. Un dato poco confortante, considerato che “rovinano” la media nazionale, anche se certamente non per colpa loro.

Un quindicenne su tre di quelli che ogni giorno entrano nelle classi dalla Campania alla Calabria, isole comprese, non raggiunge la soglia minima delle conoscenze definita a livello internazionale, spiega l’Amabile. Sembra che le cause siano legate al contesto: anche un “genio” che dovesse essere inserito in una scuola superiore meridionale, non avrebbe le stesse chance rispetto ai coetanei che frequentano le scuole al Nord. Secondo il rapporto, mentre chi frequenta gli istituti superiori in Italia meridionale è destinato ad essere uno studente mediocre, al nord accade il contrario: in qualsiasi scuola ci si iscriva, si otterranno dei risultati comunque buoni. Questo, ovviamente, nel complesso, perché non si può dire che al nord non ci siano dei casi clamorosi di insuccessi scolastici, anche per chi dimostra delle buone potenzialità.

Ci sono, inoltre, delle differenze tra le regioni per quanto riguarda il livello di spesa: Al Sud si è sempre al di sopra del 4% del Pil con una punta del 6% in Calabria. Al Nord, invece, (almeno nelle regioni a statuto ordinario) la quota di Pil destinata all’istruzione scolastica è sempre inferiore al 3% con il minimo di spesa in Lombardia (2,2%) e in Emilia Romagna (2,3%). E’ da queste differenze tra regioni che dovrà dipendere anche ogni decisione futura sul federalismo scolastico, ricorda il rapporto, scrive la giornalista de La Stampa. Quindi, più si spende meno si rende, per dirla in rima. Questo è dovuto anche al fatto che le regioni meno popolate hanno dei plessi di minori dimensioni, ma è d’obbligo osservare che al nord c’è un maggiore investimento nella scuola a tempo pieno, meno richiesta al sud dove le donne sono in percentuale meno occupate nel mondo del lavoro.

Insomma, secondo me bisognerebbe razionalizzare l’utilizzo delle già misere risorse, ma soprattutto investire nella qualità dell’insegnamento. È ovvio che se il livello di preparazione degli studenti del sud è mediocre, anche gli insegnanti, laureati magari con 110 e lode, non saranno preparati tanto quanto i docenti del nord. È un semplice ragionamento e spero che nessuno si offenda. A questo stato di cose, tuttavia, c’è un rimedio: perché non organizzare una task force di docenti specializzati del nord da mandare per qualche anno al sud perché affianchino i colleghi meridionali? In fondo, ci sono gli insegnanti che lavorano all’estero guadagnando un bel po’ di soldi in più e ottenendo dei privilegi anche a livello di pensionamento (almeno fino a qualche anno fa ogni anno all’estero era calcolato come un biennio ai fini pensionistici). Io credo che con una spesa comunque contenuta si potrebbero ottenere dei risultati e si risolverebbe il problema dei precari che occuperebbero, nel frattempo, le cattedre lasciate vacanti dai colleghi in missione speciale nel profondo sud.

A me sembra una bella idea. Purtroppo, però, più che un’idea è un sogno ad occhi aperti.

SULL’IKEA IDEE CHIARE, SULLA POLITICA MENO


Leggo su La Stampa di oggi, quest’articolo di Massimo Gramellini, come sempre molto arguto:

Ad Amburgo gli abitanti di alcuni quartieri del centro hanno partecipato al referendum indetto dai sostenitori di Ikea, favorevoli alla costruzione di una cittadella del mobile nel cuore della città. La percentuale dei votanti (44%) ha abbondantemente superato quella delle ultime elezioni europee. L’amburghese che entra nell’urna (di truciolato, immagino) per esprimersi pro o contro Ikea ha la sensazione che il suo voto produrrà un effetto concreto e duraturo sulla sua esistenza: lo spostamento in centro del parallelepipedo gialloblù, oppure no. Lo stesso amburghese non è animato da identiche certezze quando deve schierarsi fra destra e sinistra. Anzi, di certezze ne ha una, purtroppo: che il suo lavoro, le sue tasse, l’istruzione dei suoi figli – la sua vita, insomma – rimarranno immutati con qualsiasi vincitore. Al massimo peggioreranno un po’. E non solo. Quando vota in massa per decidere il futuro immobiliare di Ikea, l’amburghese si pronuncia su un argomento che conosce. Mentre quando diserta le urne europee non ha alcuna idea di cosa sia l’Europa né alcuna considerazione della medesima. La multinazionale fa parte di lui, la multinazione no.
È così che la democrazia sta cambiando sotto i nostri occhi. Il cittadino accorcia lo sguardo, infiammandosi soltanto per le questioni che lambiscono il suo quartiere. Ma nello stesso tempo lo allarga, fino a sentirsi parte dei destini di un marchio mondiale. E per la politica tradizionale, ancora aggrappata ai fantasmi delle ideologie, l’unico spazio che resta è qualche innocua litigata in tv.

Be’, a me pare che tra gli amburghesi e gli italiani ci siano ben poche differenze: il colosso svedese merita più attenzione della politica, anche perché, ciò che vale per gli abitanti di Amburgo, si adatta perfettamente al profilo dell’italiano medio: il suo lavoro, le sue tasse, l’istruzione dei suoi figli – la sua vita, insomma – rimarranno immutati con qualsiasi vincitore.

Anche nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, il colosso IKEA è sbarcato, portando con sé l’illusione di molti che la crisi sia un’invenzione e che il lavoro ci sia per tutti. O quasi. Certo, a conti fatti, le assunzioni all’Ikea sono state 255 ma il 74% sono part time e solo 45 sul totale sono i contratti a tempo indeterminato. Già, perché bisogna vedere come sarà, in questo angolino del nord est, l’affluenza degli acquirenti. Considerando che all’inaugurazione, nonostante fosse fissata alle 7 del mattino, erano presenti migliaia di persone (la colazione offerta ai vip era a base di salmone, aringhe e vodka!), Ikea può ben sperare in affari d’oro, specie da chi arriva da oltreconfine.

Io un salto all’Ikea l’ho fatto, più per curiosare che per fare acquisti. Due ore passate a girare tra i vari reparti, rispettando rigorosamente il percorso consigliato e segnalato con tanto di frecce per terra. Il gusto svedese è, tuttavia, lontano mille miglia dal nostro: arredamento essenziale, niente “fronzoli” e soprattutto studiato per essere comodo e funzionale. Ma a noi italiani, chissà perché, piace di più il bello ma inutile o scomodo.

L’organizzazione è ineccepibile. Per fare gli acquisti, a seconda del loro volume, sono a disposizione i classici carrelli a quattro ruote, dei “borsoni” gialli e dei carrellini a due ruote, altrettanto gialli. È un colore tipicamente svedese. Quando si arriva alla cassa, l’attenzione è attratta dai cartelloni in cui si legge: “Ti piace il borsone giallo? Ne puoi acquistare uno uguale, blu, per 0,60 centesimi”. Naturalmente invitano i clienti a riporre diligentemente quello giallo che è servito per la spesa: anche se viene in mente di portarselo a casa, la cifra irrisoria per averne uno uguale, imballato e quindi non maneggiato da cento persone e pullulante di batteri, trattiene dalla tentazione che fa, qualche volta, l’uomo ladro. I carrellini sono più difficili da nascondere; tuttavia, un altro cartellone avvisa i clienti che può essere acquistato uno uguale, blu, a soli 9,90 euro. In questo caso, sempre per la modesta cifra richiesta, si mette in funzione il cervello e la memoria visiva per capire se a casa, in garage o in cantina, c’è lo spazio per quel carrellino lì, così conveniente e quanto mai utile. Non c’è che dire: all’Ikea giocano sulla psiche.

Ma non si può andare via da lì senza fare un salto al supermercato, dove vendono solo prodotti alimentari svedesi, dai nomi alquanto strani. Tuttavia, dei cartellini ordinati indicano le caratteristiche del prodotto, onde evitare di comprare qualche schifezza tipicamente svedese che sicuramente non ci piacerà perché non fa parte della nostra dieta mediterranea. Io volevo acquistare una marmellata, ma non una qualsiasi che posso trovare nei nostri supermercati. La mia attenzione è stata catturata da un composto giallognolo che non mi pareva di aver mai visto; in effetti la marmellata in questione era di “bacche polari” che non ho la più pallida idea di cosa siano. D’altra parte sto in Italia, mica al polo nord!
Meglio andare sul sicuro: le polpette svedesi saranno come le nostre, no? Be’ diciamo che le faccio meglio io ma se vado di fretta e nel congelatore ci sono le polpette, svedesi o no, vanno bene lo stesso. Devo dire, però, che il mio stomaco si è ribellato, visto che c’ho messo dieci ore per digerirle …

Alla fine, ho occupato mezzo pomeriggio, ho speso più o meno 50 € in oggetti per la casa quasi del tutto inutili o che comunque avevo già, nonché in cibi indigeribili, ma ora posso dire che sono stata all’Ikea. Chissà perché la gente dimostra di apprezzarti di più se dici di essere andato all’Ikea piuttosto che a vedere una mostra sul Futurismo.

Una cosa, però, mi ha sinceramente disturbata: la pubblicità che annunciava l’imminente apertura dell’Ikea di Villesse. Dappertutto facevano bella mostra di sé dei cartelloni (come quello nella foto in alto) in cui si storpiava il nome della mia bella regione in “Friuli Svezia Giulia”.
Dopo aver letto l’articolo di Gramellini su La Stampa, però, ho preso un’importante decisione: alle prossime elezioni regionali voterò … Ikea.

A SCUOLA CON LA Q. GLI ITALIANI E L’ORTOGRAFIA

Qualche giorno fa sui giornali è apparsa una notizia che deve far riflettere sulle conoscenze che gli italiani hanno della propria lingua: a Pitigliano, in provincia di Grosseto, 61 aspiranti vigili urbani sono stati bocciati al concorso per … troppi errori ortografici! Beh, pensandoci bene, a chi farebbe piacere trovarsi appiccicato al parabrezza l’odiato foglietto rosa infarcito di errori ortografici? La multa non ci farebbe, di per sé, tanto orrore, ma gli errori …

A tal proposito, sul quotidiano La Stampa, la nota scrittrice, nonché docente, Paola Mastrocola scrive:

Esiste una preoccupante nuova ignoranza a cui non possiamo assistere indifferenti. La maggior parte dei quindicenni di oggi che arrivano al liceo non sanno né leggere, né scrivere, né parlare. Hanno perduto il dono della parola: balbettano per mezzo minuto e restano in un silenzio imbarazzante, non capiscono i libri che leggono, non sanno scrivere quello che pensano, non conoscono la grafia corretta della loro lingua, hanno un lessico povero e limitato, non sanno leggere ad alta voce, prendere appunti, studiare, e ricordare quello che hanno letto.

Non sono una fan della Mastrocola ma devo darle in parte ragione. Il problema di fondo è, secondo lei e con il suo pensiero concordo pienamente, la scuola elementare, o primaria che dir si voglia. Non la scuola in sé o la didattica ma il ruolo che la scuola riveste in ambito sociale oggigiorno.
I bambini d’oggi sono molto svegli, è vero. Purtroppo, però, proprio perché hanno mille stimoli che provengono dai diversi luoghi in cui si formano, a scuola devono essere motivati in maniera diversa rispetto ai loro coetanei di trenta o quaranta anni fa. Noi eravamo desiderosi d’imparare perché la scuola rappresentava il luogo di educazione, di formazione e di apprendimento per eccellenza. Le famiglie avevano un ruolo marginale in ambito formativo e si fidavano ciecamente dell’istituzione. Veniva concessa ai maestri e alle maestre la cosiddetta “carta bianca” e nessuno si sognava minimamente di discutere ciò che l’insegnante diceva, faceva, pensava, decideva … Questo rapporto fra scuola e famiglia si fondava sulla fiducia reciproca ed è ciò che manca, oltre agli stimoli, nella scuola italiana oggi.

Ultimamente è emerso un altro problema: una recente indagine di Bankitalia ha insinuato che la scuola pubblica stia scadendo a causa del massiccio numero di immigrati presenti nelle nostre aule scolastiche. Ciò potrebbe portare ad un rilancio della scuola privata con conseguente riduzione dei finanziamenti elargiti dallo Stato per la scuola statale a vantaggio degli istituti privati. Mi permetto di dissentire. È vero che i bambini stranieri, specie quelli con limitate conoscenze linguistiche, hanno bisogno di maggiori attenzioni da parte degli insegnanti e la loro presenza potrebbe rallentare lo svolgimento dei programmi. Di conseguenza, i nostri bambini potrebbero annoiarsi e perdere la motivazione ad apprendere. Tuttavia, ammesso che ciò accada davvero, la colpa non è certamente della scuola, quanto dello Stato che non stanzia i finanziamenti adeguati per supportare gli insegnanti con mediatori culturali e linguistici che faciliterebbero l’insegnamento rivolto ai bambini stranieri. Detto ciò, non è assolutamente vero che la qualità della scuola debba scadere anche perché i docenti italiani, da sempre abituati a lavorare molto guadagnando poco, sanno affrontare anche situazioni di emergenza.
Recentemente il ministro Gelmini ha reso noto che il tetto massimo di stranieri (presumo non ancora sufficientemente padroni della lingua) sarà fissato al 30% per ogni classe. Le intenzioni sono certamente buone, ma bisogna tener conto che, in alcuni contesti regionali, causa anche la scarsa prolificità delle mamme italiane in confronto a quelle straniere, rispettare il tetto non sarà possibile.

Tornando alla Mastrocola, lei sostiene che oggi abbiamo una scuola elementare (molto lodata) in cui si fa preferibilmente teatro, pittura, canto, si dispongono i banchi in cerchio, si fanno gare di corsa nei corridoi e, anche, si leggono dei bei libri tutti insieme. Attività molto belle, divertenti, creative, di una scuola che desidera più che altro insegnare a stare insieme e aborre le nozioni, cioè le conoscenze, bollate ancora, e con insofferenza, come nozionismo.
Anche su questo sono fondamentalmente d’accordo ma non è detto che non si possa insegnare “intrattenendo” i bambini con strumenti ludici. Io credo che non si debba fare di tutta l’erba un fascio e sono convinta che la maggior parte degli insegnanti italiani siano molto validi e preparati. Purtroppo, però, manca da parte dei bambini quel senso del dovere che noi, un tempo, avevamo innato.

Ad esempio: fare i compiti per casa, che spesso costituiscono l’argomento primario di accesi dibattiti su opposti fronti, oltre ad essere un dovere ha anche un’utilità innegabile. L’esercizio domestico serve, infatti, a fissare quelle conoscenze e a consolidare quelle competenze e abilità che a scuola iniziano appena ad essere assimilate. In altre parole, non si riesce ad imparare davvero solo assistendo alle lezioni mattutine, tenendo conto anche del fatto che il periodo di massima attenzione nei discenti è di appena venti minuti per ora. Il che non significa affatto che negli altri quaranta i bambini e i ragazzi si guardano attorno, giocherellano, parlottano con i compagni e della lezione se ne infischiano; significa solo che non possono essere attentissimi per sessanta minuti di fila. Non saremmo capaci neanche noi adulti di tanta attenzione!
Ma qual è generalmente la reazione di grandi e piccoli di fronte ai compiti a casa? Uffa che barba, che noia, che barba, che noia, come diceva la simpatica Mondani in Casa Vianello. Le attività domestiche, insomma, sono un supplizio per l’intera famiglia e spesso vengono svolte in fretta perché c’è la lezione di pianoforte o d’inglese, l’allenamento di calcio o pallacanestro, si deve uscire a far la spesa … Tanto poi, pensano le mamme indaffarate, a scuola correggeranno quello che hanno sbagliato. Niente di più errato: chissà perché le correzioni a scuola non si fanno quasi mai e, diciamolo, gli insegnanti non sempre hanno tempo da investire nel ritiro e controllo dei quaderni di tutta la classe, specie se di scolari ne hanno 25 o 30.

Insomma, i torti e le ragioni non stanno mai da una parte sola. Una maggior collaborazione scuola-famiglia unita ad uno stanziamento adeguato di fondi per migliorare la qualità della scuola pubblica, specie in presenza di classi affollate e costituite da realtà complesse e diversificate, sarebbe la soluzione ideale. Forse gli scolari di oggi fra vent’anni riusciranno a superare un concorso pubblico per vigile urbano.

GELMINI: NEL MIO LICEO FINIRÀ IL CAOS DELLE SPERIMENTAZIONI

Pubblico una lettera che il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini, ha scritto al quotidiano “La Stampa”.

Caro direttore,

la Riforma dei Licei, come giustamente si osserva sul suo giornale, cerca di uscire da una «giungla» di indirizzi sperimentali, la maggioranza dei quali si trascina per inerzia da molti anni. Uscire da questa situazione è necessario proprio per permettere ai genitori di iscrivere con consapevolezza i propri figli a scuola.

O a un liceo o a un istituto tecnologico che abbia una caratterizzazione specifica, definita e chiara. L’offerta formativa a disposizione delle famiglie si arricchisce: si passa dagli attuali tre licei (scientifico, classico e artistico) a sei percorsi liceali. Si aggiungono, infatti, il liceo musicale-coreutico, il liceo linguistico e il liceo delle scienze umane.

Con la Riforma si esce quindi da un quadro caotico di sperimentazioni e indirizzi, spesso anche sovrapposti, che non era più possibile sostenere. Le sperimentazioni per loro natura hanno un tempo limitato, passato il quale o diventano ordinamento (perché riconosciute valide) oppure devono chiudere. Proviamo con un esempio: nello scientifico esiste la cosiddetta sperimentazione del Piano Nazionale Informatica. Era stata introdotta proprio in concomitanza con un Piano nazionale promosso dall’allora ministro Falcucci, quando si insegnava a programmare in Turbo Pascal agli studenti. Da allora sono passati anni luce, lo scenario tecnologico è talmente mutato che pensare alle nuove tecnologie in questi termini risulta anacronistico. Eppure continuiamo per inerzia a proporre ai genitori questa opzione, inducendoli a iscrivere i loro figli a un indirizzo sperimentale che, per il solo fatto di chiamarsi così, si presenta come «innovativo». Non credo si voglia difendere questo tipo di orientamento. I genitori hanno il diritto di essere informati in modo diverso.

Nell’articolo si lamenta, inoltre, la diminuzione delle ore di lezione. Anche su questo punto è necessario proporre alcuni dati. La più recente indagine Ocse sulla scuola in Italia ci rimprovera appunto le troppe ore di lezione. I risultati delle prove di valutazione delle università lo denunciano chiaramente. La media europea delle ore di insegnamento nella secondaria è di 28 ore. I licei avranno orari diversi tra loro: nei bienni si va dalle 27 ore dello scientifico, linguistico, scienze umane e classico, alle 32 per il musicale ed alle 34 dell’artistico. Nel triennio tutte le ore aumentano: si andrà da un minimo di 30 ad un massimo di 35. Negli Istituti tecnici le ore di lezione complessivamente aumentano rispetto alla situazione attuale: si passa dalle attuali 990 ore annue effettive a 1056 ore di lezione. La fisionomia dei sei percorsi liceali, così come quella dei Tecnici e Professionali, è già chiara da mesi; il Consiglio dei ministri ha approvato in prima lettura il Regolamento dei Licei il 12 giugno. Purtroppo fino al 29 ottobre non è stato possibile ottenere dalla Conferenza Stato-Regioni i pareri prescritti, da qui i ritardi nel percorso di approfondimento.

La fase di «Dialogo con la scuola» che è in corso serve a mettere a fuoco ed a raccogliere proposte e suggerimenti circa materie e caratterizzazioni disciplinari e contenutistiche di cui si terrà conto nella stesura del Regolamento che andrà in approvazione definitiva a dicembre.

Voglio inoltre ricordare che esiste per le scuole un’opportunità importante. Gli istituti potranno utilizzare la quota di autonomia per qualificare la propria offerta formativa. Questo dimostra che è possibile conservare ampi spazi di progettazione.

Il Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca
Mariastella Gelmini
24 novembre 2009

Per motivi di tempo, non commento le parole del ministro, anche se avrei delle cose da dire. Invito, quindi, i miei lettori ad aprire una discussione (civile!!!).
Informo, inoltre, che in una nota il MIUR ha aperto un dialogo con il mondo della scuola e con la pubblica opinione attraverso questo sito, da cui è possibile scaricare i documenti approvati in prima lettura, commentarli on line articolo per articolo, seguire il “cantiere del cambiamento” passo a passo attraverso la rassegna stampa, gli appuntamenti di confronto e di comunicazione e i relativi video, relazioni o abstract, i documenti e gli “appunti di viaggio” che via via saranno messi on line. (Fonte: La Stampa)

RIFORMA DELLA SECONDARIA: LA GELMINI CONFERMA CHE NON SLITTERÀ

Maria Stella GelminiCome riportato dal quotidiano La stampa , giovedì il testo di riforma dovrebbe finalmente approdare in conferenza Stato-Regioni che darà il suo parere. Presto lo faranno anche le commissioni parlamentari che stanno esaminando il testo: sì, la riforma partirà nel 2010. Parola di Gelmini.

Sembra convinta, il ministro, anche se è cosciente del divario esistente fra i diversi istituti scolastici nazionali. Durante la registrazione di una puntata del Maurizio Costanzo Show, la Gelmini ha affermato che alcune regioni risultano del tutto carenti rispetto a questo tipo di istituti (quelli che saranno determinati dalla riforma ndr). La scuola è stata per troppo tempo autoreferenziale; è tempo di introdurre delle novità che superino il centralismo burocratico che la penalizza. E la pochezza delle risorse non può essere un alibi.
Chi nella scuola vive e lavora potrebbe sollevare delle obiezioni. A quanto ne so io, le risorse scarseggiano davvero, e non credo solo in alcune regioni, dato che i soldi promessi dal ministero alle scuole non arrivano. Ci sono degli istituti che, grazie alla razionalizzazione delle risorse tanto caldeggiata dallo stesso ministro, hanno potuto garantire il pagamento delle attività extra (quelle del fondo incentivante), altri, meno oculati, non hanno nemmeno i soldi per pagare le supplenze.

A proposito di supplenti, il ministro, che spesso ha affermato che la scuola italiana per troppo tempo è stata uno stipendificio e che i precari sono davvero troppi, colpa anche dei concorsi indetti in passato senza tener conto delle reali disponibilità di posti, ritiene che il ruolo dell’insegnante non sia per tutti. Su questo possiamo anche essere d’accordo con lei, così io personalmente mi sento di condividere il suo pensiero quando, facendo riferimento a delle recenti dichiarazioni del presidente USA, osserva: Il presidente Obama ha detto di recente che gli insegnanti devono essere dei coach e per fare questo devono sentire la professione come una missione, quindi meglio averne qualcuno in meno ma più preparato. Certo, per tanti anni l’insegnamento è stata considerata una “missione”, al pari di altre professioni in cui si ha a che fare con una particolare utenza (i medici e gli infermieri, per esempio); tuttavia, non bisogna confondere il termine “missione” (che deriva dal verbo latino mittere, mandare, e presume una sorta di molla interna che ci fa propendere per un determinato lavoro) con “volontariato”. Io credo che per troppi anni gli insegnanti abbiano lavorato sodo, profondendo molte energie, al di fuori del lavoro curricolare in classe, ma senza che venisse riconosciuto in termini monetari questo sforzo. Non vorrei, però, essere fraintesa: l’autoaggiornamento è un dovere per qualsiasi docente, così come la preparazione delle lezioni, la ricerca di nuove metodologie ecc. per migliorare le proprie prestazioni. Ma la scuola si migliora anche grazie ai progetti educativi e didattici che costano fatica a chi li cura e li realizza, ma che non sempre sono adeguatamente ricompensati attraverso i fondi incentivanti. Non certo per colpa dei docenti stessi che si accontentano e lavorano anche gratis, se è necessario, per realizzare ciò in cui credono, né per colpa dei capi di istituto che devono pur sempre far quadrare i conti e quindi sono costretti, in sede di contrattazione decentrata, a proporre delle somme modeste da destinare ai progetti, sperando che gli insegnanti le accettino con la rassegnazione di chi è ormai abituato a credere che “poco sia meglio che niente”. Diciamo che le risorse destinate alla scuola da parte del governo sono sempre più misere e arrivano a destinazione in forte ritardo.

Il “problema” dei precari, comunque, sta particolarmente a cuore al ministro Gelmini che si ritiene soddisfatta dei risultati raggiunti, anche con il consenso dell’opposizione, visto che è stato approvato alla Camera un decreto, ora al Senato che servirà a gestire meglio i 150mila supplenti, un’enormità, presenti nella scuola italiana. Se vogliamo evitare l’insorgere di altro precariato dobbiamo cambiare le regole: è bene che all’insegnamento si dedichino persone che hanno questa inclinazione. La scuola non può essere un ammortizzatore sociale. Ecco che il discorso ritorna sulla “predisposizione”, ma come si fa ad essere certi che davvero nella scuola sia utilizzato personale adatto ad un compito così delicato come l’educazione dei bambini e degli adolescenti? Dico educazione perché la scuola non serve solo a trasmettere il sapere, anche se è ovvio che dei docenti preparati nelle proprie materie sono una garanzia di qualità per l’apprendimento stesso. Io credo che nelle sue parole la Gelmini faccia riferimento ai tanti docenti che nel passato, più o meno prossimo, hanno considerato l’insegnamento come una sorta di dopolavoro: parlo dei professionisti che, terminata la mattinata in classe, si trasferiscono direttamente nello studio, trascurando, inevitabilmente, tutti quegli obblighi connessi alla funzione docente per cui si è, a tutti gli effetti, pagati.

Secondo il ministro, la scuola italiana è il bene più prezioso che il Paese ha. Ma io mi chiedo: come pensa di poter mantenere siffatta “preziosità”? Aumentando il numero di studenti per classe e diminuendo le ore di lezione? La riforma dei licei, ad esempio, è passabile, ma c’è da dire che in alcune discipline ci sarà una forte riduzione di ore e, conseguentemente, di cattedre. Forse il ministro è convinta che la “preziosità” della scuola si fondi sul detto popolare “pochi ma buoni”. E non avrebbe tutti i torti se poi non dovessimo fare i conti con lo svolgimento dei programmi che, in meno ore, potrà essere solo approssimativo. Ecco che le conoscenze dei futuri allievi saranno minori (sempre ammesso che ciò sia possibile: meno di così …) e sicuramente non qualitativamente superiori.
E poi, sempre nella puntata del Maurizio Costanzo show” che è stata registrata, la Gelmini ha osservato che Troppe volte il diploma e una laurea sono pezzi di carta che risultano poi poco spendibili. Ora io mi chiedo: per colpa della scarsa preparazione degli allievi o perché quello che imparano nel corso degli studi non sempre serve per svolgere un lavoro o una professione? Forse lo scrupolo del ministro è che la scuola italiana, così come l’università, non siano adeguatamente in contatto con il mondo del lavoro. Infatti, il ministro rassicura che è stato predisposto un progetto di integrazione della scuola con il mondo del lavoro attraverso un accordo con il ministro Sacconi.

Sentite queste dichiarazioni e ottenuta la rassicurazione che attendevamo riguardo l’avvio della riforma della Scuola secondaria di II grado nel 2010, ora non ci resta che incrociare le dita e sperare che la Conferenza Stato- Regioni si occupi davvero della scuola. Dobbiamo aspettare solo fino a giovedì, a quanto pare.

LA SCUOLA HA SMESSO DI INSEGNARE?

LUCA_RICOLFIPubblico interamente un articolo di Luca Ricolfi apparso oggi su La Stampa. Mi limito ad evidenziare le parti in cui l’espressione del pensiero dell’autore trova coincidenza con il mio. Da quarantenne, laureata negli anni Ottanta, nonché da madre sono completamente d’accordo. Da insegnante che ha vissuto gli ultimi 25 anni dietro ad una cattedra assistendo inerme all’involuzione delle generazioni di studenti, no. Non sono d’accordo, non condivido. L’articolo va benissimo, intendiamoci. Ma Ricolfi, secondo me, ha sbagliato titolo (sempre che l’abbia deciso lui); io avrei intitolato il pezzo “GLI STUDENTI HANNO SMESSO DI IMPARARE”. Mi dispiace, non voglio autoassolvermi come insegnante, ma non posso assistere impotente alla dequalificazione del mio lavoro. E quando dico “io” intendo una moltitudine di docenti responsabili, coscienziosi, scrupolosi, attenti alle varie problematiche che si danno da fare profondendo tempo e energie –non voglio dire “sprecando” perché non posso pensare di aver davvero buttato via tutti questi anni, rubando anche i soldi allo Stato, visto che, secondo Ricolfi, non ho insegnato- per trasmettere il sapere e formare i giovani.

Alle critiche dei docenti universitari ci sono abituata. Questa, sinceramente, mi sembra più una riflessione che una critica. Tuttavia, vorrei che i docenti universitari si chiedessero come mai si è arrivati a questo punto, a questo baratro cognitivo, senza giungere alla fin troppo semplice conclusione che la scuola è inefficiente ed inadeguata. Forse è solo una questione di mezzi: se gli strumenti che la scuola offre ai docenti sono inadeguati, allora il dito bisognerebbe puntarlo sull’istituzione, non su chi lavora onestamente e, detto in soldoni, fa quello che può.

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni.

Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove – nonostante alcune voci fuori dal coro – la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese.

Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.

Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati”.
(Luca Ricolfi, La Stampa, 23 luglio 2009)

UMBERTO VERONESI BOCCIA LA “SCUOLA CHE BOCCIA”

umbertoveronesiUmberto Veronesi, classe 1925, scienziato di fama mondiale, eletto nelle file del Pd alle ultime elezioni, oltre ad essere senatore della Repubblica riveste il ruolo di membro nella 7^ commissione permanente nel settore Pubblica Istruzione e beni culturali. Dall’alto del suo scranno, attraverso il quotidiano La stampa,tuona contro questa “scuola che boccia”, fiore all’occhiello, si fa per dire, del ministro Gelmini. Perché lei ne va fiera di questa scuola che, dati alla mano, ha rivelato di essere quella “del rigore e delle severità”, una scuola in cui l’aumento delle bocciature (ma le percentuali sono ancora tutte da vedere perché pare che poi quest’aumento non sia così significativo) è indice di una maggior serietà dei docenti. Accanto a questo indice inconfutabile ve n’è però un altro, a parer mio: quello che attesta un aumento di studenti poco impegnati che, abituati a sprecare ben poche energie sui libri di testo, pensavano di cavarsela anche all’esame. Ma così non è stato.

Chiarisco subito una cosa: anch’io sono dell’idea che una scuola che boccia di più non sia la soluzione ai problemi, fin troppo evidenti, della pubblica istruzione. Nel momento in cui si grida un no deciso alla dispersione e all’abbandono, si finanziano progetti ad hoc per prevenire la fuga dalle aule scolastiche, bisognerebbe chiedersi se l’aiutare gli studenti nei primi anni di scuola superiore –ricordiamoci che il biennio è a tutti gli effetti scuola dell’obbligo- significhi davvero fare il loro bene. Perché una scuola che boccia è da denigrare, certamente, ma ancor più degna di biasimo è la scuola che aiuta, che fa passare tutti, chiudendo un occhio, anzi tutti e due. A volte fra i docenti s’insinua una malattia subdola: la cecità. Una malattia da cui si guarisce non appena si lascia l’aula scolastica, però. Capita spesso, seppur con la convinzione di aver fatto bene ad essere così ciechi. E quando capita tutto ciò? Ad esempio dopo aver dato un 6 ad un allievo che non se lo meritava, mettendosi in pace la coscienza con la solita frase: “va be’, diamogli una possibilità, poverino”, oppure pensando che un 6 regalato sia una sorta di premio incentivante, e allora la coscienza la si mette a posto pensando “se lo gratifico un po’, questo mezzo somaro, la prossima volta s’impegnerà di più”.

Pensieri errati quelli che corrono nella mente dei prof, a volte troppo stanchi e demotivati per comprendere che il bene degli allievi non lo si ottiene in questo modo. A volte bisognerebbe pensare che la scuola deve cambiare, le prove di valutazione devono essere diverse, la valutazione stessa dovrebbe essere più oggettiva. Altre volte sarebbe necessario interrogarsi sul percorso didattico: se faccio questo, sarò interessante? Se la lezione la propongo in modo meno frontale, coinvolgendo gli allievi, sarò meno noioso? Se il recupero lo organizzo “a piccoli passi”, invitando gli allievi in difficoltà ad organizzare lo studio per argomenti e, invece di chiederglieli tutti in una volta, sondo la loro preparazione in momenti diversi, i risultati saranno migliori e permanenti?. Sì, si può fare anche così e l’insegnante ce la mette tutta, ma poi pensa che di allievi ne ha 28 o anche 30 per classe, che quelli veramente in difficoltà sono pochi, che possono organizzarsi da soli lo studio, che hanno la possibilità di frequentare i corsi di recupero o di affidarsi allo sportello IDEI. Certo, ce la possono fare anche da soli gli studenti insufficienti. Peccato, però, che si pensi in questo modo solo durante l’anno, per poi arrivare alla conclusione che se uno non ce la fa, non ce la fa. Che non si può cavare il classico ragno dal ben noto buco, che se uno ha sbagliato scuola, perché magari ne ha scelta una troppo impegnativa per la sua volontà o troppo difficile per le sue capacità, allora quello stesso docente che fa? Si autoassolve. E quando lo fa? Allo scrutinio finale.

Sempre allo scrutinio finale di giugno si decide, poi, di ammettere all’esame chi zoppica da anni. “Diamogli una possibilità”, si pensa sempre con l’intento di far del bene. Ma quanto male si faccia all’allievo in questione non si perde tempo a valutarlo. Certo, una volta ammesso all’esame, se la vedrà la commissione, caso mai saranno i commissari interni a prendere le sue difese. C’è da giurarci che questi Ponzio Pilato esistano e che si comportino così per il bene dell’allievo. Senza contare che loro passano l’estate in tutta tranquillità, con la coscienza pulita perché tanto, quello che si poteva fare è stato fatto. Dall’altra parte, però, l’allievo bocciato se la rovina l’estate e con lui tutta la sua famiglia. E nessuno penserà che quella bocciatura se la sia meritata: come si fa a bocciare uno dopo averlo ammesso all’esame? Mah, come si fa proprio non lo so. Non sarebbe nemmeno tanto giusto avere la matematica certezza che una volta ammessi all’esame si venga promossi, ma questo ragionamento non sfiora nemmeno la mente degli studenti. Per forza, se li hanno sempre “mandati avanti”, perché mai fermarli all’esame? Diamogli un bel calcio nel sedere, il ben poco meritato 60 e via …

Dopo aver fatto questi ragionamenti, quasi un flusso di coscienza, sarei anche disposta a dar ragione a Veronesi quando afferma:

Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme. Credo che non dovrebbe succedere che solo alla fine della fase fondamentale del cammino scolastico ci si renda conto che uno studente non è idoneo a proseguire, o ad accedere a una professione. Penso che sia un segnale preoccupante, che può indicare che la nostra scuola non è in grado di capire e interessare i nostri ragazzi, e deve ricorrere a strumenti di autoritarismo obsoleto per stimolare un percorso di crescita.

Oppure quando rincara la dose addossando la responsabilità del fallimento degli allievi agli insegnanti che non tengono conto della capacità innovativa e creativa. Due doti che la scuola attualmente non incentiva e non valuta. Sono convinto che la punizione (quale di fatto è la bocciatura alla maturità) non serva alla maturazione di un diciottenne. Servirebbe invece che la scuola fosse un luogo di formazione di una coscienza individuale, ruolo oggi giocato prevalentemente dalla tv e da Internet.
Eh già, come si fa a competere con la tecnologia, con Internet, ad esempio. È una battaglia persa in partenza se pensiamo agli stimoli che provengono ai giovani dalla rete, Peccato, però, che molti dei nostri studenti alla rete si affidino per “svolgere i compiti”, che sul web, da disperati quali sono di fronte ad una traduzione di latino o di greco, trovino la soluzione ai loro problemi, scaricando la versione bell’ e pronta. Peccato che non si consideri che i programmi stessi delle nostre scuole siano vastissimi e, diciamolo, noiosissimi se confrontati con la vivacità di certe trasmissioni televisive –naturalmente non culturali- e di certi programmi informatici. Peccato, però, che i programmi scolastici, noiosi o meno, li si debba svolgere, soprattutto in quinta quando c’è l’esame, altrimenti il commissario esterno crederà che il collega interno non abbia fatto nulla o gli studenti stessi addosseranno la responsabilità della loro impreparazione al docente che non ha fatto bene il suo lavoro. (A questo proposito, leggi qui )

La scuola non è malata, signori miei, è solo vecchia e pure io, nonostante gli innumerevoli corsi frequentati per diventare un’insegnante efficace, non mi sento più tanto giovane. E il ministro Brunetta ha appena deciso di mandarmi in pensione a 65 anni. Una condanna senza possibilità di appello, non ci sono attenuanti che tengano.
Proprio perché anch’io, come Veronesi, amo profondamente i nostri ragazzi e ritengo che la nuova generazione sia straordinaria per intelligenza, apertura mentale, ricchezza di ideali e generosità, non vorrei scoraggiarli, ma se Brunetta non cambia idea, povera me … e poveri i miei futuri allievi!