23 luglio 2010

“MIO FIGLIO È STATO BOCCIATO. MALEDETTE LE PROF”. LO SFOGO DI UNA MAMMA FURIOSA

Posted in adolescenti, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , a 9:30 pm di marisamoles

Per caso sono capitata su un blog e ho letto un post in cui l’autrice dava libero sfogo –un po’ troppo libero, in effetti – all’ira che l’ha colta dopo aver avuto la notizia della bocciatura del figlio.
Le lettere in cui la scuola comunica la non ammissione all’anno successivo – questa, in termini tecnici, è la dicitura esatta – del proprio figlio non fanno certo parte della corrispondenza più gradita che arriva mezzo posta. Posso capire l’amarezza provata, soprattutto in considerazione del fatto che la notizia ha colto la signora in contropiede: non se l’aspettava. E questo, invece, mi lascia un po’ dubbiosa: una bocciatura non avviene mai senza preavviso, i segnali ci sono, il libretto “canta”, i colloqui con i docenti sono lo strumento più utile per non avere sorprese.

Non conosco la signora in questione, non conosco il figlio né la scuola frequentata. Non so nulla della situazione, quindi non posso affermare con certezza che questa mamma furiosa abbia ragione o torto. Quello che mi ha lasciata interdetta è stata la pubblicazione, sul suo blog, di due lettere spedite all’insegnante di Latino e a quella di Storia, ree, a quanto sembra, di aver danneggiato il povero allievo che, con quelle due insufficienze “decise a tavolino” sommate ad altre due “reali”, si è giocato un anno di scuola.
Insomma, sembra quasi che, una volta seduti per iniziare lo scrutinio, i docenti si sfreghino le mani esclamando: “Vediamo chi possiamo bocciare oggi!”.

Non pubblico le due lettere (questo è il LINK del blog, per la lettura integrale del post il link non rimanda alla pagina desiderata, mi dispiace. Prego di leggere il commento n° 10 a questo post), ma vorrei soffermarmi su alcuni passaggi. Prima, però, faccio una premessa: una lettera, anche se serve a sfogare la rabbia, non va mai spedita ad un docente, tantomeno se risulta offensiva in alcune sue parti. Dico questo per due ragioni: primo, è meglio avere un colloquio e guardarsi vicendevolmente negli occhi; secondo, perché, come dicevano gli antichi, verba volant scripta manent. Recentemente, in un post, ho messo in guardia i genitori inca***ti (questo è il LINK) che rischiano una querela per diffamazione.

L’esordio della missiva indirizzata alla professoressa di Latino è scioccante:

Arida. Arida come una pianta secca. Questo è lei, professoressa …… E, come una pianta secca che non può fare frutti così lei, che non ha avuto figli, scarica le sue frustrazioni per la sua sterilità e fisica e morale sui figli degli altri così come ha fatto con il mio, Mario

Primo errore: mai mescolare i fatti privati con quelli professionali. Che l’insegnante non abbia avuto il dono di un figlio non significa che debba scaricare le sue frustrazioni sui figli degli altri. Mi pare un luogo comune ormai passato di moda. Ma anche fosse, se la prenderebbe con tutti; perché con il solo povero Mario? Forse perché ha una madre un po’ troppo “diretta”, che dice quello che pensa? In effetti il dubbio viene e la mamma di Mario ne è convinta, visto che in uno dei commenti scrive che Mario avrebbe dovuto essere rimandato in matematica e in inglese se avessero fatto le cose giuste. Hanno aiutato tutti tranne il mio Mario. E’ stato l’unico bocciato. E sai perché? Perché io mi sono permessa di contestare la professoressa di latino …. Io, tuttavia, non credo che un docente possa arrivare a prendersela con il figlio per colpire la madre. Poi, cosa vuol dire le “cose giuste”? Non è che se uno ha due materie insufficienti, gliene affibbiano altre due per farlo fuori.

Ma veniamo ai fatti meno personali. La prof di Latino, sempre secondo questa mamma, oltre ad essere vendicativa, è stata molto abile nel coinvolgere i colleghi rendendoli partecipi della sua vendetta: Già da febbraio se l’era prefisso e c’è riuscita a bocciarlo in combutta ” in primis ” con la professoressa di matematica e poi, per pararsi le chiappe, anche con gli altri professori. Poi, visto che il Preside presiede le sedute degli scrutini, anche lui, o lei, si è fatto convincere. E bravi: tutti contro il povero Mario per far piacere alla prof di Latino. E poi si spiffera in giro che tra prof non c’è collaborazione, che ognuno si fa i fatti propri, anzi qualche volta si odiano pure vicendevolmente!

Ma non è tutto: la signora, che non so quale mestiere faccia, è in grado di giudicare i progressi del figlio nell’apprendimento del Latino, dato che nella lettera scrive: Mario il latino lo sa e lei sa benissimo che lo sa perché è stato seguito, fin dal primo momento, da una professoressa vera che sa che la scuola è anche maestra di vita … Va be’, capita che con un insegnante privato i ragazzi facciano dei progressi, ma poi …. Poi, secondo la mamma di Mario, succede che a scuola l’insegnante, che ovviamente ha già deciso, sin da febbraio, di bocciare il malcapitato, adotti le strategie più efficaci per raggiungere lo scopo: Mario ha studiato giorno e notte per accontentarla e lei, che ripeto aveva già deciso e da tempo la sua sorte, l’ha fatto cadere all’interrogazione e con autentica perfidia ha giocato anche sotto il profilo psicologico rimandando più volte un’interrogazione annunciata da tempo. A questo punto questa collega mi pare proprio un’ingrata: l’allievo si fa in quattro per “accontentarla” – mica per colmare le sue lacune! – e poi lei lo boccia!
Poi si va avanti spostando l’attenzione sui genitori e sugli scarsi mezzi di cui dispongono per fare giustizia, mentre i docenti decidono il bello e il cattivo tempo. E i figli? Quelli sono delle vittime … a questo punto mi chiedo se più degli insegnanti o dei genitori.
Non mi stupisco, infine, che la prof sotto accusa abbia sbattuto il telefono in faccia alla furiosa genitrice … ma mi chiedo: com’è che la madre ha avuto il numero? Scarsa tutela della privacy, a quanto sembra.

Ma veniamo ora all’altra vittima dell’ira funesta di questa madre: la docente di Storia. Con lei, diciamo, la signora usa un tono un po’ più soft, eccezion fatta per l’accusa di “voltafaccia” e “tradimento”. Questa mamma è delusa perché la stimava, credeva fosse una persona corretta, e invece … Alla fine, puntuale, arriva la “maledizione”: Che il rimorso per il suo comportamento vigliacco possa accompagnarla per il resto della sua vita. E la conclusione della lettera non poteva essere più esplicita: “Con disgusto”.

Questo per quanto concerne le lettere, ma è nei commenti che la signora dà il meglio di sé. Ad esempio afferma: “Mario, mio figlio, andrà in un altro liceo e userò tutte le mie conoscenze per inserirlo in una sezione con insegnanti qualificati e sotto il profilo umano e sotto il profilo della preparazione didattica e sono stata ingenua a non averlo fatto prima”. Già, con le conoscenze si arriva dappertutto, ma è sicura che le sue conoscenze si prodigheranno per aiutarla, ovvero per trovare la sezione giusta, quella in cui al figlio sarà assicurata la promozione perché seguito da persone competenti e umane? Io nutro dei dubbi: con quel carattere

Poi ad un lettore, che le consiglia un ricorso al Tar, replica: se ci fossero stati gli elementi richiesti dalla legge per impostare il ricorso ti assicuro che sarei andata immediatamente da un avvocato. Purtroppo non ci sono … Avevano progettato di bocciarlo e hanno sistemato registri e verbali. Be’, come accusa mi sembra un po’ pesante. Ma anche ammettendo che abbiano “sistemato registri e verbali”, cosa che rappresenta un vero proprio reato, quello di falso in atto pubblico, la signora ignora che il Tar non mette mai in discussione la valutazione degli insegnanti, né i voti singoli né il voto finale, ma cerca solo degli eventuali vizi di forma.

C’è da dire, inoltre, che questa mamma ha una visione un po’ distorta della scuola in cui, secondo lei, c’è qualcosa che non va … Prendono di mira dei ragazzi e non si sa in base a quali criteri li perseguono. E non si può fare nulla perché gli insegnanti hanno sempre il coltello dalla parte del manico. Chi non è leccaculo viene tagliato fuori. Allora, dico, io, se il figlio cambia scuola, è sicura che la situazione sia diversa oppure è disposta lei a fare la leccaculo?

Quindi esprime ancor meglio la rabbia e il disgusto provati con l’unica frase che davvero mette in luce il suo stato d’animo: “Le maledico”, ovviamente riferendosi alle prof incriminate.

A questo punto io non so cos’altro dire. Solo una cosa: la signora, sempre nei commenti, afferma: Mi sembra di essere stata bocciata io. In effetti, fossi in lei mi sarei sentita “bocciata” pure io … come madre.

P.S. Nel profilo della signora “roseilmare”, la mamma di Mario, leggo che, tra le altre cose, le piace il bon ton. Eppure, nelle due lettere io noto una certa caduta di … stile.
Poi, tra le cose che odia elenca tutto il mio ufficio: se è così, perché critica quegli insegnanti che non ci mettono passione nel proprio lavoro? Incominci ad appassionarsi lei al suo.

[post aggiornato il 25 luglio 2010]

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12 marzo 2010

I GENITORI NON NASCONO SOTTO I CAVOLI

Posted in adolescenti, affari miei, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , a 6:06 pm di marisamoles


Lo so, è banale ma il detto “genitori non si nasce, si diventa” è sempre valido. Il mestiere del genitore è il più difficile al mondo e, nonostante ci si metta la più buona volontà, c’è sempre qualcosa che non va, un errore lo si commette sempre. E poi arrivano i sensi di colpa: avete presente quei macigni che pesano sul cuore, di cui è difficile liberarsi se non con una profonda riflessione su sé stessi, sul proprio cammino, mettendo sul piatto della bilancia i difetti ma anche i molti pregi che ogni genitore ha? C’è una parola magica che, in casi come questi, allontana per sempre i sensi di colpa: autostima. Che poi significa volersi un po’ più bene.

I genitori d’oggi sono spesso sotto accusa: non sanno educare i figli, concedono troppe libertà e infliggono poche punizioni, di contro sono sempre pronti a premiare anche quando i figli fanno solo il loro dovere. Li difendono sempre, specie quando a scuola sono un fallimento; in quel caso la colpa è degli insegnanti che non capiscono, non giustificano, non aiutano, sono solo pronti a mortificare i poveri e innocenti pargoli con dei votacci e delle note sul libretto. Quasi mai questi genitori si fanno un esame di coscienza. Giudicano, ma molto raramente gradiscono essere giudicati.

Capita, a volte, che ai colloqui arrivino delle madri o dei padri (più raramente) pronti ad affrontare il docente di turno armati di una corazza e pronti a sferrare il primo colpo. Spesso i professori non hanno nemmeno il tempo di difendersi perché i genitori attaccano, con la presunzione di essere dalla parte della ragione.
Eh sì, il mestiere più difficile al mondo, dopo quello del genitore, è quello dell’insegnante alle prese con i figli e, di conseguenza, i genitori altrui. In questa guerra bisogna armarsi di infinita pazienza, cercando di spiegare che la collaborazione scuola-famiglia non è un’utopia, può essere una realtà solo se ci fosse davvero uno sforzo da parte di entrambi per giungere all’unico obiettivo finale che sta a cuore a tutti e due: il benessere dell’allievo. Il che non vuol dire necessariamente che uno studente si debba per forza “trovare bene” a scuola: da questo punto di vista, se chiedessimo ai ragazzi come stanno a scuola, risponderebbero che l’unico momento in cui si trovano a proprio agio è quello dell’intervallo e l’unico luogo è la palestra.
Il vero obiettivo, invece, è quello di far star bene a scuola gli allievi perché possano trarre il maggior vantaggio possibile dal punto di vista emotivo per giungere ad un apprendimento ottimale.

Io personalmente non ho avuto grossi scontri con i genitori. Ricordo, però, quando all’inizio della carriera ero rimasta allibita di fronte ad un attacco in piena regola da parte di una collega nei confronti di un’altra collega, ognuna delle quali assumeva in quel contesto un ruolo diverso: una quello della madre, l’altra quello dell’insegnante. Non ricordo bene come siano arrivate agli insulti, ma ho ben impresso nella memoria l’attacco verbale della collega-madre nei confronti della collega-insegnante: “Che credibilità vuoi avere tu con quelle minigonne che mio figlio ti ha visto pure le mutande!”. Se consideriamo che sto parlando degli anni ’80, in effetti la situazione non era proprio normale. Voglio dire che oggigiorno si sente parlare di prof osé che con il loro abbigliamento turbano gli allievi nell’età dell’innocenza ( o almeno crediamo sia tale). È accaduto anche che qualche prof con pantaloni a vita bassa e perizoma ben in vista sia stata filmata dagli allievi e che il video poi sia stato scaricato su you tube. Ma negli anni ’80 queste cose non succedevano e devo dire che io stessa, nonostante la giovane età, andavo a scuola vestita come una suora.

Ho fatto cenno a quel lontano episodio solo per dimostrare che talvolta la peggior specie di genitore è proprio quella dell’insegnante-madre di un tuo allievo. Ma, a onor del vero, episodi del genere rimangono comunque isolati. La stima è, innanzitutto, la prerogativa da cui può originarsi un buon rapporto tra le due parti. È anche vero che la stima uno se la deve guadagnare e può avere un certo successo se assume un comportamento coerente con il suo ruolo e con il patto formativo che viene stretto tra insegnanti e allievi. Detto in soldoni: meglio evitare fregature.
Proprio per questo, qualche giorno fa mi sono ritenuta fortunata per avere avuto due incontri con dei genitori che hanno apertamente appoggiato il mio comportamento nei confronti dei loro figli, ritenendolo coerente: in un caso, avevo punito un allievo poco attento alle lezioni, nell’altro avevo reagito dimostrando rigore e serietà di fronte ad una palese violazione del regolamento. Ricevere le scuse dei genitori degli allievi in questione per il comportamento irrispettoso dei figli sarebbe già bastato a rendermi felice. Ma quello che mi ha dato più soddisfazione è stato un “grazie” sincero ed onesto da parte di persone che non solo hanno fiducia nel mio operato, ma sono pronte ad appoggiare ogni mia decisione, anche se “crudele”, nel momento in cui ci sia da parte loro la consapevolezza che ogni risoluzione è presa da me per il bene dei loro figli.
Si chiama semplicemente collaborazione “scuola-famiglia”, ma sembra quasi un miracolo.
È proprio vero che se genitori si diventa, qualche volta lo si nasce ma non sotto i cavoli!

1 dicembre 2009

E IO PER IL FIGLIO DI PIER LUIGI CELLI “RISPOLVERO” UN’ALTRA LETTERA, QUELLA DI UNA MADRE

Posted in attualità, figli tagged , , , , a 5:58 pm di marisamoles

Fa notizia da due giorni la lettera che Pier Luigi Celli ha pubblicato su Repubblica. Una lettera che sarebbe stata molto privata se questo padre non avesse scelto un mezzo pubblico per farla pervenire al figlio. Una dimostrazione in più di quanto difficili siano diventati i rapporti familiari se lettere affettuose, piene di moniti e consigli, vengono affidate alle pagine dei quotidiani. Ci sono, poi, anche quelle donne che chiedono il divorzio ai mariti mezzo stampa; ma questa è un’altra storia.

Io preferisco non entrare nel merito della questione. Di Pier Luigi Celli so ben poco, lo ammetto, so quello che leggo sui giornali. Capisco, però, che tipo d’uomo dev’essere questo Celli: uno di quelli che sputa nel piatto dove mangia. In quel piatto, però, non vuole ci mangi il figlio perché, come dice, questo Paese non lo merita. Ebbene, si è chiesto Celli se questo Paese meriti lui? Perché magari se ne potrebbe andare via portandosi appresso il figlio. Perché no? Perché in questo Paese lui ci sguazza benissimo e mi meraviglio che non trovi anche al figlio un luogo, in questa povera Itala, in cui sguazzare.

Anch’io ogni tanto penso che potrei consigliare ai miei figli di andarsene. Certo, non per sempre, per un po’. Perché è giusto fare nuove esperienze, aprirsi al mondo e forse anche perché io stessa ho rinunciato, venticinque anni fa, ad andarmene in Canada con i sogni sottobraccio. Alla fine ho scelto la mia Patria e i miei affetti, abbandonando per sempre i sogni. Però alle volte le rinunce non pagano. Bisognerebbe saperlo prima.

Ecco che, leggendo la lettera di Celli al figlio, mi è venuta in mente un’altra lettera che Lidia Ravera ha scritto, qualche anno fa, al suo pargolo. Una lettera bellissima, scritta con il cuore di mamma, certo, ma anche con la mente lucida di chi sa che i figli si devono educare a migliorarsi, spronandoli ad osare anche quando tutti i pareri sono contrari. L’educazione alla fuga, quella di Celli, non è mai la migliore.

LIDIA RAVERA

Primo: non rinunciare

Caro figlio, che a ventun anni entrerai nel nuovo millennio, non permettere a nessuno di impedirti di vivere per la prima volta quello che, prima, qualcun altro ha vissuto.
“Anch’io ai miei tempi” è una frase sopportabile soltanto se è l’inizio di una fiaba. Ascolta con pazienza. Con interesse se è interessante. Oppure non ascoltare. Cambia stanza.
Sappi per certo che niente è replicabile.
Nessuno passa per lo stesso punto, nello stesso modo, o con gli stessi occhi. Nessuno guarda mai lo stesso quadro.
Ascolta, fa’ attenzione. Voglio farti finalmente un sermone. Come le prediche di chi sul pulpito non sarebbe mai ammessa a salire, avrà la forma di una supplica focosa, una preghiera armata di ragioni.
Ti prego, ma ti prego veramente, di non rinunciare ad esperire, a provare, a giudicare, a schierarti, a dannarti per quello che, secondo te, non va bene, non funziona, non è giusto, non è nel senso d’un tendenziale armonico sviluppo del pianeta.
Non credere, ti prego, a chi ti dice che non sari tu, a mutare gli equilibri del mondo, che non sei tu nella stanza dei bottoni.
La stanza dei bottoni ce l’hai dentro.
È al tuo io, che devi rendere conto, innanzitutto.
Non avere paura di essere “in pochi”.
Non avere paura di essere massimalista, di occuparti di cose più grandi di te: ogni cosa grande ha evidenze piccine, riscontrabili da chiunque abbia gli occhi. Le cose grandi sono le più importanti: non c’è bisogno di diventare grandi per occuparsene.
Anzi, ad aspettare si rischia che sia troppo tardi.
Io li vedo, perché ci vivo in mezzo: gli adulti che non erano massimalisti ragazzini, sono rimasti minimi, non hanno sogni, solo prospettive.
Niente è vecchio di quello che puoi fare.
Dato che tu sei nuovo.
Non avere paura di pretendere un silenzio rispettoso, da parte di chi dichiara di sapere come vanno a finire le cose.
Se non lo sai, non è perché sei piccolo, è perché sei più attento, meno passivo, più intelligente.
Non partecipare, ti prego, al coro di sfiducia. È pigra, è noiosa, è facile la sfiducia.
E ce n’è in giro troppa.
Se posso darti un consiglio, e intendo dartelo anche se non posso, una sfida alla sfiducia potrebbe essere un bel banco di prova, per mettere a punto i vostri strumenti adolescenti, per uscire dal tempio a fronte alta e andare a misurarvi con il mondo.

(Da L. Ravera, In quale nascondiglio del cuore, Mondatori, 1993)

29 agosto 2009

PASSIONI CONDIVISE

Posted in affari miei, amore, famiglia, figli tagged , , , , , , , , , , , , , a 4:21 pm di marisamoles

rally alpi orientali Agli inizi di una storia d’amore si cerca di condividere tutto, anche le passioni. Certo, un minimo di opportunismo lo si può leggere in un atteggiamento che tende ad assecondare i desideri reciproci. Così si fa bella figura e ci si convince di essere fatti l’uno per l’altra. Poi, con il passare del tempo, le cose cambiano e, inevitabilmente, quelle passioni che una volta avevamo apprezzato, anche senza troppa convinzione, nella nostra dolce metà, pian piano le abbandoniamo e non ci stupiamo che la cessazione di un tale stato di perpetua condivisione di tutto, anche dell’aria che si respira, se possibile, venga meno. Insomma, tutto accade in maniera indolore, senza che nessuno dei due abbia nulla da eccepire, anzi forse senza che nessuno dei due ne prenda piena coscienza. Come se tutto rientrasse nel corso naturale delle cose. Cos’è successo? Non ci si ama più? Niente affatto. Semplicemente ognuno si riappropria degli spazi che gli appartengono e in cui si trova più a suo agio, senza pretendere la condivisione forzata e lasciando all’altro/altra la libertà di scegliere. Pur senza averne una lucida percezione, in fondo ci si ama ancora di più.

Il preambolo era doveroso. Riassume il ragionamento che ho fatto stamattina quando mio figlio, il maggiore, è partito da casa, zaino in spalla e borsa termica in mano, per andare a vedere alcune prove del 45° Rally delle Alpi Orientali di cui si corre, nei dintorni di Cividale de Friuli, proprio oggi la seconda e ultima giornata di gara.
E le passioni condivise che c’entrano, direte voi. C’entrano perché mio figlio a vedere il Rally ci è andato con la sua ragazza. Un’unione recente, a quanto sembra. Io nemmeno la conosco, so pochissimo di lei ma so che anche lei, come una ex di qualche anno fa, l’ha seguito. Allo stesso modo in cui, trent’anni fa, io seguivo mio marito, allora fidanzato, quando andava in giro per il Friuli ad assistere a varie gare di Rally o corse in salita, prove speciali ecc. ecc. Io lo seguivo perché volevo, a quei tempi, condividere la sua passione.
Lui, appassionato di motori –se non si era capito- mi ha fatto conoscere anche la Formula 1, da spettatrice televisiva. Io sapevo che esisteva ma non avevo mai visto un gran premio in vita mia. Per appassionarmi almeno un po’ mi sono pure trovata un “idolo” per cui tifare: Nelson Piquet, naturalmente il padre dell’omonimo che oggi corre in F1 (corre ancora? Boh!), bellissimo e bravissimo, visto che di mondiali ne ha vinti tre, se non sbaglio. Almeno non mi addormentavo perché ora, sinceramente, non riuscirei a vedere nemmeno dieci minuti di gara: veder girare di continuo le monoposto attorno ai circuiti avrebbe di sicuro un effetto soporifero. I tempi cambiano … anche per mio marito che, se non ha smesso di seguire la F1, dorme beatamente ad ogni gran premio. Poi si giustifica dicendo che l’automobilismo non è più appassionante come una volta; ora si sa già chi vince, chi è in pole position continua ad esserlo e, se non rompe qualcosa o rimane senza benzina, ha la vittoria in pugno.

I motori, diciamolo chiaramente, non erano mai stati, prima di allora, una mia passione. Ho preso la patente a vent’anni, e non a diciotto appena compiuti come fanno adesso i nostri figli, solo perché mio marito mi ha minacciata: non sto con una che non guida. E già, come avrebbe potuto frequentare una ragazza priva di patente, che non sapeva distinguere tra il pedale del freno e quello dell’acceleratore, che alla prima lezione di guida –naturalmente lui era il mio istruttore- gli ha chiesto di accendere la luce sopra lo specchietto perché era già buio e non riusciva a vedere i pedali. No, non avrebbe potuto, il mancato possesso della patente di guida sarebbe stato motivo sufficiente per rompere il fidanzamento.

E lui? Beh, anche lui ha fatto la sua bella figura. Io amo il teatro, quindi l’ho trascinato a vedere opere, operette e spettacoli di prosa. Non molti, non con insistenza, diciamo un po’ con il contagocce, ma lui c’è venuto, senza fiatare. Anche questa passione condivisa è durata un po’, poi ognuno si è tenuto le sue. Per essere onesti, ho resistito più a lungo io nel seguirlo ai rally e nell’assistere ai gran premi di F1. Non ricordo quando ho mollato la F1, ma credo alla nascita dei figli perché probabilmente non mi potevo permettere di passare due ore davanti alla Tv senza muovermi, e guardare una gara a singhiozzo non è certo appassionante,
Ricordo benissimo, però, l’ultima gara di rally a cui ho assistito da sola con lui: a Piancavallo, più di ventiquattro anni fa, dato che non eravamo ancora sposati. Ci ha colti un temporale, ero terrorizzata dai fulmini visto che stavamo proprio sotto gli alberi, siamo fuggiti a metà gara e abbiamo fatto tappa nel primo paesino per acquistare asciugamani e pantaloncini, giusto per non rimanere con le chiappe bagnate. Decisamente troppo per me.
L’ho seguito ancora qualche volta quando i bimbi erano piccoli, perché non si trovasse in difficoltà e potesse scattare le foto. Poi ho detto basta, definitivamente, lasciando che condividesse la sua passione con i figli.

Stamattina, dopo che è partito il primogenito, anche mio marito, solo soletto, con lo zaino e la borsa termica contente il pranzo, è andato a vedere il rally. Il secondogenito si è mosso solo nel pomeriggio –ma ieri c’è stato l’intera giornata- con un amico. Presumo si siano incontrati tutti e tre a vedere la stessa prova speciale.
Rimasta da sola, ho riflettuto e ho capito che lui è stato capace di trasmettere la sua passione ai figli che, magari partendo da casa ognuno per conto proprio e con la compagnia più gradita, non hanno perso l’annuale appuntamento con il Rally delle Alpi Orientali. Ne sono felice anche se so che questa passione condivisa non sarà per sempre. Ma forse i ragazzi a loro volta continueranno a trascinare le ragazze, e poi le mogli e i figli, se li avranno (ogni tanto ho dei dubbi in proposito!). E le ragazze si lasceranno entusiasmare dalle corse automobilistiche per un po’, ma poi diranno basta anche loro e, magari, resteranno a casa lasciando che i figli condividano questa passione con il padre.

Questa è la vita, questi sono i corsi e ricorsi della storia. Peccato che i miei ragazzi non ne vogliano sapere del teatro. Forse se avessi avuto delle femmine … Ma nutro la speranza che prima o poi qualche ragazza li trascini a vedere le opere o la prosa. Così i corsi e ricorsi rispetterebbero gli equilibri tra le parti. Con buona pace della madre, nonché aspirante suocera.

24 agosto 2009

LA “MIA” LIGNANO IERI E OGGI

Posted in affari miei, figli, vacanze tagged , , , , , , a 3:54 pm di marisamoles

la spiaggia vista dal "mio" terrazzo

Ho iniziato a passare le mie vacanze a Lignano Sabbiadoro quando ero ancora nella pancia di mia mamma. Con la graziosa cittadina balneare ho avuto, nel tempo, un rapporto di amore ed odio, come capita spesso negli affari di cuore. Amare un luogo non è, infatti, molto diverso dall’amare un uomo o una donna.
Le mie vacanze a Lignano sono durate ininterrottamente per 24 anni: ogni anno vi ho trascorso un mese della mia estate con la famiglia. Lì ho scoperto la sabbia, così diversa dalle spiagge triestine fatte di cemento e ciottoli, lì ho intrecciato le prime amicizie d’infanzia che non dimenticherò mai, lì ho incrociato per la prima volta gli sguardi maschili che hanno fatto battere forte il mio cuore di bambina e di adolescente. Lì ho vissuto grandi amori e cocenti delusioni amorose. Detto questo, apparirà chiaro che il mio legame con questa cittadina balneare, che si adagia con i suoi otto chilometri di spiaggia sulle rive dell’alto Adriatico, è particolarmente stretto.

Eppure, anche se la compagnia degli amici (eravamo molti, anche più di venti) allietava le mie giornate e le mie nottate a Lignano, alla fine il posto ha iniziato ad annoiarmi. Devo ammettere, però, che tutte le volte –poche, in verità- in cui ho cambiato spiaggia, mi sono convinta che l’arenile di Lignano con la sua sabbia dorata è davvero unico.
In viaggio di nozze, ad esempio, eravamo alle Baleari, a Palma de Mallorca. Giungemmo di notte all’hotel che si trovava a pochi metri dalla spiaggia. Non riuscimmo a vedere nulla e attendemmo la mattina successiva per goderci il panorama dal balcone della stanza. Fu una delusione. Ricordo che mi rivolsi a mio marito e gli dissi: era meglio andare a Lignano. Ovviamente l’isola in sé è meravigliosa e l’abbiamo girata tutta, ma la spiaggia di Cala Mayor non è poi un granché.

L’anno dopo, decisi a snobbare Lignano che conoscevamo come le nostre tasche, scegliemmo come meta per le vacanze l’Isola del Giglio, nell’incantevole arcipelago toscano. Devo ammettere che il posto è stupendo e che lo stesso Tirreno è assai diverso dall’Adriatico, principalmente perché, nonostante le spiagge sabbiose, per fare un tuffo non si deve camminare dieci minuti con l’acqua che a malapena ti arriva alle ginocchia (come accade, invece, sull’Adriatico) e l’acqua è limpidissima e non torbida come quella di Lignano. Eppure, anche quella volta rimpiansi Lignano, soprattutto quando alla sera, tornando dalla spiaggia del Campese, trasformavamo il pavimento del bungalow in una specie di campo da tennis: la sabbia, infatti, in quella baia è particolarmente rossa.

Dopo una pausa di qualche anno, a Lignano ci sono tornata con i bimbi. Inutile dire che l’esperienza è stata molto diversa da quella avuta in passato quando, ancora libera da impegni, facevo un po’ quello che volevo. Andavo in spiaggia in tarda mattinata, non tornavo a pranzo, preferendo rientrare alle cinque di pomeriggio per farmi una doccia in santa pace visto che lavarsi alle sette di sera era un’impresa quasi impossibile: l’acqua scarseggiava perché tutti si facevano la doccia contemporaneamente. Per non parlare della sera: alle nove, vestita in modo impeccabile, scendevo al mitico “muretto” sotto casa dove la compagnia si ritrovava, ce ne stavamo là due ore a decidere cosa fare e rientravamo alle due di mattina, se andava bene.
Tornare a Lignano con marito e figli fu un’esperienza alquanto deludente, se confrontata al passato, naturalmente, e per questo cominciai ad odiare quel posto che avevo in passato amato così tanto.

La mia giornata di madre in vacanza, si fa per dire, iniziava quando il piccolo (un anno e mezzo di età) si svegliava, cioè alle sei di mattina. Dopo avergli dato il biberon, mi dedicavo al bucato quotidiano, naturalmente a mano perché a quei tempi la lavatrice negli appartamenti in affitto non c’era. Lui dormiva ancora un’oretta, nel frattempo si svegliava l’altro, faceva la colazione, poi li vestivo tutti e due, mettevo su uno straccio qualsiasi, tanto la città era ancora deserta e non c’era pericolo d’incontrare qualcuno di mia conoscenza, e si usciva per comprare pane, latte e giornale. Questo accadeva più o meno alle sette e mezza. Il giro in “centro” durava una mezzoretta, poi si rientrava e ci si preparava per la spiaggia. Uscire con passeggino, borsone gigante pieno di giochi di tutti i tipi, salvagente, canotto, materassino e borsa termica –per la merenda- mi faceva sentire una profuga. In più, il primo anno non avevamo trovato una appartamento vicino alla spiaggia, quindi mi facevo più di un chilometro fra l’andata e il ritorno, due volte al giorno e anche tre se malauguratamente mi dimentcavo qualcosa a casa. Al mare non riuscivo a stare un momento seduta, tranne quando arrivava mio marito, ma succedeva, almeno al mattino, quando per me e i bimbi era già l’ora di rientrare, verso le undici, massimo undici e mezza.

Al pomeriggio andava un po’ meglio perché mio marito si fermava a casa a dormire insieme ai bambini e mi raggiungeva più tardi con loro e tutto l’armamentario. Così anche lui poteva provare l’ebbrezza di sentirsi un po’ profugo.
Quando si rientrava alla sera l’incubo era quello della doccia, non solo per la scarsità d’acqua –il problema non è mai stato risolto in verità- ma soprattutto perché in assenza di una vasca da bagno, lavare un bimbo di diciotto mesi era davvero un’impresa. Quindi, mio marito cercava di lavare lui e se stesso contemporaneamente, tenendo il piccolo in braccio, poi, visto che ormai era bagnato e insaponato a metà, lavava anche l’altro mentre io avevo l’incarico dell’asciugatura. Quando finiva questa sorta di catena di montaggio, il tempo per la mia doccia non c’era quasi mai perché dovevo preparare la cena, quindi la rimandavo e dovevo sopportare la sabbia dappertutto, cosa che, sinceramente, ho sempre odiato.

Le uscite dopo cena erano, a quei tempi, rarissime. Almeno per il primo anno la passeggiata serale fu un’impresa ardua. Il piccolo, infatti, appena finita la cena si addormentava e se provavamo a spostarlo dal seggiolone al passeggino, iniziava a sbraitare finché non lo mettevamo nel lettino con sua massima soddisfazione e nostra disperazione perché alla fine non si usciva e a me non rimaneva altro che stirare il bucato della mattina.
Più avanti negli anni, però, la situazione migliorò. Meno ingombri, come il passeggino, meno cacche nel costumino, perché nel frattempo entrambi avevano imparato ad usare la toilette, meno levatacce al mattino perché si dormiva almeno fino alle otto. La cosa tragica, però, fu il “riposino pomeridiano” cui cercavo di sottoporre i miei figli, seguendo l’infausto esempio di mia madre che costringeva me e mio fratello ad andare a letto –naturalmente pieni di sabbia perché la doccia si faceva solo la sera- e ci imponeva un rigoroso silenzio perché, almeno fino alle quattro (!), non si poteva fare rumore per rispettare il riposo degli altri . Io ero una bambina ubbidiente quindi sottostavo a questa regola ingiusta –almeno finché non ebbi dodici o tredici anni-, mentre mio fratello se ne fregava altamente delle regole e con la mazza da minigolf, la cui comparsa in casa resterà sempre un mistero, si dilettava ad imbucare la pallina non so dove, procurando un fastidioso rumore per l’inquilino del piano di sotto. I miei figli, evidentemente, devono aver preso da mio fratello perché, pur chiusi per due ore in camera loro, non se ne stavano zitti un momento, continuavano a fare un casino infernale e di dormire non avevano la benché minima intenzione. Di fronte alla minaccia “allora fate i compiti per le vacanze”, preferivano la seconda alternativa ma non si impegnarono mai seriamente nell’esecuzione delle attività “rovina vacanze” che le maestre si ostinavano a raccomandare caldamente, quindi io mi disperavo ugualmente.

L’ultima vacanza passata a Lignano con i figli fu quella del 1997. A parte i prezzi esorbitanti –e da questo punto di vista nulla è cambiato, purtroppo-, che ci costringevano a dar fondo a tutti i risparmi di un anno, con la speranza che non capitasse qualche imprevisto durante l’inverno, quei quindici giorni da incubo ci convinsero che a Lignano, almeno per un po’, non ci avremmo più messo piede.
I bambini erano cresciuti quindi loro non costituivano alcun problema. Purtroppo, però, i problemi ce li hanno creati i figli degli altri, per l’esattezza quelli che, appena maggiorenni o anche senza esserlo ancora, vanno in vacanza da soli. I nostri vicini di appartamento erano appunto una combriccola di adolescenti scatenati e maleducati che facevano casino giorno e notte.
Forte dell’esperienza di genitore energico, mio marito provò a protestare facendo leva sull’educazione che sicuramente i loro padri e le loro madri avevano correttamente impartito, quindi la sua richiesta fu semplice: ricordatevi degli insegnamenti ricevuti. Risultato: spallucce e ripicca. Il casino si moltiplicò e quando l’orda barbarica usciva la sera, immagino per rendere infelici anche i turisti che alloggiavano nei condomini del centro e del lungomare, per allietare le nostre serate e nottate lasciava accesa la radio a tutto volume. Naturalmente i premurosi fanciulli posizionavano l’infernale apparecchio nella stanza attigua alla nostra camera da letto e, ritornando alle cinque di mattina, la spegnevano per godersi, evidentemente, il meritato sonno. Ricordo che, contravvenendo a tutte le regole, pregai vivamente i bambini di fare quanto più casino possibile. I pargoli, increduli, ubbidirono immediatamente ma d’altra parte a loro non costava alcuno sforzo, anzi, liberi di sfogarsi, si lasciavano andare ad urla selvagge a lungo represse, chiedendosi come mai avessi cambiato idea sulla questione del rispetto della quiete altrui. Il problema fu, però, che durante la mattinata noi stavamo in spiaggia e al nostro ritorno i simpatici vicini si svegliavano, quindi per loro la mezzora di strilli mattutini dei miei bambini costituì solo un piccolo fastidio mentre noi continuavamo a passare le nottate in bianco.

Tornare a Lignano quest’anno, senza i figli che, ormai grandi, snobbano le vacanze con i genitori, è stato alquanto rilassante. Le cose non sono cambiate un granché: in spiaggia c’è il solito vociare, con la differenza che oggi la gente parla al telefonino invece di conversare con i vicini di ombrellone, e la sera nelle vie del centro si cammina a malapena, sgomitando per trovare un passaggio, specie se non si ha alcuna intenzione di passeggiare ma solo l’esigenza di trovare qualche negozio in cui vendano ciò che ci si è, immancabilmente, dimenticati a casa. Uscire con l’automobile è un’impresa perché se nel cortile del condominio hai il posto macchina, trovare un posteggio in città è praticamente impossibile, a meno che non ci si arrenda al pagamento del ticket che però si paga fino alle undici di sera, o si decida di lasciare l’auto a due chilometri dal luogo in cui ci si deve recare, sperando di ricordarsi l’esatta ubicazione del posteggio. Ma per questo devo ammettere che mio marito ha un eccellente senso dell’orientamento nonostante conosca Lignano molto meno di me.

Un’altra differenza rispetto al passato riguarda i supermercati. Una volta si era costretti a fare la spesa nel negozietto di alimentari sotto casa che aveva i prezzi da boutique. Ora i discount si trovano dappertutto, forniti di ampi parcheggi, e almeno per mangiare a casa si spende quanto in città. Andare al ristorante è, invece, molto diverso: oltre ai prezzi triplicati rispetto alla città, anche quando le insegne pubblicizzano menù a prezzo fisso con scelta di pietanze in grado di soddisfare tutti i palati, alla fine, con l’aggiunta di coperto e bevande, si paga molto di più e le portate sono davvero misere. Se poi per risparmiare ci si accontenta di una pizza, allora il salasso non c’è ma, chissà perché, ci si alza dalla sedia con la convinzione che la pizza la sappiano fare bene solo i pizzaioli della propria città.

Insomma, il ritorno nell’amato-odiato luogo delle vacanze è stato piacevole. Ancora una volta, come mi accadeva molti anni fa, ho ripensato al sogno di avere una casa tutta mia. Così mio marito ed io abbiamo pensato che se avessimo centrato il 6 al Superenalotto avremmo potuto comperare un appartamento lì e passarci quasi tutta l’estate, almeno ogni week end e l’intero mese d’agosto. Purtroppo non abbiamo vinto quindi il sogno resterà tale almeno fino alla pensione. Allora, però, ci sarà il rischio di essere decrepiti e poveri -è bene non farsi tante illusioni con i tempi che corrono- o comunque di passare l’estate a Lignano non ne avremo più alcuna voglia. O forse, ci potrebbe accadere ciò che capita a chi l’appartamento ce l’ha e lo lascia disabitato perché di Lignano ne ha piene le tasche. È un po’ come desiderare un frutto proibito: una volta che l’hai conquistato, non c’è più gusto ad assaporarlo. In altre parole, preferisco tenermi il sogno senza correre il rischio di non farmi piacere una realtà tanto agognata.

27 luglio 2009

LA GENERAZIONE DEI NÉ NÉ

Posted in adolescenti, lavoro, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola tagged , , , , , , , , , , , , , a 4:53 pm di marisamoles

scansafaticheHo letto qualche giorno fa un interessante articolo su business online. in cui si parla di 270 mila giovani che in Italia non studiano e non lavorano. Questi giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, la cui percentuale non è affatto trascurabile (il 9%) appartengono alla cosiddetta “generazione dei né né”.

Invece di parlare di una scuola che non insegna e che, quindi, è da bocciare, di una scuola in cui docenti incompetenti fanno dei danni notevoli ai giovani che poi affrontano l’università impreparati, invece di attribuire la sconfitta alla scuola anche quando un ragazzo viene bocciato all’esame di maturità, dovremmo riflettere su questa “generazione del né né” che alla fine della scuola superiore nemmeno ci arriva. Per colpa di chi? Davvero non lo so.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione, non dico cultura perché questi della cultura si fanno un baffo. Sarebbe semplice puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale dire che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”! A parte il fatto che la disoccupazione è un problema attuale e serio, visto che anche persone adulte, madri e padri, con famiglia a carico e mutuo da pagare, si possono trovare senza lavoro da un momento all’altro, ma per i giovani che non hanno “né arte né parte” che lavoro c’è? A parte, s’intende, i classici lavoretti del tipo volantinaggio e i mini contratti a termine per lo più estivi. Ma quelli di solito sono appannaggio degli studenti che, non stanchi di studiare tutto l’anno, pensano bene di ammazzarsi di fatica anche durante le vacanze, per togliersi qualche sfizio e per non pesare troppo sul bilancio familiare. Altro che “generazione dei né né”!

Affrontando il problema seriamente, con i mezzi a mia disposizione, cioè l’esperienza di docente nonché di operatrice dello sportello d’ascolto, i numerosi corsi di psicologia frequentati e la passione personale coltivata attraverso la lettura di testi specifici, cercherò di far comprendere che chiamare questi giovani semplicemente “fannulloni”, come se con questa caratteristica ci nascessero, è sbagliato.

Vorrei partire dalla cause che portano all’insuccesso scolastico, perché è da questo che prende le mosse una sorta di reazione a catena.
Dire che uno studente, arrivato alle superiori senza grosse difficoltà pur non ammazzandosi di fatica, non ha “voglia di fare” è il modo più semplice per evitare il problema, anziché affrontarlo. Di solito gli insegnanti, di fronte a casi problematici, se ne lavano le mani. Certo, uno se la voglia non ce l’ha, non se la può far venire da solo, quindi ha bisogno di un aiutino. Purtroppo, però, le cause e le concause sono tante e molteplici che arriviamo alla classica situazione del gatto che si morde la coda, situazione alla quale pare non ci sia via d’uscita.

L’insuccesso scolastico, quindi, è determinato da fattori diversi: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti. I ragazzi che studiano, s’impegnano, guardano al futuro con aspettative che gratifichino i loro sforzi sono per lo più derisi e catalogati come “secchioni”. Alla fine, o rimangono da soli, isolati ed evitati come la peste, o si aggregano con quelle quattro persone con cui hanno più affinità o con quelle due che, aspirando a migliorarsi, li seguono per farsi aiutare. In quest’ultimo caso, però, gioca un ruolo fondamentale il non voler essere “inferiore” agli altri e questo è tipico di chi è perfettamente cosciente tanto delle sue potenzialità quanto delle sue debolezze e, quindi, nulla a che vedere con gli studenti che non vogliono affrontare l’insuccesso scolastico e lo accettano come inevitabile e immodificabile.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, che  «la scuola non fa per me». Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma spesso si rivela un’utopia. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.
Quello di cui si tiene poco conto, sia in ambito familiare che scolastico, è l’autostima del ragazzo. Al di là di un atteggiamento strafottente, tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la sfiducia che ha dentro di sé e, non accettando per orgoglio nessun consiglio, non riesce ad uscire da questo impasse. È ovvio che compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Quali sono, dunque, gli ostacoli ad un percorso di crescita? Prima di tutto il fatto che gli adolescenti sono poco disposti ad ascoltare i genitori e ritengono, in modo scontato e rassegnato, di non essere ascoltati all’interno del nucleo familiare. Poniamo il caso che si convincano ad accettare il supporto della scuola (lo sportello d’ascolto che, per legge, dev’esserci in ogni istituto): nel momento in cui viene loro consigliata una maggior collaborazione con la famiglia, escludono a priori questa eventualità. Spesso accade, infatti, che le famiglie si rivolgano allo sportello per cercare aiuto e non di rado chiedono degli strumenti per affrontare la situazione problematica, partendo dal presupposto che «i figli mai e poi mai usufruiranno del servizio». Qualche volta, però, si sbagliano e, inaspettatamente, alla fine i ragazzi allo sportello arrivano, parlano, ascoltano, si lasciano consigliare ma poi continuano a comportarsi come prima. Insomma, la scuola ha gli strumenti per venire incontro a questi ragazzi in difficoltà, ma sono loro a non mettere in pratica i suggerimenti e i consigli.

Un altro ostacolo è costituito dalla convinzione di aver scelto la scuola sbagliata. Spesso, però, questa convinzione si basa su presupposti errati: l’essere disposti ad impegnarsi il minimo e credere di poter ottenere risultati migliori in una scuola più “facile”. Ogni tentativo per convincerli che non ci sono scuole facili e difficili per chi non si impegna nello studio, perché anche in un istituto professionale, pur ammettendo che le richieste siano differenti a livello di curriculum, l’impegno e la buona volontà sono prerequisiti indispensabili, si rivela un fallimento. Succede, quindi, che anche cambiando scuola la situazione rimanga tale con un’alta probabilità di abbandono degli studi.

La convinzione che il mondo del lavoro si possa affrontare con meno impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe- è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi si rendono conto che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere, l’impegno e la volontà sono imprescindibili e il rispetto delle regole, che saranno pure diverse rispetto a quelle che vengono imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta, che passino mesi prima di trovare un altro impiego e che, se non si cambia atteggiamento, ci si ritrova punto e a capo. Da qui nasce la frustrazione personale e l’avvilimento delle famiglie che di figli del genere non “sanno cosa fare”. Anche il tentativo di farli ritornare a scuola, consigliando loro la frequenza di un corso serale, si rivela spesso inutile.

Così vanno le cose, più o meno. C’è un rimedio a tutto ciò? La situazione descritta pare non avere sbocchi. Bisognerebbe prima di tutto che la scelta della scuola superiore sia ben ponderata, poi che l’istituzione abbia i mezzi per affrontarla efficacemente, infine che la famiglia serva da sprone e non si arrenda.

A proposito di mezzi, che purtroppo dal MIUR arrivano sempre in minor quantità a livello pecuniario, mi viene in mente il sistema scolastico finlandese, che l’Ocse qualche anno fa ha decretato il migliore in Europa. Ricordo che quando lessi su Panorama un articolo su questo tema, fui colpita soprattutto da un fatto: gli insegnanti, pagati profumatamente, sono altamente specializzati. Proprio perché a nessuno è concesso di rimanere indietro nel rendimento, dei docenti specialisti, formati all’interno dei master postuniversitari, sono utilizzati in veste di tutor per seguire da vicino i ragazzi più fragili, svogliati o meno dotati.

Dati alla mano (relativi, però, al 2006), si spiega facilmente il successo della Finlandia in ambito scolastico. Prima di tutto oltre l’11 per cento del bilancio statale è destinato alla scuola, cioè 3 miliardi 360 milioni di euro. Gli insegnanti, che sono circa 43 mila, hanno uno stipendio base di 2.500 euro all’inizio della carriera, però sono obbligati a frequentare, dopo la laurea, un master di pedagogia e hanno un orario di servizio di 37 ore settimanali.
A questo punto saltano all’occhio le differenze con l’Italia, a partire dallo scarso investimento che lo Stato è disposto a fare sulla scuola; la legge 133, infatti, con l’articolo 64, ha legittimato dei“tagli” che dovrebbero servire anche, come più volte ribadito dal ministro Gelmini, alla valorizzazione di una scuola di qualità. Ma non è ancora stato stabilito chi premiare e perché.
Un’altra differenza con i colleghi finlandesi riguarda l’orario: i docenti italiani della scuola secondaria di I e II grado hanno un orario di cattedra di 18 ore (nella secondaria di I e II grado) e solo in alcuni casi può essere aumentato fino ad un massimo di 24 ore settimanali. Ovviamente il dato si riferisce alla funzione docente che, però, al di là della didattica in classe, ha altri oneri: la partecipazione alle riunioni di vario tipo e tutto quel lavoro “sommerso” che consiste nella preparazione delle lezioni, nell’elaborazione e correzione dei compiti, sia scolastici sia domestici, e tutte le altre attività connesse all’insegnamento che ognuno svolge liberamente, seguendo la propria coscienza.

Chiedere al docente italiano di passare a scuola 37 ore alla settimana credo sia improponibile. Io stessa sarei spaventata da un orario che rappresenta più del doppio del mio attuale. Ma se mi fermo a pensare al lavoro che svolgo a casa e al tempo “perso” tra le mura domestiche, mi rendo conto che a conti fatti io lavoro di già 37 ore a settimana, pur passandone “solo” 18 a scuola, però immagino che nessuno ci creda, tranne i miei familiari. Tuttavia, a fronte di un impegno quasi identico in termini di “ore lavorate”, io percepisco uno stipendio che è la metà del collega finlandese e sarebbe onesto se poi a casa non perdessi nemmeno un minuto dedicandomi al lavoro. Quindi, sarei ben lieta di lavorare a scuola per 37 ore piuttosto che impegnare le 19 residue a casa senza poterlo dimostrare.

Mi sento, quindi, di dire che se lo Stato investisse di più nella scuola, aumentando anche il monte ore delle cattedre, e di conseguenza gli stipendi, nonché creando delle figure altamente specializzate che, proprio perché ben formate, ben pagate e ben selezionate, siano in grado di combattere efficacemente la dispersione e l’abbandono degli studi, probabilmente la scuola sarebbe meno bistrattata e gli insegnanti godrebbero nuovamente di un po’ di considerazione, come avveniva qualche decennio fa. Forse così i vari Veronesi e Ricolfi non avrebbero nulla da ridire. Forse la “generazione dei né né” non esisterebbe più.

Infine, il mio motto è: DOCENTI MEGLIO PAGATI E PIÙ EFFICIENTI
STUDENTI MEGLIO SEGUITI E PIÙ COMPETENTI

E ho fatto pure la rima.

4 aprile 2009

A COLLOQUIO CON I GENITORI

Posted in adolescenti, affari miei, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 10:18 pm di marisamoles

Stasera sono stanchissima, e non solo perché è sabato e ho alle spalle una settimana di lavoro. Oggi è stato un sabato speciale, uno di quelli che capitano una volta all’anno ma che gli insegnanti vorrebbero non capitassero mai: il sabato del ricevimento generale. In pratica, quel massacrante pomeriggio in cui tutti i docenti della scuola ricevono tutti i genitori, ovvero quelli che hanno voglia di passare il sabato pomeriggio nelle tristi aule scolastiche che, in assenza degli allievi, sono spoglie e inanimate. Al posto della scolaresca, due insegnanti per aula e, fuori dalla porta, una fila immensa di genitori in trepidazione che attendono e, di tanto in tanto, guardano sconsolati l’orologio facendo i calcoli: con una media di venti minuti di attesa e più o meno cinque minuti per colloquio, considerando anche i trasferimenti da un’aula all’altra e, spesso, da un piano all’altro quando non addirittura da un’ala all’altra dell’edificio, in tre ore non possono parlare con più di sette insegnanti. Ma in realtà non fila mai così liscio quindi se sono fortunati, riescono a parlare con cinque docenti, ma spesso il consiglio di classe è costituito da 8 o più insegnanti.

Alcuni genitori, però, sono molto organizzati: per prima cosa arrivano entrambi e si dividono le file, comunicando anche il minimo spostamento – probabilmente anche la sosta al gabinetto o alla macchinetta del caffè – via sms. Così l’unica musica udibile, al di fuori del vociare concitato che anima i corridoi della scuola, è il bip dei messaggi che, come si sa, oggi come oggi è assai vario quindi la melodia a volte può essere gradevole, altre volte inascoltabile, dipende dai bip che si sovrappongono nello stesso momento o che si susseguono nell’arco di qualche frazione di secondo.
I genitori più fortunati sono, però, quelli che non solo non hanno divorziato e quindi si recano assieme ai colloqui, ma hanno anche dei figli consenzienti, di età varia, che vengono parcheggiati davanti alle aule e fanno la fila al loro posto. Quest’ultimi si dividono in due categorie: quelli timidi che, non vedendo all’orizzonte il genitore di turno, fanno passare avanti gli altri parenti; quelli che non si arrendono mai e che per nessun motivo al mondo rinuncerebbero alla posizione così pazientemente conquistata, la pole position insomma, che telefonano, presumibilmente con chiamata a carico perché, per un motivo misterioso, le ricariche loro sono sempre a secco nonostante i soldi i genitori glieli diano, e urlano: “Dove sei? Tocca a te, muoviti!”.

Questo è quello che accade fuori dalla porta ma che conosco bene perché, riguardo ai colloqui con gli insegnanti, di esperienza ne ho anch’io, anche se trascinare mio marito non è mai stato facile e non ho la fortuna di avere dei figli disposti ad essere parcheggiati … senza pagare il ticket!
Nell’aula l’atmosfera è diversa: dentro si vivono quelle storie i cui protagonisti in fila nel corridoio ci sembrano personaggi in attesa di entrare in scena. Ogni genitore una storia, qualcuna lieta, altre tristi. Da me si aspettano parole di ammirazione per i rampolli meritevoli, o di conforto per chi sa di non aver speranza. Alcuni chiedono consigli, altri si sfogano perché con il figlio o la figlia non sanno più che fare. Io cerco di dare delle risposte ma, molto più spesso, faccio delle domande per scoprire che quei ragazzi che io conosco bene sono diversi da quelli descritti da chi li ha messi al mondo A volte, di fronte a madri e padri reticenti, mi azzardo ad esprimere la mia opinione sul carattere del figlio o della figlia, con estrema umiltà, ripetendo più volte “se non mi sbaglio”, con la consapevolezza che i figli spesso non li conosciamo semplicemente perché non li osserviamo. Mi sento soddisfatta quando i genitori, quasi con gli occhi lucidi a metà fra la gioia e la tristezza, mi dicono di sì, che è proprio così come l’ho descritto quel figlio. E allora che si fa? Allora insieme cerchiamo di trovare una soluzione. Sembra impossibile, ma accade. Accade in questa scuola di cui si parla tanto male, accade ai docenti denigrati e considerati incompetenti quando non addirittura fannulloni. Accade più spesso di quanto si possa supporre. Accade non solo a me, ovviamente, ma anche a tanti altri docenti di buona volontà e, soprattutto, quando si hanno di fronte genitori intelligenti che si fidano della persona che sta loro davanti. E io di fronte ad ogni piccola o grande storia mi sento partecipe e soddisfatta di poter dare il mio contributo, modesto, sì, ma per qualcuno prezioso quanto tutto l’oro del mondo. Perché io una cosa ho capito, in tanti anni d’insegnamento: noi pensiamo che i giovani siano sempre più soli, ma i più soli davvero sono i genitori.

Al ricevimento generale di solito arrivano i genitori, qualche volta assieme ai figli, ma molto raramente. Quasi mai vengono i figli senza i genitori, cioè gli allievi stessi. In quinta, poi, i ragazzi spesso si vergognano di mandare la madre o il padre al colloquio, qualche volta addirittura glielo proibiscono. Però, dico io, benedetti ragazzi, se non volete mandare i genitori, venite voi. Con qualcuno bisognerebbe pur parlare, o no?
Il mio appello è stato a lungo inascoltato ma oggi è accaduto un piccolo miracolo: è arrivato da solo, il mio allievo maggiorenne, sorridente e felice di prendere, per una volta, il posto di mamma e papà. È stato uno dei più bei colloqui in assoluto: abbiamo parlato di quello che ha fatto finora, di quello che avrebbe potuto fare, di quello che è ancora in tempo per fare. Mi ha esposto i suoi progetti per il futuro, palesando i suoi dubbi, dicendo che si sta già preparando per gli esami di ammissione all’università. Mi sono permessa di osservare che forse farebbe meglio a dedicarsi alla preparazione dell’esame di stato, ma mi sono sentita molto docente rompiscatole e un po’ me ne sono pentita. Ma lui, sempre senza perdere il suo sorriso, mi ha risposto che sta facendo anche quello e che sta pure pensando alla tesina, insomma con un po’ di organizzazione si riesce a fare tutto, no? E certo, lo dico spesso anch’io in classe. Che bello, almeno per una volta qualcuno mi ascolta. Quando se n’è andato non mi ha stretto la mano, quello lo fanno i genitori, mica ci stringiamo la mano fra noi. Eppure mi ha reso così felice quel colloquio, dopo due ore interminabili e la stanchezza che cominciava a farsi sentire, che l’avrei abbracciato. Figuriamoci l’imbarazzo! Abbracciare un docente sarebbe quasi compromettente, sarebbe quasi come dire che si è creata una complicità … eppure, è proprio la complicità che potrebbe rafforzare i rapporti fra allievi e insegnanti, potrebbe renderli meno aridi.

Quando ho di fronte un genitore ne studio la tipologia e lo inserisco nella categoria più appropriata. Ci sono quelli che, ignorando il significato della parola “colloquio”, cioè “parlare insieme”, parlano solo loro. D’altra parte, prendono alla lettera il modo di dire: “andare a parlare con i professori”. Mica vanno ad ascoltarli!
I timidi generalmente tengono gli occhi bassi, quasi provano un senso di vergogna perché il loro figlio o figlia non è un genio.
I frettolosi sono poco interessati a quello che dico ma continuano a guardare sconsolati l’elenco dei docenti con cui devono parlare e intimamente imprecano perché lo sanno già che non riusciranno a vederli tutti.
Ci sono poi gli orgogliosi, quelli che hanno dei pargoli bravissimi, mai un’insufficienza, mai una nota disciplinare; ragazzi che non solo sono studenti modello, ma non hanno mai avuto bisogno del controllo dei genitori. Quando quest’ultimi mi dicono che non hanno mai aperto un quaderno dei loro figli, mai predicato per farli studiare, anzi devono spesso predicare per farli uscir di casa, che si limitano a firmare le comunicazioni e i voti – naturalmente ottimi – sul libretto … allora provo una sconfinata ammirazione e mi convinco che siano persone felici e che, in fondo, questa felicità se la meritino.
Un’altra categoria è quella degli ansiosi: non stanno fermi, continuano ad accavallare le gambe, dandomi involontariamente qualche calcio perché da una parte all’altra del banchetto lo spazio è esiguo, che si tormentano le mani, sfilandosi e rinfilandosi l’anello nuziale e stropicciano il foglio con l’elenco dei professori, tanto che alla fine delle tre ore sarà ridotto a brandelli; di fronte a questa tipologia di genitore non mi stupisco del fatto che il relativo figlio dia l’impressione di essere un condannato a morte ogni qualvolta debba affrontare una verifica scolastica.
Poi ci sono i precisini: ascoltano diligentemente e prendono appunti; mi aspetto che poi a casa facciano una relazione dettagliata al coniuge e che, ad ogni nuovo colloquio, prendano in considerazione il progresso o il regresso del figlio per poi agire di conseguenza con premi o punizioni.
Ma non dimentichiamo le coppie: quando arrivano entrambi i genitori dal modo in cui si siedono capisco già se a parlare di più sarà la madre o il padre. Qui devo fare una precisazione: normalmente dall’altra parte del banchetto c’è una sola sedia. Se ci sono entrambi i genitori, sarà la donna a prendere in mano la situazione nel momento in cui si siede lasciando in piedi il consorte. Ma se la signora, rivolgendosi gentilmente al marito, lo invita a prendere una sedia e ad accomodarsi vicino a lei, allora il padre avrà modo di esprimere il suo parere in percentuale quasi uguale rispetto alla madre. Difficilmente è l’uomo a sedersi per primo lasciando la moglie in piedi, quindi altrettanto difficile appare che la facoltà di parlare possa averla solo lui, una volta zittita la moglie.

Io sono fortunata perché, avendo solo due classi, difficilmente devo parlare con un centinaio di genitori. E poi io non riesco ad essere sbrigativa, nemmeno quando vedo la fila e sento dei mormorii là fuori, da cui comprendo che forse mi sto attardando troppo a parlare di un solo allievo. Quindi, sono doppiamente fortunata perché anche se parlo per tre ore ininterrottamente e alla fine sono comunque sfinita, riesco a dire tutto quello che ho da dire e ad ascoltare quello che le famiglie hanno piacere di comunicarmi. Ma oggi, per un momento, ho tremato: quando mancavano quindici minuti al termine stabilito, si è affacciata alla porta, quasi timidamente, una mamma che, ai colloqui mattutini, riesce a tenermi inchiodata per un’ora intera nel caso sfortunato che sia l’unica ad avere l’appuntamento per quel giorno. Nel vederla procedere verso il “mio” banchetto, ho sfoderato un sorriso che malcelava la stanchezza e metteva in tutta evidenza le borse che mi si sono nel frattempo formate sotto gli occhi.
Abbiamo iniziato a parlare, come sempre, sottolineando la svogliatezza del figlio e la sua incapacità di prendere una decisione: mettersi a studiare seriamente, cambiare scuola, trasferirsi in un’altra sezione senza sperimentazioni … Sembrava un colloquio come tanti altri e siccome precedentemente avevo messo in evidenza gli aspetti negativi del percorso scolastico del ragazzo, mi sono prodigata nel lodare la maggior socievolezza acquisita, il miglioramento dei rapporti con i compagni e gli insegnanti, specie considerando che negli anni passati c’erano stati dei problemi. La signora mi ascoltava e mentre parlavo riuscivo ad intravedere un velo di tristezza nello sguardo, il sorriso si era spento e una muta invocazione d’aiuto era uscita dalla bocca semiaperta, quasi fissa in una smorfia di dolore. Allora ho capito che dovevo ascoltare e basta. Così ho fatto e ho continuato a fare anche quando il suono della campanella ha segnalato la fine del tempo concesso ai colloqui, incurante della bidella che già si affrettava a togliere il cartellino con il mio nome affisso sulla porta dell’aula.
Quella donna che sedeva di fronte a me aveva smesso di essere una madre, mi stava aprendo il suo cuore costringendomi a rinunciare, per una volta, ad essere una professoressa. Frammenti di vita e di dolore si sono rovesciati su di me, una vita e un dolore non miei ma che mi costringevano a dimenticare i miei problemi e i miei guai. Più volte quella madre si è fermata, nella sua narrazione convulsa e quasi disorganizzata, per chiedermi scusa di questo sfogo, per dirmi che lei capisce subito quando una persona sa ascoltare e capire, che quella persona ero io. Lei non voleva risposte che non potevo dare, ma mi ha ritenuto ugualmente degna di raccogliere una confessione che ad un docente qualsiasi non avrebbe mai affidato. Quando il colloquio è finito, me ne sono andata sentendo sul mio corpo un’infinita stanchezza ma percependo una certa leggerezza nell’anima, come poche volte mi accade.

Il pomeriggio dedicato ai genitori era finito; facendo un riepilogo, avevo dato tanto e ricevuto altrettanto. Ma gli ultimi venti minuti mi avevano dato di più: la consapevolezza che quelle parole che a volte sembrano vuote, sempre uguali perché i problemi sono sempre gli stessi, quelle poche parole che ero riuscita a trovare per sollevare quella mamma affranta, erano le uniche che mi erano uscite davvero dal cuore.
Fuori di scuola un raggio di sole ha squarciato le nuvole. Dopo tanta pioggia, un po’ di sole per scaldarci e consolarci. Un pomeriggio non è trascorso invano.

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