2 ottobre 2012

IL CASO ENZO TORTORA IN TV E LO SPOT INFELICE

Posted in pubblicità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , a 6:57 pm di marisamoles

Non so chi di voi abbia visto la fiction in due puntate sul caso di Enzo Tortora, il popolare presentatore accusato e condannato ingiustamente per associazione camorrista e spaccio di stupefacenti. Anzi, so per certo che l’ha visto Quarchedundepegi perché ne ha parlato in questo suo post. Dice che l’ha rattristato e che l’ha fatto riflettere sulla Giustizia italiana. Condivido pienamente. Non ho trattenuto le lacrime quando, verso la fine, è stato trasmesso uno spezzone originale della puntata di Portobello che il conduttore ha affrontato da uomo libero, dopo l’assoluzione in Appello, confermata in seguito dalla Cassazione. Purtroppo, come si sa, breve fu la sua vita in seguito, troppo breve per godersi appieno la libertà agognata e per poter dimenticare i mesi di carcere seguiti dagli arresti domiciliari che gli furono concessi per sopraggiunti problemi di salute. Dopo quell’esperienza si ammalò di tumore per spegnersi all’età di sessant’anni.

Bravo Ricky Tognazzi, protagonista e regista, ma brava anche Carlotta Natoli, più portata forse per i ruoli comici ma nella sua interpretazione dell’amatissima sorella di Tortora, Anna, ci ha offerto una prova d’attrice al di sopra delle più rosee aspettative.

Non voglio dilungarmi troppo sulla fiction che mi è piaciuta ma non è stata il massimo. Ho apprezzato di più, se devo essere sincera, la miniserie su Walter Chiari interpretata magistralmente da Alessio Boni. Tognazzi mi è sembrato un po’ modesto, o forse dipende dal fatto che, come lui stesso ha dichiarato, non era sua intenzione imitare Tortora ma farne una sua personale reinterpretazione a beneficio dei giovani che non conoscono la sua storia.

Le vicissitudini giudiziarie del popolare presentatore sono invece ben note a noi adulti. Sembra incredibile che sia stato architettato un piano ad hoc, con la complicità dei maggiori capi camorra, ai danni di una persona onesta, apparentemente senza alcun motivo.
Come si ricorderà tra i principali accusatori di Tortora c’era il camorrista “pentito” Giovanni Melluso, detto “Gianni il bello”, lo stesso che nel 1985 accusò Walter Chiari di spaccio di cocaina, assieme al cantautore Franco Califano. Il popolare comico e presentatore venne prosciolto in istruttoria.

Insomma, lo stesso Melluso segnò la vita di due grandi della tv italiana.

Non so se avete fatto caso, ma alla fine della fiction su Tortora, lo sponsor era … calzature Melluso.

Ma come si fa, dico io, ad accettare che una ditta omonima del principale accusatore di Enzo Tortora sponsorizzi la miniserie in due puntate? Una scelta davvero infelice.

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4 ottobre 2011

AMANDA E RAFFAELE LIBERI … DI GODERSELA

Posted in cronaca tagged , , , , , , , a 4:57 pm di marisamoles


Ormai li chiamiamo per nome, la signorina Knox e il signor Sollecito. Amanda e Raffaele, ex coppia, ex colpevoli ed ora innocenti. Questi strani giri della Giustizia italiana, come quelli di una sorta di ruota della fortuna, che lascia sempre il dubbio, grado dopo grado. Il tribunale condanna, la corte d’Appello assolve … arriverà alla Cassazione il caso Kercher. Ricordiamo almeno una volta la ragazza inglese che è la vera vittima in questa vicenda, “attrice per una notte” uscita tragicamente di scena per lasciar spazio ai protagonisti di questo processo mediatico.

Sono liberi, dunque, Amanda e Raffaele, assolti con formula piena così come, due anni fa, furono condannati al di là di ogni ragionevole dubbio a 26 e 25 anni. Solo un colpevole è rimasto: Rudy Guede, reo di complicità in omicidio. Essì, complice di chi? Di qualche fantasma che solo Meredith a questo punto conosce. Ma lei dalla tomba non parlerà.

I processi in Italia (non solo quelli che riguardano il premier) ormai si celebrano negli studi televisivi o sulle pagine della stampa. Processi mediatici in cui ciascuno di noi, telespettatori o lettori, a seconda del proprio personale punto di vista (o forse, sarebbe meglio dire, a seconda della influenzabilità del giudizio) veste i panni dei giudici togati (quelli di noi che credono di essere “esperti”), della giuria popolare (quelli, meno presuntuosi, che cercano l’appoggio di altri), della pubblica accusa (normalmente i più insicuri, quelli che vedono colpevoli dappertutto) e della difesa (i mancati avvocati). Un gioco di ruolo, nulla di più. Ma i processi veri, quelli che si dibattono nelle aule di Giustizia, dovrebbero dare risposte certe e non sommare dubbi a dubbi.

Quanti dubbi, in questa vicenda. Dubbi sulla personalità di Meredith, descritta da chi la conosceva bene, come una ragazza tranquilla, senza grilli nella testa, una che voleva solo studiare e fare un’esperienza diversa per arricchirsi culturalmente e che, invece, in Italia ha trovato la morte. Ma dalle parole dei suoi “compagni”, tra l’altro frequentati poco, visto che breve è stato il soggiorno della Kercher a Perugia, è emersa un’altra Mez, più libera, diciamo così.

Ancora dubbi sulla personalità dei due ex innamorati, Amanda e Raffaele, che a poche ore dall’assassinio della povera ragazza inglese, se ne stavano abbracciati, intimiditi, spaventati, davanti alla casa degli orrori. E ancora più dimesso il loro atteggiamento nelle aule di Giustizia, quasi recitassero un copione, una parte che dovevano imparare per forza perché finta: quella degli innocenti. E così, udienza dopo udienza, sono apparsi sempre con quell’aria compassata da vittime, tanto vittime da far passare in secondo piano la vera vittima, Meredith. Belli, ricchi, con avvocati di grido che hanno supportato le loro tesi con una superperizia in grado di smontare la relazione della Polizia Scientifica. Gli indizi si sono sgretolati uno ad uno, come quel famoso gancetto ormai ridotto ad un pezzetto di ruggine, trovato troppo tardi, quaranta giorni dopo l’omicidio.

Mentre ieri sera in aula la sentenza è stata accolta con urla e pianti di gioia, baci e abbracci da parte di chi quel processo l’ha vinto (non solo gli imputati ma anche tutto lo staff difensivo dell’uno e dell’altra), e mentre la famiglia di Meredith sembrava impietrita non più solo dal dolore ma anche e soprattutto dall’incredulità, fuori dal tribunale la gente del popolo, quello di una piccola città di provincia che non si è lasciata sfuggire un solo minuto delle ore ed ore dei talk show in cui si è parlato del “delitto di Perugia” (anche solo per sentirsi importanti tant’era l’interesse nei confronti di una città nota quasi solo per i famosi “baci” di cioccolato), gridava: “vergogna, vergogna, vergogna“. Ma “vergogna” per cosa? Per un verdetto scontato che libera due persone già ritenute colpevoli? Ma si sa che la Legge italiana prevede tre gradi di giudizio e che fino al parere della Cassazione non si può mai scrivere la parola “fine” sulle pagine di una storia di dolore e morte. E non è la prima volta che il verdetto della Corte d’Appello capovolge la sentenza di primo grado.
“Vergogna”, forse, per i maldestri rilievi della Scientifica smontati impietosamente da una perizia di parte? Se la Legge lo consente, perché mai si dovrebbe rinunciare ad un’occasione così propizia. O, ancora, “vergogna” per una pubblica accusa che ha incassato i “colpi” di una difesa lautamente pagata da gente ricca? Ma è cosa arcinota che i soldi fanno la differenza. E quel gesto dell’avvocato Bongiorno, quello sfregarsi le mani che forse è sfuggito ai più, sembra dire: “Li abbiamo fregati tutti, li abbiamo”. Spero di sbagliarmi, comunque.
Oppure, in ultimo, “vergogna” per gli inquirenti che, fin dall’inizio, non hanno saputo gestire l’indagine in modo corretto, pasticciando e affidandosi in toto ai rilevamenti della Scientifica che, ormai, hanno sostituito le indagini vere, quelle in cui si usava la testa più che i test.

Io non lo so chi dovrebbe vergognarsi di più. Certamente, qualora il terzo verdetto, quello della Cassazione, dovesse confermare l’innocenza dei due accusati, si dovrebbero vergognare maggiormente i giudici che in primo grado hanno emesso la condanna. Quattro anni di carcere, quando li si sconta a vent’anni, possono sembrare un tempo interminabile. Se si è a posto con la coscienza, poi, quei quattro anni di vita tolti, che nessuno mai potrà restituire né alcun indennizzo, seppur ricco, potrà mai cancellare, pesano come un macigno, quello granitico del torto, dell’ingiustizia.

Ora se la godranno la libertà, Amanda e Raffaele. In ogni caso, sia che la sentenza abbia davvero reso giustizia sia che abbia liberato dei colpevoli furbi.
Da innocenti, ora i due possono contare sull’impatto mediatico, fare un mucchio di soldi concedendo interviste, scrivendo memoriali e attendendo l’equo risarcimento che spetta a chi ha passato quattro anni in galera da innocente. Quanto? Qualche milione? Non so quanto valore possa avere una libertà negata.
Da colpevoli, possono assaporare la libertà di chi ha aspettato ma non invano, con la consapevolezza che, sparendo dalla circolazione, Amanda in America e Raffaele chissà dove, anche se la Cassazione li giudicherà colpevoli per l’omicidio di Meredith, non faranno mai più un giorno di prigione. Quattro anni sono pochi, in questo caso.

Giustizia non è fatta“, ha dichiarato la Pm Manuela Comodi. “Rispettiamo la sentenza ma non comprendiamo“, hanno commentato i familiari della studentezza uccisa.

Anch’io non riesco a comprendere e il dubbio che non l’altro verdetto fosse errato bensì questo rimarrà sempre.

23 gennaio 2011

CASO RUBY: LETTERA APERTA DEL PDL IN DIFESA DI SILVIO BERLUSCONI

Posted in attualità, Legge, politica, Silvio Berlusconi tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , a 9:47 am di marisamoles


Sul Ruby-gate – come è stato battezzato il caso riguardante il presunto sfruttamento della prostituzione minorile da parte del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di alcuni suoi “amici” e conoscenti – non ho voglia di parlare. Attendo i fatti.
Da telespettatrice e da lettrice dei quotidiani, però, sono profondamente indignata dall’esagerata trattazione di questo caso, spesso con articoli e servizi ripetitivi fino alla noia, a scapito di notizie “serie”, o comunque concernenti fatti accaduti, su cui non è richiesto un giudizio ma solo l’umana pietà. Mi riferisco, ad esempio, al lutto che ha colpito gli Alpini italiani con la morte di Luca Sanna in Afghanistan, oppure quello che ha colpito la comunità ebraica con la scomparsa di Tullia Zevi. Senza contare le notizie economiche o sociali, come quella che riguarda il livello di disoccupazione dei giovani italiani. Tutto passa in secondo piano perché Berlusconi è al centro dell’attenzione degli Italiani, nel bene e nel male. Perché del premier si occupano gli “amici” e i “nemici”. E nessuno, forse, si rende conto che è esattamente quello che lui vuole: essere al centro dell’attenzione mediatica.

Non ho voglia di parlarne, ho detto. E infatti mi limito a segnalare una lettera aperta che alcuni esponenti del PdL (Raffaele Calabrò, Roberto Formigoni, Maurizio Gasparri, Maurizio Lupi, Alfredo Mantovano, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi) hanno inviato al quotidiano cattolico L’Avvenire, che l’ha pubblicata. Non è uno scritto in cui si difende a spada tratta Berlusconi, piuttosto un invito ad attendere gli sviluppi del caso giudiziario, senza lasciarsi condizionare da facili conclusioni e da giudizi morali suggeriti, anche troppo palesemente, dai media.

Inizia così la lettera:

Cari amici,
in un momento tanto confuso e delicato per il nostro paese vorremmo evitare che la marea dei pettegolezzi che invade ogni giorno le pagine dei giornali finisca per oscurare il senso del nostro lavoro quotidiano per il bene comune. C’è il rischio di farsi tutti confondere o trascinare dall’onda nera, lasciandosi strumentalizzare da un moralismo interessato e intermittente, che emerge solo quando c’è di mezzo il presidente Berlusconi
.

E continua così:

Abbiamo bisogno di giustizia, una giustizia che sia però veramente giusta, che segua regole certe, assicuri l’inviolabilità dei diritti di tutti i cittadini compreso chi si trova ad essere oggetto di accuse, e offra le garanzie necessarie, a partire dall’imparzialità del giudice e dal rispetto del segreto istruttorio. Una giustizia nella quale i magistrati formulino ipotesi di reato e non si occupino di costruire operazioni finalizzate ad emettere sentenze di ordine morale.

Per poi concludersi con queste parole:

Aspettiamo che la polvere e il fango si depositino, diamo tempo alla verità e alla giustizia.

Io non ho altro da aggiungere.

[l’immagine è tratta da questo sito]

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