RICORDANDO ELUANA: LE PAROLE DI BEPPINO ENGLARO E DI BERLUSCONI


Nel primo anniversario della morte di Eluana Englaro, il padre Beppino, che per anni si è battuto per “liberare” la figlia dalla prigionia di un corpo immobile e insensibile agli stimoli esterni, ha scritto una lettera al direttore di Repubblica. Per lui un anno fa è finito un incubo e dalle sue parole traspare una certa incredulità nel constatare che qualcuno oggi grida “mai più Eluane”. Per Beppino la situazione deve essere capovolta: nessuno deve avere il potere di disporre di un’altra vita com’è avvenuto per Eluana. Il miglior modo di tutelare la vita in tutte le situazioni è affidarne le decisioni a chi la vive. Sia a chi è in condizioni di intendere e volere, sia a chi non è più capace, ma ha spiegato che cosa avrebbe voluto per sé.
Ricordando le parole della figlia: “La morte l’accetto, fa parte della vita, ma che altri mi possano ridurre a una condizione di non-morte e di non-vita, no, questo non l’accetto”, s’interroga su quali possibilità abbia oggi chi non accetta la “non-vita” e arriva a rispondere che non c’è ancora alcuna possibilità, nonostante lo zelo con il quale il Parlamento aveva tentato di impedire, con un decreto urgente, l’esecuzione di una regolare sentenza della Cassazione, in altre parole, che Eluana morisse. Non risparmia le critiche ai politici, Beppino. Secondo lui non hanno capito nulla: i politici ne fanno una questione di conflitto di poteri, di chi decide che cosa. Dimenticano che la corte costituzionale s’è già espressa, avallando l’operato della magistratura di fronte a un cittadino che s’era rivolto a loro per il riconoscimento di un suo diritto. E se questi politici leggono bene la sentenza del 16 ottobre 2007, capiscono che è perfettamente allineata ai principi della nostra Costituzione. Per superare questo empasse, il mondo politico ha bisogno di una presa di coscienza su un tema, quello della fine-vita, che è urgente. Il signor Englaro osserva che Se i politici vogliono riappropriarsi, come del resto a loro spetta, del diritto “dell’ultima parola” su temi eticamente controversi, devono tenere conto di quello che è accaduto sinora.

La morte di Eluana non ha cancellato l’affetto paterno, come qualcuno sarebbe portato a credere. L’opinione di molti, infatti, un anno fa era che quel padre non poteva amare la figlia, altrimenti non l’avrebbe fatta morire. Ma l’opinione e i sentimenti di Englaro sono altri: Un anno dopo la morte di Eluana, io voglio semplicemente separare la tragedia privata di aver perso una figlia dalla violenza terapeutica. Non credo che la medicina giusta sia quella che offre una “vita senza limiti”. Eluana un anno dopo è come un anno fa, o diciotto anni fa: un simbolo pulito della libertà individuale. Ed è nel mio cuore costantemente.

Nello stesso giorno in cui ricorre il primo anniversario della scomparsa della giovane, un’altra lettera viene pubblicata da Repubblica: quella di Silvio Berlusconi, indirizzata alle suore di Lecco che per molti anni hanno accudito Eluana. Nel ringraziare le religiose per l’assistenza che esse quotidianamente offrono a chi soffre, ricorda Eluana e si rammarica per non aver potuto impedire la sua morte. Vorrei soprattutto ringraziare tutte voi per la discreta e tenace testimonianza di bene e di amore che avete dato in questi anni i gesti di cura che avete avuto per Eluana e per tutte le persone che assistete lontano dai riflettori e dal clamore, scrive il premier. Non a caso le sue parole sono perfettamente in linea con l’editoriale di Marco Tarquinio su L’Avvenire :
Amare la vita umana, difenderla, sostenerla e – comunque e sempre – accoglierla e rispettarla è la cosa più semplice di questo mondo. E viene naturale. È naturale e umano proteggere chi è piccolo e fragile, aiutare chi è in pericolo, consolare chi soffre. È naturale e umano dar da mangiare e da bere a chi non può provvedere da solo. Innaturale e terribile è invece l’idea di negare, in qualunque modo, la vita di chiunque o anche solo di abbandonarla nella debolezza, nell’estrema dipendenza, nella difficoltà. Innaturale e terribile è anche solo pensare di lasciar andare alla deriva una persona totalmente disabile.

Punti di vista differenti. In questo caso, non importa scegliere da che parte stare. Per Eluana non ha più importanza. Per altri, però, potrebbe averne: quanto tempo si dovrà attendere per una giusta legge sulla fine-vita?

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E IO PER IL FIGLIO DI PIER LUIGI CELLI “RISPOLVERO” UN’ALTRA LETTERA, QUELLA DI UNA MADRE

Fa notizia da due giorni la lettera che Pier Luigi Celli ha pubblicato su Repubblica. Una lettera che sarebbe stata molto privata se questo padre non avesse scelto un mezzo pubblico per farla pervenire al figlio. Una dimostrazione in più di quanto difficili siano diventati i rapporti familiari se lettere affettuose, piene di moniti e consigli, vengono affidate alle pagine dei quotidiani. Ci sono, poi, anche quelle donne che chiedono il divorzio ai mariti mezzo stampa; ma questa è un’altra storia.

Io preferisco non entrare nel merito della questione. Di Pier Luigi Celli so ben poco, lo ammetto, so quello che leggo sui giornali. Capisco, però, che tipo d’uomo dev’essere questo Celli: uno di quelli che sputa nel piatto dove mangia. In quel piatto, però, non vuole ci mangi il figlio perché, come dice, questo Paese non lo merita. Ebbene, si è chiesto Celli se questo Paese meriti lui? Perché magari se ne potrebbe andare via portandosi appresso il figlio. Perché no? Perché in questo Paese lui ci sguazza benissimo e mi meraviglio che non trovi anche al figlio un luogo, in questa povera Itala, in cui sguazzare.

Anch’io ogni tanto penso che potrei consigliare ai miei figli di andarsene. Certo, non per sempre, per un po’. Perché è giusto fare nuove esperienze, aprirsi al mondo e forse anche perché io stessa ho rinunciato, venticinque anni fa, ad andarmene in Canada con i sogni sottobraccio. Alla fine ho scelto la mia Patria e i miei affetti, abbandonando per sempre i sogni. Però alle volte le rinunce non pagano. Bisognerebbe saperlo prima.

Ecco che, leggendo la lettera di Celli al figlio, mi è venuta in mente un’altra lettera che Lidia Ravera ha scritto, qualche anno fa, al suo pargolo. Una lettera bellissima, scritta con il cuore di mamma, certo, ma anche con la mente lucida di chi sa che i figli si devono educare a migliorarsi, spronandoli ad osare anche quando tutti i pareri sono contrari. L’educazione alla fuga, quella di Celli, non è mai la migliore.

LIDIA RAVERA

Primo: non rinunciare

Caro figlio, che a ventun anni entrerai nel nuovo millennio, non permettere a nessuno di impedirti di vivere per la prima volta quello che, prima, qualcun altro ha vissuto.
“Anch’io ai miei tempi” è una frase sopportabile soltanto se è l’inizio di una fiaba. Ascolta con pazienza. Con interesse se è interessante. Oppure non ascoltare. Cambia stanza.
Sappi per certo che niente è replicabile.
Nessuno passa per lo stesso punto, nello stesso modo, o con gli stessi occhi. Nessuno guarda mai lo stesso quadro.
Ascolta, fa’ attenzione. Voglio farti finalmente un sermone. Come le prediche di chi sul pulpito non sarebbe mai ammessa a salire, avrà la forma di una supplica focosa, una preghiera armata di ragioni.
Ti prego, ma ti prego veramente, di non rinunciare ad esperire, a provare, a giudicare, a schierarti, a dannarti per quello che, secondo te, non va bene, non funziona, non è giusto, non è nel senso d’un tendenziale armonico sviluppo del pianeta.
Non credere, ti prego, a chi ti dice che non sari tu, a mutare gli equilibri del mondo, che non sei tu nella stanza dei bottoni.
La stanza dei bottoni ce l’hai dentro.
È al tuo io, che devi rendere conto, innanzitutto.
Non avere paura di essere “in pochi”.
Non avere paura di essere massimalista, di occuparti di cose più grandi di te: ogni cosa grande ha evidenze piccine, riscontrabili da chiunque abbia gli occhi. Le cose grandi sono le più importanti: non c’è bisogno di diventare grandi per occuparsene.
Anzi, ad aspettare si rischia che sia troppo tardi.
Io li vedo, perché ci vivo in mezzo: gli adulti che non erano massimalisti ragazzini, sono rimasti minimi, non hanno sogni, solo prospettive.
Niente è vecchio di quello che puoi fare.
Dato che tu sei nuovo.
Non avere paura di pretendere un silenzio rispettoso, da parte di chi dichiara di sapere come vanno a finire le cose.
Se non lo sai, non è perché sei piccolo, è perché sei più attento, meno passivo, più intelligente.
Non partecipare, ti prego, al coro di sfiducia. È pigra, è noiosa, è facile la sfiducia.
E ce n’è in giro troppa.
Se posso darti un consiglio, e intendo dartelo anche se non posso, una sfida alla sfiducia potrebbe essere un bel banco di prova, per mettere a punto i vostri strumenti adolescenti, per uscire dal tempio a fronte alta e andare a misurarvi con il mondo.

(Da L. Ravera, In quale nascondiglio del cuore, Mondatori, 1993)

CASO MARRAZZO: BERLUSCONI SAPEVA MA HA TACIUTO

marrazzoSul caso Marrazzo le notizie si sono susseguite ad un ritmo frenetico in questi giorni. Dal 21 ottobre, giorno in cui è scoppiato lo scandalo che riguarda l’ormai ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, abbiamo assistito a smentite, conferme, fermezza nel voler rimanere al comando della Regione con Roma capitale, ripensamenti, autosospensione, lacrime e disperazione per quella che è una vicenda privata ma che tale non è potuta rimanere.

Le polemiche politiche non mancano: Marrazzo si deve dimettere, l’autosospensione è illegittima, grida la maggioranza al governo. Dalla parte opposta, al di là dell’umana comprensione, il giudizio rimane severo. Marrazzo ha sbagliato ma deve rimanere al suo posto. La questione è privata e, anche se la vicenda giudiziaria ha varcato le mura del Palazzo di Giustizia per essere data in pasto ai giornalisti, l’autosospensione è la cosa giusta da farsi. Così si arriva a dicembre e si evitano le elezioni anticipate. Ma se al posto di Marrazzo ci fosse stato Berlusconi?

Ieri, Maurizio Gasparri, presidente dei Senatori del Pdl, ha lanciato un monito: l’autosospensione presuppone l’esistenza di gravi impedimenti all’espletamento delle funzioni del governatore, come ad esempio i motivi di salute, ma se Marrazzo presenterà il certificato medico, seguirà una denuncia alla magistratura.
Io non so come si senta Marrazzo ora, ma posso immaginarlo. La moglie, la giornalista di Rai 3 Roberta Sardoz, ha avuto l’ingrato compito di occuparsi della rassegna stampa la notte stessa in cui la notizia del video in cui Marrazzo è in compagnia di un trans, del ricatto operato da quattro carabinieri e dell’indagine avviata dal Gip di Roma ha occupato di prepotenza le prime pagine di tutti i quotidiani. Da quella sera, la signora Marrazzo pare non abbia fatto ritorno a casa, nonostante le parole pronunciate ai microfoni della stampa televisiva dal marito: l’attenzione primaria in quel momento doveva essere rivolta alla sua famiglia, la cosa per lui più cara al mondo.

Man mano che i giorni passavano, la vicenda assumeva contorni sempre più chiari e allo stesso tempo più tragici. Due giorni fa, Marrazzo ha rilasciato un’intervista a Repubblica; le parole d’esordio tradiscono lo stato d’animo di un uomo distrutto: ho sbagliato. In questa storia ne esco a pezzi, maciullato, messo alla gogna, per colpa di chi si è infilato nella mia vita privata in una mattina di luglio. Un incubo, lo ricordo come un incubo.
Anche se a Gasparri sembrerà un falso, il certificato medico che dovrebbe giustificare l’autosospensione di Marrazzo sta per arrivare. Questa mattina, infatti, l’ex giornalista Rai si è sottoposto ad una visita di controllo al Policlinico Gemelli di Roma. Il referto medico parla di un accertato stato di stress psicofisico. Credo che umanamente sia il minimo che potesse accadergli. Per ora non sembrano avviate le azioni legali già minacciate da Gasparri. Le dichiarazioni del Pdl, come riporta Il Giornale, sono tuttavia esplicite: I gruppi parlamentari del Popolo della Libertà non hanno chiesto le dimissioni del presidente della giunta regionale del Lazio. Abbiamo sempre sostenuto che egli, se ritiene che ne sussistano le condizioni, può e deve andare avanti nel suo mandato. Se invece non ritiene che tali condizioni vi siano, deve dimettersi e consentire lo svolgimento delle elezioni il prima possibile. Non esistono terze vie, né si può ricorrere all’articolo 45 comma 2 dello Statuto della Regione Lazio, che in tal caso verrebbe attivato al solo scopo di rinviare la data delle elezioni, paventando impedimenti temporanei che qualcuno (un medico?) dovrebbe certificare anche in contrasto con l’evidenza dei fatti. Se si perseverasse su questa strada saremmo di fronte a un evidente abuso che non necessita di raffinati giuristi per essere ravvisato e denunciato come tale.

Autosospensione o dimissioni: questo non è il problema. Il problema, quello vero, è che ancora una volta il gossip pronto a massacrare un uomo politico, per di più una persona che, grazie alla sua conduzione della popolare trasmissione “Mi manda Rai3”, è sempre stata considerata integerrima, una sorta di paladino della giustizia. E ora il suo nome è infangato per colpa di ciò che egli stesso definisce una debolezza, ma allo stesso tempo un fatto privato. E tale avrebbe dovuto rimanere.

A me, sinceramente, viene da chiedere: un uomo politico dev’essere giudicato per come svolge il proprio lavoro o sulla base di “vizietti privati” che tutti sono pronti a condannare in nome di quelle “pubbliche virtù” attualmente assai scarse? Le vicende che hanno interessato mesi fa il premier Silvio Berlusconi hanno fatto gridare allo scandalo e hanno creato, se così si può dire, uno scomodo precedente. Allora il premier aveva accusato la stampa di sinistra di diffondere delle notizie private nel tentativo di danneggiarlo politicamente. Ma il maggior danno, a parer mio, Berlusconi l’ha avuto in famiglia, visto che Veronica Lario ha chiesto il divorzio. E anche in quel contesto tutti, da parte dell’opposizione, si sono sentiti autorizzati a dire la propria, anche a giudicare il premier nella veste di marito e di padre di famiglia.
Manco a dirlo, anche nella circostanza che ha visto Marrazzo colpito nel privato, qualcuno ha insinuato un complotto della destra; uno dei carabinieri interrogati, che oltretutto avrebbe dichiarato di non essere sicuro che l’uomo ripreso nel video scandalo fosse Marrazzo, ha parlato di una trama ordita molto in alto. Ok, i sospetti possono essere anche legittimi, per carità. Quello che non approvo è il fatto che molti di quelli che scrivono sul web si stanno chiedendo come mai Marrazzo abbia lasciato l’incarico e il premier sia ancora al suo posto. Beh, forse le vicende che hanno coinvolto i due personaggi sono un po’ diverse e poi, come hanno dichiarato Gasparri e Quagliarella nella nota congiunta sopra riportata, Marrazzo ha preso autonomamente la sua decisione sentendosi lui stesso inadeguato a rivestire quel ruolo con tutti gli occhi puntati addosso. Se Berlusconi è rimasto impassibile di fronte alle vicende, vere o presunte, che l’hanno coinvolto, deve essere sottoposto al giudizio popolare per questo?

Ma nella triste vicenda di Piero Marrazzo una parte ce l’ha anche il premier. Ai primi di ottobre, infatti, il direttore Alfonso Signorini informa la Presidente Marina Berlusconi e l’Amministratore Delegato della Mondadori Maurizio Costa dell’offerta di un video che riguarda Piero Marrazzo, il cui contenuto ormai è arcinoto. L’offerta viene rifiutata e Marina avvisa il padre. Lo stesso Berlusconi, dopo aver visionato il video e averne colto la scabrosità del contenuto, contatta personalmente Marrazzo. Lo mette in guardia, assicurandogli che il video rimarrà in Mondadori e che non vi è alcuna intenzione di rendere pubbliche quelle immagini. Non solo, il premier fornisce all’ex governatore del Lazio i dati dell’agenzia fotografica in modo che l’interessato valuti la possibilità di accordarsi direttamente con l’agenzia, bloccandone l’eventuale diffusione. Cosa, tra l’altro, improbabile visto che anche altri direttori, come lo stesso Belpietro di Libero, avevano giudicato quelle immagini “non pubblicabili”.

Insomma, Berlusconi avrebbe potuto mettere in atto la sua vendetta ma non l’ha fatto. Probabilmente perché se i suoi giornali avessero dato notizia del video e pubblicato le immagini, avrebbe avuto la disapprovazione di tutta l’opinione pubblica, da destra o da sinistra o dal centro, senza distinzione alcuna. A me, tuttavia, piace pensare al gesto di un gentiluomo, di una persona che sa cosa significhi essere colpiti nella vita privata, con accuse montate ad arte o vere che siano, quando la veste pubblica poi viene giudicata sulla base di ciò che fa l’uomo, e umanamente può anche sbagliare, e non il personaggio pubblico. Di errori se ne fanno tanti e anche chi giudica quelli degli altri è ben consapevole dei propri. Perché mai si deve fare un processo ad un uomo politico a causa di vicende private? Solo perché si parte dal presupposto che chi sta al “comando” non può sbagliare? In casi come questi bisognerebbe ricordare le parole che Gesù pronunciò in difesa dell’adultera che stava per essere lapidata: Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

Nessuno è perfetto ma quando si tratta di personaggi pubblici tutti vorrebbero che almeno loro lo fossero.

[altra fonte, oltre a quelle linkate: Il Corriere]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 OTTOBRE 2009: MARRAZZO ANNUNCIA LE DIMISSIONI

Riporto la nota dell’agenzia ANSA:

(ANSA) – ROMA, 27 OTT – Si dimettera’ oggi. Piero Marrazzo vuole accelerare la sua uscita dalla Regione Lazio. Non vuole piu’ sostenere il peso della situazione.’Basta, voglio chiudere, non avere piu’ nessun contatto con la mia vita politica’ avrebbe detto Marrazzo ai suoi collaboratori annunciando la decisione di dimettersi. Dalle dimissioni al voto passeranno 135 giorni, 90 per i decreti di indizione dei comizi elettorali e 45 per indire i comizi. Dunque se Marrazzo si dimettera’ oggi si votera’ il 9 marzo.
27 Ott 16:27

Con queste parole Piero Marrazzo giustifica la sua decisione:

Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla guida della Regione. Comunico con la presente le mie dimissioni definitive e irrevocabili dalla carica di presidente. A tutti coloro che mi hanno sostenuto e a quanti mi hanno lealmente avversato voglio dire che, finché mi è stato possibile, ho operato per il bene della comunità del Lazio. Mi auguro che al di là dei miei errori personali questo mi venga riconosciuto.
[fonte: Il Corriere ]

TRA MOGLIE E MARITO … COSSIGA CI METTE IL GOSSIP

berlusconi_cossigaAlle “picconate” di Francesco Cossiga c’eravamo abituati. Certo, si può essere d’accordo con lui o meno, ma bisogna portargli rispetto. È sempre, in fondo, un ex Presidente della Repubblica nonché un Senatore a vita, seppur non per meriti ma per diritto. Tuttavia, qualche osservazione sulle sue uscite, più o meno opportune, mi azzardo a farle.

Sulla questione del divorzio Lario-Berlusconi il Presidente Cossiga aveva già espresso il suo parere. Nessuno stupore, nessuna condanna. Berlusconi è Berlusconi ma è pur sempre un uomo come tanti e ha diritto pure a divorziare. Nella sua veste di premier, però, il divorzio chiesto dalla moglie, per colpe vere o presunte, non sta a me giudicare, può suscitare reazioni politiche. Non dovrebbe, ma può. Cossiga aveva già appoggiato il cavaliere considerando che, a parte il fatto che nella sua vita privata è libero di fare ciò che vuole, il divorzio non avrebbe cambiato i suoi rapporti con la Chiesa. Il rischio che tali rapporti s’incrinassero, in effetti c’era. Perché, dal momento in cui il Vaticano sta sul territorio italiano, ha sempre creato dei problemi “politici”. Ma il Senatore a vita ha fin da subito considerato che tale faccenda privata non avrebbe avuto conseguenze in tal senso. Ai giornalisti che lo intervistarono all’indomani della notizia shoc della lettera di Veronica Lario pubblicata su Repubblica, dichiarò, infatti, che «alla Chiesa importa molto dei comportamenti privati, ma tra un devoto monogamo che contesta certe sue direttive ed uno sciupafemmine che le dà invece una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupafemmine. Sant’ Ambrogio disse non a caso “Ecclesia casta et meretrix“». [vedi editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica.it del 11 maggio 2009].

Se allora le sue parole potevano costituire l’espressione di un semplice punto di vista da parte di chi esprime, nel suo solito modo pungente, la solidarietà con il premier, ora le ultime dichiarazioni mi hanno lasciato di stucco. Più che dichiarazioni appaiono, in verità, puro gossip, pettegolezzo da corridoi, che non ci aspetta provengano da quelli di Palazzo Madama però. Nel senso che si pensa, forse a torto, o lo penso solo io, che in quei corridoi si parli di cose più serie. Ma la moda del pettegolezzo, evidentemente, ha contagiato tutti, senza distinzioni di classe, professione, ruolo pubblico o privato che sia.

Che dice, dunque, ora Francesco Cossiga sul divorzio più famoso del momento, forse destinato a rimanere scritto perpetuamente nelle pagine di storia del presente secolo? Queste le sue parole riportate in un’intervista che ho letto sul quotidiano Epolis Friuli:

Ora Berlusconi dovrà regolare i suoi rapporti con Veronica. Quando sono andato da lui, l’ho trovato addolorato per quello che la moglie gli aveva fatto. Adesso pare che, con la leggera flessione del voto elettorale [alle europee, NdR], sia incavolato nero e non gli [ma se è riferito a Veronica, non è corretto le? Non capisco se sia il giornalista o Cossiga a non conoscere la grammatica] voglia dare più nulla. Potrei dare anche cifre, ma … ho saputo da uno dei banchieri di Berlusconi quello che Veronica gli ha chiesto …”

Alla giornalista Silvia Zingaropoli, incuriosita dal gossip –in fondo è anche il suo mestiere, mentre non lo è per nulla quello di Cossiga- che insiste per avere dei dettagli in più, il Senatore a vita replica:

Un miliardo di euro. Lui adesso è furibondo … per la questione dei voti cattolici”.

Resosi, forse, conto di aver esagerato, cerca di glissare l’argomento “indennità per Veronica” spostando l’attenzione sul voto, che poi è più corretto, politicamente almeno. Alla domanda della giornalista: “Il gossip ha influito sul voto?”, l’ex Presidente risponde:

Certamente ha influito su una fascia di elettorato cattolico, specie quello femminile del Sud, che è emigrato o nell’astensione o nell’Udc. Ma la Chiesa come istituzione preferisce uno sciupa femmine che segue le sue direttive, piuttosto che non un marito pio e devoto come Franceschini che gli [di nuovo l’errore; se è riferito alla Chiesa, il pronome dovrebbe essere femminile. Ora il dubbio è che sia proprio Cossiga a non conoscere la grammatica italiana] fa la guerra su ogni cosa.”.

A questo punto il gossip è: la Lario ha chiesto al marito un miliardo di euro. Sarà vero? Anche se, secondo i dati divulgati da Forbes, nel 2005 il patrimonio di Berlusconi ammontava a 12 miliardi di euro, il reddito dichiarato, però, nel 2007 era di “soli” 14.532.538 euro. Sarà che a me un miliardo di euro sembra una cifra da extraterrestri piuttosto che da umani, ma la richiesta mi pare esosa comunque, considerando anche il fatto che il patrimonio non è certo costituito da somme liquide. Mi sa che il cavaliere si dovrà vendere qualcosa …

Maria Latella, autrice del libro Tendenza Veronica pubblicato nel 2004, sostiene che la Lario, in caso di separazione, rinuncerebbe, come erede, al 25% del patrimonio del marito che invece le spetterebbe se rimanesse sposata con lui. Ora, anche se i conti in tasca del premer non li so proprio fare perché nelle sue tasche mi ci perdo, mi viene il dubbio che Veronica voglia per il divorzio un miliardo di euro per decurtargli fin d’ora il patrimonio. Mossa strategica? Ma lui, Silvio, tutti questi soldi glieli darà? Considerato anche il fatto che, come dice Cossiga, “è incavolato nero” per la flessione dei voti alle europee? È pronto, il premier, a una battaglia legale contro chi gli è stato accanto fedele per tanti anni? Certo, lo stuolo di avvocati è già al lavoro e presumo che siano lautamente pagati, il che dovrebbe portarli a fare un buon lavoro, nonostante di questi tempi il divorzio non sia l’unico problema legale del Presidente del Consiglio. Insomma, un bel tour de force per i “poveri” avvocati!

Quanto alla posizione della Chiesa descritta da Cossiga, sarei fondamentalmente d’accordo. Molto meglio un presunto fedifrago e sciupa femmine come Berlusconi, che al potere c’è già, rispetto ad un monogamo qualunque che il potere lo vorrebbe ma, per lo meno ancora, non ce l’ha. E il potere, come sostiene quella “vecchia volpe” di Andreotti, logora proprio chi non ce l’ha.

VERONICA, POVERO SOLDATINO SOTTO ASSEDIO

silvio-e-veronicaC’era d’aspettarselo: dopo l’annuncio del divorzio da Berlusconi, Veronica Lario torna all’attacco mezzo stampa. Dalle sue labbra, immagino gonfiate dal silicone, escono parole affrante, quelle di una donna offesa nella sua dignità, di una moglie umiliata da un marito insensibile che preferisce i figli degli altri, le famiglie degli altri, gli amici degli altri a quelli di casa sua. Una sofferenza, quella di Veronica, che dura da decenni, una sorta di martirio cui si è sottoposta volontariamente senza quasi mai fiatare, eccetto qualche sfogo, qualche letteruccia pubblicata dai giornali, niente di così eclatante. Un dolore chiuso nel suo cuore e nella reggia dorata che non deve nemmeno dividere con il marito. Che donna sfortunata! Tutta sola, abbandonata, incompresa.

«E adesso come mi sento? Come un povero soldatino oramai assediato dagli eserciti nemici», esterna così il suo dolore la povera Veronica. E noi ce lo immaginiamo questo soldatino assediato, ci immaginiamo questa solitudine inerme, quella di una donna che non ha armi per combattere. Pensiamo alla sua misera vita e ci addoloriamo con lei e per lei. Pensiamo alla vita di privazioni che le è stata riservata dal destino: la rinuncia a girare per casa la domenica mattina con i bigodini in testa, il dover lasciare i figli piccoli con le tate per recarsi in una beauty farm perché il marito-tiranno la voleva sempre in perfetta forma, l’impossibilità di preparare qualche manicaretto per la dolce metà e il dover arrendersi ad essere circondata da uno stuolo di camerieri, governanti, cuochi, maggiordomi e giardinieri. Ma le rinunce della signora Lario non finiscono qua: pensiamo a quando i bambini sono cresciuti e li ha dovuti abbandonare in qualche collegio, naturalmente svizzero, così come alle donne spartane erano sottratti i figli di appena sei anni perché dovevano essere addestrati per la guerra. Ma la povera Veronica, soldatino indifeso, li ha dovuti abbandonare ad austeri pedagoghi, rinunciando a passare i pomeriggi insieme a loro, a seguirli nell’esecuzione dei compiti, a correggere tutti quei bei problemini di matematica che fanno impazzire le mamme, a fare i dettati per imparare bene l’ortografia. E poi, da sola, si è dovuta adattare a farsi scorazzare in giro dall’autista, lasciando ingiallire la patente in un cassetto. Mai un giretto al supermercato, un’occhiata alle offerte della settimana, l’acquisto degli ovetti kinder per i piccoli Berlusconi. Una vita grama davvero.

E che dire della carriera? Il marito l’ha strappata dal palcoscenico stroncando così crudelmente una carriera fulgida, un avvenire da prima donna della prosa. La poveretta si è adattata a stare dietro le quinte, rinunciando al ruolo di protagonista. Lui, folgorato dal suo seno al vento, l’ha voluta tutta per sé; non solo, ha preteso che un ignobile chirurgo plastico le facesse ritornare quello splendore che l’età stava portandole via. Fortunatamente la chioma è rimasta splendida e folta, altrimenti il crudele Silvio l’avrebbe costretta al trapianto. Eh già, perché molte cose con lui Veronica ha condiviso, forse non se ne ricorda. Le vacanze, per esempio, in costa Smeralda o qualche crociera su splendidi yacht suoi o dei cari amici di famiglia. E d’inverno, non poteva mancare alle discese sugli sci o alle scivolate sulla slitta a Saint Moriz o a Cortina, non so. So che per lei, Veonica, dev’essere stato un bel sacrificio, in nome di quell’amore giurato come eterno, di quel legame che a poco a poco è diventato la sua prigione.

E ora l’ingrato consorte che fa? Se la spassa alle feste delle neodiciottenni, ma a quelle dei figli è stato l’ospite a lungo atteso, debitamente invitato, ma mai arrivato. Che affronto! E a tale affronto come poteva reagire Veronica? Chiedendo il divorzio, mi sembra logico. Ma non attraverso il freddo e anonimo linguaggio legale, recitato da una formalissima lettera dell’avvocato, troppo banale. Meglio annunciarlo alla stampa. Dal suo cantuccio riservato in quel di Macherio, esplode la rabbia del soldatino ora assediato; parole scritte, incancellabili raggiungono il povero Silvio in quel di Varsavia, proprio mentre è occupato a stilare l’incriminata lista dei candidati alle europee. Di veline, nemmeno l’ombra dice lui. Solo brave e preparate ragazze, come quelle che attualmente occupano posti di responsabilità e onorano gli impegni con puntualità e serietà. Meglio degli uomini, aggiunge. Insomma, quelle veline che hanno causato nella signora Lario lo sfogo di un’ira a lungo repressa non ci sono, non esistono. E poi, quella Noemi Letizia, la più famosa neodiciottenne d’Italia, una brava ragazza appartenente ad una famiglia morigerata, con l’unico difetto di avere invitato cotanto ospite alla festa di compleanno. Ma il torto più grande la moglie “tradita” lo attribuisce a lui, al fedifrago: quello di aver accettato l’invito. Non solo, il cavaliere si è pure fatto fotografare, anche se sul web corre voce che le foto siano ritoccate. Anzi, c’è pure qualcuno che fa basse insinuazioni notando la somiglianza della fanciulla Noemi con le altre figlie di Berlusconi. Ma dai! Anche questo, purtroppo, deve sopportare il povero soldatino indifeso.

Il premier nega tutto: nessun legame particolare –qualcuno ha parlato addirittura di pedofilia!- con la ragazzina, solo un’amicizia di lunga data con la famiglia, visto che il padre di Noemi fa parte del PdL. E poi, sostiene il cavaliere ai microfoni di Bruno Vespa, due giorni fa a “Porta a porta”, se ci fosse stato qualcosa da nascondere, non si sarebbe recato in un locale affollato, non si sarebbe fatto fotografare. Mica scemo, lui. No, è la stampa di sinistra che ha cercato di infangarlo e ha teso una trappola in cui è caduta anche la moglie inconsapevole. Certo, qualcuno aspetta solo di coglierlo in fallo, il Presidente del Consiglio, e approfitta pure di diciottenni inesperte che non si lasciano scappare l’occasione per potersi vantare di tale amicizia, di tale ospite, di tale regalo (gioiello in oro e diamanti). Ma Veronica non ha compreso tutto questo, si è lasciata raggirare anche lei, come tanti. Non sanno, però, i detrattori che alla fine questo episodio, pur nella sua dolorosità, ha giovato a Berlusconi e alla maggioranza. Davanti alle telecamere della TV francese France 2 ha esibito con orgoglio i dati recenti sulla sua popolarità: dal 75% è passata al 77%. E si deve a lui un altro record: lo share di “Porta a porta” che in dieci minuti è passato dal 15% al 43%. Non era arrivata a tanto nemmeno l’ “Elisa di Rivombrosa” della gloriosa prima serie. E nonostante tutto, dice Berlusconi, la Tv e la stampa continuano a denigrarlo, anche i suoi canali e giornali. Roba da non credere! È quel 37% che rimane indifferente al suo charme che ora sta con Veronica, evidentemente. Lei, poverina, non si rende conto che la stanno strumentalizzando, che tutta la vicenda, così tanto privata che l’addolorato Silvio non ne vuole nemmeno parlare –ma, guarda caso, ne parla, e come se ne parla!- ormai è in pasto a belve feroci che attendono solo di sbranarlo, il maritino. Magari sarà la stessa ex moglie a sbranarlo, in senso metaforico, quando gli presenterà i conti.

C’è gente che passa attraverso l’esperienza dolorosa del divorzio andando incontro ad un oscuro destino. Già, perché qualche pover’uomo non sa nemmeno come fare per mantenersi e passare gli alimenti alla ex. C’è pure qualcuno che rinuncia alla casa e torna da mamma e papà, se li ha, o si adatta alla vita solitaria in un anonimo residence. Ci sono anche quelli che, non avendo alternative o perché non arrivano ad un accordo, rimangono nella casa coniugale da separati in casa. Chi ha visto il film La guerra dei Roses sa di che cosa sto parlando. Ma non c’è nemmeno il pericolo di assistere allo spettacolo di Veronica e Silvio appesi al lampadario di cristallo, magari scommettendo su chi dei due cadrà per primo. E già, perché i due sposi vivevano di già in due case separate. Ma allora cosa cambia? Nulla, se non il fatto che un divorzio già in atto verrà formalizzato.

Quando su questa triste vicenda calerà il sipario, saremo tutti più contenti. Veronica da ex attrice è già abituata a vedere la tenda di velluto scendere davanti a lei. Ma ora il povero soldatino indifeso, che pure ha scatenato questa guerra, non attenderà più il suo bel cavaliere che verrà a salvarla. Lei con i cavalieri ha già avuto una brutta, bruttissima esperienza. Ormai non crede più alle gesta dei palatini, quelle dei romanzi cortesi. La cortesia, in tutti i sensi, non fa parte del suo mondo. Le rimane la magione da difendere, proprio come facevano le donne dei cavalieri in loro assenza. Ma non ci sarà nessun ariete a sfondare il portone, nessuna balestra pronta a scagliare le pietre. Non ci sarà bisogno d’armi o di parole; di quelle ne sono state dette anche troppe. Basterà tacere. Il silenzio, a volte, è l’arma vincente.

[fonte principale: corriere.it, articoli vari del 5, 6 e 7 maggio]