IL VOTO DI CONDOTTA FARÀ MEDIA

La popolazione scolastica, specie quella delle scuole superiori, è in fermento. Le famiglie osservano con sguardo interrogativo le pagelle, fresche di stampa, dei propri figli e si chiedono, in particolare, com’è che l’anno scorso avevano nove in condotta e ora sette o addirittura sei.
Ho già spiegato, in un precedente post, le novità essenziali sull’attribuzione del voto di condotta. Ora, tuttavia, vorrei fare delle ulteriori considerazioni sul fatto che la valutazione del comportamento “faccia media” oppure no con i voti attribuiti alle singole discipline. Per essere chiara, però, devo fare necessariamente un passo indietro e ripercorrere tutte le tappe dell’iter che ha portato a questa specie di rivoluzione sul voto di condotta.

Il ministro Mariastella Gelmini già all’indomani della sua nomina non aveva nascosto la sua preoccupazione sui casi di bullismo sempre più frequenti nelle scuola italiane. In qualche modo era necessario, quindi, far fronte a tale problema e tentare di arginare il fenomeno frenando la sua escalation.
Mentre ancora docenti e studenti erano in vacanza, il 1 agosto il ministro aveva presentato un disegno di legge in cui si preannunciava la revisione dei criteri fino ad allora utilizzati per la valutazione del comportamento degli allievi. Tale disegno trovò poi concreta applicazione nel Decreto Legge 1 settembre 2008, n. 137, poi divenuto a tutti gli effetti Legge dello Stato (137 del 29 ottobre 2008). Nel D.Lg, all’articolo 2, si specifica quanto segue:

2. A decorrere dall’anno scolastico 2008/2009, la valutazione del comportamento è espressa in decimi.
3. La votazione sul comportamento degli studenti, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo.

Nel passaggio dal D. Lg alla Legge 137 Gelmini non si notano sostanziali differenze. Fin qui tutto chiaro, quindi: la valutazione in decimi comportava la possibilità di diversificare l’attribuzione del voto di condotta tenendo conto del grado di raggiungimento degli obiettivi educativi da parte di ciascun allievo. Quello che rimaneva dubbio, tuttavia, era l’esatto significato dell’espressione “concorre alla valutazione complessiva dello studente”. Ma se “concorre” sta a significare che “contribuisce” alla valutazione ecc. ecc, non vedo perché mai ci si dovesse chiedere se il voto di condotta “facesse media” oppure no. Almeno io, fin dall’inizio, ho attribuito all’espressione tale significato; non stiamo mica parlando di un responso della Sibilla Cumana!

L’11 dicembre 2008 venne pubblicata la Circolare Ministeriale n° 100 per mezzo della quale si davano le “prime informazioni sui processi di attuazione del D. L. n. 137 del 1° settembre 2008, convertito con modificazioni nella legge 30 ottobre 2008, n.169”.
Anche qui, però, nulla di nuovo: gira e rigira le informazioni erano sempre quelle. Si ribadiva l’importanza di procedere ad una ponderata valutazione del comportamento degli allievi anche per evitare gli episodi esecrabili cui ho già accennato. In particolare si affermava che “fin dalla prima valutazione periodica il Consiglio di classe valuta – mediante l’attribuzione di un voto numerico espresso in decimi – il comportamento degli allievi durante l’intero periodo di permanenza nella sede scolastica, anche con riferimento alle iniziative e alle attività con rilievo educativo realizzate al di fuori di essa. […] La valutazione del comportamento concorre, unitamente a quella relativa agli apprendimenti nelle diverse discipline, alla complessiva valutazione dello studente. La valutazione del comportamento – espressa (se necessario anche a maggioranza) in sede di scrutinio finale dal Consiglio di classe – corrispondente ad una votazione inferiore ai sei decimi, comporta la non ammissione dell’allievo all’anno successivo e all’esame conclusivo del ciclo.

Questo, dunque, a dicembre. Rimaneva, tuttavia, in sospeso la valutazione insufficiente del comportamento per la quale il Ministero si riservava di inoltrare agli utenti ulteriori successive delucidazioni.
Come si sa, molte scuole, grazie all’autonomia di cui godono, hanno facoltà di dividere l’intero periodo scolastico in parti non necessariamente coincidenti con la classica suddivisione in quadrimestri. Da anni in tanti istituti si preferisce “accorciare” i tempi del I quadrimestre facendolo terminare prima delle vacanze natalizie. Questo comporta l’anticipo degli scrutini di fine quadrimestre all’inizio di gennaio, ovvero al ritorno dalle vacanze; quindi in parecchie scuole le operazioni di scrutinio sono terminate prima del 16 gennaio, giorno in cui è stata diffusa un Decreto Ministeriale, il n° 5, recante ulteriori chiarimenti riguardo l’applicazione dell’articolo 2 della Legge 29 ottobre 2008 e, in particolare, sui criteri di attribuzione dell’insufficienza in condotta. Va da sé che nel caso gli scrutini si fossero svolti precedentemente, sarebbe stato sensato rinunciare ad attribuire una valutazione inferiore al cinque. Così, almeno, è stato deciso nella mia scuola. Non dappertutto, però, visto che la stampa in questi giorni ha portato alla nostra attenzione casi di “eccesso di zelo” da parte di alcune scuole che non hanno atteso i dovuti chiarimenti e hanno valutato insufficiente il comportamento degli allievi più indisciplinati anche se in modo non conforme alle disposizioni successivamente diffuse.

Ma cosa dice, in sostanza, il Decreto n° 5? Nulla di nuovo, pare, rispetto a quanto già sapevamo. Soprattutto non chiarisce il recondito – per alcuni – significato del famoso enunciato: “la votazione sul comportamento degli studenti concorre alla valutazione complessiva dello studente”. Sarà forse per questo che pochi giorni dopo, esattamente il 23 gennaio, è stata diffusa una Circolare, la numero 10, a firma del Direttore Generale Mario G. Dutto? Ma che cosa ci dice di nuovo il signor Dutto? Pare nulla. Ma leggiamo insieme la parte che ci interessa:

Per la valutazione del comportamento degli studenti della scuola secondaria di I e II grado il decreto ministeriale 16 gennaio 2009, n. 5, definisce i criteri per l’espressione del voto in decimi.

Nella scuola secondaria il voto di comportamento, definito dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente, in quanto determina, autonomamente, la non ammissione alla classe successiva o all’esame di Stato nel caso sia inferiore a sei decimi, indipendentemente dalla votazione conseguita nelle singole discipline di studio.

Leggendo fra le righe, è proprio il caso di dirlo, notiamo che c’è un connettivo in più: quel “in quanto” apparentemente insignificante e superfluo. Perché se avevamo capito che il voto di condotta “concorre alla valutazione complessiva dello studente”, era pure chiaro che “determina – se insufficiente – la non ammissione alla classe successiva ecc. ecc”. Il fatto è che qualcuno ha interpretato in altro modo quel “in quanto”: gli studenti – almeno quelli che gestiscono i blog su internet – ne hanno dedotto che “il voto di condotta non fa media”. Altri, più o meno gli “esperti” del settore, ovvero gli insegnanti, ritengono che quel “in quanto” non aggiunga né tolga nulla a ciò che già in precedenza era stato detto.

A questo punto io continuo ad essere convinta dell’interpretazione che ho dato in precedenza alla famigerata espressione: il voto di condotta “fa media”, eccome. Il fatto che se insufficiente, anche ammesso che quella sul comportamento sia l’unica valutazione negativa dello studente, determini la bocciatura o la non ammissione agli Esami di Stato, nulla toglie al fatto che il voto di condotta contribuisca alla media dei voti attribuiti nelle diverse discipline.
Mi convincerò di essere in errore solo quando il Ministero, senza tanti giri di parole, dichiarerà esplicitamente che la valutazione del comportamento non concorre alla “media”. Ma mi chiedo perché mai, se l’interpretazione fosse davvero così dubbia, non l’abbia già fatto. Forse perché non c’è nulla da chiarire, più di quanto non sia già stato fatto.

AGGIORNAMENTO DEL POST

Non ho dovuto attendere molto, pare, per aver conferma che il mio ragionamento era corretto. In serata, infatti, è stata diffusa una dichiarazione del ministro Gelmini che, ai microfoni di Rai3, ha affermato: “Il voto in condotta farà media perché sappiamo che l’aumento di episodi di bullismo preoccupa molto genitori e insegnanti. Si torna, dunque, a una scuola del rigore che fa del comportamento un elemento significativo per formare la personalità dei ragazzi'”. Ipsa dixt; c’è ancora qualche dubbio?

ARTICOLI CORRELATI: La Gelmini sul 5 in condotta ci ripensa e Il voto di condotta fa media per l’ammissione all’esame di stato

QUANDO IL VOTO DI CONDOTTA ANDREBBE DATO AI GENITORI

Si dice che il mestiere dell’insegnante sia difficile. Chi meglio di me potrebbe dirlo? Ma che sia anche rischioso è un dato di fatto, considerate le notizie che, da qualche tempo, si leggono sui giornali.
Oggi come oggi, esprimere un giudizio su un allievo o sgridarlo appare cosa ardua, ovvero bisognerebbe farlo previa consultazione del Codice Penale, delle sentenze della Cassazione o del TAR. Non faccio riferimento agli episodi eclatanti di maltrattamenti, come quello della maestra che ha tappato la bocca dell’allievo petulante con il nastro adesivo – chi non vorrebbe farlo?!? – , ma alla routine di tutti i giorni. Un tempo i maestri avevano la bacchetta e nessuno fiatava. Anzi, c’è da dire che allora i bambini e i ragazzi erano di gran lunga più buoni e rispettosi, tanto che l’uso dello “strumento di correzione” era determinato prevalentemente dalla volontà dell’insegnante di far rispettare la sua autorità: “io ho la bacchetta e comando, tu le prendi e sei sottomesso”. Messaggio chiarissimo che veniva recepito immediatamente anche se poi gli “scivoloni” potevano avvenire: i bambini sono sempre bambini, e ciò vale per tutte le epoche.

Di questi tempi il docente deve stare attento a come parla, sia con gli allievi sia con i genitori. Non si sa mai. E se magari le sue parole vengono fraintese dagli interessati, nonostante la classe intera sia testimone, deve poi giustificarsi con il Capo d’Istituto e non sempre la sorte sta dalla sua parte.
Anni fa mi capitò di richiamare un’allieva di prima liceo che, invece di starsene seduta al suo posto a rispondere alle domande di storia, si era accomodata sul davanzale interno della finestra, gambe accavallate, sguardo indifferente … mancava solo che si mettesse a fare il manicure.
Io, che ho sempre avuto un grande senso di responsabilità, la ripresi con queste parole: “Se non vuoi fare la prova di storia, non importa. Ma almeno scendi da là, non vorrai mica cadere?”. Come andò a finire? Qualche giorno dopo mi chiamò la Preside – allora non si chiamava “Dirigente Scolastico” – e mi riferì che aveva accolto la lamentela di una mamma: la signora sosteneva che, al rifiuto della figlia di svolgere il compito di storia, io avessi detto “Se non sai fare la prova è meglio che ti butti giù dalla finestra”. Figuriamoci! Beh, almeno allora le mamme usavano le parole, sbagliate ma pur sempre solo parole, e non le mani.

Ma i tempi cambiano. È successo ieri a Quarto Oggiaro, nell’hinterland milanese: una mamma di 29 anni e una nonna di 50, per vendicare l’ingiusto rimprovero, a parer loro, della figlia e nipote da parte di un’insegnante, l’hanno aspettata fuori di scuola e riempita di schiaffi e pugni. Per separare le tre “litiganti” è intervenuta la polizia e la prof malcapitata ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari.
Ma quale sarà mai stato il motivo di tanta violenza? Semplicemente una brocca d’acqua rovesciata dalla studentessa tredicenne nella mensa della scuola: pare che l’insegnante abbia ripreso la ragazza invitandola a fare più attenzione. La reazione della fanciulla non è stata delle più pacifiche e ciò fa capire quanto poco siano disposti i giovani d’oggi ad essere richiamati.
Certo, cose come queste non succedono tutti i giorni e dappertutto. La maggior parte delle volte il tutto si risolve a parole, anche se non sempre in modo civile. Ma la notizia si riferisce ad una realtà difficile, quella della periferia con tutte le difficoltà relazionali che si possono verificare nel degrado e in un “microcosmo criminale” che era già tale trent’anni fa quando io, ragazzina, passavo le vacanze natalizie da una zia che vive a Milano, proprio vicino a Quarto Oggiaro. Ricordo che avevo il veto assoluto di avvicinarmi al quartiere in questione.

Se leggiamo la notizia, ci rendiamo conto che si sta comunque parlando di una situazione complessa anche a livello familiare: la ragazzina è seguita dai servizi sociali e ha un educatore che sta con lei due o tre volte alla settimana. Madre e nonna hanno precedenti per reati contro il patrimonio. Resta da chiarire se è vero, come afferma l’allieva, che l’insegnante le avrebbe dato uno schiaffo. Certo, questo gesto sarebbe inaccettabile da parte di un’insegnante. La scuola, infatti, dovrebbe assolvere al ruolo che in certe realtà familiari manca: quello di educare e contribuire ad una sana formazione dell’adolescente. Dovrebbe, è vero. Ma senza la collaborazione da parte degli allievi diventa veramente difficile.

Insomma, mi chiedo se non sarebbe il caso di attribuire un voto anche alla condotta dei genitori. In fondo la recente normativa prevede che all’atto dell’iscrizione venga sottoscritto un “Patto di Corresponsabilità”, citato anche nel nuovo Decreto n°5 del 16/01/09 in cui si stabiliscono le norme attuative per quanto riguarda l’attribuzione del voto di condotta. Cito testualmente: In considerazione del rilevante valore formativo di ogni valutazione scolastica e pertanto anche di quella relativa al comportamento, le scuole sono tenute a curare con particolare attenzione sia l’elaborazione del Patto educativo di corresponsabilità, sia l’informazione tempestiva e il coinvolgimento attivo delle famiglie in merito alla condotta dei propri figli. (art. 4, comma 4).

Certo, se le “risposte” sono queste, pare che la strada della collaborazione scuola-famiglia non sia percorribile. E, diciamolo chiaramente, la scuola da sola non ha armi per sconfiggere quello che è il peggior “nemico”: l’indifferenza.

CON LA GELMINI L’UNIVERSITÀ CAMBIA

Con 281 voti favorevoli e 196 contrari la Camera ha approvato in via definitiva il decreto Gelmini sul riordino del sistema universitario.

In sostanza cosa cambia?
Innanzitutto il sistema di reclutamento dei docenti: non più commissari “di parte”, scelti tra quelli operativi presso le Facoltà interessate, ma 4 esaminatori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore disciplinare oggetto del bando e da un solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si eviterà, in questo modo, che il posto sia occupato dai soliti raccomandati.
Per i ricercatori non è ancora previsto un riordino del sistema di reclutamento; i candidati verranno giudicati da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando.

Gli atenei che hanno sostenuto finora delle spese ritenute superiori rispetto al reale fabbisogno non potranno procedere a nuove assunzioni. Dall’altra parte, le Università più meritevoli, quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, efficienza delle sedi didattiche migliori, avranno dei finanziamenti maggiori. La valutazione di tali strutture avverrà attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario).

Per favorire l’assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20% nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50%. Le Università dovranno “riservare” ai nuovi ricercatori almeno il 60% dei posti disponibili.

In ogni caso, i bandi di concorso , per i circa 2300 posti da ricercatore, già “aperti” saranno esclusi dal turn over e anche gli enti di ricerca rimangono indenni dal blocco delle assunzioni entrato in vigore per tutte le amministrazioni pubbliche. Questi interventi porteranno al reclutamento di 4000 nuovi ricercatori.

Buone notizie anche per i giovani meritevoli che non hanno i mezzi economici per sostenere l’esoso costo delle tasse universitarie: borse di studio in arrivo per tutti con un incremento di fondi pari a 135 milioni di euro, mentre altri 65 milioni di euro saranno stanziati per incrementare di 1700 unità (posti letto) le residenze universitarie.

Vita dura si prospetta per i professori “pigri”: dal 2009 sarà costituita l’ “Anagrafe nazionale dei professori e ricercatori universitari” in cui saranno rese note anche le pubblicazioni scientifiche prodotte. A partire dal 2011, quelli che nel biennio precedente non avranno pubblicato nulla saranno esclusi dall’elenco dei professori che potranno fare parte delle commissioni giudicatrici dei concorsi. Non solo, si ritroveranno gli scatti stipendiali dimezzati.

Che sia la volta buona per ottenere una maggior professionalità e per incrementare la qualità degli Atenei? Secondo il Ministro dell’Istruzione Gelmini, certamente sì. Soddisfatta della “riforma”, la Mariastella più famosa d’Italia afferma: «L’università oggi cambia: valorizzato il merito, premiati i giovani, affermata la gestione virtuosa degli atenei e introdotta più trasparenza nei concorsi all’Università per diventare professori o ricercatori. Da questi tre pilastri non si potrà prescindere».

Non dello stesso avviso è l’opposizione: secondo la capogruppo del Pd, Marina Sereni, infatti, con i tagli del decreto 112 l’anno prossimo «anche gli atenei virtuosi non saranno più in grado di funzionare».

Potevamo sperare che, per una volta, fossero tutti d’accordo? Naturalmente no. Per dare ragione agli uni o agli altri non resta, quindi, che attendere di vedere i reali effetti della Legge.

GELMINI: RIFORMA È FATTA

gelmini 3Il ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, ha presentato oggi al Consiglio dei Ministri i quattro decreti presidenziali che riguardano la scuola di ogni ordine e grado. Si parte, dunque, dalla scuola dell’Infanzia, passando attraverso quella primaria, fino ad arrivare alla secondaria di I e II grado. Per la prima volta dalla riforma Gentile del 1923 sono stati riorganizzati tutti i cicli di istruzione. Superfluo dire che i quattro decreti sono stati approvati.

Alla scuola dell’infanzia sarà possibile accedere a partire dai due anni e mezzo. L’orario resta quello di sempre: 40 ore con due insegnanti per sezione. Le famiglie potranno anche scegliere l’orario antimeridiano compatibilmente con le richieste.
L’abbassamento dell’età, ora di 3 anni, per l’accesso alla scuola materna è certamente una buona cosa, visto che gli asili nido sono pochi, quasi tutti privati e con lunghe liste d’attesa. Ovviamente dipende dalle città; io, comunque, ho iscritto mio figlio nella lista d’attesa in una struttura privata 17 anni fa e non ho mai ricevuto risposta! Non solo, ma il costo più o meno si aggirava, allora, sulle 600 mila lire mensili. Fortunatamente ho potuto iscrivere i bambini ad una scuola materna cattolica, dove li hanno ammessi a due anni e mezzo, per la modica somma di 200 mila lire al mese. Beh, un gran vantaggio. Ma se si possono sfruttare le strutture pubbliche ovviamente è meglio.

Sulla scuola primaria ho parlato fin troppo, quindi vi rimando alla lettura di questo post . Comunque, nessuna novità riguardo ai docenti: maestro unico o prevalente, a seconda dell’orario prescelto, o i due maestri per il tempo pieno. Il modulo attuale, però, non sarà del tutto morto e sepolto dal prossimo anno scolastico, visto che l’avvio della riforma riguarda solo le classi prime. Anche i famigerati tagli del personale, quindi, avverranno gradualmente e comunque gli eventuali soprannumerari saranno impegnati nel tempo pieno di 40 ore. Anzi, proprio la disponibilità dei docenti favorirà l’aumento delle classi con il tempo pieno, sempre compatibilmente con le richieste delle famiglie.

Nella scuola media (secondaria di I grado) l’orario passa dalle attuali 32 ore a 29. Il tempo prolungato verrà attivato soltanto su specifica richiesta delle famiglie e soltanto quando ci sia un sufficiente numero di alunni per attivare il servizio. Le ore d’inglese possono aumentare da 3 a 5, sempre su richiesta delle famiglie. Sarà obbligatoria, pure, una seconda lingua straniera.

La riforma delle superiori (secondaria di II grado), come si sa, slitta di una anno e partirà, quindi, con il 2010. Molte le novità, a partire dall’orario che sarà ridotto in tutti i tipi di scuola. Le ore dovranno essere effettivamente di 60 minuti; banditi, quindi, i “moduli” di 50 minuti che la maggior parte delle scuole adotta per problemi di compatibilità con l’orario dei mezzi di trasporto, quindi per quelle “cause di forza maggiore” che normalmente si invocano per far durare di meno la mattinata. Se gli orari, per la maggior parte, si aggirano sulle 30 ore settimanali, 5 ore per 6 giorni, non dovrebbe essere un problema. Ma come la mettiamo con le sezioni che hanno l’orario concentrato in cinque giorni – quelle, cioè, a settimana corta – per avere il sabato libero? Personalmente non mi piace avere il sabato libero, ma pare che molti docenti lo gradiscano e molte famiglie preferiscano avere i figli a casa per organizzare un week – end sulla neve, ad esempio. Come si farà a rispettare l’orario completo con ore di 60 minuti resta un mistero. A meno che non ci siano le solite “deroghe”, ma allora resterebbe tutto come adesso, visto che anche ora la durata del modulo orario è effettivamente di 60 minuti.
Le novità più sostanziali, come ho già scritto nei precedenti post, riguardano appunto le scuole superiori. Per non ripetermi vi rimando a quest’altro post. Tuttavia, vedo di riassumere i punti salienti.

Ci saranno due nuovi licei: quello delle scienze umane (ex-magistrali) e quello musicale e coreutico (danza e musica). Tre nuovi indirizzi per il liceo artistico: figurativo, design, new media. In tutti i licei si studierà l’inglese per cinque anni (attualmente al classico rientra nel piano di studi del solo ginnasio) e in quelli di nuova istituzione anche una seconda lingua straniera. Allo scientifico, come scrive Il Giornale, il latino sopravvivrà: parola di Gelmini!
I nuovi istituti tecnici avranno 2 settori fondamentali, uno economico e l’altro tecnologico, e 11 indirizzi. L’economico avrà 2 indirizzi, il tecnologico 9. Saranno organizzati in 2+2+1 anni. Il primo biennio con un contenuto formativo di base, il secondo specialistico a seconda degli indirizzi. L’ultimo anno sarà di perfezionamento mirato all’indirizzo scelto ed è previsto anche lo stage per gli studenti. Non più, quindi, 750 indirizzi che creavano confusione negli studenti e nelle famiglie. La scelta è ristretta ma più orientata a soddisfare le attitudini personali, maggiormente compatibile con le richieste del mondo del lavoro. I laboratori, poi, acquisteranno un ruolo centrale: diventeranno dei veri e propri centri di innovazione attraverso la costituzione di dipartimenti di ricerca. Non solo, esperti e professionisti potranno entrare nel comitato scientifico della scuola.

Nel comunicato stampa del MIUR non c’è traccia delle famose classi – ponte, ma si rende noto che saranno organizzati dei corsi d’italiano per stranieri. Alle medie, le due ore della seconda lingua potranno essere utilizzate per corsi di italiano per gli allievi non italofoni.

Infine, una buona notizia per i docenti “più bravi”: dal 2011 i docenti eccellenti potranno ricevere un premio produttività che potrà arrivare fino a 7.000 euro l’anno. Resta un mistero che cosa si intenda per “eccellenti”. Si può pensare che siano quelli con gli studenti più bravi; peccato, però, che, se così fosse, molti sarebbero quelli dai “bei voti facili” per fare una bella figura. O forse i docenti eccellenti saranno quelli più graditi agli allievi; mi immagino già i questionari per gli studenti:l’insegnante è simpatico, arriva puntuale, dà pochi compiti, lo capisci quando spiega … ???
O forse si rispolvererà il vecchio “quizzone” proposto da Berlinguer, già osteggiato da tutti i docenti senza distinzione di schieramento politico? Mah, staremo a vedere.

MAESTRO UNICO NON PIÙ TANTO UNICO

MAESTRA

Dopo il colpo di scena di ieri, vale a dire la decisione del governo di rimandare all’A.S. 2010/2011 l’avvio della riforma delle superiori, ecco che spunta un’altra novità: il maestro unico non sarà forzatamente unico ma solo su richiesta. Ci eravamo quasi abituati a chiamarlo “unico”, dopo i diversi tentativi di spostare l’attenzione dall’aggettivo scomodo ad un altro più accattivante, cioè “prevalente”. Anche se il ministro Gelmini ha più volte detto che sarebbe stato affiancato comunque da altri maestri, detti specialisti. Ci sembrava, dunque, di aver capito che fosse possibile scegliere il modello attuale, cioè quello dei moduli. Nient’affatto. Ci pareva, ma non avevamo capito bene.

Oggi sul Corriere della Sera si legge: «Un unico maestro – spiega la Gelmini – sarà il punto di riferimento educativo del bambino e viene abolito il modello a più maestri degli anni ’90». Ma allora, si torna a parlare di maestro prevalente, o no? Effettivamente, dice il ministro, la scelta delle famiglie sarà possibile solo a livello di orario scolastico. Infatti, Mariastella continua: «La responsabilità del percorso formativo e didattico antimeridiano d’ora in poi farà capo ad un unico docente, e potrà essere declinato in 24 o 27 ore. Nel primo caso avremo, di fatto, un maestro unico. Nel secondo un maestro prevalente. Come era già stato scritto nel piano programmatico sulla scuola. In questo modo si eliminano le compresenze e si supera il modello del modulo. Dunque nessun passo indietro».

Ecco, adesso le cose sono più chiare. Nessun ripensamento, dunque, e i risparmi sono assicurati. In fondo l’obiettivo era quello. Ma come si opererà la scelta? Mi immagino già i moduli di iscrizione, sullo stile dei quesiti a scelta multipla: nel caso dell’insegnante unico in orario antimeridiano, volete la maestra A, quella B o la C? Se volete, invece, il “tempo prolungato”, potete optare per il maestro prevalente A, B o C. Già, perché normalmente accade che assieme alla domanda di iscrizione si esprimano anche delle preferenze. Non si potrebbe, ma accade. Ecco che gli insegnanti considerati più severi saranno evitati come la peste, quelli più comprensivi, invece, saranno i più gettonati.

M’immagino la possibilità di scegliere il maestro unico o prevalente con tanto di profilo dell’insegnante, o magari, allegato al modulo d’iscrizione, un giudizio innocente e spassionato di qualche scolaro di quinta, già esperto, che si potrebbe esprimere più o meno così:

“Caro nuovo iscritto, scegli la maestra Pina che è brava e buona, ci porta le caramelle, non interroga mai, fa solo compiti scritti e ce li fa correggere, così noi bariamo e risultiamo tutti bravi. Poi lei è giovane e bella, il che non guasta. Non come le altre due maestre del mio modulo, che sono delle streghe, litigano sempre e la povera maestra Pina è costretta a far da paciere. Poi c’è da dire che con la maestra buona l’intervallo dura mezz’ora di più, se c’è qualcuno che disturba lei è comprensiva, perché capisce che si vuole sfogare, così lo manda a fare le fotocopie o a prenderle un caffè e lui se ne sta via un po’ di tempo lasciandoci finalmente in pace. Questo te lo dico in confidenza perché se lo viene a sapere il ministro Brunetta, poi la maestra Pina viene licenziata.”

Be’, insomma, ho scherzato un po’. Non si arriverà a tanto, spero, comunque docenti come la maestra Pina ce ne sono, purtroppo. Al di là dei giochi di parole, maestro unico o prevalente, la cosa che ci si deve augurare è che la qualità della scuola migliori davvero. Visto in che condizioni arrivano i ragazzi in prima liceo, dei dubbi ci sono. O dobbiamo credere che la scuola primaria funzioni benissimo e la secondaria di I grado sia una specie di buco nero?

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27/07/2009

Leggo su tuttoscuola.com che il modello del maestro unico, per la scuola primaria, non è più prescrittivo: le scuole, secondo le prerogative della autonomia organizzativa, potranno procedere in maniera flessibile nell’organizzare le primi classi a riforma da settembre, utilizzando secondo necessità gli insegnanti.

Sempre secondo la fonte citata, “dopo che la precisazione era stata riportata all’interno della delibera della Corte dei Conti con la quale era stata dato l’ok alla registrazione del regolamento sul riordino del primo ciclo (dPR 89/2009), ora anche l’atto di indirizzo (in bozza) che dovrà accompagnare l’applicazione del regolamento parla esplicitamente di modello non prescrittivo e di flessibilità organizzativa da parte delle istituzioni scolastiche autonome.
Molte scuole non hanno aspettato quel benestare ministeriale e già in vista del nuovo anno scolastico hanno individuato il modello più comodo: un fitfy-fitfy che prevede l’impiego del docente unico per metà tempo su una classe e per l’altra metà su un’altra, con il reciproco speculare del collega dell’altra classe. Due maestri unici con un orario equamente suddiviso su due classi.
Le ore mancanti per arrivare a 27 o 30 ore settimanali vengono assegnate, per completamento, ad un terzo (o quarto docente) che dovrà comunque lavorare anche su altre classi.
È una soluzione che assomiglia a quella modulare (11 ore per docente in ciascuna delle due classi) che invece il regolamento ha inteso superare, con la sola differenza che il terzo maestro di complemento è fuori modulo.
”.

SENECA O SHAKESPEARE? DE GUSTIBUS …

senecaIn questi giorni si ritorna a parlare di riforma della Scuola Secondaria di II grado e le notizie non sono confortanti. Più volte, nei post precedenti (qui e qui) e in vari commenti, ho affermato che la Legge 137 non ha riformato nulla e che la riforma, l’unica attesa e auspicata, doveva per forza riguardare le scuole superiori.
Il ministro Gelmini, da parte sua, ha promesso di occuparsi il prima possibile dell’università – lo sta facendo, nel bene o nel male – e ha espresso la chiara intenzione di varare la riforma del secondo ciclo d’istruzione riprendendo in parte la riforma Moratti mai applicata.
“Faremo tesoro anche del lavoro fatto dal Ministro Fioroni e dalla commissione De Toni sugli istituti tecnici e professionali. Riprenderemo il sistema dei licei previsto dalla Moratti, al quale affiancheremo una riqualificazione, una valorizzazione della formazione professionale e degli istituti tecnici. Il nostro intendimento – ha sottolineato il Ministro – è applicare la riforma dal 2009, senza disperdere ciò che è stato fatto prima”. Queste le parole della Gelmini ed è da un bel po’ che le ripete, almeno dall’estate scorsa.

Vari organi di stampa hanno, quindi, riproposto le linee guida della riforma Moratti, rapportandole alla decisione già presa da parte del ministro di ridurre il monte ore delle scuole superiori, portando i licei e gli istituti tecnici ad un orario settimanale di 30 ore e gli istituti professionali – dove attualmente si arriva anche alle 40 ore – ad un massimo di 32.”.
Inutile nascondere che ciò che anima in particolar modo lo spirito riformista della signorina Gelmini sia la necessità di ridurre i costi. Meno ore, meno materie di insegnamento, minor numero di docenti. È solo questione di conti e alle casse dello Stato, di questi tempi, i conti devono tornare … a tutti i costi. Dall’altra parte, invece, i docenti saranno superimpegnati visto che si parla di aumentare il numero di ore settimanali di docenza: da 18 a … ancora non si sa. Speriamo che gli stipendi si adeguino, almeno, considerando che per un docente avere più ore di lezione, e conseguentemente più classi, significa avere più compiti da correggere, più lezioni da preparare, più consigli di classe cui partecipare … insomma, un bel po’ di lavoro aggiuntivo. Sempre che la gente creda che per un insegnante il lavoro non finisce al suono della campanella.

Ma veniamo ai licei e alla materia che mi riguarda più da vicino: il latino allo scientifico. Ne ho già parlato in due post precedenti (qui e qui) sulla scia di una paventata scomparsa dell’insegnamento della lingua dei Romani a favore di una lingua straniera. Pare che la proposta sia stata un po’ ridimensionata: si prospetta la possibilità di rendere lo studio del latino opzionale ed eventualmente aumentare il numero delle ore d’inglese. Nulla da ridire sul fatto che gli allievi possano scegliere Shakespeare o Mallarmé al posto di Seneca. Tuttavia mi chiedo: se il latino non è la materia più amata dagli studenti del liceo scientifico, perché mai la dovrebbero scegliere? Lo spettro del latino è passato di generazione in generazione: possiamo credere che davvero i ragazzi lo preferirebbero ad una seconda lingua straniera o ad un ampliamento del monte ore d’inglese? Io credo di no.
Inoltre bisogna sottolineare che, in ogni caso, quando pure il latino dovesse rimanere materia di studio nei licei scientifici, l’orario sarebbe notevolmente ridotto: 3 ore tutti gli anni contro le attuali 4 in prima, 5 in seconda e 4 in terza, mentre negli ultimi due anni sono anche adesso 3. La riduzione comporterebbe, comunque, inevitabilmente un aumento del numero di classi per docente e, credetemi, correggere i compiti di latino e italiano comporta un notevole dispendio di energie.

Insomma, questa benedetta Gelmini che ho difeso a spada tratta nel periodo del grande caos studentesco, rischia di diventare la mia nemica numero uno. Mi conforta sapere che in parlamento ho almeno un senatore dalla mia parte. Infatti Valditara che, nell’articolo del Corriere riportato nel mio post, aveva difeso lo studio del latino definendolo “palestra per la mente”, mi ha assicurato via e-mail che “comunque ai vari esperti che propongono la scomparsa del latino ho dato un preciso aurt aut”. Incredibile ma vero: gli avevo spedito un’e-mail per invitarlo a leggere il mio articolo e lui (magari non personalmente) mi ha risposto. IPSE DIXIT. Gli voglio credere e … incrocio le dita!