Pianeta blu (jeans)

Anch’io avevo dedicato un post ai jeans un po’ di tempo fa (Buon-compleanno a voi amati jeans). Molto interessante il post di Nina che ribloggo volentieri.

Le Journal de Nina

james dean

L’univesro nascosto dietro cio’ che comunemente identifichiamo come un paio di pantaloni talvolta é stupefacente. Il capo d’abbigliamento più utilizzato al mondo, da persone appartenenti ad ogni classe sociale e di ogni età, apre orizzonti molteplici…

Un mini glossario da esploratore potrebbe essere utile al fine di approcciarsi in modo differente a cio’ che sembre più comune.

COWBOY: l’origine del jeans é storicamente legata alla figura del cowboy (oltre a quella più classica dell’operaio). Cio’ é testimoniato dagli archivi della Lewi’s negli USA, dove sono conservati gelosamente un numero considerevole di pantaloni vissuti, consumati, rattoppati, dal valore inestimabile, e dall’età incalcolabile (per chi non é esperto come noi).Jean cowboy 1950

GIAPPONE: l’unico Paese dove il tessuto denim viene ancora prodotto secondo il processo tradizionale (e fedele). Credo sia superficiale soffermarsi sul valore…

COLLEZIONISMO: sono moltepici i collezionisti del jeans, oggetto considerato tuttaltro che banale da chi pratica una vera e propria caccia…

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BUON COMPLEANNO A VOI, AMATI JEANS


Il 20 maggio 1873 vennero brevettati, negli Stati Uniti d’America, i mitici pantaloni, amati da molte generazioni e tuttora di gran moda: i blue jeans. Per la precisione, il brevetto fu depositato a San Francisco da Levi (nato Loeb) Strauss e Jacob Davis (nato Youphes). I neosoci decisero che il marchio «Levi’s and Jacob’s» era troppo lungo, quindi scelsero il più breve Levi’s, da allora e per sempre sinonimo dei pantaloni di tela blu di cui si celebra il 139° compleanno. Un’età che il capo di abbigliamento più venduto al mondo di certo non dimostra.

Il tessuto dei jeans, simile al Denim (di Nimes) ma più leggero, nasce a Genova. Si tratta di un tipo di fustagno molto resistente e leggero. Dal nome Gènes (Genova in francese) viene chiamato jean o jeane ed è già presente sul mercato europeo sin dalla fine del Medio Evo, mentre la sua trasformazione in pantalone da lavoro è da far risalire all’800, quando viene utilizzato per gli scaricatori del porto.

Probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato che quest’umile pantalone da lavoro avrebbe avuto un successo planetario. A partire dal 1850 che il termine jeans viene utilizzato per identificare non il tessuto ma un determinato modello di pantaloni. Il modello di pantaloni lanciato dai soci Levi Strauss e Jacob Davis aveva cinque tasche e si era rivelato particolarmente adatto ai cercatori d’oro. Dopo circa un secolo, dagli anni ’40 del ‘900, i jeans diventano, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, un capo di gran moda.

Oggi i jeans si indossano a tutte le età ed hanno le fogge più varie: larghi, stretti, a zampa sul fondo (stanno tornando di moda), a sigaretta, a vita bassa o bassissima, strappati, consumati, rattoppati … Il colore tipico dei jeans, blu scuro, ormai non è che una delle molteplici varietà di tinte in cui vengono prodotti questi pantaloni. Più o meno colorati, vengono prodotti e messi in vendita già lavati e poco importa se portandoli si sbiadiscono o in certe parti si consumino più che in altre. I jeans vanno vissuti e sono ancora più belli quando dimostrano i segni dell’età. Anzi, talvolta maggiormente apprezzati sono proprio quelli che escono direttamente dalla fabbrica consumati. Così non ci dobbiamo nemmeno dar la pena di farlo noi portandoli.

Dal lontano dì in cui i Levi’s sono comparsi sul mercato, non c’è casa di moda che non li abbia in catalogo. Certo, i prezzi sono diversi a seconda della firma. Ma ci si può accontentare anche di un paio anonimo se li sappiamo portare.


Ma i jeans hanno anche una storia da raccontare. Nei Paesi dell’ex area comunista, non so per qual motivo, non venivano prodotti o venduti. Negli anni Settanta a Trieste ci fu un vero e proprio boom economico favorito dall’arrivo in massa, ogni sabato, dei cittadini della ex Jugoslavia che ne compravano in quantità “industriali”, con il probabile intento di rivenderli clandestinamente nel loro Paese.
A quei tempi fecero affari d’oro i venditori ambulanti che avevano le loro bancarelle in piazza Ponterosso, sul canale che dalle rive porta alla chiesa di Sant’Antonio Vecchio. Increduli di fronte alle richieste esagerate di quel tipo di merce, i venditori iniziarono a specializzarsi nella vendita dei jeans e divennero ricchissimi. La prosperità economica li portò a costruirsi le ville sull’altopiano carsico o sull’incantevole strada costiera dalla quale si accede alla città giuliana. Ville che fino a quel momento erano un’esclusiva dei ricchi industriali e professionisti triestini.

Come sempre capita, questo boom ebbe anche i suoi risvolti negativi: presi dall’euforia dei nuovi acquisti, gli slavi (in dialetto sciavi, parola che effettivamente veniva usata con un certo disprezzo dai triestini inorriditi da un’invasione che veniva paragonata ad un’orda barbarica) spesso abbandonavano per strada, ovunque capitasse, i loro pantaloni per indossare i jeans nuovi di zecca. La città durante il sabato si trasformava ed era realmente invivibile. Gli slavi bivaccavano sul sagrato della chiesa di Sant’Antonio, il cui ingresso principale si affaccia su una bella scalinata, creando non poco disagio ai passanti.

Con il trascorrere degli anni, specialmente dopo la caduta del muro di Berlino, questa invasione è andata sempre più scemando. Così ora i triestini possono godersi la loro vita tranquilla, caratterizzata da una certa ripetitività – le “vasche” in Viale, la passeggiata sul Corso, il caffè in piazza Unità d’Italia -, e il loro shopping in santa pace. Del boom economico, però, non è rimasta neppure l’ombra e tutto a causa dei jeans che ora vengono prodotti e venduti ovunque.

Gli anni sono passati anche per me. Non sono più la ragazzina viziata che faceva fare chilometri ai genitori per poter acquistare, prevalentemente in Veneto, i jeans Fiorucci, i preferiti. Ma quei pantaloni tanto amati occupano sempre lo spazio privilegiato nel mio guardaroba. Strappati o meno, con le borchie o con gli strass, blu scuri o chiari, loro continuano ad essere sempre i miei amati jeans.

[fonti: Il Corriere e thisismyworld; immagine sotto il titolo da questo sito]

L’ABITO NON FA IL DEPRESSO


Secondo la ricerca di un gruppo di psicologi inglesi dell’University of Hertfordshire, nell’Inghilterra Orientale, l’abito che si sceglie per uscire da casa rifletterebbe il nostro stato d’animo. Nel bene e nel male, nell’euforia e nella depressione.

Lo studio, condotto su un centinaio di donne, ha rivelato che il 50% delle intervistate indossano i jeans quando si sentono depresse. Al contrario, il “vestito della felicità ”, cioè quello che fa sentire bene una persona, è un vestito di buon taglio, che valorizza la figura ed è fatto con un tessuti di qualità e dai colori vivaci. (LINK della fonte della notizia)

Mi permetto di dissentire. A parte il fatto che io non ho un abbigliamento standard, nel senso che non sono una che si veste sempre sportiva o sempre elegante, che indossa solo pantaloni o solo abitini, sono capace di andare a fare la spesa in calze a rete (con addosso anche un vestito, naturalmente 😉 ) ma quando indosso i jeans sono proprio felice.

Le signore inglesi dovrebbero sperimentare la felicità che si prova quando si indossano i jeans che fino a due mesi fa non si chiudevano (nemmeno distesa sul letto e con l’ausilio di una intera squadra di body builders!) senza fare nessuna fatica. Altro che abiti di buon taglio (magari anche di una buona taglia) dai colori vivaci! 🙂

[immagine da questo sito]