Finché c’è inchiostro nel calamaio

Che dire? Penso che, anche se non sono una giornalista (ma in gioventù c’è stato un periodo in cui mi ero fissata con la scuola di giornalismo ad Urbino), non vorrei mai guarire dal mal d’inchiostro. 🙂

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Scrivere dev’essere proprio una malattia. Chissà quanti trilioni di parole ho scritto da quando sono nato: certamente ho cominciato da molto giovane e ancora non ho smesso. Ho scritto articoli a migliaia, post su decine di blog, note sui social network, risposte a interviste e poi prefazioni, dediche, pensieri, una mezza sceneggiatura e sei libri. Per arrivare al settimo ne ho cominciati almeno altri due, poi accantonati (temporaneamente) e abbozzati altrettanti. E adesso che finalmente ho un progetto editoriale preciso (nel senso che almeno ho finalmente scelto l’argomento, rigorosamente riservato non foss’altro che per scaramanzia) per rilassarmi cosa faccio? Scrivo, naturalmente. Se non scrivo libri, insomma scrivo dei libri. Mi rendo conto di essere irrecuperabile, ma non ho alcuna intenzione di guarire. Ho scritto a penna (biro, stilo, roller), a matita, a macchina, con il computer. Ho scritto su taccuini di tutti i tipi (ho la fissa), fogliacci, bigliettini, sui…

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PASSIONI CONDIVISE

rally alpi orientali Agli inizi di una storia d’amore si cerca di condividere tutto, anche le passioni. Certo, un minimo di opportunismo lo si può leggere in un atteggiamento che tende ad assecondare i desideri reciproci. Così si fa bella figura e ci si convince di essere fatti l’uno per l’altra. Poi, con il passare del tempo, le cose cambiano e, inevitabilmente, quelle passioni che una volta avevamo apprezzato, anche senza troppa convinzione, nella nostra dolce metà, pian piano le abbandoniamo e non ci stupiamo che la cessazione di un tale stato di perpetua condivisione di tutto, anche dell’aria che si respira, se possibile, venga meno. Insomma, tutto accade in maniera indolore, senza che nessuno dei due abbia nulla da eccepire, anzi forse senza che nessuno dei due ne prenda piena coscienza. Come se tutto rientrasse nel corso naturale delle cose. Cos’è successo? Non ci si ama più? Niente affatto. Semplicemente ognuno si riappropria degli spazi che gli appartengono e in cui si trova più a suo agio, senza pretendere la condivisione forzata e lasciando all’altro/altra la libertà di scegliere. Pur senza averne una lucida percezione, in fondo ci si ama ancora di più.

Il preambolo era doveroso. Riassume il ragionamento che ho fatto stamattina quando mio figlio, il maggiore, è partito da casa, zaino in spalla e borsa termica in mano, per andare a vedere alcune prove del 45° Rally delle Alpi Orientali di cui si corre, nei dintorni di Cividale de Friuli, proprio oggi la seconda e ultima giornata di gara.
E le passioni condivise che c’entrano, direte voi. C’entrano perché mio figlio a vedere il Rally ci è andato con la sua ragazza. Un’unione recente, a quanto sembra. Io nemmeno la conosco, so pochissimo di lei ma so che anche lei, come una ex di qualche anno fa, l’ha seguito. Allo stesso modo in cui, trent’anni fa, io seguivo mio marito, allora fidanzato, quando andava in giro per il Friuli ad assistere a varie gare di Rally o corse in salita, prove speciali ecc. ecc. Io lo seguivo perché volevo, a quei tempi, condividere la sua passione.
Lui, appassionato di motori –se non si era capito- mi ha fatto conoscere anche la Formula 1, da spettatrice televisiva. Io sapevo che esisteva ma non avevo mai visto un gran premio in vita mia. Per appassionarmi almeno un po’ mi sono pure trovata un “idolo” per cui tifare: Nelson Piquet, naturalmente il padre dell’omonimo che oggi corre in F1 (corre ancora? Boh!), bellissimo e bravissimo, visto che di mondiali ne ha vinti tre, se non sbaglio. Almeno non mi addormentavo perché ora, sinceramente, non riuscirei a vedere nemmeno dieci minuti di gara: veder girare di continuo le monoposto attorno ai circuiti avrebbe di sicuro un effetto soporifero. I tempi cambiano … anche per mio marito che, se non ha smesso di seguire la F1, dorme beatamente ad ogni gran premio. Poi si giustifica dicendo che l’automobilismo non è più appassionante come una volta; ora si sa già chi vince, chi è in pole position continua ad esserlo e, se non rompe qualcosa o rimane senza benzina, ha la vittoria in pugno.

I motori, diciamolo chiaramente, non erano mai stati, prima di allora, una mia passione. Ho preso la patente a vent’anni, e non a diciotto appena compiuti come fanno adesso i nostri figli, solo perché mio marito mi ha minacciata: non sto con una che non guida. E già, come avrebbe potuto frequentare una ragazza priva di patente, che non sapeva distinguere tra il pedale del freno e quello dell’acceleratore, che alla prima lezione di guida –naturalmente lui era il mio istruttore- gli ha chiesto di accendere la luce sopra lo specchietto perché era già buio e non riusciva a vedere i pedali. No, non avrebbe potuto, il mancato possesso della patente di guida sarebbe stato motivo sufficiente per rompere il fidanzamento.

E lui? Beh, anche lui ha fatto la sua bella figura. Io amo il teatro, quindi l’ho trascinato a vedere opere, operette e spettacoli di prosa. Non molti, non con insistenza, diciamo un po’ con il contagocce, ma lui c’è venuto, senza fiatare. Anche questa passione condivisa è durata un po’, poi ognuno si è tenuto le sue. Per essere onesti, ho resistito più a lungo io nel seguirlo ai rally e nell’assistere ai gran premi di F1. Non ricordo quando ho mollato la F1, ma credo alla nascita dei figli perché probabilmente non mi potevo permettere di passare due ore davanti alla Tv senza muovermi, e guardare una gara a singhiozzo non è certo appassionante,
Ricordo benissimo, però, l’ultima gara di rally a cui ho assistito da sola con lui: a Piancavallo, più di ventiquattro anni fa, dato che non eravamo ancora sposati. Ci ha colti un temporale, ero terrorizzata dai fulmini visto che stavamo proprio sotto gli alberi, siamo fuggiti a metà gara e abbiamo fatto tappa nel primo paesino per acquistare asciugamani e pantaloncini, giusto per non rimanere con le chiappe bagnate. Decisamente troppo per me.
L’ho seguito ancora qualche volta quando i bimbi erano piccoli, perché non si trovasse in difficoltà e potesse scattare le foto. Poi ho detto basta, definitivamente, lasciando che condividesse la sua passione con i figli.

Stamattina, dopo che è partito il primogenito, anche mio marito, solo soletto, con lo zaino e la borsa termica contente il pranzo, è andato a vedere il rally. Il secondogenito si è mosso solo nel pomeriggio –ma ieri c’è stato l’intera giornata- con un amico. Presumo si siano incontrati tutti e tre a vedere la stessa prova speciale.
Rimasta da sola, ho riflettuto e ho capito che lui è stato capace di trasmettere la sua passione ai figli che, magari partendo da casa ognuno per conto proprio e con la compagnia più gradita, non hanno perso l’annuale appuntamento con il Rally delle Alpi Orientali. Ne sono felice anche se so che questa passione condivisa non sarà per sempre. Ma forse i ragazzi a loro volta continueranno a trascinare le ragazze, e poi le mogli e i figli, se li avranno (ogni tanto ho dei dubbi in proposito!). E le ragazze si lasceranno entusiasmare dalle corse automobilistiche per un po’, ma poi diranno basta anche loro e, magari, resteranno a casa lasciando che i figli condividano questa passione con il padre.

Questa è la vita, questi sono i corsi e ricorsi della storia. Peccato che i miei ragazzi non ne vogliano sapere del teatro. Forse se avessi avuto delle femmine … Ma nutro la speranza che prima o poi qualche ragazza li trascini a vedere le opere o la prosa. Così i corsi e ricorsi rispetterebbero gli equilibri tra le parti. Con buona pace della madre, nonché aspirante suocera.