28 giugno 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL DELFINO CURIOSO NEL FIUME CORNO STA BENE

Posted in animali, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , a 2:23 pm di marisamoles

Riprendo, e mi scuso per l’interruzione, la pubblicazione della “Buona notizia del Venerdì” su invito dell’amica Laura. Questo il LINK al precedente post.

delfino

Per il titolo di questo post mi sono ispirata ad una vecchia pubblicità di una nota marca di caramelle. Nello spot, infatti, un delfino particolarmente goloso veniva apostrofato anche con l’aggettivo “curioso” perché sembrava particolarmente attento a tutto ciò che faceva la persona che si occupava di lui.

Altrettanto curioso sembra essere un delfino che, qualche giorno fa, ha risalito il fiume Corno, nei pressi di San Giorgio di Nogaro (Friuli), e si è talmente ambientato da non volerne assolutamente sapere di ritornare nel mare.

Inutile dire che il fenomeno non solo ha attirato una folla di curiosi che da martedì si gode l’inusuale spettacolo offerto dal mammifero che si diverte a fare le giravolte nell’acqua del fiume, ma anche gli esperti della Riserva di Miramare (Trieste), i volontari della Protezione Civile, dei Vigili del Fuoco, della Guardia di Finanza, della Forestale, della Capitaneria di Porto e tanti sub che si sono fin da subito preoccupati per la sua salute. All’inizio hanno cercato con ogni mezzo di guidare il simpatico animale verso il mare aperto, per poi arrendersi di fronte all’evidenza: il delfino nelle acque del Corno si trova veramente a suo agio.

L’arrivo del giovane Tersiope, della lunghezza di oltre 3 metri e leggermente sottopeso, ha destato molta preoccupazione. C’è chi ha subito pensato che l’habitat naturale in cui è capitato, alla foce del fiume, non fosse adatto a lui. Anzi, si riteneva che il delfino fosse finito in una vera e propria trappola. Ma visti gli inutili tentativi di farlo tornare in mare e considerato che i numerosi cefali che nuotano in quelle acque sembrano di suo gradimento, l’allarme è rientrato.

Il personale della Riserva biologica marina dell’Università di Trieste e veterinaria dell’Ass Bassa friulana assicura che «il delfino può comunque stanziare nella zona interessata senza particolari motivi di preoccupazione per il suo stato di salute. Attualmente lo si sta monitorando, valutando l’adozione di ulteriori nuove misure qualora dovesse emergere un peggioramento delle sue condizioni«. Se ciò dovesse accadere, si potrebbe sedare il mammifero per condurlo agevolmente e con un apposito mezzo in mare aperto, che dista 7 miglia marine dal luogo in cui ora si trova.

Una curiosità: la gente del luogo (Villanova, frazione di San Giorgio di Nogaro) l’ha soprannominato Villeneve (come viene chiamata in friulano quella località), storpiando volutamente il cognome del famoso pilota di Formula 1 Gilles Villeneuve. Infatti il delfino curioso ama percorrere in lungo e largo il tratto del fiume in cui ha deciso di soggiornare al momento, e lo fa ad una velocità piuttosto … sostenuta!

[Notizia e foto dal Messaggero Veneto]

LA BUONA NOTIZIA DI LAURIN42: L’ETNA E’ PATRIMONIO DELL’UMANITA’

AGGIORNAMENTO DEL POST, 30 GIUGNO 2013

Alla fine il delfino curioso ha trovato da solo la via verso il mare. Dopo l’avvistamento da parte di un pescatore che l’ha localizzato alla confluenza del fiume Corno con il mare, di Villeneve non è rimasta traccia. L’ispezione del canale in lungo e in largo ha dato esito negativo.

«E’ la miglior conclusione che potessimo sperare», commenta la biologa della Riserva marina di Miramare, Marina Tempesta, che assieme ad altri due biologi del Wwf di Trieste, uno dell’Università di Padova e quelli di Pirano, con la veterinaria dell’Ass 5 Bassa friulana ha monitorato il cetaceo nei cinque giorni di permanenza nelle acque del Corno: «La natura ha provveduto da sé».

LINK

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17 gennaio 2013

STIPENDI PUBBLICI: 5000 EURO AL MESE ALL’ASSESSORE … E SI LAMENTA

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, lavoro, politica, televisione tagged , , , , , , , , , a 6:58 pm di marisamoles

segantiNella puntata della trasmissione di La 7 “L’aria che tira” del 16 gennaio è andato in onda un servizio sui costi della politica in Fvg. L’inviata dell’emittente è a Trieste e sta intervistando il presidente del Consiglio regionale Maurizio Franz su questi temi quando irrompe nella stanza Federica Seganti (Assessore regionale alle attività produttive, delegato alla polizia locale e sicurezza, NdR): “Ma avete idea di quel è il mio cedolino paga? 5 mila euro su 12 mensilità e senza preavviso di licenziamento“, esclama l’assessore leghista cercando di far capire alla giornalista che il suo stipendio è basso. “Ma non sta riprendendo vero?”, chiede davanti alla telecamera accesa. Tutto registrato, tanto che Seganti poi si è rifiutata di farsi intervistare sulle modalità con cui gestisce i contributi dell’assessorato di cui è responsabile, tra cui l’assegnazione di fondi per pubblicizzare i prodotti tipici locali negli aeroporti, a scapito dei finanziamenti a realtà come Film Commission che portano milioni di euro nel territorio, come si denuncia nel servizio. Al rientro in studio (tra gli ospiti anche Sergio Rizzo autore de “La Casta”) la conduttrice Myrta Merlino commenta: “Sono basita, ma dove crede di vivere quella signora?“. di Gianpaolo Sarti per Il Piccolo.

GUARDATE IL VIDEO: MERITA.

Io non commento. E non perché non ho tempo, non ho proprio parole.

[immagine dal Messaggero veneto]

AGGIORNAMENTO DEL POST, ORE 21

LA SEGANTI SU FACEBOOK SI SCUSA … QUANTO MENO DICE: “LASCIATEMI SPIEGARE”.

Io ho lasciato che si spiegasse ma non mi ha convinta nemmeno un po’.

21 novembre 2012

LIBRI: “IO CREDO. DIALOGO TRA UN’ATEA E UN PRETE ” di MARGHERITA HACK e PIERLUIGI DI PIAZZA

Posted in libri, religione tagged , , , , , , a 5:17 pm di marisamoles

In uscita il libro Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete, curato dalla giornalista della Rai regionale del Friuli – Venezia Giulia Marinella Chirico, nota a livello nazionale per aver ottenuto, lei sola, il permesso di vedere Eluana Englaro nelle ultime ore di vita.

Il libro, edito da Nuova Dimensione, rappresenta un sunto di quasi vent’anni di incontri tra un’atea, l’astrofisica Margherita Hack, e un prete, Pierluigi Di Piazza, due persone apparentemente distanti (“il diavolo e l’acqua santa”, come scherzosamente osserva la Hack) che si interrogano sui valori fondamentali che orientano l’azione umana e sui temi del vivere quotidiano.
La Hack non ha bisogno di presentazioni e il suo ateismo è cosa ben nota, visto che non perde l’occasione di ribadirlo in ogni intervento pubblico. Pierluigi è stato mio collega di religione più di vent’anni fa, un grande uomo di Fede, soprattutto un grande Uomo. Da anni si occupa degli emarginati, prodigandosi nell’ambito dell’ integrazione e dell’accoglienza, dirigendo il Centro di Accoglienza Balducci alle porte di Udine.

La presentazione del libro è prevista presso il Centro Balducci martedì 27 novembre alle ore 20 e 30.

Ecco un “assaggio” del libro pubblicato sul numero odierno del quotidiano Messaggero Veneto:

Dal libro emerge una grande consonanza sull’etica. Si può dire che uno cerca il bene dell’uomo in nome di Dio e l’altra in nome dell’uomo?
M.: «Io credo nella libertà e nella giustizia. La mia filosofia si riassume nel “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” e nell’“Ama il prossimo tuo come te stesso”. Sento quindi il dovere etico di andare incontro a chi è più debole, più povero, più sofferente. Non credo alla natura divina di Gesù, ma lo considero il primo socialista, e probabilmente la più grande figura mai apparsa nella storia umana».
P.: «Io credo in Dio. Ma va precisato in quale. Perché c’è il Dio dei ricchi e quello dei poveri, il Dio di chi vuole la guerra e quello di chi vuole la pace, di chi è razzista e di chi accoglie, di chi è corrotto e mafioso e di chi combatte mafie e corruzione, di chi sfrutta e inquina l’ambiente e di chi lo difende. Credo nel Dio di Gesù, che ci impegna ad accogliere l’altro e a lottare per un’umanità più giusta».

[…]

A dividervi non è il “fare” in vita, ma l’atteggiamento verso la morte e il dopo morte?
M.: «Non credo ci sia un aldilà. L’atomo di idrogeno è praticamente immortale, e le molecole che oggi sono Margherita Hack si sparpaglieranno nell’atmosfera, serviranno a costruire altre persone o oggetti, chissa… Ma io non ci sarò più. Vedo il cervello come un hardware, e l’anima come un software che non gli sopravvive. La morte non mi fa paura, la perdita dell’autosufficienza e l’accanimento terapeutico sì».
P.: «Dobbiamo assumerci una maggiore responsabilità verso la vita, perché troppo spesso la morte è provocata. Dalla fame, dall’ingiustizia, dalle guerre. La morte è rottura delle relazioni umane di cui è tramata la vita. Ed è il cuore del mistero: credo che in quel momento la vita venga accolta, sebbene non sappiamo spiegare dove e come. Non è una fiducia irrazionale, è un pensiero che avverto indimostrabile ma ragionevole. Nella morte è il senso primo dell’affidamento a Dio, hanno detto Küng e Martini. Come annunciano le Scritture, vedremo il volto di Dio, anche se non possiamo sapere quale sarà. Né quale sarà il nostro volto».

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 NOVEMBRE 2012

Sono riuscita ad andare alla presentazione del libro di Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza. Devo dire che ne è valsa la pena, considerando anche il fatto che se l’astrofisica è nota a tutti per la sua arguzia, per le sue battute e le risposte secche, la vera rivelazione, per molti ma non per me, è stato questo prete straordinario che ha messo in luce non tanto la forza della sua fede quanto la debolezza. Una riflessione, la sua, che a volte lo porta lontano dalla chiusura ostinata della Chiesa nei confronti della scienza o di quelli che considera dei tabù sociali, come ad esempio l’omosessualità o il divorzio, e etici e morali, prima di tutto il discorso della fine vita e del testamento biologico.

Un’atea e un prete molto più vicini di quanto possa sembrare.

IL VIDEO DELLA SERATA

16 ottobre 2012

PAOLO VILLAGGIO OFFENDE I FRIULANI: CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE DELLA QUERELA PRESENTATA DALLA FILOLOGICA

Posted in Friuli Venzia-Giulia, libri, lingua tagged , , , , , , , , a 8:49 pm di marisamoles

Non poteva che finire così: il pm Marco Gallina chiede alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trento l’archiviazione della querela per diffamazione presentata dal presidente della Società Filologica Friulana, Lorenzo Pelizzo, nei confronti del popolare comico Paolo Villaggio per aver adoperato, nel proprio libro, Mi dichi, «affermazioni offensive della reputazione dei friulani, travalicando i limiti della satira e diffamatorie della cultura e della lingua friulane».

I fatti risalgono all’ottobre dello scorso anno (ne ho parlato QUI). Nonostante il libro di Villaggio fosse uscito da alcuni mesi, qualcuno in Regione si accorge che il comico ironizza sul popolo friulano usando dei termini poco carini:

[…] i friulani, che per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di merda e l’abitudine di ruttare violentemente. (pagina 42)

Immediata fu allora la reazione del Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia, Renzo Tondo, che fin da subito minacciò di querelare Villaggio per diffamazione. Poi le acque si calmarono. Chi non perdonò affatto per l’infelice uscita il popolare comico fu il presidente della Società Filologica Friulana, Lorenzo Pelizzo, che nel maggio di quest’anno ha sporto querela per diffamazione (ne ho parlato QUI).

La vicenda, che ha suscitato non poche polemiche, ha avuto dunque la conclusione che un po’ ci si aspettava. Dal Trentino ci arriva, tuttavia, una riflessione preziosa da parte del pm Gallina. Secondo costui, infatti, Villaggio si compiace di lasciarsi influenzare dal giudizio negativo sui friulani espresso, secoli fa, dall’illustre autore del De Vulgari Eloquentia: Dante Alighieri. (cosa su cui ho espresso i miei dubbi nel primo articolo linkato, in quanto Dante disprezzava pure il toscano …)
«Per il resto, con linguaggio certamente scurrile, l’autore altro non fa che riprendere stereotipi ormai consunti e come tali nemmeno più offensivi, secondo cui i friulani (in ciò di regola accomunati ai veneti e ai trentini) hanno una particolare propensione al bere, il cui abuso, notoriamente, provoca alito pesante», osserva Gallina.

Ma il magistrato non si ferma a queste osservazioni assai bonarie. Continua con una sorta di excursus sulla letteratura nostrana, mescolando arditamente, a mio parere, scrittori triestini e friulani. «Fortunatamente è di diffuso sapere – afferma Gallina – come il duro giudizio del padre della lingua italiana non abbia impedito che Trieste divenisse dapprima uno dei principali centri della cultura mitteleuropea dando i natali a scrittori quali Italo Svevo e Umberto Saba, successivamente che detta città e la poco popolosa terra friulana abbiano dato i natali a taluni tra i più importanti scrittori e poeti italiani contemporanei, fra cui Carlo Sgorlon, Fulvio Tomizza e Pierluigi Cappello». Quanto a Pasolini, egli gli attribuisce il merito di aver reso giustizia al friulano che è universalmente accettato come lingua: «Più che dialetto, una lingua straniera – per il vero di oggettiva e difficile comprensione -, utilizzata tuttavia “non come espediente letterario o formale, da sfruttare per aggiungere colore”, ma con il rispetto che si riserva a una cultura da difendere e da salvare dall’aggressione di una barbarie massificata».

Ora, non è il caso di perdersi in sottigliezze facendo notare che il triestino con il friulano ha ben poco da spartire. Riesce a passarci sopra lo stesso Pelizzo che, pur deluso dall’archiviazione del caso, apprezza il fatto che la Magistratura della Repubblica riconosca al friulano non soltanto la dignità di lingua, ma anche il rispetto che ad essa deve essere riconosciuto, cosa che considera un fatto di assoluta attualità e rilevanza.

Che dire? Forse la reazione della Filologica è stata un tantino esagerata. Forse sarebbe stato davvero il caso di soprassedere e farsi una risata, a denti stretti, senza incriminare Villaggio. Anch’io, in un primo momento, mi sono sentita offesa (pur non essendo friulana, per solidarietà, se non altro, vivendo qui da tanti anni), però effettivamente l’ironia del comico è stata di bassa lega e davvero la cosa poteva passare sotto silenzio. Se non altro avrebbe confermato che Villaggio non sa più cosa dire e farebbe meglio a tacere.

[fonte: Messaggero Veneto]

19 settembre 2012

CERVIGNANO DEL FRIULI: PARROCO CELEBRA MESSA IN RUMENO E I FRIULANI SI LAMENTANO

Posted in Friuli Venzia-Giulia, integrazione culturale, lingua, religione tagged , , , , , , , a 9:00 pm di marisamoles

Ho spesso detto, con cognizione di causa, che i friulani sono gente con un cuore grande. Avendo poi vissuto sulla propria pelle, decine di anni fa, l’esperienza dell’emigrazione, ho sempre pensato che il friulano sia un popolo particolarmente accogliente nei confronti degli immigrati. E ne sono convinta tuttora ma una notizia riportata dal quotidiano locale, il Messaggero Veneto, mi porta a pensare che le cose possano cambiare quando si tratta dei “diritti di lingua”. In altre parole, vi saranno amici a patto che non tocchiate loro la marilenghe.

Il fatto è questo: la parrocchia di Cervignano del Friuli ha deciso di celebrare, in una chiesa del comune, una messa domenicale in rumeno, data l’alta presenza di immigrati che provengono da quella terra dell’Est Europa. La realizzazione di tale progetto è resa possibile anche dal fatto che don Michele Roca, da poco nominato vicario della parrocchia di Cervignano, è rumeno egli stesso e ciò permette si superare agevolmente il problema linguistico.

Così il parroco don Dario spiega il progetto: «È un modo per far vivere meglio la liturgia ai rumeni che abitano nella nostra diocesi; è un’attenzione in più verso chi è cattolico e si trova a vivere in un Paese straniero.» Ma le proteste non si sono fatte attendere: come si osa celebrare una messa in rumeno quando non lo si fa nell’idioma locale, ovvero il friulano? Sembra quasi una sorta di razzismo al contrario.

Da parte sua il parroco dichiara che, almeno per il momento, non si ravvisa la necessità di dire messa in friulano, anche perché la zona è molto eterogenea, ma che non avrebbe nulla in contrario nel farne celebrare una anche nella lingua locale qualora pervenisse alla sua parrocchia una richiesta in tal senso.

Al di là dell’articolo, leggere i commenti è davvero deprimente.

Se le vie del Signore sono infinite, è ovvio che arrivino anche in Friuli. Però è necessario che qualcuno lo avverta che deve imparare il friulano, onde evitare qualsiasi problema diplomatico.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 20 SETTEMBRE 2012

Com’era facilmente intuibile, al coro di voci polemiche dei lettori del Messaggero Veneto (alcuni dei commenti sono davvero deprimenti), si è aggiunta quella della Lega Nord per bocca di Matteo Piasente, segretario regionale del Carroccio.

Secondo Piasente, l’idea di celebrare una messa in rumeno per gli immigrati non è felice, anzi, è proprio ghettizzante. Non si arriverà mai all’integrazione perché così si scava un baratro tra immigrati e cervignanesi. Osservazione alquanto discutibile visto che si tratta di un’ora la settimana, di un evento che non implica la partecipazione in massa di tutti gli emigrati di lingua rumena, così come nemmeno tutti gli Italiani, oppure tutti i friulani, partecipano al rito domenicale.

Arrampicandosi sugli specchi, a parer mio, Piasente aggiunge: «Dubito che assisteremo mai a Bucarest o in Transilvania ad una messa in friulano.», facendo leva sullo scambio interculturale che in questo modo sarebbe rispettato, mentre la decisione del vicario don Michele Roca a suo dire si risolve in un’iniziativa destinata ad erigere un muro tra friulani e rumeni.

Ma la vera chicca arriva ultima, alla fine dell’articolo pubblicato sul Messaggero Veneto: «Celebrare la messa in friulano sarebbe un grande segnale per la nostra comunità. L’identità culturale del popolo friulano non può prescindere dalle radici cattoliche. E tutti i fedeli, stranieri compresi, avrebbero una nuova, preziosa, chiave di lettura per interpretare la terra che li ospita».

Ma di quale chiave di lettura parla se per gli stranieri è già complesso imparare la lingua italiana? Io vivo in Friuli da ventisette anni e non so articolare una frase completa e a stento riesco a capire il 50% di quello che mi dicono quando parlano in friulano. E dire che sono portata per le lingue …

E poi, a dirla tutta, difendere a oltranza la lingua friulana, a scapito della stessa lingua nazionale, in una terra che ospita non solo molti immigrati stranieri ma anche gente che arriva dalle varie regioni d’Italia, specie del sud, non è un modo per erigere un muro fra i friulani e il resto del mondo?

24 agosto 2012

ROMENO NECESSITA DI UN TRAPIANTO DI CUORE: PADOVA LO RESPINGE, UDINE LO SALVA

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia, salute tagged , , , , , , , , , , , , , , a 12:32 pm di marisamoles

Faccio una premessa: ho letto la notizia su Il Corriere e, spinta dall’incredulità, ho consultato altre fonti tra cui Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino e net1news. Siccome do per scontato che le notizie che i quotidiani, o altri mezzi di informazione, diffondono siano vere, nonostante abbia riscontrato alcune difformità, la mia riflessione si basa su ciò che ho letto considerandolo degno di fiducia.

Dunque, il fatto riguarda un trapianto di cuore. Un marinaio romeno di 53 anni, che lavora per un armatore italiano, ha avuto un infarto, definito “devastante” dai bollettini medici. Si rende, quindi, necessario un trapianto. L’uomo è degente all’ospedale di Mestre e deve essere trasferito al centro trapianti di Padova, dove, però, l’intervento viene negato. Perché? Semplice: il cittadino romeno non ha diritto ad un cuore italiano, deve essere trasferito nel suo Paese d’origine e lì operato. Come dire: moglie e cuore dei paesi tuoi.

Naturalmente la questione è molto più complessa. Da Padova fanno sapere che la decisione di non intervenire è stata dettata dalla prassi che, secondo le indicazioni del “Nord Italia Transplant“, organismo nato nel 1976 che lavora in un territorio che comprende diciannove milioni di abitanti, i cuori italiani vanno ai pazienti italiani e non agli stranieri. Così viene giustificata tale “prassi”: «Data la tragica scarsità di organi, quando un ammalato, che non è nelle nostre liste d’attesa nazionali, può essere trasportato nel suo Paese di provenienza, perché anche lì esiste un centro trapianti, lo si deve fare. E in questo caso era possibile farlo». Così si esprime il direttore sanitario dell’ospedale di Padova, Giampietro Rupolo, chiarendo che la decisione è stata presa di comune accordo con la ASL di Mestre. Naturalmente da Mestre negano il fatto.

A parte il quadro clinico del paziente che appare confuso, stando alle dichiarazioni contraddittorie dei due ospedali veneti, la Prefettura di Mestre nega l’utilizzo di un aereo per il trasferimento del rumeno in Romania dal momento che era possibile operarlo in Italia . Allora è lecito chiedersi: ma il paziente poteva essere trasferito o no? Se i bollettini parlano di un “quadro devastante” pare di no. Nel frattempo il romeno rimane in balia dei medici che si rimpallano le responsabilità e la corretta interpretazione della “prassi” sottoscritta da “Nord Italia Transplant”.

In breve: l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine accoglie l’Sos dell’ospedale dell’Angelo di Mestre dove l’uomo è ricoverato dall’8 agosto, dichiarandosi disponibile a operare. E così martedì l’equipe di Cardiochirurgia diretta dal professor Ugolino Livi, effettua, con successo, l’intervento. Spiega il primario di cardiochirurgia di Udine: «A parte la polemica con Padova devo dire invece che a Mestre il caso è stato ottimamente gestito, nella fase di emergenza, e affrontato poi nella maniera giusta. Noi abbiamo operato al meglio grazie all’assistenza che l’uomo ha ricevuto proprio all’ospedale dell’Angelo.»

Insomma un elogio allo stesso ospedale che, però, aveva rifiutato il trapianto di un cuore italiano ad un romeno. Ma c’è un altro punto su cui rimango perplessa: stando alle parole di Livi, l’uomo si trovava in una situazione di emergenza tale da dover essere operato nel più breve tempo possibile in Italia perché non era trasportabile nel suo Paese. Allora per quale motivo Padova si è rifiutata di operare? Neppure il Santo ha potuto fare un miracolo e infondere un po’ di saggezza nei medici dell’Angelo. Come dire: non c’è né Dio né Santi che tengano.

Ovviamente della vicenda si stanno occupando non solo i media, nazionali e locali, ma anche i politici. L’accusa più gettonata è quella di “razzismo sanitario“. La direzione sanitaria dell’ospedale di Udine commenta il fatto con parole appropriate: «la “Nord Italia Transplant” ha come priorità la salute delle persone, non la loro provenienza e la loro cultura.»

L’ho scritto proprio recentemente in un altro post: i friulani hanno un cuore grande così. Anche quando c’è la necessità di trapiantarne uno.

[foto ANSA]

19 maggio 2012

BUON COMPLEANNO A VOI, AMATI JEANS

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, moda, Trieste tagged , , , , , , , , , , a 4:09 pm di marisamoles


Il 20 maggio 1873 vennero brevettati, negli Stati Uniti d’America, i mitici pantaloni, amati da molte generazioni e tuttora di gran moda: i blue jeans. Per la precisione, il brevetto fu depositato a San Francisco da Levi (nato Loeb) Strauss e Jacob Davis (nato Youphes). I neosoci decisero che il marchio «Levi’s and Jacob’s» era troppo lungo, quindi scelsero il più breve Levi’s, da allora e per sempre sinonimo dei pantaloni di tela blu di cui si celebra il 139° compleanno. Un’età che il capo di abbigliamento più venduto al mondo di certo non dimostra.

Il tessuto dei jeans, simile al Denim (di Nimes) ma più leggero, nasce a Genova. Si tratta di un tipo di fustagno molto resistente e leggero. Dal nome Gènes (Genova in francese) viene chiamato jean o jeane ed è già presente sul mercato europeo sin dalla fine del Medio Evo, mentre la sua trasformazione in pantalone da lavoro è da far risalire all’800, quando viene utilizzato per gli scaricatori del porto.

Probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato che quest’umile pantalone da lavoro avrebbe avuto un successo planetario. A partire dal 1850 che il termine jeans viene utilizzato per identificare non il tessuto ma un determinato modello di pantaloni. Il modello di pantaloni lanciato dai soci Levi Strauss e Jacob Davis aveva cinque tasche e si era rivelato particolarmente adatto ai cercatori d’oro. Dopo circa un secolo, dagli anni ’40 del ‘900, i jeans diventano, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, un capo di gran moda.

Oggi i jeans si indossano a tutte le età ed hanno le fogge più varie: larghi, stretti, a zampa sul fondo (stanno tornando di moda), a sigaretta, a vita bassa o bassissima, strappati, consumati, rattoppati … Il colore tipico dei jeans, blu scuro, ormai non è che una delle molteplici varietà di tinte in cui vengono prodotti questi pantaloni. Più o meno colorati, vengono prodotti e messi in vendita già lavati e poco importa se portandoli si sbiadiscono o in certe parti si consumino più che in altre. I jeans vanno vissuti e sono ancora più belli quando dimostrano i segni dell’età. Anzi, talvolta maggiormente apprezzati sono proprio quelli che escono direttamente dalla fabbrica consumati. Così non ci dobbiamo nemmeno dar la pena di farlo noi portandoli.

Dal lontano dì in cui i Levi’s sono comparsi sul mercato, non c’è casa di moda che non li abbia in catalogo. Certo, i prezzi sono diversi a seconda della firma. Ma ci si può accontentare anche di un paio anonimo se li sappiamo portare.


Ma i jeans hanno anche una storia da raccontare. Nei Paesi dell’ex area comunista, non so per qual motivo, non venivano prodotti o venduti. Negli anni Settanta a Trieste ci fu un vero e proprio boom economico favorito dall’arrivo in massa, ogni sabato, dei cittadini della ex Jugoslavia che ne compravano in quantità “industriali”, con il probabile intento di rivenderli clandestinamente nel loro Paese.
A quei tempi fecero affari d’oro i venditori ambulanti che avevano le loro bancarelle in piazza Ponterosso, sul canale che dalle rive porta alla chiesa di Sant’Antonio Vecchio. Increduli di fronte alle richieste esagerate di quel tipo di merce, i venditori iniziarono a specializzarsi nella vendita dei jeans e divennero ricchissimi. La prosperità economica li portò a costruirsi le ville sull’altopiano carsico o sull’incantevole strada costiera dalla quale si accede alla città giuliana. Ville che fino a quel momento erano un’esclusiva dei ricchi industriali e professionisti triestini.

Come sempre capita, questo boom ebbe anche i suoi risvolti negativi: presi dall’euforia dei nuovi acquisti, gli slavi (in dialetto sciavi, parola che effettivamente veniva usata con un certo disprezzo dai triestini inorriditi da un’invasione che veniva paragonata ad un’orda barbarica) spesso abbandonavano per strada, ovunque capitasse, i loro pantaloni per indossare i jeans nuovi di zecca. La città durante il sabato si trasformava ed era realmente invivibile. Gli slavi bivaccavano sul sagrato della chiesa di Sant’Antonio, il cui ingresso principale si affaccia su una bella scalinata, creando non poco disagio ai passanti.

Con il trascorrere degli anni, specialmente dopo la caduta del muro di Berlino, questa invasione è andata sempre più scemando. Così ora i triestini possono godersi la loro vita tranquilla, caratterizzata da una certa ripetitività – le “vasche” in Viale, la passeggiata sul Corso, il caffè in piazza Unità d’Italia -, e il loro shopping in santa pace. Del boom economico, però, non è rimasta neppure l’ombra e tutto a causa dei jeans che ora vengono prodotti e venduti ovunque.

Gli anni sono passati anche per me. Non sono più la ragazzina viziata che faceva fare chilometri ai genitori per poter acquistare, prevalentemente in Veneto, i jeans Fiorucci, i preferiti. Ma quei pantaloni tanto amati occupano sempre lo spazio privilegiato nel mio guardaroba. Strappati o meno, con le borchie o con gli strass, blu scuri o chiari, loro continuano ad essere sempre i miei amati jeans.

[fonti: Il Corriere e thisismyworld; immagine sotto il titolo da questo sito]

18 maggio 2012

PORDENONE: TROPPI OBIETTORI. CONCORSO PER MEDICI ABORTISTI

Posted in aborto, bambini, donne, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 7:25 pm di marisamoles


A quanto si legge sul quotidiano friulano Messaggero Veneto, l’aumento del numero dei medici obiettori di coscienza, cioè quei ginecologi non disponibili a praticare l’aborto, lederebbe il diritto delle donne friulane – ma pare che il problema sia molto più esteso – di interrompere la gravidanza. In questo modo si contravverrebbe alla legge 194 che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza.

Diritto contro diritto, dunque. Da una parte quello dei medici di fare obiezione, dall’altra quello delle donne di abortire. Infatti, essendo poco numerosi i medici non obiettori, La lista d’attesa si allunga e si rischia di superare il limite imposto dalla legge per la pratica abortiva: 12 settimane.

Il grido di allarme proviene dal presidente nazionale dell’Aied, Mario Puiatti, che ha intenzione di proporre «l’attivazione di concorsi, per l’assunzione di ginecologi ed ostetrici, esclusivamente per professionisti non obiettori». L’occasione propizia sarebbe il convegno sull’obiezione di coscienza in Italia organizzato, congiuntamente all’associazione Luca Coscioni, il 22 maggio a Roma. La data coincide con il 34° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194.

Puiatti osserva che la legge «ha contribuito a ridurre il numero degli aborti in Italia di oltre il 50% dal 1982 a oggi», però la scarsa disponibilità di medici non obiettori potrebbe favorire la pratica illegale, qualora le donne non possano abortire entro il termine previsto dalla legge. L’ultimo dato statistico disponibile è quello relativo al 2009: in Italia gli aborti sono stati 115 mila , di cui 33 mila riguardano donne straniere; in Friuli – Venezia Giulia sono state eseguite 1.322 interruzioni su donne di cittadinanza italiana e 724 su donne di nazionalità straniera.

La giornalista del quotidiano friulano, Elena Del Giudice, chiude l’articolo con un’osservazione che condivido pienamente: invece che temere un ritorno all’aborto clandestino, sarebbe meglio considerare l’educazione alla contraccezione come una priorità da affrontare.

Piuttosto che indire dei concorsi che, almeno secondo il mio modesto parere, sarebbero discriminanti (se c’è bisogno di medici, non si possono mettere dei paletti come propone Puiatti) non sarebbe più saggio distribuire la pillola anticoncezionale, previa visita ginecologica gratuita, alle donne che la richiedono e/o, sempre gratuitamente, i profilattici?

La legge è legge ed è giusto garantire l’esercizio del diritto a chi lo desidera. Però è anche vero che assumere del personale solo perché non c’è chi pratica l’aborto (e questo dovrebbe già imporre una riflessione), ha dei costi che gravano su tutta la collettività. Costi che sicuramente potrebbero essere contenuti con un’educazione alla contraccezione, partendo dalle scuole.

Poi, siccome non è obbligatorio fare figli e nemmeno usare dei contraccettivi, ognuno faccia quel che gli pare. Ma non si lamenti del fatto che i medici sono obiettori.

Io sono per la vita. E voi?

22 aprile 2012

UDINE: NIENTE CELLULARI IN BAR E NEGOZI

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, società tagged , , , , , , , , , , , , a 5:58 pm di marisamoles

Prima in Europa, la città di Udine, capoluogo del Friuli, ha messo al bando i telefonini dai bar e ristoranti. Sono già numerose le adesioni alla proposta partita dal consigliere comunale e pediatra Mario Canciani e dal sindaco Furio Honsell, noto matematico e già rettore dell’ateneo cittadino, ancor più famoso, nel resto di Italia, per l’assidua partecipazione al programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa, qualche anno fa. Il sindaco appoggia l’iniziativa anche perché, come testimonia «in giunta sono state più le volte in cui ho usato il campanello a causa dei cellulari che a causa delle discussioni. Tutti a smanettare su Twitter, Facebook, gli sms».

La campagna “Liberi dal cellulare, liberi di parlare” è appoggiata, oltre che dal Comune di Udine, anche dall’Associazione contro l’elettrosmog (Ace), Confcommercio, l’Associazione albergatori udinesi e Confindustria.
Il promotore, dottor Canciani, spiega: «L’idea è nata durante una cena di lavoro con colleghi scandinavi: appena seduti a tavola tutti hanno spento i cellulari. Sul momento sono rimasto basito, ma poi ho pensato che quel gesto si sarebbe dovuto trasformare in una buona pratica sia dal punto di vista dell’educazione sia da quello del rispetto della salute».

Da parte sua l’assessore alla Qualità della città, Lorenzo Croattini, assicura che non ci sarà alcuna caccia alle streghe nei confronti del cellulare ma che con questa campagna s’intende favorirne l’uso consapevole e rispettoso verso gli altri avventori dei locali pubblici.
D’accordo anche la dottoressa Antonella Colutta, titolare di una nota farmacia e referente del centro storico per Confcommercio Udine; secondo quanto da lei affermato, sarebbero già molte le adesioni anche fra i colleghi. Quindi la cell-free zone è destinata ad allargarsi.

Io sono favorevole all’iniziativa e non solo per i danni – non del tutto accertati – che possono derivare dalla continua esposizione alle onde elettromagnetiche. Trovo, invece, che l’utilizzo del telefonino nei luoghi debba essere regolamentato. Almeno dove e quando si può, visto che per strada non credo si possa vietarne l’uso. A chi interessa, ad esempio, che Tizio debba trovarsi alle 19 con Caio per l’aperitivo? O quale importanza ha che Pinco non riesca a prendere il pane e, quindi, che lo debba prendere la moglie? O ancora, che Pallo debba andare a prendere a scuola il figlioletto perché la mamma non ce la fa?

Siamo costretti quotidianamente ad ascoltare, malvolentieri, conversazioni telefoniche che non ci riguardano affatto: dal medico, alla cassa del supermercato, allo sportello postale, in autobus … senza contare che talvolta ci preoccupiamo fortemente per la salute mentale di tutti quelli che parlano da soli per strada, una specie di epidemia diffusa da chissà quale strano virus, finché non ci rendiamo conto che tutti quei “pazzi” hanno l’auricolare nascosto e parlano al cellulare con un ignoto interlocutore. Se nulla possiamo fare in questi casi, almeno beviamoci un caffè e mangiamoci una pizza in santa pace.

L’ultimo sgradevole episodio cui ho assistito si è verificato addirittura in chiesa. Durante la Messa, alla mia vicina, una signora piuttosto anziana, è squillato più volte il cellulare. Lei puntualmente rifiutava la chiamata – dopo aver trafficato un bel po’ per rintracciare il telefonino nella borsa – ma senza spegnerlo. Alla quarta chiamata la sento dire: “Ti chiamo dopo” mentre il telefono continuava a squillare, segno che non solo non sapeva come spegnere l’aggeggio, non era in grado neppure di rispondere.

A questo punto faccio un appello all’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato: la prego, Sua Eccellenza, istituisca una Cell-free zone in tutte le chiese cittadine. Come dice? C’è già? Allora metta un bel cartello: “In caso di utilizzo del cellulare durante le funzioni, i trasgressori saranno puniti con l’obbligo alla frequenza quotidiana del Rosario per un mese intero più un’offerta alla Chiesa di 500 euro“. Sarebbe un modo per avere più fedeli in chiesa durante la settimana e per rimpinguare le casse dell’arcidiocesi.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da Il Corriere]

14 aprile 2012

GENITORI NON SPOSATI IN CHIESA? NIENTE BATTESIMO AL BIMBO

Posted in bambini, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia, religione tagged , , , , , , a 7:27 pm di marisamoles


La Chiesa discrimina? No, il sacerdote obbedisce al vescovo: niente battesimo al neonato se i genitori non sono sposati in chiesa. Pare, comunque, che il rifiuto sia limitato alla richiesta, fatta dal padre, che il bambino fosse battezzato durante la messa domenicale. In questo caso, come fa a dire il sacerdote, don Andrea Della Bianca, 38 anni, parroco di Morsano (in provincia di Pordenone), che non si tratta di discriminazione? Ma procediamo con ordine.

Dunque, pare che una coppia non sposata abbia chiesto il battesimo del figlio neonato nella chiesa di Bando, una località vicina a Morsano, e che il giovane parroco si sia rifiutato poiché il vescovo, monsignor Giuseppe Pellegrini, ha disposto che ai genitori sposati civilmente o conviventi non sia offerta questa possibilità in quanto la domenica, durante la messa, si battezzano i bambini delle coppie unite in matrimonio. È attraverso quest’indicazione che si cerca di valorizzare la coppia sposata, che ha già ricevuto il sacramento del vincolo in matrimonio, come spiega don Della Bianca che aggiunge: piuttosto che discriminare la coppia non sposata. La Chiesa non discrimina nessuno.

Poi, però, gira la frittata e dichiara: La coppia in questione voleva battezzare il piccolo a Bando durante la messa della domenica. Ma a Bando la domenica non si celebra la messa. Si celebra ogni martedì mattina alle 8. Se la coppia vuole, a quell’ora, in quel giorno nella chiesa di Bando possiamo celebrare il battesimo.

Insomma, le coppie sposate possono battezzare il figlio alla messa domenicale dove vogliono, per quelle non sposate c’è sempre il martedì.

Ma a voi non sembra un modo per arrampicarsi sugli specchi? A Bando non si può battezzare il piccolo celebrando una messa ad hoc la domenica?

Come spiega il giornalista del Messaggero Veneto, il curioso caso sarebbe emerso da un’indagine proposta da TelePordenone in seguito alla vicenda del bambino disabile a cui sarebbe stata rifiutata la Prima Comunione nella provincia di Ferrara. Anche questa volta sembra che la Chiesa non discrimini ma che certe situazioni debbano essere spiegate (con versioni discordanti) prima di essere giudicate.

Io, comunque, non giudico, informo. E se la notizia fosse per caso una bufala, mi scuso fin d’ora.

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