28 aprile 2011

SCUOLA: LE PROVE INVALSI S’HAN DA FARE. SÌ, SÌ

Posted in MIUR, scuola, Test InValsi, valutazione studenti tagged , , , , , , , a 10:11 pm di marisamoles


Da settimane, ormai, nelle scuole italiane si sta discutendo dei famigerati Test InValsi. In molti istituti, specialmente nell’ambito dell’Istruzione Secondaria di II grado, dove le prove InValsi si effettueranno per la prima volta, limitatamente alle classi seconde, c’è gran fermento e nei Collegi dei Docenti si discute, a volte animatamente, sull’eventualità di rifiutare quello che da molti è considerato come un inutile fardello. Insomma, queste prove InValsi non si vogliono fare, ovvero somministrare. Un termine decisamente sgradevole, manco si trattasse di dare un farmaco a quei poveri studenti le cui capacità, anzi competenze, si vogliono testare.

Sull’utilità, ovvero inutilità delle Prove elaborate dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione ho già parlato in questo post. Né ho intenzione di tornare sull’argomento. Quello che mi preme trattare ora è l’obbligatorietà o meno della somministrazione delle suddette prove.

Molti istituti, come ho detto, sono in agitazione, sollecitati anche dalle proteste del Cobas e altre associazioni sindacali avverse a questo strumento di valutazione. In alcuni Collegi dei Docenti si è pure votata l’adesione o meno all’iniziativa. Qualche tempo fa, per l’esattezza il 20 aprile scorso, il MIUR, attraverso una nota firmata dalla dottoressa Carmela Palumbo, ha ribadito l’obbligatorietà della somministrazione dei test. (LINK)

Nella nota, tra le altre cose, si legge:
Riguardo alle modalità della rilevazione nazionale, come noto, il sistema prevede la somministrazione censuaria in tutte le classi individuate dalle direttive ministeriali (classe seconda e quinta primaria, classe prima e terza I grado, classe seconda II grado). Tra di esse sono state individuate, inoltre, alcune migliaia di classi campione, per le quali la rilevazione è gestita direttamente dall’INVALSI tramite osservatori esterni, che si occupano personalmente di somministrare e correggere le prove. […]
Per le classi non rientranti nel campione la somministrazione e la correzione delle prove è affidata alle scuole […] Alle singole istituzioni scolastiche verrà restituito un rapporto sui risultati degli apprendimenti, in forma strettamente riservata, aggregati a livello di classe […]

Va da sé che, escludendo le classi campione, le prove dovranno essere somministrate dai docenti della classe, ma non necessariamente i diretti interessati, ovvero gli insegnanti di Italiano e Matematica, discipline oggetto d’indagine che, però, logicamente dovranno sobbarcarsi l’onere della correzione dei test.

Su questi due punti i sindacati si sono scatenati: in primo luogo, un’attività non pianificata a livello collegiale viene imposta e sottrae il tempo-scuola alle varie materie e relativi docenti che, essendo in servizio, teoricamente non possono rifiutarsi di sorvegliare le classi; in secondo luogo, la correzione non rientra negli obblighi contrattuali, essendo la prova “calata dall’alto”, quindi i docenti avrebbero un onere in più, quello della correzione di prove di cui, per la maggior parte, non condividono la tipologia, né le ritengono un utile strumento di valutazione tout court, tanto meno sono da considerare utili alla valutazione formativa o/e sommativa.

A queste proteste il MIUR che risponde?
In linea di coerenza anche il piano annuale delle attività, predisposto dal dirigente scolastico e deliberato dal collegio dei docenti, ai sensi dell’art 28, comma 4, del vigente C.C.N.L non può non contemplare tra gli impegni aggiuntivi dei docenti, anche se a carattere ricorrente, le attività di somministrazione e correzione delle prove INVALSI.
Conseguentemente, ferma restando l’assoluta pertinenza sotto il profilo giuslavoristico con le mansioni proprie del profilo professionale, il riconoscimento economico per tali attività potrà essere individuato, in sede di contrattazione integrativa di istituto, ai sensi degli artt. 6 e 88 del vigente C.C.N.L..

Detto in soldoni: la correzione rientra tra le attività aggiuntive (leggi “straordinarie”), quindi retribuite, attraverso la contrattazione decentrata, attingendo al Fondo d’Istituto. Parrebbe un contentino per mettere a tacere i docenti scontenti. E invece no perché essi hanno comunque qualcosa da eccepire: se la correzione dei test è da considerare attività aggiuntiva, allora non può essere imposta. Giustissimo. C’è poi chi aggiunge che il FIS dovrebbe essere utilizzato per attività decise collegialmente e rientranti nel POF (Piano dell’Offerta Formativa). Anche questo è sacrosanto. Tuttavia, al ministero non importa molto, visto che, come d’abitudine, là i conti si fanno senza l’oste.

Ma il Collegio Docenti allora può deliberare la non somministrazione delle prove? No. La dottoressa Palumbo spiega:
Ovviamente anche le funzioni deliberative del collegio dei docenti devono essere esercitate nel rispetto del ruolo di concorso istituzionale che l’ordinamento scolastico assegna alle scuole nell’ambito del Servizio nazionale di valutazione.
Quindi apparirebbero quantomeno improprie le delibere collegiali che avessero ad oggetto la mancata adesione delle istituzioni scolastiche alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti, non solo in quanto esorbitanti dalle competenze deliberative proprie del collegio dei docenti elencate dall’art. 7 del d.lvo. 297/94, ma soprattutto perché in contrasto con la doverosità delle rilevazioni.

A questo punto, converrebbe rassegnarsi. E invece no. Qualcuno obietta che la doverosità delle rilevazioni è tale solo per il MIUR e che se al Collegio è impedito di deliberare, si tratta proprio di un atto di forza al quale, a maggior ragione, bisogna opporsi. Viene lesa la libertà didattica, viene sottratto del tempo alle regolari lezioni, viene imposto un carico di lavoro in un periodo dell’anno in cui ce n’è fin troppo. Anche queste osservazioni sono legittime. Tuttavia, c’è un piccolo particolare che dovrebbe convincere gli incerti sull’impossibilità di rifiutare la somministrazione delle prove InValsi: esse sono obbligatorie per gli studenti, quindi i docenti non possono impedire loro di svolgerle.

A tagliare la testa al toro contribuisce l’avvocato dello Stato Laura Paolucci: in una lettera pubblicata sul sito dell’Ufficio scolastico regionale del Piemonte spiega che le prove sono obbligatorie per le scuole e il collegio dei docenti non ha nessun potere di deliberare in merito.

Non è la prima volta che la dott.ssa Paolucci interviene su questa spinosa questione. Già nel 2009, infatti, aveva chiarito, in una nota, che le prove quindi hanno una “vocazione” esterna alla singola istituzione scolastica, servono (devono servire, non possono servire che) ad operare riflessioni in termini sistemici (al fine di una successiva ed eventuale ricaduta su norme o azioni di carattere generale: ad es. programmi, indicazioni didattiche e metodologiche, benchmarking, ecc.). Precisa, inoltre che nessuna norma attribuisce questa competenza (diversa essendo la valutazione periodica dell’apprendimento e del comportamento degli studenti spettante ai docenti) alle istituzioni scolastiche. Né conseguentemente agli organi amministrativi (organi collegiali e dirigente scolastico) che tali istituzioni compongono né al personale docente a titolo “individuale”. Essendo, quindi, svincolato l’InValsi dalle istituzioni scolastiche ed essendo a tale istituto, e solo ad esso, demandato il compito di provvedere alla misurazione periodica degli apprendimenti nelle varie istituzioni scolastiche, secondo l’avv. Paolucci ne deriva che è metodologicamente scorretta sul piano giuridico l’impostazione della questione in termini di uso di discrezionalità da parte degli organi dell’istituzione scolastica: la questione, se affrontata in seno di collegio dei docenti, non dovrebbe essere proposta all’ordine del giorno né successivamente gestita come se quell’organo avesse un potere deliberativo in proposito. (per leggere l’intera nota della dott.ssa Paolucci CLICCA QUI)

Esaminata la questione nella sua complessità non mi resta che suggerire ai colleghi che non condividono la somministrazione delle prove: le fate svolgere, sorvegliate (perché l’orario di servizio va comunque rispettato), le raccogliete, fate un bel pacco e lo rispedite al mittente. Non mi pare di aver letto alcuna norma che possa ostacolare quest’azione. Forse all’Invalsi se ne faranno una ragione e il MIUR cambierà strategia.

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22 marzo 2010

RILEVAZIONI INVALSI SULLA SCUOLA E IL “GIOCO DEI PACCHI”

Posted in adolescenti, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola, Test InValsi, valutazione studenti tagged , , , , , , , a 11:08 am di marisamoles

Sul sito sussidiario.net si ritorna a parlare dei recenti dati pubblicati dall’INValSI, relativamente alle rilevazioni sugli apprendimenti degli studenti italiani nel 2009. Ne parla Roberto Stefanoni, ispettore tecnico del Miur, in servizio presso l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Umbria. La sua è una riflessione in gran parte condivisibile non solo dai docenti che sono i principali interessati, ma anche dai comuni cittadini che sulla carta stampata hanno letto più volte commenti poco edificanti sullo stato di salute della scuola italiana.

Sul banco degli imputati, secondo Stefanoni, dovrebbero stare non solo gli studenti che nei test somministrati hanno fatto emergere tutte le loro lacune in Italiano, Matematica e Scienze, ma anche e soprattutto quegli insegnanti che, con un comportamento scorretto tenuto nel sorvegliare gli alunni durante lo svolgimento dei test, hanno falsato i risultati. Nell’analisi dell’ispettore il dito è puntato anche contro i docenti che, alla fine dello scorso anno scolastico, hanno somministrato la terza prova all’esame di licenza media, unica e uguale per tutti i licenziandi. In quest’ultimo frangente, infatti, non sono stati pochi gli “aiutini” dati ai ragazzi per fare bella figura. Il motivo di tale atteggiamento è facilmente intuibile: in questo modo, la preparazione degli esaminandi è risultato di gran lunga migliore rispetto alla situazione reale, quindi anche i docenti sono risultati essere più bravi. In effetti sono stati davvero bravi … a suggerire!

Secondo Stefanoni, molti insegnanti vedono con sospetto questo tipo di prove: Vari sono i segni rivelatori di questo strisciante e diffuso timore che, alla fin fine, il “gioco dei pacchi” nasconda un’insidia certamente molto poco gradita ai più: valutare, attraverso gli esiti delle varie prove, non solo gli alunni, ma anche l’operato degli insegnanti, mettendone allo scoperto le inadeguatezze didattiche, evidenziandone le inefficienze e la scarsa produttività. Eh già, la classe insegnante manifesta sempre una sorta di diffidenza in tutte quelle situazioni che potrebbero mettere in discussione l’efficacia della loro azione didattica. È molto facile, infatti, scaricare la responsabilità sui ragazzi che studiano poco, sono scarsamente motivati, per nulla disposti al sacrificio, tanto da risultare degli studenti mediocri per esclusiva loro colpa. Dall’altro lato, i loro “maestri” devono godere di una sorta di immunità che li trasforma in degli “intoccabili”, partendo dal presupposto che chi insegna sa farlo e non ha bisogno di nessun insegnamento. Guai, poi, a valutare il loro operato: ne fanno una questione d’onore.

Detto questo, è lecito porsi una domanda: a che servono, dunque, le rilevazioni dell’INValSI? La risposta più semplice sarebbe: a nulla. Quella più sensata è: ad offrire un quadro della situazione. Certo, ma leggere i rapporti dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione non è come leggere un elenco telefonico, di fronte al quale, attraverso una lettura selettiva, ci limitiamo ad individuare l’informazione che ci serve. I dati sulla scuola, invece, devono portare ad una riflessione seria che rappresenta il punto di partenza per migliorare la situazione. Che senso ha esultare felici se la preparazione degli allievi della propria regione è ai massimi livelli europei e abbattersi di fronte ad esiti deludenti? Prendere atto di una situazione e basta non porta da nessuna parte.

Stefanoni ritiene che sia necessario disinnescare il potenziale pericolo del pacco, con nutrite batterie preventive di test (ormai se ne trovano in giro di varia natura e qualità), che – anche se in barba alla programmazione didattica di classe – portino gli alunni a confrontarsi e a esercitarsi con tipologie di quiz verosimilmente simili a quelli che salteranno fuori dai plichi il giorno della prova. In effetti, non ha alcun senso far svolgere agli alunni dei test cui non sono abituati, senza un’opportuna esercitazione. Ma è anche vero che una didattica moderna e innovativa si serve proprio di quella tipologia di esercizi e che i recenti libri di testo contemplano un apparato operativo abbastanza vicino a quella tipologia di esercizi. Quello che manca, secondo me, è la capacità di alcuni insegnanti –i più pigri o i più restii al cambiamento, quelli che, in altre parole, si appellano alla “libertà di insegnamento” per non cambiare mai metodologia didattica- di adattarsi all’evoluzione che la nuova “utenza” presuppone. I ragazzi sono cambiati: perché mai gli insegnanti dovrebbero rimanere sempre uguali, fortemente ancorati ad un modello di didattica standarizzato che poteva andar bene vent’anni fa ma ora è assolutamente obsoleto e inadatto alle nuove generazioni?

Nel suo articolo Stefanoni riflette anche sui cattivi comportamenti di alcuni insegnanti che tenderebbero ad aggirare l’ostacolo, incentivando (per le rilevazioni degli apprendimenti, ovviamente, non per la prova nazionale) l’assenza dalla scuola nel giorno fatidico di quegli alunni un po’ troppo debolucci, che potrebbero far abbassare le prestazioni medie della classe sotto il livello di guardia. Se davvero esistono insegnanti così, a parer mio si comportano esattamente come quegli allievi che, per non affrontare un compito senza un’adeguata preparazione, marinano la scuola o fingono di stare male per rimanere a casa. Il problema, evidentemente, non si risolve: ci saranno altre occasioni in cui dovranno scontrarsi con una realtà che non piace.
Ma non basta: ci sono anche quegli atteggiamenti “opportunistici”, fatti di risposte sussurrate a voce un po’ troppo alta, tolleranza di occhiate furtive (ma neanche tanto), che cerchino di carpire risposte probabilmente giuste dal compagno più bravo. Addolcire il prodotto finale, intervenendo d’autorità con qualche “correttivo” nella trascrizione sul foglio risposte delle scelte di qualche alunno, «che certamente s’è distratto un momento, perché lui questa cosa la sa benissimo!». Così facendo, certi docenti si mettono allo stesso livello dei loro allievi che suggeriscono o passano bigliettini ai compagni: se va bene, l’allievo che ha goduto di tale beneficio prenderà un bel voto, ma così facendo non avrà colmato le sue lacune. Prima o poi i nodi verranno al pettine!

Insomma, se per l’università si è parlato tanto di “baroni”, per la scuola secondaria si può parlare di “bari”. Ma barando di certo non si migliora la situazione perché falsare i dati comporta una visione distorta della realtà scolastica della nostra povera Italia. Tuttavia, Stefanoni sostiene che non abbia molto senso prendersela con i docenti che hanno barato; una soluzione potrebbe essere quella di infondere una condivisa consapevolezza che non si tratta di difendere il buon nome di una scuola, ma di utilizzare un’opportunità che viene data alla scuola stessa di fare una necessaria azione di autoanalisi del proprio operato. Si impone, quindi, di rivedere le metodologie di insegnamento, che devono essere opportunamente ricalibrate in rapporto alle reali esigenze di apprendimento degli alunni e trovare le strategie più efficaci per consentire a ogni alunno di acquisire migliori livelli di abilità e di competenze. Solo così i risultati delle prove INValSI, previste anche per quest’anno scolastico per la classe prima della secondaria di 1° grado ed estese dal prossimo anno anche la seconda classe delle scuole superiori, potranno avere un senso.

Rimane il problema della valutazione dell’insegnamento: il ministro Gelmini ha, infatti, più volte annunciato un criterio, anche se non esplicitato, per valutare la qualità dell’insegnamento. Saranno, quindi, premiati con un incentivo economico i docenti più meritevoli, penalizzati con la sospensione della progressione economica quelli più scarsi. Se uno degli indicatori per la valutazione dovesse essere costituito dai risultati delle prove INValSI, siamo certi che i “bari” non colpiranno ancora? Con tutto il rispetto, pur condividendo la riflessione di Stefanoni, non credo che in questo caso sarà di primaria importanza stabilire, sulla base dei risultati, quali siano le mosse strategiche per migliorare la situazione.
Insomma, a me pare che il “gioco dei pacchi”, con tanto di sospetta fregatura, sia destinato a durare nel tempo, un po’ come l’intramontabile quiz televisivo.

20 gennaio 2010

INVALSI E ACCADEMIA DELLA CRUSCA: METÀ DIPLOMATI IGNORANTI

Posted in attualità, Esame di Stato, lingua, scuola, valutazione studenti tagged , , , , , , , , a 5:40 pm di marisamoles


La scuola è ancora nel mirino. Dopo le poco confortanti relazioni divulgate da parte del programma PISA sull’ignoranza degli studenti italiani in matematica e scienze (ma pare che anche la loro capacità di lettura scarseggi), ecco un altro dito puntato sugli studenti e, in modo inequivocabile, sui docenti del Bel Paese: quello dell’Accademia della Crusca, con la complicità dell’INVALSI.

Dopo la clamorosa bocciatura di ben 61 vigili urbani incapaci di scrivere senza fare errori di ortografia (è accaduto di recente in provincia di Grosseto e ne ho parlato in questo post), questa volta sotto accusa è la mancanza di competenze nella corretta grafia da parte degli studenti italiani diplomatisi nel 2007. L’INVALSI ha incaricato dei docenti esperti (chissà che vuol dire? Se uno insegna, dovrebbe essere esperto, o quantomeno saper scrivere correttamente, ndr) di visionare 6000 temi svolti all’Esame di Stato di due anni fa. Ebbene, parrebbe che errori di ortografia, uso inappropriato della punteggiatura, periodi senza senso: sono sbagli che ricorrono con preoccupante frequenza. E i risultati di cotali esempi di “bello scrivere”? Non equi, almeno a detta della professoressa Elena Ugolini, secondo la quale un eccessivo buonismo da parte dei commissari (nel 2007 erano interni, ndr) avrebbe portato ad una minima percentuale di insufficienze. La Ugolini precisa: Ho qui un tema della maturità 2007: è pieno di errori gravissimi di ortografia come “dopo guerra” o “degl’anni”, di errori di punteggiatura, dell’organizzazione logica della frase che evidenziano un livello linguistico di terza elementare. Mi domando che cosa è stato insegnato a questo ragazzo in 13 anni di scuola, interrogandosi poi, preoccupata, sul futuro dello studente in questione, ormai diplomato.

Un’indagine articolata, quella commissionata dall’Accademia della Crusca: prevedeva una correzione “libera” , operata dai docenti, individuati dall’INVALSI, seguendo criteri soggettivi (cosa che, tra l’altro, non si fa mai dato che vengono utilizzate delle griglie di correzione che riducono al minimo i rischi di una valutazione soggettiva, ndr); l’altra basata sui criteri individuati dall’Accademia stessa, volti ad accertare la padronanza linguistica. Il confronto, poi, teneva conto anche dei giudizi del commissari d’esame.
I risultati sono stati assai diversi: per i commissari d’esame, gli elaborati insufficienti sono stati solo il 20%; per i correttori “liberi” le insufficienze hanno interessato il 52% dei temi in esame; per i correttori che hanno utilizzato i criteri stabiliti dalla Crusca, solo il 42% degli scritti sono risultati sufficienti.

È evidente che, a livello di valutazione, qualcosa non funzioni. Ma i risultati così diversificati mettono sotto accusa, senza mezzi termini, i commissari d’esame, cioè i professori che, per mestiere, valutano gli elaborati degli studenti. Come dire: non lo sanno fare, sono troppo “buoni”, forse non conoscono nemmeno loro la lingua italiana.
Essendo stata l’anno scorso commissaria interna all’Esame di Stato, posso garantire che la valutazione è oggettiva e che i giudizi, condivisi anche dal resto della commissione, non possono essere falsati. Mi spiego: un commissario, interno od esterno che sia, non può supervalutare un tema solo perché l’allievo in questione è simpatico né assegnare un giudizio più basso ad un elaborato perché chi l’ha scritto è antipatico.

Se poi parliamo degli errori ortografici, purtroppo è vero: ne fanno parecchi. Ma l’ortografia, almeno secondo le griglie di valutazione in uso, è solo una delle voci di cui si tiene conto nella valutazione finale. Ciò vale sempre, anche nella correzione degli elaborati svolti durante tutti gli anni di scuola precedenti. Se dovessimo togliere un punto per ogni errore ortografico, allora di compiti sufficienti ce ne sarebbero ben pochi. Insomma, quello che voglio dire è che ci deve essere un margine di tolleranza e, soprattutto, bisogna distinguere tra gli errori commessi per distrazione (di solito, accenti o apostrofi, qualche maiuscola …) da quelli radicati nella mente di ragazzi di diciotto anni e, per questo, difficilmente correggibili.

Quando leggo notizie del genere, lo confesso, mi risento un po’. Anche perché si fa di tutto per correggere gli errori ma è anche vero che, quando un ragazzo arriva in prima superiore e non sa scrivere, molti sforzi risultano vani. Non vorrei ripetermi ma, come ho scritto nel post citato, fin dalle elementari si dovrebbe insistere di più affinché i bambini imparino ad esprimersi correttamente, sia nell’orale che nello scritto, e curino l’aspetto grafico ed ortografico della loro scrittura. Insomma, dovremmo aver superato la fase in cui alle elementari si scriveva “io speriamo che me la cavo”.

[fonte: Il Corriere]

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