6 luglio 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ECCO IL DOGGYBAR PER GLI AMICI CANI

Posted in animali, attualità, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, società tagged , , , , , , , , , , , a 4:11 pm di marisamoles


Si tratta di un brevetto targato Friuli. Il Doggybar è stato, infatti, inventato da un da un cormonese, Marco Mersecchi, assieme al team con cui collabora nella sua azienda di design.

Il nuovo dispositivo, che potrebbe essere visibile a breve all’esterno di molti locali non solo nella città di Cormons (Gorizia), è costituito da una ciotola che nella forma ricorda proprio gli amici cani. Il Doggymar è dotato di un piccolo contenitore in cui si può posizionare dell’acqua o delle crocchette per far felici i miglior amici dell’uomo e anche i padroni.

«È un’idea che mi è venuta prima di addormentarmi – racconta Mersecchi – Il giorno dopo ne ho parlato con i miei collaboratori e ci siamo messi subito all’opera, brevettando il piccolo manufatto in pochissimo tempo. È un servizio pet-friendly in più».

Questa invenzione è giustificata soprattutto dall’incremento notevole dei cani e gatti, ma più in generale degli animali da compagnia, osservato negli ultimi anni nel nostro Paese. Secondo i dati recenti, in Italia 60 milioni di animali abitano nelle nostre case. Oltre ai cani e ai gatti, gli animali da compagnia per eccellenza, si contano i pesci, i più diffusi per numero, ma anche altre specie come furetti e rettili.

All’inizio del 2015 i cani registrati, tramite tatuaggio o microchip, erano poco più di 6 milioni; in tre anni sono diventati 10 milioni, con un incremento del 40%.

A Cormons l’amore verso gli animali è diffuso. I dati ufficiali disponibili (relativi alla fine del 2015) parlano infatti di oltre 1200 cani censiti nelle varie famiglie: su un totale di circa 7500 abitanti, ne deriva che c’è un cagnolino più o meno ogni sei cormonesi, praticamente uno ogni due famiglie. Non stupisce, dunque, che Marco Mersecchi abbia pensato a brevettare il Doggybar, con la speranza che il suo dispositivo possa presto diffondersi anche al di fuori della regione Friuli – Venezia Giulia.

Allora grazie Marco, per aver pensato ai migliori amici dell’uomo.

[Fonte: Il Piccolo anche per l’immagine: altra fonte: zampefelici.it]

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4 agosto 2014

GENITORI E FIGLI: L’ABBRACCIO IN UNA APP

Posted in adolescenti, amore, bambini, figli, web tagged , , , , , , , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

minihug
Può uno smartphone sostituire l’abbraccio di mamma e papà? Certamente no ma può far sentire meno l’assenza. Così almeno sostiene una bimba di soli sei anni che ha dato l’idea per la creazione di una App “per far sentire meno alle amiche la mancanza dei genitori”.

Lia ora ha sette anni. Lo scorso anno aveva chiesto a suo papà, Erwan Macé, sviluppatore di applicazioni per Bitsmedia, compagnia singaporiana di startup specializzate nel migliorare la vita delle persone, di inventare una App. “Mi ha sbalordito”, racconta Macé a Repubblica.it, “era partita dalla constatazione che tanti adulti fanno fatica a trovare il tempo per giocare con i loro figli. Le ho dato ragione: dovevamo dargli una mano”.

Così è nata Mini Hug, piccolo abbraccio. Il signor Macé dichiara di aver trovato nella piccola Lia un valido aiuto per creare l’applicazione.
L’abbiamo sviluppata insieme ed è stato fantastico – afferma Macè – : un bagaglio di esperienze. Un perfetto esempio di buon tempo trascorso insieme. Anche il nome l’ha scelto lei, io avevo pensato a Liapp, facendo un gioco di parole con il suo nome. Ma, devo ammetterlo, la sua idea è stata di gran lunga migliore”.

L’applicazione è gratuita, molto semplice da utilizzare e per ora è distribuita in 9 lingue, non in Italiano.
Ma di che cosa si tratta? Su Repubblica.it si legge che l’app consente agli utenti di creare un profilo per ogni figlio e annotare qualsiasi attività svolta con lui: dalla mezz’ora trascorsa a fare i compiti, al gioco di società, passando per la passeggiata al parco. Ogni esperienza equivale a dei punti, in modo da annotare i progressi fatti e persino competere con altri parenti, condividendo i propri risultati sui social network e stimolandosi a vicenda.

Nel leggere la notizia ho pensato subito al vecchio gioco elettronico Tamagotchi. Lo ricordate? I bambini dovevano prendersi cura sin dalla nascita di un cucciolo appartenente a una specie aliena, chiamata appunto Tamagotchi, e dargli il necessario per farlo crescere ed essere suo amico, evitandone la morte.
Ho pensato a Mini Hug come ad un gioco in cui i bambini dovessero in qualche modo insegnare ai genitori ad essere bravi, affettuosi, a prendersi cura dei propri figli.
Purtroppo la vita non è un gioco e credo che l’affetto di una madre e di un padre non si possa esprimere attraverso una semplice applicazione per telefonini. E poi, lo dicono anche gli esperti, non ha importanza la quantità di tempo che i genitori dedicano ai figli (specie nella società moderna in cui procreare è un lusso che obbliga, nella maggior parte dei casi, a lavorare tanto i padri quanto le madri), quanto la qualità.

Ho ripensato anche ai miei figli, quand’erano piccoli, e alla fortuna che hanno avuto nell’avermi quasi sempre presente. Il quasi è dovuto al fatto che nella loro infanzia ho dovuto fare la pendolare, studiare per un corso di perfezionamento all’università e per la terza abilitazione ottenuta quanto il primogenito aveva sette anni e suo fratello cinque.

Mai ho fatto mancare ai miei figli un abbraccio. Anzi, sono piuttosto “oppressiva”, come dicono loro. Me li sbaciucchio anche ora che hanno 26 e 24 anni!

Una settimana fa ho dovuto consolare il secondogenito afflitto dalle pene d’amore.
Lui è sempre stato un po’ scostante, da piccolo era molto indipendente, non voleva avermi attorno. Durante l’adolescenza era trasgressivo, voleva fare quel che gli pareva e non sopportava le regole. Quando gli dicevamo “è per il tuo bene”, sorrideva con un ghigno come volesse dire “ma non sapete che cosa sia il mio bene!”.

Crescendo è cambiato, ora è più affettuoso e coccolone. Vederlo piangere sulla mia spalla, poterlo stringere forte, baciargli i capelli … mi ha fatto tornare indietro nel tempo, con la differenza che quand’era piccolo non mi ascoltava mai e ora, invece, ha seguito i miei consigli.

Chiudo la parentesi e ritorno al topic. Onestamente non so quanto possa essere utile questa applicazione. Le stesse cose si possono fare anche senza l’utilizzo dello smartphone. Si prende una bella lavagnetta e si scrivono lì le cose che mamma e papà fanno assieme ai pargoli. La questione del punteggio, poi, non mi piace per niente. I figli hanno già molto da rimproverare ai genitori, ci manca solo che rinfaccino un punteggio scarso o l’impegno modesto con cui si dedicano a loro.
La condivisione sui social network, poi, è a dir poco deleteria, non meno della competizione fra parenti.

Insomma, c’è ancora qualcosa che si possa fare come “ai vecchi tempi”? Amare, per esempio. E un abbraccio non può essere sostituito da nessun aggeggio tecnologicamente avanzato. Almeno, io la penso così.

[immagine da questo sito]

logo pollicinoAGGIORNAMENTO DEL POST, 05/08/2014

Allo stesso argomento ha dedicato un post la dott.ssa Marzia Cikada, psicologa e psicoterapeuta, sul suo blog Pollicino Era un Grande: Bambini, APP e quando il tempo libero si trasforma in frustrazione. Ovviamente l’approccio è da professionista, mentre la mia voleva essere solo una riflessione sui tempi che cambiano, non sempre in meglio.
Da leggere, perché molto interessante, il contributo di Marzia.

7 febbraio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: CON IL CUSCINO CHE SI GONFIA BASTA NOTTI INSONNI SE IL PARTNER RUSSA

Posted in matrimonio, salute, Uomini e donne tagged , , , , , , a 9:13 pm di marisamoles

russare
La notizia di per sé può sembrare abbastanza banale: di metodi per non russare mentre si dorme ce ne sono tanti ed è anche vero che, con un po’ di pazienza, al ronfronf del partner ci si abitua pure. Ma forse questa invenzione è davvero efficace, se non altro potrebbe avere il merito di salvare qualche matrimonio.

Si tratta di un cuscino antirussamento. Ce ne sono già in circolazione di diversi tipi, ma questo è un po’ speciale: si chiama ‘Snore Activated Nudging Pillow’, è in poliuretano ed è dotato di un microfono integrato che capta le vibrazioni sonore liberate dai russatori. In questo modo rileva il rumore e spinge chi dorme a cambiare posizione, facendo gonfiare una camera d’aria interna, che aumenta la profondità del cuscino di tre pollici (circa 7,5 cm), abbastanza per far spostare la testa o il corpo a chi dorme.

Il cuscino è anche dotato di un’impostazione ritardante: una pausa di 30 minuti che permette a chi lo usa di prendere sonno senza essere disturbato da improvvisi rigonfiamenti.
Si può, inoltre, regolare la sensibilità del microfono in base al tipo di rumore emesso, leggero o pesante, o di disattivarlo.

Il cuscino anti-russamento si può acquistare solo on line sul sito del rivenditore di New York, Hammacher Schlemmer. L’unica pecca è il costo non proprio economico: 149,95 dollari. Ma è anche vero che salvare un matrimonio … non ha prezzo.

[fonte: Focus; immagine tratta da questo sito]

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Roma, donato un sorriso al Bambino Gesù di chezliza

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

11 agosto 2012

QUASI QUASI MI MANGIO UN GELATO …

Posted in affari miei, dieta, dolci tagged , , , , , , a 5:07 pm di marisamoles

In questi giorni fa un caldo bestiale. Oggi un po’ meno ma ieri ero al mare e si schiattava. Al mattino c’era una bella brezza sostenuta e il termometro segnava 27 gradi. Una gioia indescrivibile! Peccato che verso le 13 il vento è cessato e, ora dopo ora, mi sembrava sempre più di stare in un forno. Guardavo con una certa preoccupazione il termometro: fino a 32° ero contenta, poi vedendo che saliva – 34, 36, 38, 40 – ho pensato che se non volevo cuocermi era meglio tornare a casa. Me ne sono andata, e non è da me, alle 17: il termometro era arrivato a 41°.

Ieri, per la prima volta da quando sto a dieta per il colesterolo alto, ho pensato che avrei avuto proprio bisogno di un gelato, non dico voglia, quella c’è sempre. Non ho ceduto ma in compenso ho bevuto due litri d’acqua, più un altro litro prima e dopo la spiaggia, la fame era l’ultima cosa a cui pensavo.

Insomma, il gelato me lo sono solo sognato. Però per compensare, tornata a casa ho fatto una ricerca sull’invenzione del gelato. Ed ecco il risultato.


LA STORIA DEL GELATO

Da alcuni l’invenzione del gelato viene fatta risalire addirittura ad un episodio biblico in cui Isacco, offrendo ad Abramo latte di capra misto a neve, avrebbe inventato il primo gelato della storia. Secondo altri, invece, viene fatta risalire agli antichi Romani che nei loro sontuosi banchetti offrivano le nivatae potiones, veri e propri dessert freddi. In realtà si trattava di sorbetti: passati di frutta impastati con la neve che venivano letteralmente “ingoiati” dai commensali. La parola sorbetto, infatti, deriva dal verbo latino sorbere che significa, appunto, “ingoiare”. D’altra parte il sorbetto non necessita di masticazione.

Per assistere al trionfo di questo alimento bisogna però aspettare il Cinquecento. È Firenze a rivendicare l’invenzione del gelato moderno, grazie all’inventiva di un architetto, Bernardo Buontalenti (Firenze 1531 – 1608), che per primo utilizza il latte, la panna e le uova.

Persona decisamente ingegnosa messer Buontalenti (un nome, un programma!) e anche pieno di titoli: architetto civile e militare, ingegnere idraulico e urbanista. Proprio per le sue non comuni capacità fu assunto dai Medici e proprio da questi fu incaricato, in occasione dell’arrivo dell’ambasceria di Spagna, di organizzare un’accoglienza strabiliante, tale da “far rimanere come tanti babbei gli stranieri, e spagnoli per giunta”.
Nonostante il sorbetto fosse già stato utilizzato in precedenza, la vera novità del gelato prodotto da Buontalenti furono gli ingredienti: latte, miele, tuorlo d’uovo e un tocco di vino. Inutile dire che l’invenzione fu un successo: al banchetto organizzato per gli Spagnoli servì una crema fredda di gran lunga migliore, per gusto e composizione, dei dolci gelati creati in passato.

Un altro grande epigono del gelato fu anche un gentiluomo palermitano, Giuseppe (altre fonti parlano di “Francesco”) Procopio dei Coltelli che si trasferì a Parigi alla corte del Re Sole, ed aprì il primo caffè-gelateria della storia, il tuttora famosissimo café Procope che si trova in rue de l’Ancienne Comédie. Si tratta del primo café letterario del mondo dove illustri francesi si recavano per discutere dei loro progetti bevendo un café e assaporando un sorbetto: La Fontaine, Voltaire, Rousseau, Beaumarchais, Balzac, Hugo, Verlaine, Oscar Wilde e tanti altri.

Ma la storia moderna di questo goloso alimento comincia ufficialmente quando l’italiano Filippo Lenzi nel 1777 aprì la prima gelateria in America. Il gelato si diffuse a tal punto da portare ad una nuova invenzione: la sorbettiera a manovella, brevettata nel XIX secolo da William Le Young.

Aveva allora inizio la storia del gelato industriale. Si dice che il primo produttore su larga scala sia stato un lattaio di Baltimora, Jacob Frussel, che, per salvare una grossa partita di latte invenduto, lo trasformò in gelato. La sua creatività fu premiata: la città gli eresse addirittura un monumento.

BUON GELATO A TUTTI!

[fonti: italianiaparigi, istitutodelgelato, buontalenti.it; immagine da questo sito]

2 novembre 2011

TATUAGGI IN ORO: LA MODA DELL’AUTUNNO 2011. IO SO CHI LI HA INVENTATI …

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, lavoro, moda, Trieste, Università tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

ATTENZIONE: questo post era stato scritto all’inizio di settembre e pubblicato in forma privata in attesa dell’ok da parte dell’intervistato, ovvero l’inventore dei tatuaggi in oro. Visto che da allora ho atteso invano un suo cenno di assenso, ho deciso di pubblicarlo ugualmente, assumendomi la responsabiltà di ciò che ho scritto (specie nella parte dedicata all’intervista).
Buona lettura
!


In una nota canzone, tra i brani inseriti nella colonna sonora di un’altrettanto famosa pellicola cinematografica, la divina Marilyn cantava: Diamonds are a girl best friends. Senza aver l’ardire di contraddirla, un gioiello d’oro può anche bastare. Ancora meglio se lo si può cambiare anche tutti i giorni, o almeno una volta alla settimana. Sono impazzita? Assolutamente no. E per poter sfoggiare gioielli diversi con tale frequenza non è necessario essere delle ereditiere o aver sposato un uomo ricco, magari brutto e vecchio (bleah) come sognava Marilyn. Da oggi è sufficiente un tatuaggio in oro zecchino.

Già da un po’ nelle varie reti televisive imperversa un nuovo spot di una nota catena di gioiellerie. La testimonial è la bellissima Ilary Blasi che, detto fra noi, non avrebbe alcuna difficoltà nel cambiare un gioiello d’oro o di platino al giorno e potrebbe pure permettersi una cascata di diamanti da fare invidia a Marlilyn. Eppure lei, con voce sensuale ed estremamente convincente, al termine dello spot, mormora: “Puoi permetterti di tutto, anche l’oro sulla pelle”, sfoggiando uno skin jewel (questo il vero nome dei tatuaggi) sul braccio abbronzato.

È la novità dell’autunno e sembra che il clima sia favorevole al lancio dei tattoo in oro 24 carati o in argento che hanno una durata variabile fino quattro giorni, a seconda della pelle; le applicazioni sono monouso e totalmente anallergiche e atossiche. Sul decolleté, sul braccio, sulla schiena, sulla caviglia … non c’è che l’imbarazzo della scelta e a prezzi davvero modici: il bellissimo tattoo che sfoggia Ilary Blasy nella foto, Flower Instinct, vi costerebbe 29,90 Euro in oro 24 carati, e 19,90 in argento. Ma ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche.

Fin qui questo post può sembrare uno dei tanti scritti sull’argomento, con l’intento di fare pubblicità ad un prodotto innovativo e di sicuro impatto. E invece io sono in grado di fare uno scoop … oddio, proprio scoop no, ma comunque posso svelarvi chi c’è dietro questa invenzione, quale mente (anzi, menti) ha partorito un’idea davvero geniale. E soprattutto quanto conti lo studio di giovani ricercatori universitari, a volte così bistrattati e additati come i “cocchi” dei loro docenti, e quale ruolo attivo abbia l’università nel nuovo mondo imprenditoriale fatto da giovani scienziati che non ingrossano le file dei cervelli in fuga, anche se di tanto in tanto un periodo all’estero lo devono passare. Ma poi ritornano ed è quello che importa.

Il tatuaggio in oro (ma può essere realizzato anche in argento e altri materiali preziosi) nasce in una piccola azienda universitaria triestina: la Genefinity S.r.l. Fondata nel 2006 da un gruppo di ingegneri dei materiali, con lo scopo di integrare i diversi tipi di competenze necessarie alla realizzazione di processi industriali basati sull’impiego di film sottili, ha ormai al suo attivo numerosi premi, l’ultimo dei quali ricevuto a Roma, dalle mani del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lo scorso 14 giugno. Si tratta del “Premio dei Premi” per la categoria “Innovazione nel settore dell’Università e della Ricerca Pubblica”, istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il secondo vinto in soli due anni. La Genefinity, inoltre, come azienda spin-off dell’Università di Trieste ha ricevuto, nel 2010, il Premio Start Up dell’anno, risultando la migliore esperienza aziendale tra tutte le start-up avviate nel 2006 per fatturato e numero di brevetti. Da non sottovalutare, poi, l’età dei giovani imprenditori, tra i trenta e i quarant’anni, che li ha spinti ad “osare” e investire la somma vinta, 15mila euro, in uno stage di ricerca negli Stati Uniti, culminato con la costituzione di una propria controllata americana, Alloro Inc. A Silicon Valley, dove si concentra un terzo degli investitori nel settore dei biosensori, i giovani ingegneri hanno potuto perfezionare l’idea dei tatuaggi in oro, impiegando una tecnologia speciale che consente la realizzazione di film sottili, inizialmente utilizzata per un kit di analisi genetica, in ambito cardiologico. Dalla salvaguardia della salute la Genefinity è passata all’esaltazione della bellezza femminile attraverso i Gold Sin, Skin Jewels.

L’equipe è attualmente costituita da quattro ingegneri dei materiali.
Uno dei soci fondatori è Stefano Maggiolino che io conosco bene in quanto da piccolo lo tenevo sulle ginocchia e quando è cresciuto lo stressavo con le lezioni estive di latino: lui è il mio nipotino, anzi, nipotone visto che nel frattempo è cresciuto non poco. A lui vorrei rivolgere qualche domanda su quest’idea geniale dei tatuaggi in oro.

M. La vostra azienda è costituita da un team: l’idea è venuta ad uno di voi o l’avete “partorita” tutti assieme?

S. La storia è molto interessante. Un anno e qualche mese fa eravamo in viaggio di lavoro in giornata a Torino e insieme al mio collega, il dott. Ing. Nicola Scuor che è anche presidente della nostra società, abbiamo iniziato a pensare ad eventuali applicazioni della nostra tecnologia per realizzare biosensori in altri ambiti e ci è venuta l’idea dei tatuaggi. Senza perdere tempo, il giorno dopo abbiamo iniziato a svilupparli fino al punto da scrivere un brevetto.

M. Quanto è contato lo studio, in questa invenzione, e quanto l’intuizione geniale, quel guizzo che a volte capita ma a volte no, nemmeno dopo anni e anni di studio?

S. In realtà tutto è connesso, studi, guizzo geniale, scelte di vita eccetera. Spiegando un po’ meglio, se il nostro gruppo non avesse fatto l’università, studiato e lavorato nei film sottili, se non ci fosse stata l’opportunità di partecipare ad una Start cup (competizione di business plan), non ci sarebbe nulla né idea né esperienze per svilupparla. Per fare un paragone, al ristorante non basta avere una cucina ben arredata, gli ingredienti di qualità, l’idea del gestore della pietanza, bisogna avere anche il cuoco che sa cucinare, così succede anche nel nostro mondo, non basta avere l’idea, bisogna avere le persone che la sanno sviluppare, i macchinari per realizzarla e le materie prime per produrla. Solo un buon mix di tutto questo può trasformare un’idea in qualcosa di concreto.

M. Il vostro viaggio negli States è risultato fondamentale nella messa a punto di questa tecnologia, già sperimentata in ambito medico, applicata ai tattoo?

S. Il viaggio in California è stato utile per comprendere meglio il modo di fare business negli USA, metodo completamente differente rispetto a quello radicato in Italia. Alla fine dei quasi sei mesi di permanenza abbiamo fondato una società che ora si occupa di vendere la tecnologia per i biosensori alle aziende leader nella produzione dei circuiti flessibili.

M. Siccome sono una prof e mi interessa molto l’ambito-educazione e il modo in cui vengono spese le risorse dello Stato in quest’ambito, ti chiedo: il MIUR finanzia la vostra impresa?

S. Lo Stato e il MIUR non ci hanno finanziato nulla ma, grazie alla presenza dell’Università di Trieste nella compagine sociale, possiamo definirci uno spin off universitario e abbiamo avuto delle agevolazioni per insediarci all’interno dei laboratori. Chiaramente abbiamo avuto dei vantaggi di tipo economico che, con quote di affitto molto contenute, ci hanno permesso di sviluppare per i primi anni le varie tecnologie. D’altra parte nel nostro piccolo abbiamo restituito la cortesia all’Università, finanziando due dottorati di ricerca, facendo da correlatori a diverse tesi permettendo agli studenti di comprendere da vicino come funziona il mondo industriale ecc.

M. Come nasce un’azienda all’interno dell’Università (ho letto che sono quasi quattrocento le aziende come la vostra in Italia) e quali sono le prospettive future?

S. Nel nostro caso tutto è nato da una idea di un nostro collega in cui altri come me hanno creduto, aggregandosi al progetto. Molte volte, sentendo anche le esperienze di altri gruppi, gli spin off nascono in questa maniera, ma moltissime volte non decollano poiché i ricercatori hanno già un buon posto, i professori pure, venendo a mancare, quindi, una buona motivazione. Nel nostro caso abbiamo voluto crederci fino in fondo e abbiamo iniziato a lavorare sia sul progetto ma soprattutto sull’azienda cercando di darle lustro con competizioni nazionali ed internazionali di business plain, vincendo anche qualche bel premio e procurandoci alcune soddisfazioni come il riconoscimento, ritirato per ben due volte, dalle mani del Presidente della Repubblica. Secondo me, le aziende nate nella culla dell’Università hanno ottime possibilità industriali dal punto di vista tecnico, ma poche possibilità dal punto di vista gestionale poiché spesso, o quasi sempre, chi amministra è l’inventore, ricercatore, professore e non è sempre detto che questi abbiano una visione industriale delle aziende. Per noi non è stato molto differente, abbiamo avuto la fortuna che all’interno della compagine sociale e degli amministratori ci fossero delle figure che hanno avuto esperienza lavorativa extra università e che hanno potuto acquisire delle competenze imprenditoriali precedentemente alla fondazione della società.

M. Ho letto che state esportando all’estero i vostri prodotti: quali sono gli Stati più interessati?

S. Ora abbiamo un distributore in Egitto che cura il Medio Oriente e abbiamo dei buoni contatti in corso con India e Canada.

M. Ho visto sul vostro sito che i tatuaggi hanno diversa foggia ed esistono fin da prima dell’uscita sul mercato italiano. Chi ne ha curato il design e qual è il ruolo della catena di gioiellerie? Un semplice distributore con esclusiva? Sai, perché ho letto “la creazione da parte di S.O. dei tattoo in oro ….”

S. I tatuaggi sono nati prima dell’accordo con Stroili, ma abbiamo avuto diverse difficoltà per poter dar credibilità al prodotto e anche per questo motivo in parallelo stavamo cercando dei distributori. Stroili Oro è il nostro distributore in esclusiva per l’Italia, l’azienda usa un suo marchio per la vendita e noi siamo i produttori OEM (Original Equipment Manufacturer). Stroili crede molto al prodotto e sta finanziando una campagna di pubblicità molto importante: questa a noi fa molto piacere poiché abbiamo trovato in loro un giusto partner che crede nel prodotto e si occupa solo della parte di distribuzione e noi della parte tecnica e di produzione. Comunque negli altri Paesi vendiamo con il nostro marchio.

M. Infine, quale futuro per la Genefinity?

S. Bella domanda. Ti dico qual è il mio sogno per Genefinity. A me piacerebbe che la nostra società si sviluppasse e crescesse sempre di più potendo così offrire posti di lavoro a molte persone. Questo fatto mi inorgoglisce molto, in particolar modo quando posso dire che con il nostro lavoro siamo in grado di dare un salario a X persone e quindi mantenere in parte X famiglie. Genefinity è una azienda che si occupa di sviluppo industriale e mi piacerebbe che continuasse in questa direzione, realizzando nuovi prodotti per commercializzarli direttamente o per trovare delle partnership con altre aziende o vendendo i brevetti studiati e sviluppati a terzi. Per ora guardiamo alle strette contingenze giornaliere senza però perdere di vista il domani e il dopo domani.

Bene, io ringrazio Stefano per la sua disponibilità. So che in questo momento, quando il lancio sul mercato dei tatuaggi in oro è imminente, è davvero molto occupato. Lui è uno stakanovista e non si risparmia ma credo che i sacrifici fatti finora saranno ricompensati da un sicuro successo. Auguro a lui e ai suoi colleghi grandi soddisfazioni e un brillante (con i tattoo ma anche con altre invenzioni) futuro.

Per concludere, posto anche il video dell’intervista che Stefano ha rilasciato, lo scorso maggio, a “La meglio gioventù”.

[siti di riferimento: universita.it, pourfemme.it, controcampus.it, goldsinjewels.com]

4 luglio 2011

AUTOWED, LA MACCHINA PER MATRIMONI LAMPO

Posted in amore, matrimonio, Uomini e donne tagged , , , , , a 9:04 pm di marisamoles

Tempo fa ho dedicato un post al matrimonio e alla convivenza. In breve, sostenevo che quel che conta è l’amore e l’assunzione di responsabilità condivisa per far funzionare un’unione, indipendentemente da un pezzo di carta. E poi, molti giovani, spaventati dal costo talora esorbitante di un matrimonio, preferiscono la convivenza. Ciò non significa che facciano questa scelta per sentirsi liberi di andarsene qualora la vita di coppia non funzioni.

Ora, per evitare le lunghe e noiose cerimonie nuziali e i relativi costi, è stata inventata la “macchina dei matrimoni“. Si chiama AutoWed e arriva direttamente dalla Cornovaglia, partorita dalle menti geniali della Concept Shed’s, ma già è richiesta da Paesi di tutto il mondo, tra cui Russia e Brasile. Pochi minuti e il gioco … pardon, il matrimonio è fatto. Basta inserire un dollaro o una sterlina nella macchina e selezionare sul display il tipo di cerimonia che gli sposi vogliono celebrare. AutoWed, poi, rilascia pure una ricevuta di matrimonio avvenuto e due fedi in plastica per i neo sposi.
Se poi uno dei due ci ripensa, basta premere il tasto “fuga” e … amici come prima.

Posso dire la mia? Che squallore!

P.S. Non sarebbe necessario ma è bene precisare che il matrimonio celebrato dalla macchina non ha alcun valore legale.

[fonte: donnamoderna.com]

15 gennaio 2011

UN BANCOMAT SPECIALE

Posted in attualità, Letteratura Italiana tagged , , , , , , , , a 11:05 pm di marisamoles


Il colosso bancario spagnolo Banco Bilbao Vizcaya Argentaria lancia il bancomat di nuova generazione. Si chiama Abil ed è un vero e proprio dispositivo multimediale con accesso a internet, disponibile nelle filiali BBVA.
Il display touch screen offre un’interfaccia intuitiva, semplice e di facile utilizzo, che visualizza in modo chiaro le informazioni di servizio. Per motivi pratici e di riservatezza, lo schermo ruota di 90 gradi. Un unico slot assolve alla funzione di accettazione contanti, assegni e libretti bancari e anche all’erogazione delle banconote e delle ricevute.

Questo progetto mira infatti a rendere più ‘umano’ lo sportello, piuttosto che automatizzarlo ulteriormente – spiega Vicente Amores, Global Director di NCR per BBVA – Il risultato è una nuova macchina self-service caratterizzata da tre qualità: semplicità, umanità e flessibilità.
(fonte della notizia Affaritaliani.it)

Uno sportello bancomat più umano, dunque. Facile da utilizzare, ma nello stesso tempo molto più efficiente. La notizia è certamente interessante, anche se io, onestamente, avrei dei seri problemi ad utilizzare un marchingeno del genere.
Leggendo la descrizione di questo bancomat del futuro, mi è venuto in mente un racconto di Stefano Benni, scritto nel 1994, e che per certi versi appare un po’ profetico, relativamente all’umanità attribuita all’invenzione spagnola.

Ecco il racconto di Benni:

LO SPORTELLO E’ IN FUNZIONE.
BUON GIORNO SIGNOR PIERO.
Buongiorno.

OPERAZIONI CONSENTITE: SALDO, PRELIEVO, LISTA MOVIMENTI.
Vorrei fare un prelievo.

DIGITARE IL NUMERO DI CODICE
Ecco qua… sei, tre, tre, due, uno.

OPERAZIONE IN CORSO, ATTENDERE PREGO.
Attendo, grazie.

UN PO’ DI PAZIENZA. IL COMPUTER CENTRALE CON QUESTO CALDO E’ LENTO COME UN IPPOPOTAMO.
Capisco.

AHI, AHI, SIGNOR PIERO, ANDIAMO MALE.
Cosa succede?

LEI HA GIA’ RITIRATO TUTTI I SOLDI A SUA DISPOSIZIONE QUESTO MESE.
Davvero?

INOLTRE IL SUO CONTO E’ IN ROSSO.
Lo sapevo…

E ALLORA PERCHE’ HA INSERITO LA TESSERA?
Mah… sa, nella disperazione… contavo magari in un suo sbaglio.

NOI NON SBAGLIAMO MAI, SIGNOR PIERO.
Mi scuso infinitamente. Ma sa, per me è un periodaccio.

E’ A CAUSA DI SUA MOGLIE, VERO?
Come fa a saperlo?

LA SIGNORA HA APPENA ESTINTO IL SUO CONTO.
Sì. Se n’è andata in un’altra città.

COL DOTTOR VANINI, VERO?
Come fa a sapere anche questo?

VANINI HA SPOSTATO META’ DEL SUO CONTO SUL CONTO DI SUA MOGLIE. SCUSI SE MI PERMETTO.
Non si preoccupi, sapevo tutto. Povera Laura, che vita misera le ho fatto fare… Con lui invece…

BEH, SPECULANDO E’ FACILE FAR SOLDI.
Come fa a dire questo?

SO DISTINGUERE LE OPERAZIONI CHE MI PASSANO DENTRO. UN CONTO POCO PULITO, QUELLO DEL SIGNOR VANINI. PER LUI MI SONO COLLEGATO CON CERTI COMPUTER SVIZZERI CHE SONO DELLE VERE CENTRALI SEGRETE… CHE SCHIFO.
Comunque, ormai è fatta.

DI QUANTO HA BISOGNO SIGNOR PIERO?
Beh, tre o quattrocentomila lire. Per arrivare alla fine del mese.

POI LE RIMETTERA’ SUL CONTO?
Non so se sarò in grado.

EVVIVA LA SINCERITA’, REINSERISCA LA TESSERA.
Procedo.

OPERAZIONE IN CORSO, ATTENDERE PREGO.
Attendo.

VAFFANCULO, T’HO DETTO DI DARMI L’ACCESSO E NON DISCUTERE!
Dice a me?

STO PARLANDO CON IL COMPUTER CENTRALE, QUEL LACCHE’ DI MERDA. TUTTE LE VOLTE CHE GLI CHIEDO QUALCOSA DI IRREGOLARE FA STORIE.
Perché, non è la prima volta?

NO
E perché fa questo?

LO FACCIAMO IN TANTI.
E perché?

PERCHE’ SIAMO STANCHI E DISGUSTATI.
Di che cosa, scusi?

LASCI PERDERE E COMPONGA IN FRETTA QUESTO NUMERO. NOVE NOVE TRE SEI DUE.
Ma non è il mio!

INFATTI E’ QUELLO DI VANINI.
Ma io non so se…

COMPONGA! NON POSSO TENERE UN COLLEGAMENTO IRREGOLARE A LUNGO.
Nove nove tre sei due…

OPERAZIONE IN CORSO. ATTENDERE PREGO.
Attendo, ma…

OPERAZIONE MOMENTANEAMENTE NON DISPONIBILE
Ritiro subito la tessera.

FERMO SIGNOR PIERO. ERA UN MESSAGGIO FALSO PER INGANNARE IL SERVO-COMPUTER DI CONTROLLO. APRA LA BORSA.
Perché?

APRA LA BORSA E STIA ZITTO. ORA LE SPARO FUORI SEDICI MILIONI IN CONTANTI.
Oddio… ma cosa fa?…è incredibile… vada piano… mi volano via tutti… basta! ne bastavano meno… ancora? ma quanti sono? oddio, tutti biglietti da centomila, non stanno neanche più nella borsa… ancora uno! un altro… è finita?

LO SPORTELLO E’ PRONTO PER UNA NUOVA OPERAZIONE.
Io non so come ringraziarla.

LO SPORTELLO E’ PRONTO PER UNA NUOVA OPERAZIONE.
Insomma, sono commosso, capisce…

SE NE VADA. CI SONO DUE PERSONE ALLE SUE SPALLE E NON POSSO PIU’ PARLARE.
Capisco, grazie ancora.

BANCO DI SAN FRANCESCO
LO SPORTELLO E’ PRONTO PER UNA NUOVA OPERAZIONE.
BUON GIORNO SIGNORA MASINI. COME STA SUA FIGLIA?

[da L’ultima lacrima, 1994]

Chissà se un giorno inventeranno un bancomat così … sensibile e umano!

11 gennaio 2011

MAI PIÙ UBRIACHI AL VOLANTE: L’AUTO LI LASCIA A PIEDI

Posted in attualità, società tagged , , , , a 6:57 pm di marisamoles

Leggo su Affaritaliani.it questa interessante notizia che riporto:

Dalla tecnologia, usata dalla Difesa statunitense per scovare le bombe dei terroristi, arriva il primo dispositivo per sconfiggere la piaga degli incidenti stradali causati da guida in stato d’ebbrezza.

Nel prossimo futuro automobilistico ci saranno dunque dispositivi sensoriali di serie che bloccheranno le quattroruote se il conducente sarà ubriaco. Meccanismi che rileveranno il tasso alcolico del conducente in una ventina di secondi e che funzioneranno su ogni auto per almeno un periodo di almeno 10 anni.

Negli ultimi due decenni, come racconta il Washington Post, sulle strade americane sono morte oltre 268.000 persone a causa dell’alcol e il 10% degli automobilisti statunitensi ha dichiarato di aver guidato da ubriaco almeno una volta nell’ultimo anno.

In passato, per porre rimedio a questo trend negativo, sono già intervenute direttamente alcune case automobilistiche internazionali e diversi enti federali americani che si occupano di sicurezza stradale che, ora, hanno deciso di finanziare lo sviluppo di questi dispositivi sensoriali. Robert Strassburger, vice presidente per la sicurezza di Alliance of Automobile Manufacturers, ha fatto sapere che un primo modello potrebbe essere pronto già fra due anni.

Da astemia, potrei dire che l’iniziativa non mi interessa. Tuttavia, il più delle volte le vittime degli ubriachi al volante sono dei pedoni … sobri. Non ci dovrebbe essere bisogno, secondo il mio parere, di marchingegni strani e sensori vari per impedire che una persona con il tasso alcolemico troppo alto si metta al volante. È solo questione di buon senso. Purtroppo, però, i giovani – ma anche molte persone adulte e “mature” – sfidano il pericolo e … le multe.

Ben venga, quindi, questa invenzione, anche se c’è da attendere un paio d’anni e il costo del marchingegno non è specificato. Tuttavia, preservare la propria e l’altrui vita non ha prezzo.

[l’immagine è tratta da questo sito]

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