PER LA SPERIMENTAZIONE DEL MERITO SI ALLARGA LA ROSA DELLE SCUOLE: AMMESSE MILANO E CAGLIARI


Sull’argomento ho già scritto molti post (leggi QUI e QUI), alla fine dello scorso anno, per esprimere il mio parere sulla sperimentazione del merito proposta dal ministro Gelmini e, soprattutto, per segnalare il rischio concreto che la proposta si rivelasse un clamoroso flop, viste anche le rinunce di numerose scuole nelle province prescelte.

Il nuovo anno (solare, naturalmente) non inizia sotto i migliori auspici: dopo aver tentato, inutilmente, di ampliare la proposta alle province di Torino e Napoli (in origine erano state interpellate solo le scuole cittadine), il ministro, decisa a non arrendersi, ha ampliato l’offerta, ammettendo anche Milano e Cagliari. In realtà tali offerte erano state formulate già prima delle vacanze natalizie: con la nota del 20 dicembre scorso il Miur ha ammesso al progetto per la premialità degli insegnanti anche Milano e provincia che si aggiungono (nota bene: non sostituiscono) alle province di Napoli e di Torino, dove si sono registrate in dicembre le rinunce di vari collegi.

La stessa nota ministeriale ha esteso alle scuole secondarie di I grado della provincia di Cagliari la possibilità di partecipare a quella sperimentazione per la premialità degli istituti a cui, in un primo momento, erano già state ammesse le scuole di Pisa e di Siracusa.

Ma per avere ulteriori notizie, o sorprese, bisognerà attendere il 7 febbraio: il termine per l’accoglimento (o il rifiuto) delle proposte, già fissato per il 10 gennaio, è, infatti, stato prorogato, forse nella speranza che qualche scuola delle nuove province sia disposta a sottoporsi alla sperimentazione del merito che, fin dall’inizio, ha suscitato molte polemiche ma ha, soprattutto, generato troppe perplessità. In particolare rimando i miei lettori, sempre che non l’abbiano già fatto, alla lettura di questo interessante contributo di Giorgio Israel che spiega, punto per punto, le debolezze del progetto esposto dal ministero.

Il MIUR informa che le sperimentazioni saranno seguite anche con specifici monitoraggi da soggetti esterni, Fondazione Agnelli, Fondazione S. Paolo, Treellle, incaricati di redigere sui progetti una relazione di ricerca finale.

Critici i sindacati, molti dei quali avevano caldamente suggerito ai docenti delle scuole interessate di declinare l’offerta. Nei giorni scorsi, la Cisl-scuola ha pubblicato una dettagliata informativa su questa integrazione della sperimentazione; in merito alla decisione ministeriale si legge che «non è estranea la scarsa disponibilità finora manifestata dalle scuole a candidarsi per l’attuazione delle sperimentazioni, su cui certamente influisce anche il livello troppo scarno delle informazioni fin qui rese alle istituzioni scolastiche; è, dunque, un rinvio opportuno, che l’Amministrazione dovrà assolutamente utilizzare per recuperare un più soddisfacente livello di comunicazione come presupposto indispensabile, se intende favorire una fattiva adesione, da parte delle scuole, alle iniziative proposte».

Che il nuovo anno porti un po’ di saggezza? Si spera di sì, ma non ai docenti, piuttosto agli esperti che hanno suggerito alla Gelmini questo progetto per la premialità assai fumoso e del tutto inadeguato a far emergere i meriti reali di scuole e insegnanti.

[Fonte della notizia: Tuttoscuola.com; immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST,
8 GENNAIO 2011

Il professor Israel, nel suo blog che riporta un articolo (dal titolo molto provocatorio) da lui stesso scritto e pubblicato sul quotidiano Il Giornale il 27 dicembre scorso, dopo aver messo in discussione la validità delle statistiche elaborate dall’Ocse-Pisa, in quanto i risultati sarebbero addirittura in contraddizione rispetto alla realtà delle scuole pubbliche italiane, osserva che l’unica cosa sensata e utile non sono queste statistiche, bensì una valutazione capillare dei singoli istituti scolastici e anche dei singoli insegnanti. Il problema è però come fare questa valutazione. Uno dei metodi suggeriti da coloro che inseguono l’“oggettività” è di far ricorso ai test. Ma i test, come detto più volte, non sono lo strumento più adatto a misurare la qualità della scuola –e, quindi, attribuire il merito- in quanto questo metodo ha due difetti. In primo luogo, i test servono a stimare il miglioramento degli apprendimenti in ambiti molto ristretti, come l’ortografia o la grammatica, ma già in matematica non rispondono affatto allo scopo di valutare le capacità di ragionare matematicamente, di formulare e risolvere un problema, bensì non vanno oltre il dar conto dell’esattezza della risposta, che è poca cosa. Non parliamo poi di materie come la storia o la letteratura. Vi è inoltre il rischio di indurre le scuole a limitarsi alla funzione di addestramento a superare i test, riducendo gli studenti a risolutori di quiz, magari abili allo scopo specifico pur essendo autentici ignoranti e incapaci. Il secondo limite, sempre secondo Israel, è che i test non piovono dal cielo: sono formulati da persone con una specifica preparazione e vedute personali, talvolta persino da ditte di dubbia competenza. In definitiva, essi non danno alcuna garanzia di serietà ma servono soltanto a creare un’aria di rigore “scientifico”, nascondendo la “spazzatura” della soggettività sotto il tappeto».

Questo per quanto riguarda la valutazione delle scuole. Ma anche gli strumenti proposti per valutare il lavoro dei singoli docenti appaiono inadeguati: È sconcertante l’idea che coloro che debbono essere valutati eleggano i loro valutatori. Ancor di più che a presiedere tale nucleo sia il dirigente scolastico. Non dubitiamo che la maggior parte dei presidi siano persone rigorose. Ma coloro che non lo sono, e certamente esistono, e che hanno la tendenza a creare cordate e “camarille” di docenti “amici”, troveranno un’opportunità per favorirle e per penalizzare le “pecore nere” che potrebbero anche essere i docenti più validi, confermando le stesse obiezioni che, a suo tempo, avevo mosso io nei confronti della proposta del MIUR. (vedi i testi dei post linkati e i miei commenti in replica a quelli dei lettori).

Per quanto concerne, poi, il giudizio di studenti e famiglie, il professor Israel scarta questa ipotesi, come già fatto nel precedente contributo del 20 novembre (vedi QUI). Quindi non resta che affidare questo compito agli ispettori. Come? Secondo l’esperto l’unico sistema che appare appropriato è quello in uso in diverse università straniere: farle eseguire da commissioni composte da insegnanti provenienti da scuole di diverse città, da un ispettore ministeriale, e anche da insegnanti in pensione. La commissione ispettiva si installa in un istituto scolastico per un periodo di una decina di giorni rivoltandolo come un calzino, assistendo alle lezioni, esaminando libri di testo, registri, interrogando docenti, studenti e famiglie, e raccogliendo il suo giudizio finale in un rapporto di valutazione concernente sia l’istituto nel suo complesso che i singoli insegnanti, il quale verrà sottoposto agli Uffici scolastici regionali e al ministero.
La cosa importante è che la valutazione non deve essere concepita come una tecnica gestionale bensì come un processo culturale. I rapporti di valutazione saranno inevitabilmente oggetto di commenti incrociati, a differenza del sistema dei test che nasconde dietro una falsa oggettività scelte operate da soggetti incontrollati. Ma questo è altamente positivo poiché avvia nell’insieme delle scuole e nella comunità degli insegnanti un vasto processo di controllo interno alla dinamica dell’istituzione scolastica, rigoroso, indipendente e alla luce del sole, che è l’unico modo per produrre un’autentica crescita culturale e della qualità dell’insegnamento e per favorire l’emergere delle scuole e degli insegnanti migliori.

Io continuo a stupirmi del fatto che queste cose le avessi sostenute più di un mese fa, senza guardare siti scolastici vari o testate giornalistiche, più o meno specializzate. Tra l’altro, non conoscevo nemmeno l’esistenza del blog del professor Israel. Avevo mosso, nei confronti del progetto sperimentale proposto dalla Gelmini, le sue stesse obiezioni, fornendo quasi identiche motivazioni, semplicemente perché, pur non essendo formalmente un’esperta, vivo la scuola in modo partecipe, osservando le dinamiche che ho di fronte agli occhi, ascoltando studenti, famiglie e colleghi, confrontandomi con tutte le componenti, anche e soprattutto con il Dirigente Scolastico. Il lavoro sul campo, come si suol dire, è di certo il miglior strumento che permette a tutti i docenti di diventare “esperti”: se non altro questo è un “merito” che, indipendentemente dal fatto che sia o meno riconosciuto a livello ministeriale, tutti noi abbiamo. La differenza sta nella volontà di imparare qualcosa da queste osservazioni, senza far sì che diventino un alibi per alzare le braccia e dire: “che ci posso fare io se ‘sta scuola fa schifo?“.