MALEDUCAZIONE E DISEDUCAZIONE


In questo blog ho parlato tanto, forse troppo, di scuola. Mi sono soffermata a riflettere sugli allievi bocciati all’Esame di Stato, su quelli “indebitati”, sulla scuola da bocciare o da elogiare proprio perché boccia, a seconda dei punti di vista. Sulla riforma Gelmini e le sue conseguenze, sulle prove InValsi che sarebbero da cambiare perché così servono a ben poco, sulla scuola e i docenti da valutare per migliorare l’istruzione che pare sia, in Italia, l’unico male dei nostri tempi.

C’è però, secondo me, un altro argomento su cui ragionare, intimamente correlato al “problema scuola”: l’educazione dei ragazzi. Dico educazione, in generale, anche perché parlare di “maleducazione” a me pare troppo semplicistico. Forse sarebbe meglio dire “diseducazione”. “Diseducare” ed “educare male”, infatti, sembrano sinonimi ma non lo sono. Devoto – Oli alla mano, “diseducare” significa “annullare i risultati di una precedente educazione”, il che è come dire che l’educazione prima c’era, ma poi si è persa per strada. Per quale motivo? Perché a volte, nell’educazione dei figli, intervengono dei fattori imprevedibili, se non addirittura impensabili o insospettabili, che portano alla diseducazione, ovvero alla perdita di quella “buona educazione” impartita entro le quattro mura domestiche.

Le quattro mura domestiche, infatti, sono una specie di nido sicuro in cui pare che nulla di male possa succedere ai nostri ragazzi. Una specie di microcosmo, considerato modello di perfezione, in cui l’educazione, o meglio la buona educazione, regna sovrana. Non credo, infatti, che i genitori, nemmeno quelli più distratti, non sappiano educare i figli. Anche in assenza di competenze specifiche in ambito pedagogico, il modello familiare rappresenta sempre il punto di forza per i neogenitori. A patto, è ovvio, che quel modello sia positivo. Ma quando non lo è, proprio per questa sua inadeguatezza a livello educativo, i genitori sanno quasi per reazione istintiva correggere quel modello negativo. Tutto questo almeno in linea teorica.

Quando, allora, intervengono quei fattori che “rovinano” la buona educazione impartita? Molto prima di quanto si pensi. Nel momento in cui il bambino, anche molto piccolo, si trova a relazionarsi con altri bimbi, più o meno coetanei, deve fare i conti con altri modelli educativi, a volte simili al suo, altre diametralmente opposti. Poi, come si sa, l’unione fa la forza e quindi il “gruppo” si darà delle regole diverse a seconda del clima che si instaura al suo interno, accettando in solido tutte le regole ritenute condivisibili. Mi spiego: perché mai, se abbiamo insegnato a non strappare dalle mani un giocattolo di cui momentaneamente un altro si è impossessato, se ci siamo sforzati di educare i figli alla condivisione, allo scambio reciproco, succede che il pargoletto dimentichi questa regola fondamentale del vivere in gruppo e si comporti come una specie di “barbaro”? Succede proprio perché ci sarà sempre qualcuno dei compagni a comportarsi a quel modo e gli si darà ragione, altro che condivisione! Il senso di proprietà è, infatti, sviluppato nei bambini molto di più che non la pratica della generosità.

Man mano che il tempo passa e gli anni di scuola percorrono i diversi gradi dell’obbligo, la situazione spesso peggiora. Erroneamente si pensa che la buona educazione riesca a prevalere anche quando un figlio si trova a condividere spazi, tempo ed esperienze con i suoi coetanei. L’azione educativa, delle maestre prima e dei professori poi, è sempre più difficile, resa complicata dal gran numero di bambini e adolescenti di cui è formata una singola classe e dal variegato mondo da cui provengono scolari ed alunni. Capita che abbiano a che fare con una scomposta marmaglia piuttosto che con un’ordinata scolaresca. E capita che i bambini e i ragazzini seguano l’esempio sbagliato, quello offerto loro dal più “bullo” del gruppo, proprio perché normalmente a far da traino non sono i migliori ma i più discoli. La trasgressione è una tentazione troppo forte, non può competere con il rispetto delle norme, odiosa e antipatica consuetudine, priva di qualsiasi attrattiva.

Che succede poi, quando i ragazzi arrivano alle superiori? Be’, dipende molto dal tipo di scuola perché, è inutile negarlo, c’è una grande differenza tra gli adolescenti che frequentano i licei e quelli che si iscrivono ai tecnici e ai professionali. Anche se non si può fare a meno di notare, con profonda amarezza e inconsolabile senso di frustrazione, che anche al liceo arrivano le “orde barbariche”. La differenza è che, sebbene molto faticosamente, si riesce a “raddrizzarli” quasi tutti, questi “barbari”. Bisogna insistere molto sul rispetto delle regole, delle opinioni altrui, di sé stessi e degli altri, delle proprie cose come di quelle comuni. Spesso capita che la descrizione che dei figli viene fatta dai docenti ai genitori non collimi affatto con la descrizione che i genitori fanno dei figli. Nella maggior parte dei casi non faccio fatica a credere alle loro parole perché a scuola si diventa “altri”, per poi rivestire i panni del “gioiello di famiglia” all’interno delle mura domestiche.

E fuori di scuola, che succede? La maleducazione è imperante da parte dei più giovani. Lasciamo perdere il fatto che per strada spintonano, non tengono aperta una porta ad una signora neanche a morire, che sull’autobus si piazzino sul loro bel sedile, guadagnato a furia di gomitate, e non si scollino da lì nemmeno di fronte al tipico vecchietto con bastone, neppure se stanno seduti nei posti riservati ai disabili. Il cartello neanche lo vedono, anzi , non appena si accomodano al loro posto, piazzano lo zaino proprio lì davanti e fanno finta di nulla.

E che dire del linguaggio? A parte l’utilizzo di un gergo quasi incomprensibile a noi adulti, le parolacce sono ormai un’abitudine talmente radicata che nemmeno si sforzano di adoperare un linguaggio pulito di fronte agli adulti. Il turpiloquio ha invaso, oramai, anche la scuola: nei corridoi, nei cortili, in classe, dappertutto. Certo, tentano di non farsi sentire ma durante l’intervallo, quasi non fosse considerato anche quello tempo-scuola, la lingua non ha freni. Non si curano di trovarsi fianco a fianco con il docente di sorveglianza e se si prova a riprenderli, lanciano occhiate di sfida o rivolgono sguardi di compassione, quasi dicessero: “Ma che vuoi? Che faccio di male?”.

Anni fa, sempre durante la ricreazione, mentre ero di sorveglianza in corridoio, sono stata travolta da un maldestro spilungone che, sul momento, non si è nemmeno degnato di chiedere scusa. Un dubbio, però, dev’essergli venuto perché ha rallentato, si è girato e, vedendo che la persona che aveva quasi buttato a terra ero io, cioè un’insegnante, mi ha chiesto scusa, giustificandosi con queste parole: “Credevo fosse una compagna”. Dopo la momentanea gratificazione provata nell’essere scambiata per un’allieva, ho replicato: “Ah, perché una tua compagna la puoi anche buttare a terra e non le chiedi scusa?”. Nessuna risposta, solo un sorrisetto di circostanza, dopodiché ha ripreso la corsa sfrenata travolgendo, forse, qualche altro malcapitato.

Le cose non vanno meglio per strada. L’altro giorno, mentre passeggiavo in centro, ho incrociato un gruppetto di ragazzi, ben vestiti, curati nella persona, senza tatuaggi o piercing (che, in ogni caso, non devono essere interpretati tout court come elementi distintivi di una categoria di persone “poco raccomandabili”), insomma ragazzi normali come ne vedo a centinaia a scuola ogni giorno. Il gruppetto usciva da un fast food con delle lattine di birra in mano; non appena arrivano alla mia altezza, uno di loro emette un sonoro rutto con la faccia rivolta verso di me, tanto che ho potuto, anzi dovuto odorare l’aroma caratteristico della birra che a me non piace nemmeno. Ho lanciato verso il ragazzo un’occhiata fulminante e ho immediatamente pensato: “se fosse mio figlio, lo prenderei a sberle”. Istintivamente, chissà perché si tende ad addossare sulla famiglia ogni responsabilità. È evidente che un figlio a casa si comporti in un certo modo e che di fronte alla mamma non farebbe mai una cosa del genere, a meno che, malauguratamente, non la riconosca qualora la incroci per strada. È perfettamente inutile, quindi, pensare “se fosse mio figlio …” perché una situazione del genere ha poche probabilità di accadere e perché non si può diventare invisibili e seguire ovunque i propri figli quando se ne vanno in giro in compagnia.

E a scuola, almeno in questo, si trattengono? No. L’altro giorno, durante una mia ora di lezione particolarmente tranquilla, nel senso che i miei studenti se ne stavano zitti, nel corridoio c’erano dei ragazzi, evidentemente privi di sorveglianza, che facevano bellamente una gara di “rutto libero”. Ovviamente il caratteristico rumore si è sentito benissimo e ho subito pensato: ma se succede qui che siamo in un liceo, cosa accadrà mai in un istituto professionale?