13 luglio 2011

ESAME DI STATO: E SE ABOLISSIMO IL VOTO FINALE?

Posted in adolescenti, Esame di Stato, scuola, valutazione studenti tagged , , , , , a 7:26 pm di marisamoles

Riporto di seguito un articolo di Gianni Mereghetti, apparso su Il Sussidiario.net (11 luglio). L’autore propone di eliminare il voto finale dell’esame che, a suo dire, ha scarsa utilità sia nel proseguio degli studi, sia nel mondo del lavoro, sostituendolo con un giudizio di superamento degli esami che identifichi gli aspetti positivi della preparazione di uno studente, le sue abilità, le capacità sviluppate.

Io sono d’accordo, anzi, abolirei del tutto l’esame che ha dei costi ingenti e spesso, come osserva anche Mereghetti, non serve a premiare il merito e talvolta scontenta anche i docenti.

IL PROF: PERCHE’ NON ABOLIRE IL VOTO DI MATURITA’?

Gli esami di stato finiscono in un letto di Procuste. È questo l’esito di tante ansie e tanto impegno, sia degli studenti sia degli insegnanti: un numero che nella mente del legislatore dovrebbe essere la somma oggettiva del credito scolastico e delle prove e dovrebbe fotografare il valore di ogni studente. Questa è la favola che ci ha raccontato chi ha elaborato questo meccanismo che nella realtà difficilmente va a cogliere il valore reale della preparazione scolastica di ogni studente.

Sarebbe ora di denunciarlo a chiare lettere. Il meccanismo non funziona, il numero con cui si identifica l’esito finale degli esami significa poco o nulla, perché è una somma di prestazioni e molto spesso esito di una mediazione, per cui non si capisce che cosa di fatto abbia acquisito uno studente, che abilità abbia, che capacità sia in grado di esercitare. La fotografia più esemplificativa di questo pasticcio è come tante commissioni arrivano a esprimere il voto del colloquio. Si configura spesso una situazione del genere: gli insegnanti dell’area scientifica valutano il colloquio in modo appena sufficiente, quelli dell’area umanistico-letteraria lo ritengono buono, per cui bisogna mediare e il presidente propone di dare un bel 24.

Che cosa significa quel 24? Nulla, perché come vanno perse le difficoltà che ha lo studente nelle discipline scientifiche, così non vengono evidenziate le sue eccellenze a livello umanistico-letterario. E così il voto finale è l’esito di una somma di tante mediazioni, con la pretesa di identificare il valore complessivo della preparazione di uno studente. Lasciando da parte le ingiustizie che tale sistema produce, la questione seria è che questa forma di valutazione è assurda, è infatti un giudizio di massima sul valore scolastico di uno studente che non può come tale portare alla luce chi sia in realtà quello studente.

Sarebbe ora di eliminare il voto di maturità, che tra l’altro non serve a nulla, perché il mondo universitario lo registra a fatica e il mondo del lavoro non lo ritiene credibile. Al suo posto sarebbe più efficace un giudizio di superamento degli esami che identifichi gli aspetti positivi della preparazione di uno studente, le sue abilità, le capacità sviluppate. In questo modo ad ogni studente verrebbe riconosciuto il suo effettivo valore e potrebbe poi spenderlo o per trovare lavoro o per la scelta universitaria.

L’eliminazione del voto di maturità, oltre ad essere utile per gli studenti, toglierebbe gli insegnanti dalla contraddizione del sistema: un insegnante di storia avrebbe finalmente il pieno diritto di valutare nella sua materia senza poi dover fare strane alchimie per cui il voto finale deve essere la mediazione con la valutazione di scienze e di fisica. Bisogna mettere fine e al più presto a queste somme che non portano all’oggettività, ma solo a confusione e ingiustizie.

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19 maggio 2011

150° UNITÀ D’ITALIA: PER FARE L’ITALIA, PIÙ CHE CAVOUR POTÈ LA LINGUA

Posted in 150 anni unità d'Italia, cultura, Dante, Letteratura Italiana, lingua, storia tagged , , , , , a 4:07 pm di marisamoles

Non è stata la nostra nazione a produrre la nostra letteratura, ma la nostra lunga tradizione letteraria a «fare» l’Italia, e molto tempo prima che gli stati regionali italiani confluissero nel nuovo stato unificato dai Savoia. Lo scrive Gianluigi Beccaria, piemontese, linguista e storico della nostra lingua nel suo nuovo libro, Mia lingua italiana. Per i 150 anni dell’unità nazionale, da poco in libreria. Cita Isidoro di Siviglia: sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue. La nostra letteratura, che risale a Dante, Petrarca e Boccaccio, ha prefigurato l’unità dell’Italia molto prima che la politica e gli eserciti cancellassero i confini preunitari.
«Da noi – spiega Beccaria – è stata la letteratura a fondare la nazione. Abbiamo avuto la fortuna di essere nati subito giganti. Dante, Petrarca e Boccaccio hanno dato al nostro territorio polverizzato e diviso un’impronta così forte da durare per secoli».

È l’inizio di un articolo-intervista a Gianluigi Beccaria, noto linguista, apparso su Il Sussidiario.net. Mi pare molto interessante.
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2 gennaio 2011

SCUOLA 2011: “BASTA CON LA CULTURA DEL LAMENTO” by LUISA RIBOLZI

Posted in adolescenti, bambini, cultura, famiglia, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , , , , a 6:48 pm di marisamoles


Pubblico un articolo apparso il 31 dicembre su Il Sussidiario.net, a cura di Luisa Ribolzi, docente di Sociologia dell’educazione presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’università di Genova e, tra le altre cose, membro del Consiglio Direttivo dell’OCSE CERI in rappresentanza dell’Italia.

È un’analisi attenta e lucida del complesso mondo della scuola, elaborata prendendo in considerazione tutti i punti di vista: quello dei docenti, degli studenti, delle famiglie, dei dirigenti e del ministero della Pubblica Istruzione. Concordo con la professoressa sul fatto che sia inutile piangere e lamentarsi, tuttavia dissento nel momento in cui la Ribolzi ritiene che tutti possano fare molto per migliorare la scuola, anche senza soldi. Sia che si parli degli stipendi assai miseri dei docenti, sia che si parli dei miserevoli fondi di cui la scuola italiana può disporre. Io non credo che si possa raggiungere la qualità senza investire del denaro. La scuola italiana è campata a lungo senza risorse e i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Se si vuole migliorare la situazione, è completamente errato pensare che i soldi, il vile denaro, non siano indispensabile solo perché ci sono stati, in passato, e sempre ci saranno dei bravi e volenterosi insegnanti che non badano allo stipendio e si impegnano molto più di altri, specie nella pubblica amministrazione, che percepiscono stipendi assai più dignitosi.

Stesso discorso vale per i fondi: una scuola senza risorse non può offrire un “prodotto” di qualità ai suoi “utenti” (è con estrema riluttanza che uso dei termini tanto estranei al mondo dell’istruzione ma, tuttavia, così utilizzati nel tentativo di far apparire la scuola come un’azienda), senza richiedere agli stessi un contributo in denaro e agli operatori dei grossi sacrifici.

Per il resto, sono d’accordo con la professoressa Ribolzi, anche se temo che senza delle adeguate risorse, i suoi siano destinati a rimanere solo sogni.

Ogni anno faccio per il sussidiario l’esercizio di formulare dei buoni propositi. Esso mi consente di prendere le distanze dalle urgenze contingenti e di indirizzare uno sguardo meno miope ai mesi che verranno. E allora, via, lasciamoci trascinare dall’ottimismo della volontà (del buon funzionamento del pessimismo della ragione ne abbiamo avuto fin troppe prove) e proviamo a sognare.

I have a dream…”
che gli insegnanti la smettano con la cultura del lamento, e recuperino loro per primi il prestigio che pensano di avere perduto, che non dipende (solo) dallo stipendio, ma dalla capacità di riappropriarsi della loro professionalità, rinunciando alla difesa dello scambio tra sicurezza del posto e mediocrità delle prestazioni. Quelli, non pochi, che già lo fanno, abbiano il coraggio di rivendicare il loro diritto ad essere valutati;

che le famiglie la smettano con la cultura del lamento e la difesa ad oltranza dei loro rampolli, e incomincino a partecipare in modo costruttivo alla crescita di quelle “comunità di pratica” che dovrebbero essere le scuole, in cui la collaborazione fra insegnanti e famiglie porta risultati positivi anche agli apprendimenti dei ragazzi, oltre che alla loro crescita umana e civile;

che gli studenti la smettano con la cultura del lamento, e capiscano che andare a scuola è un lavoro, serio come qualsiasi altro lavoro, e le cui conseguenze durano per tutta la vita, ma che può essere appassionante se si vive come un momento di costruzione della propria identità;

che i dirigenti la smettano con la cultura del lamento e si chiedano seriamente che cosa possono fare per trasformare le loro scuole e le reti di scuole in soggetti sociali attivi, in centri di costruzione della cultura e della partecipazione per tutta la comunità;

che i giornalisti che si occupano di scuola la smettano con la cultura del lamento, e cerchino – oltre a denunciare giustamente limiti ed errori – di valorizzare il tanto di buono che esiste, e soprattutto si documentino su quello che affermano. I dati riferiti alla scuola parrebbero appartenere in massa a quelli che un amico pubblicitario chiamava DFI (dati falsi inventati) per distinguerli da quelli che erano solo DI (dati inventati)…

che il ministero dell’Istruzione la smetta con la cultura del lamento e realizzi, anche se con dispiacere, che l’autonomia è legge dal 1997, la riforma del titolo V della Costituzione risale all’ottobre del 2001, e quindi il tentativo di scuole e reti di scuole, e di qualche Regione, di operare con una qualche indipendenza dal centro non va considerato come la ribellione delle tribù barbare al Sacro Romano Impero, ma come l’esercizio di un legittimo diritto;

che la cultura del lamento e del “non ci sono abbastanza soldi”, specialità in cui l’Italia potrebbe vincere tutti i titoli disponibili (cinque come l’Inter: Nobel, Oscar, Olimpiadi estive e invernali e campionati del mondo), venga messa in disparte in favore di un approccio più costruttivo in cui, posto che ebbene sì, ci sono meno soldi, si cerchi di trovarne degli altri e perlomeno quelli che ci sono vengano spesi bene.

Ma soprattutto…
Sogno che gli esponenti dei diversi partiti, con inconsueta ma non ammirevole unanimità, la smettano di lustrarsi la bocca con la centralità dell’educazione e di accapigliarsi sugli emendamenti per dimostrare che esistono, e facciano, o almeno tentino di fare, un progetto di lungo periodo basato sull’idea che la formazione è un bene comune, su cui si gioca il futuro delle persone e della nazione (alla faccia della retorica!) e su cui vale la pena di investire in risorse umane, finanziarie e soprattutto in politiche educative rigorose che sappiano individuare i principali problemi, stabilire delle priorità e controllare gli esiti.
Buon anno.

22 marzo 2010

RILEVAZIONI INVALSI SULLA SCUOLA E IL “GIOCO DEI PACCHI”

Posted in adolescenti, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola, Test InValsi, valutazione studenti tagged , , , , , , , a 11:08 am di marisamoles

Sul sito sussidiario.net si ritorna a parlare dei recenti dati pubblicati dall’INValSI, relativamente alle rilevazioni sugli apprendimenti degli studenti italiani nel 2009. Ne parla Roberto Stefanoni, ispettore tecnico del Miur, in servizio presso l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Umbria. La sua è una riflessione in gran parte condivisibile non solo dai docenti che sono i principali interessati, ma anche dai comuni cittadini che sulla carta stampata hanno letto più volte commenti poco edificanti sullo stato di salute della scuola italiana.

Sul banco degli imputati, secondo Stefanoni, dovrebbero stare non solo gli studenti che nei test somministrati hanno fatto emergere tutte le loro lacune in Italiano, Matematica e Scienze, ma anche e soprattutto quegli insegnanti che, con un comportamento scorretto tenuto nel sorvegliare gli alunni durante lo svolgimento dei test, hanno falsato i risultati. Nell’analisi dell’ispettore il dito è puntato anche contro i docenti che, alla fine dello scorso anno scolastico, hanno somministrato la terza prova all’esame di licenza media, unica e uguale per tutti i licenziandi. In quest’ultimo frangente, infatti, non sono stati pochi gli “aiutini” dati ai ragazzi per fare bella figura. Il motivo di tale atteggiamento è facilmente intuibile: in questo modo, la preparazione degli esaminandi è risultato di gran lunga migliore rispetto alla situazione reale, quindi anche i docenti sono risultati essere più bravi. In effetti sono stati davvero bravi … a suggerire!

Secondo Stefanoni, molti insegnanti vedono con sospetto questo tipo di prove: Vari sono i segni rivelatori di questo strisciante e diffuso timore che, alla fin fine, il “gioco dei pacchi” nasconda un’insidia certamente molto poco gradita ai più: valutare, attraverso gli esiti delle varie prove, non solo gli alunni, ma anche l’operato degli insegnanti, mettendone allo scoperto le inadeguatezze didattiche, evidenziandone le inefficienze e la scarsa produttività. Eh già, la classe insegnante manifesta sempre una sorta di diffidenza in tutte quelle situazioni che potrebbero mettere in discussione l’efficacia della loro azione didattica. È molto facile, infatti, scaricare la responsabilità sui ragazzi che studiano poco, sono scarsamente motivati, per nulla disposti al sacrificio, tanto da risultare degli studenti mediocri per esclusiva loro colpa. Dall’altro lato, i loro “maestri” devono godere di una sorta di immunità che li trasforma in degli “intoccabili”, partendo dal presupposto che chi insegna sa farlo e non ha bisogno di nessun insegnamento. Guai, poi, a valutare il loro operato: ne fanno una questione d’onore.

Detto questo, è lecito porsi una domanda: a che servono, dunque, le rilevazioni dell’INValSI? La risposta più semplice sarebbe: a nulla. Quella più sensata è: ad offrire un quadro della situazione. Certo, ma leggere i rapporti dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione non è come leggere un elenco telefonico, di fronte al quale, attraverso una lettura selettiva, ci limitiamo ad individuare l’informazione che ci serve. I dati sulla scuola, invece, devono portare ad una riflessione seria che rappresenta il punto di partenza per migliorare la situazione. Che senso ha esultare felici se la preparazione degli allievi della propria regione è ai massimi livelli europei e abbattersi di fronte ad esiti deludenti? Prendere atto di una situazione e basta non porta da nessuna parte.

Stefanoni ritiene che sia necessario disinnescare il potenziale pericolo del pacco, con nutrite batterie preventive di test (ormai se ne trovano in giro di varia natura e qualità), che – anche se in barba alla programmazione didattica di classe – portino gli alunni a confrontarsi e a esercitarsi con tipologie di quiz verosimilmente simili a quelli che salteranno fuori dai plichi il giorno della prova. In effetti, non ha alcun senso far svolgere agli alunni dei test cui non sono abituati, senza un’opportuna esercitazione. Ma è anche vero che una didattica moderna e innovativa si serve proprio di quella tipologia di esercizi e che i recenti libri di testo contemplano un apparato operativo abbastanza vicino a quella tipologia di esercizi. Quello che manca, secondo me, è la capacità di alcuni insegnanti –i più pigri o i più restii al cambiamento, quelli che, in altre parole, si appellano alla “libertà di insegnamento” per non cambiare mai metodologia didattica- di adattarsi all’evoluzione che la nuova “utenza” presuppone. I ragazzi sono cambiati: perché mai gli insegnanti dovrebbero rimanere sempre uguali, fortemente ancorati ad un modello di didattica standarizzato che poteva andar bene vent’anni fa ma ora è assolutamente obsoleto e inadatto alle nuove generazioni?

Nel suo articolo Stefanoni riflette anche sui cattivi comportamenti di alcuni insegnanti che tenderebbero ad aggirare l’ostacolo, incentivando (per le rilevazioni degli apprendimenti, ovviamente, non per la prova nazionale) l’assenza dalla scuola nel giorno fatidico di quegli alunni un po’ troppo debolucci, che potrebbero far abbassare le prestazioni medie della classe sotto il livello di guardia. Se davvero esistono insegnanti così, a parer mio si comportano esattamente come quegli allievi che, per non affrontare un compito senza un’adeguata preparazione, marinano la scuola o fingono di stare male per rimanere a casa. Il problema, evidentemente, non si risolve: ci saranno altre occasioni in cui dovranno scontrarsi con una realtà che non piace.
Ma non basta: ci sono anche quegli atteggiamenti “opportunistici”, fatti di risposte sussurrate a voce un po’ troppo alta, tolleranza di occhiate furtive (ma neanche tanto), che cerchino di carpire risposte probabilmente giuste dal compagno più bravo. Addolcire il prodotto finale, intervenendo d’autorità con qualche “correttivo” nella trascrizione sul foglio risposte delle scelte di qualche alunno, «che certamente s’è distratto un momento, perché lui questa cosa la sa benissimo!». Così facendo, certi docenti si mettono allo stesso livello dei loro allievi che suggeriscono o passano bigliettini ai compagni: se va bene, l’allievo che ha goduto di tale beneficio prenderà un bel voto, ma così facendo non avrà colmato le sue lacune. Prima o poi i nodi verranno al pettine!

Insomma, se per l’università si è parlato tanto di “baroni”, per la scuola secondaria si può parlare di “bari”. Ma barando di certo non si migliora la situazione perché falsare i dati comporta una visione distorta della realtà scolastica della nostra povera Italia. Tuttavia, Stefanoni sostiene che non abbia molto senso prendersela con i docenti che hanno barato; una soluzione potrebbe essere quella di infondere una condivisa consapevolezza che non si tratta di difendere il buon nome di una scuola, ma di utilizzare un’opportunità che viene data alla scuola stessa di fare una necessaria azione di autoanalisi del proprio operato. Si impone, quindi, di rivedere le metodologie di insegnamento, che devono essere opportunamente ricalibrate in rapporto alle reali esigenze di apprendimento degli alunni e trovare le strategie più efficaci per consentire a ogni alunno di acquisire migliori livelli di abilità e di competenze. Solo così i risultati delle prove INValSI, previste anche per quest’anno scolastico per la classe prima della secondaria di 1° grado ed estese dal prossimo anno anche la seconda classe delle scuole superiori, potranno avere un senso.

Rimane il problema della valutazione dell’insegnamento: il ministro Gelmini ha, infatti, più volte annunciato un criterio, anche se non esplicitato, per valutare la qualità dell’insegnamento. Saranno, quindi, premiati con un incentivo economico i docenti più meritevoli, penalizzati con la sospensione della progressione economica quelli più scarsi. Se uno degli indicatori per la valutazione dovesse essere costituito dai risultati delle prove INValSI, siamo certi che i “bari” non colpiranno ancora? Con tutto il rispetto, pur condividendo la riflessione di Stefanoni, non credo che in questo caso sarà di primaria importanza stabilire, sulla base dei risultati, quali siano le mosse strategiche per migliorare la situazione.
Insomma, a me pare che il “gioco dei pacchi”, con tanto di sospetta fregatura, sia destinato a durare nel tempo, un po’ come l’intramontabile quiz televisivo.

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