23 marzo 2017

ECCO URSUS, LA GRU PIU’ FAMOSA DELLA TV… GRAZIE A #LAPORTAROSSA

Posted in attualità, spettacolo, televisione, Trieste, web tagged , , , , , , , , , , , a 6:05 pm di marisamoles


Ha chiuso in bellezza, con il 14.1% di share (3.471.000 spettatori), l’ultima puntata della fiction targata Rai2 “La Porta Rossa”. Ideata da Carlo Lucarelli per la regia di Carmine Elia, la fiction ha visto come protagonisti gli attori Lino Guanciale, nelle vesti di Leonardo Cagliostro, poliziotto-fantasma, Gabriella Pession che ha interpretato Anna Mayer, la moglie, nonché vedova, di Cagliostro e Valentina Romani, nei panni di una ragazza sedicenne con il potere di vedere e interagire con i morti. La trama aveva tutti ingredienti per tenere incollati davanti alla tv milioni di telespettatori, con una suspance per niente mitigata dall’assurda, se vogliamo, figura del protagonista che, da morto, riesce a risolvere i casi più difficili della sua carriera, compresa la sua morte.

Ma la vera protagonista di questa fiction, per cui è già in programma il seguito (si sa che i fantasmi non muoiono mai e a Guanciale il ruolo è assicurato!), è stata la splendida città di Trieste che, grazie alla Film Commission Friuli-Venezia Giulia, sempre più rappresenta il set ideale per cinema e tv.

Ho letto sui social e sui quotidiani commenti entusiastici sulla città giuliana: il mare, l’altopiano carsico, gli splendidi edifici, in molti dei quali ancora si respira un’atmosfera austro-ungarica, le luci che si specchiano sulle acque del golfo, i locali caratteristici come il Caffè San Marco… insomma, un set davvero strabiliante.
Ma la protagonista assoluta della fiction, nonché la più ammirata dai telespettatori e dai fan de #laportarossa, è stata senza ombra di dubbio Ursus. Lo stesso Guanciale, in un tweet, ha lasciato presagire un seguito alla fiction salutando Ursus con un arrivederci.

Per chi, come me, ha vissuto e vive a Trieste, Ursus è un’istituzione, quasi alla pari con il “melone” (l’acroterio simbolo di Trieste insieme all’alabarda) che un tempo sovrastava il campanile di San Giusto, la cattedrale cittadina. Ma cos’è Ursus?


Ursus è la gru galleggiante che ha oltre cent’anni, essendo stata varata il 29 gennaio del 1914, e che attualmente è ormeggiata a una banchina del Porto Vecchio. Dal luglio del 2011 è monumento nazionale e questo status giuridico la protegge dallo smantellamento, anche se necessita in modo evidente di un restauro, aggredita com’è da salsedine e ruggine.

Per 80 anni Ursus ebbe il primato della gru galleggiante più potente del Mediterraneo. Con i suoi quasi 80 metri di altezza e una stazza maggiore di 1000 tonnellate, fu progettata per costruire a Trieste le nuove corazzate della Marina imperiale austroungarica che avrebbero dovuto superare per dislocamento e calibro delle artiglierie la Viribus Unitis e le altre tre unità della stessa classe. Allo scoppio della prima guerra mondiale, le risorse economiche destinate alle nuove potenti corazzate furono azzerate e, di conseguenza, anche Ursus rimase un progetto irrealizzato.
Si dovette aspettare il 1930 per riprendere i lavori: infatti per costruire il nuovo transatlantico, il Conte di Savoia, la presenza di una potentissima gru galleggiante sarebbe stata indispensabile. L’Ursus fu completato nel dicembre del 1931 e iniziò subito a fornire un supporto prezioso all’attività del San Marco.

Ursus è decisamente la gru dei record: ad esempio l’installazione dei tre giganteschi giroscopi Sperry, ciascuno dalla massa di 150 tonnellate, che avevano il compito di smorzare il rollio del Conte di Savoia, fu possibile grazie al supporto di Ursus che sollevò i giroscopi a 40 metri d’altezza per favorire il loro inserimento nello scafo del transatlantico. In seguito Ursus partecipò alla costruzione della Vittorio Veneto e della Roma, le sfortunate corazzate della Marina italiana impiegate durante la seconda guerra mondiale. Infine il pontone fu di supporto alla realizzazione dell’ultimo transatlantico del nostro Paese, la Raffaello, che costituì anche l’ultima commissione prestigiosa per il cantiere San Marco di Trieste.

Protagonista di un’insolita navigazione in solitaria, la gru galleggiante fu sospinta al largo, nonostante la notevole stazza e l’ancoraggio, dalla bora che, incurante del passato glorioso di Ursus, la trattò come fosse una barchetta di carta. Era l’inizio di marzo del 2011 e il vento fortissimo portò la gru a più di tre miglia dalla costa. Fu recuperata, mentre andava alla deriva, dai rimorchiatori che l’hanno raggiunta, affrontando un mare spumeggiante e impossibile. (ne ho parlato QUI)

Insomma, una brutta avventura fortunatamente finita bene per Ursus. Mai, tuttavia, avrebbe pensato di diventare in qualche modo la protagonista di una serie televisiva. Ormai in tutta Italia è diventata una specie di star. Speriamo solo che il restauro annunciato e mai realizzato si faccia in tempi brevi, magari con il contributo della Film Commission FVG.

[immagine Ursus da questo sito; alcuni spunti per il post sono presi da questo articolo de Il Piccolo]

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9 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATA IN FRIULI LA PRIMA PELLICOLA DI ORSON WELLES

Posted in cultura, film, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles

orson wellesAnche quest’oggi voglio occuparmi di cultura e questa mi pare proprio una buona notizia: in una vecchia cassa abbandonata in un magazzino è stata ritrovata la pellicola del primo film interpretato da Orson Welles nel lontano 1938.

Il film in questione, Too Much Johnson, girato da Orson Welles quando aveva 23 anni ed era già un famoso regista teatrale e autore radiofonico, era diviso in tre parti che dovevano fungere da preludio ai tre atti della commedia omonima scritta da William Gillette, Ma la commedia andò in scena senza la parte cinematografica perché il progetto di Welles fu bocciato.

Il film doveva essere muto e ispirato alle comiche di Mack Sennett e Harold Lloyd e aveva tra gli interpreti Joseph Cotten e Virginia Nicholson, all’epoca moglie di Welles.
La delusione dell’attore fu tanta che, a quanto dicono, quando la sua casa spagnola andò a fuoco nel 1971, non si dimostrò dispiaciuto che nell’incendio fosse stata distrutta anche la pellicola di Too Much Johnson.
Invece le otto bobine del film sono miracolosamente arrivate a Pordenone e ritrovate dopo trenta-quarant’anni dal loro ingresso in Italia.

Il ritrovamento del film è stato del tutto fortuito. Come sia arrivato a Pordenone è un mistero, anche se è famoso il suo festival del cinema muto. Fatto sta che un impiegato di una ditta di traslochi ha notato che da una vecchia cassa, contenente materiale cinematografico, abbandonata in un magazzino si sprigionavano sgradevoli odori. Viene, quindi, interpellato il responsabile del club Cinemazero che immediatamente intuisce che l’odore è dovuto ad un processo chimico degenerativo irreversibile che distrugge il supporto delle pellicole in triacetato di cellulosa.
Fra il numeroso materiale ormai distrutto, ecco che miracolosamente compaiono le otto pellicole del film chiuse nelle loro scatolette di metallo. Intatte.

Dopo la conferma di Cito Giorgini, un grande esperto wellesiano, che si tratta proprio dell’inedito Too Much Johnson, la copia del film, affidata alla Camera Ottica di Gorizia prima e alla cineteca del Friuli poi, è stata restaurata dalla George Eastman House con il contributo della National Film Preservation Foundation.

La notizia ha avuto un risalto mondiale tanto che il New York Times ha preteso l’esclusiva. Solo in seguito è stata diffusa in Italia.
La pellicola restaurata verrà proiettata a Pordenone il 9 ottobre prossimo all’interno delle Giornate del Muto.

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14 luglio 2012

IN FARMACIA QUALSIASI CONSIGLIO NON È MAI UN CONSIGLIO QUALSIASI. A VOLTE PERÒ …

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , a 9:05 pm di marisamoles

Ve lo ricordate lo slogan “In farmacia qualsiasi consiglio non è mai un consiglio qualsiasi”? È di qualche anno fa, anche se pare sia rimasto il motto identificativo dell’attività dei farmacisti. Basta cercare su Google e lo troverete nei siti di moltissime farmacie di tutta Italia. Un motto che gioca sull’ambivalenza semantica dell’aggettivo indefinito.

Effettivamente i farmacisti preparati sanno consigliare i clienti anche meglio degli stessi medici di base. Certo, i veri farmacisti, quelli che dispongono di un proprio laboratorio in cui eseguire le preparazioni galeniche di un tempo sono sempre più rari. Rimane il fatto che generalmente, specie se abbiamo una farmacia di riferimento, dei farmacisti ci fidiamo. A volte però …

Chi andrebbe mai a pensare che dietro la facciata di un farmacista preparato, persona per bene e affidabile, si nasconda uno che invece di curare i pazienti li porta sulla strada del vizio? Eppure un farmacista di Cervignano, cittadina della Bassa Friulana, aveva pensato bene di arrotondare le entrate con lo spaccio di cocaina. La cosa più assurda, secondo il mio parere, è che lo smercio al dettaglio della droga avveniva nei locali stessi della farmacia. Ad insospettire gli inquirenti, lo strano via vai di personaggi noti alle forze dell’ordine come assuntori di sostanze stupefacenti. Insomma, possibile che fossero afflitti tanto spesso dal mal di testa o dalla dissenteria?

A parte il fatto che da un farmacista cose del genere non te le aspetti, adesso io mi chiedo se può una persona di 42 anni, tale è l’età del dottore finito in carcere con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti oltre che di vendita di farmaci in assenza della prevista ricetta medica, essere così sprovveduto da spacciare nel negozio? A me pare proprio un ingenuo.

[notizia dal Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

30 giugno 2012

SESSO IN PISCINA DAVANTI AI BAGNANTI. UN TRENTENNE E UNA MINORENNE DENUNCIATI

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , a 2:59 pm di marisamoles

Sono frequentatori assidui della piscina di Cividale del Friuli. Due amici, così vengono definiti. Lui trentenne, lei ancora minorenne anche se i diciotto anni li compirà tra un mese. Con il caldo che fa in questi giorni la piscina, con ampio prato all’aperto, è il rifugio di molti friulani che abitano nei dintorni di Udine. Un luogo dove fare una nuotata, rinfrescarsi e togliersi di dosso, almeno per qualche ora, il caldo appiccicoso portato da Caronte, l’anticiclone africano che, implacabile, ha raggiunto la nostra penisola.

Nessuno degli utenti, comunque, si sarebbe mai aspettato di assistere a scene di sesso più che esplicite a bordo piscina, o quasi. Insomma, i due, infischiandosene del luogo pubblico e piuttosto frequentato, hanno dato spettacolo, aggrovigliati su un lettino da spiaggia, a quanto pare senza imbarazzo alcuno. Sono stati alcuni giovani, quindi quasi coetanei dell’uomo ma con la testa più a posto, ad avvertire il personale della piscina che ha fatto intervenire i Carabinieri.

I due, portati in Caserma e denunciati per Atti osceni in luogo pubblico, hanno sminuito l’accaduto definendo le loro solo “effusioni”. Non si conosce la reazione dei genitori della minorenne chiamati dai militi dell’Arma. Credo che un applauso non gliel’abbiano fatto, o almeno spero.
Meno turbato il procuratore capo di Udine, Antonio Biancardi, che ha commentato così l’episodio: «Alcuni ragazzi si divertono a consumare rapporti sessuali più o meno completi alla luce del sole, con una “leggerezza” che lascia sgomenti». Una leggerezza che rimarrà impunita, ovviamente, ma che non deve lasciarci indifferenti né rasseganti di fronte ad atteggiamenti che si teme possano diventare normali. Forse se il reato fosse davvero punito, magari con una bella multa e l’obbligo di svolgere delle attività socialmente utili per tot tempo, si metterebbe un freno una tale audacia e disinibizione.

[fonte: Messaggero Veneto]

5 aprile 2012

TRIESTE: NON LE RINNOVANO LA PATENTE E LEI SI INFURIA. “NON SONO RINCO*****”. PAROLA DI MARGHERITA HACK

Posted in Friuli Venzia-Giulia, terza età, Trieste tagged , , , , , , a 3:40 pm di marisamoles

L’astrofisica Margherita Hack, quasi novantenne, si è indignata perché il medico preposto al rinnovo delle patenti di guida si è rifiutato di visitarla, invitandola a rivolgersi alla Commissione Medica. “Loro hanno la possibilità di rinnovare la patente anche solo per sei mesi – ha spiegato il dottor Giuseppe Caragliu – mentre io sarei costretto a rinnovargliela per due anni.”. Una questione deontologica, un eccesso di zelo oppure uno scrupolo di coscienza? “Non mi potrei perdonare di aver in qualche modo causato indirettamente un incidente. Se ci tiene alla patente ci sono tanti medici in giro abilitati”. Ma il suo rifiuto ha suscitato non poche polemiche e non solo da parte della professoressa Hack.

L’astrofisica, in un articolo uscito sul quotidiano giuliano Il Piccolo, ha spiegato le sue ragioni: “Quel medico non mi vuol fare la visita per la patente perché ho più di 80 anni. Non sono vecchia. Posseggo una Fiat Panda e vado dappertutto. È dal ’52 che guido la macchina e, se devo dirlo, non ho mai provocato o fatto incidenti gravi. Il suo comportamento è anticostituzionale”, così al giornalista. Molto meno soft il tono usato con il dottor Caragliu al telefono: “Non sono né vecchia né rincoglionita. Come può permettersi di dire una cosa del genere? Lei mi deve visitare”.

Appoggia la posizione della Hack il presidente dell’Aci Giorgio Cappel: «È come se un medico si fosse rifiutato di curare i malati con l’influenza per una propria scelta puntando a quelli affetti da un’altra patologia. La professoressa Hack ha ragione. Deve essere visitata, ne ha il diritto sacrosanto».

Secondo me, invece, quel medico ha tutto il diritto di rifiutarsi. Anzi, come spiega lui stesso, avrebbe potuto visitare la professoressa per poi mandarla comunque in Commissione medica, fatto per nulla straordinario. La prassi vuole che chi ha superato gli ottant’anni sia dichiarato idoneo alla guida da una commissione e non dal singolo medico che generalmente rilascia i certificati per il rinnovo della patente.
In fondo, il dottor Caragliu è stato onesto perché avrebbe potuto intascare l’onorario comunque e non l’ha fatto.

Io credo che ad una certa età la patente vada riposta nel cassetto. Certamente la signora Hack non sarà rinco, come si è affrettata a precisare, ma è un dato di fatto che le persone anziane, specie se ultraottantenni, abbiano spesso dei problemi alla vista, riflessi più lenti, sono più duri d’orecchio e si distraggono più facilmente. Senza contare che spesso guidano ad una velocità pericolosa, nel senso che vanno troppo piano, e provocano ingorghi eseguendo in modo lento e impacciato le manovre di parcheggio.
Anche se è vero che provocano meno incidenti dei giovani che spesso hanno macchine più potenti e non sempre si mettono al volante in condizioni ottimali per quanto riguarda l’assunzione di alcool e droghe.

Il fatto che la Hack sia l’astrofisica più famosa d’Italia e il suo cervello funzioni bene non deve, a mio parere, aprirle una corsia preferenziale per il rinnovo della patente di guida. Visto che ha quasi novant’anni direi che è stata particolarmente fortunata se non ha mai dovuto presentarsi di fronte ad una Commissione medica. L’ha fatto mio papà, a Trieste per giunta, che di anni ne ha solo 80. Perché non dovrebbe farlo la signora Hack?

[foto ANSA da Il Corriere]

AGGIORNAMENTO DEL POST

Devo chiedere scusa alla professoressa Hack perché mi sono documentata (cosa che non ho fatto prima perché ero di corsa, d’altra parte nemmeno i giornalisti che hanno parlato di questa vicenda hanno fatto riferimento alla nuova normativa) e ho scoperto che, grazie al Decreto Semplificazioni, per rinnovare la patente a chi ha superato gli ottant’anni non è più necessaria la Commissione medica.
Alla luce di questa recentissima normativa, in teoria il medico interpellato da Margherita Hack avrebbe dovuto almeno sottoporla a regolare visita. Nel caso in cui avesse riscontrato dei deficit tali da mettere in dubbio le capacità di guidare della professoressa, sarebbe stato comunque libero di mandarla in Commissione medica.

In un articolo del Corriere si leggono le motivazioni che hanno spinto a cambiare la normativa:

«L’uso dell’auto favorisce la partecipazione dell’anziano alla vita sociale, per questo mantenerlo “in pista” contribuisce al suo benessere — afferma Carlo Vergani, geriatra dell’Università di Milano — . Se parcheggia definitivamente la macchina, perde autonomia, autostima, va incontro a depressione».

Sono d’accordo con queste osservazioni e ritengo giusto che anche a novant’anni si continui a guidare se uno se la sente. Altro discorso è quello di pretendere il rinnovo della patente a prescindere. Però trovo corretto che anche il medico debba sentirsela di rinnovare la patente per due anni ad una persona così in età. Insomma, la signora Hack troverà di certo un medico disponibile (forse l’ha già trovato) ma secondo me bisognerebbe introdurre, in casi estremi (tra 80 e 90 anni lo stato psicofisico di una persona cambia notevolmente), una sorta di “obiezione di coscienza“. Esattamente ciò che ha fatto il dottor Caragliu anche se non in modo legittimo.

19 aprile 2011

IL RAZZISMO BUSSA ALLA PORTA … DI UNA CASA IN AFFITTO

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, integrazione culturale tagged , , , , , , , , , a 4:32 pm di marisamoles


Chi vive in un condominio lo sa: quando un appartamento viene dato in locazione a degli stranieri, nascono sempre, o quasi, dei problemi. Ricordo che nel palazzo dove abitavo fino a dieci anni fa, la proprietaria dell’appartamento attiguo al mio era disperata. Non voleva fare discriminazioni, quindi affittava il bilocale anche agli stranieri. Nel tempo si sono alternati colombiani, brasiliani, albanesi … non li ricordo tutti di preciso. Ricordo però quanto sia stato difficile spiegare ai miei figli che ci facessero sul pianerottolo degli uomini, prevalentemente nel pomeriggio. Le due signorine che vi abitavano, la cui nazionalità onestamente non ricordo, facevano le ballerine in un night club, la mattina dormivano e nel pomeriggio arrotondavano facendo le squillo. Trovavo oltremodo imbarazzante, per giunta, dover rispondere al citofono a voci maschili che evidentemente non cercavano me. “Ehi, bella, ci siamo sentiti al telefono poco fa … ” costituiva l’enunciato più gentile. E io a spiegare che di certo con me non aveva parlato al telefono e che non facevo quel mestiere là.

Poi è stata la volta degli albanesi. Questi me li ricordo bene. Tranquilli, pareva di non averli nemmeno come vicini di casa. Quasi quasi mi sentivo in imbarazzo io con due maschietti scatenati che si rincorrevano per tutto l’appartamento. Poi, di punto in bianco, non si è visto più nessuno. La padrona di casa si è decisa ad aprire con le sue chiavi l’appartamento solo molto tempo dopo e solo perché gli inquilini erano spariti senza lasciar tracce di sé e, soprattutto, senza aver pagato il canone d’affitto, per mesi. Ricordo che quando aprì la porta mi sono trovata per caso sul pianerottolo: dalla casa usciva un fetore tale da farci credere che avremmo trovato, là dentro, quattro cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Fortunatamente si trattava soltanto di avanzi di cibo lasciati dentro e fuori il frigorifero che, se cadaveri non erano, puzzavano terribilmente lo stesso.

Il problema dell’affittare le case agli extracomunitari è quello che non si sa mai quanta gente effettivamente ci andrà ad abitare. L’appartamento attiguo al mio, nel condominio dove abito attualmente, è stato affittato per trent’anni (forse quaranta, non ricordo) alla stessa persona. Andata via questa, la padrona aveva pensato di affittarlo ancora e ci aveva avvertiti che, stranieri o meno, lei non guardava in faccia nessuno a patto che le pagassero il canone. Ovviamente le demmo ragione: chi siamo noi per giudicare le scelte altrui? Fortunatamente si rese conto ben presto che gli extracomunitari, in particolare indiani e pakistani, pretendevano di andarci ad abitare in setto-otto (dichiarati, quindi forse quindici abusivamente) in appena 70 metri quadri. Per fara breve, ben presto la signora si rese conto che non avrebbe mai affittato ad italiani, quindi mise in vendita la casa che fu acquistata, fortunatamente, da una coppia che ha una scuola di lingue e che l’affitta ai suoi insegnanti provenienti perlopiù dall’Inghilterra. Magnifico! Così ogni tanto mi faccio una chiacchierata in Inglese sul pianerottolo. Anzi, nei primi tempi, eravamo spesso invitati alle loro feste e frequentavamo la casa regolarmente. Ma poi gli insegnanti sono cambiati e ne sono arrivati altri molto meno espansivi e per nulla festaioli.

Per giungere al topic, leggo sul quotidiano Il Messaggero Veneto, che in quartiere di Pordenone è stato affisso un cartello in cui si dichiara di essere disponibili ad affittare una casa esclusivamente ad Italiani. La cosa ha suscitato non poche polemiche, tanto che i proprietari si sono dovuti giustificare dicendo: «Abbiamo avuto una brutta esperienza. Una coppia di stranieri ci ha vissuto lo scorso anno. Lei una brava ragazza, ma lui l’ha lasciata e lei si è trovata in difficoltà. Non ce la faceva a starci dietro. Così abbiamo detto basta», aggiungendo che «Nel palazzo vivono dei professionisti. Vogliamo che qui vivano brave persone».

Ora, io credo che gridare allo scandalo non serva a nulla. Nemmeno alla Caritas che, commentando il cartello, tuona, per voce del legale, Carla Panizzi: «Bisognerebbe sempre capire le motivazioni che stanno alla base, però, così come è scritto, è palesamente discriminatorio in termini di razza e lingua».

Io credo che ognuno debba fare quel che si sente. Forse il cartello appare discriminante, forse si potrebbe trovare un altro modo per aggirare l’ostacolo, usando la diplomazia. Trovo, però, che le giustificazioni dei padroni siano plausibili, avendo avuto anch’io un’esperienza indiretta, quella descritta, che mi ha convinto che se uno acquista un immobile con l’intenzione di fare un investimento, non può rischiare di trovare degli inquilini insolventi. Anche se per onestà dobbiamo ammettere che, di questi tempi, con la crisi economica e la precarietà delle occupazioni lavorative, il rischio c’è sempre, anche con gli Italiani.

Mi permetto, infine, un’osservazione: quando i nostri migranti se ne andavano a cercar fortuna all’estero, non si trovavano spesso di fronte a cartelli in cui, senza mezzi termini, si dichiarava di non affittare case agli Italiani? E come no! Certo, erano altri tempi e tutta questa politica dell’accoglienza non esisteva. La storia passata dovrebbe essere magistra vitae, ma sappiamo molto bene che ognuno guarda al proprio orticello, senza curarsi di chi si trova in difficoltà. Questa forma di egoismo non è ancora tramontata, forse perché non abbiamo raggiunto quel grado di civiltà che ci porta ad essere accoglienti nei confronti di chicchessia, senza timori o sospetti. E purtroppo ci lasciamo facilmente condizionare dai pregiudizi che, però, molte volte sono fondati. Perché dovremmo, in nome dell’accoglienza, ignorare questa realtà e uniformarci tutti ad un unico pensiero? C’è chi se la sente e chi no. Ma non per questo dobbiamo giudicare le scelte altrui, sempre che non rechino danno a delle persone innocenti e sfortunate.

[foto e notizia dal Messaggero Veneto]

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