5 ottobre 2014

I MIEI RICORDI DI SCUOLA

Posted in affari miei, amicizia, scuola tagged , , , , , , , , , a 7:21 pm di marisamoles

Oggi si celebra la Giornata Mondiale degli Insegnanti. Avevo iniziato un post per il blog laprofonline ma ne è uscita una specie di pagina di diario che preferisco pubblicare qui, per riservare al mio blog sulla scuola una riflessione più seria.

La data del 5 ottobre è stata scelta perché nel 1966 si tenne un Congresso speciale, organizzato congiuntamente fra UNESCO e OIL (Labour International Organization), per elaborare ed adottare una “Raccomandazione” sulla condizione degli insegnanti.
Quella data mi ha riportato indietro nel tempo ed ecco qua i ricordi che mi ha risvegliato.
Un modo anche per ringraziare i miei vecchi insegnanti, quelli che lasciano una traccia di sé nel cuore degli studenti.
Buona lettura!

holly hobbie scuola
A quel tempo ero piccina e ho nella mente solo pochi fotogrammi che mi riportano all’infanzia. Ricordo, però, molto bene gli anni della scuola elementare, quelli della media e, infine, del liceo.

La mia maestra era una donna nubile, di mezza età, molto appassionata ed estremamente preparata su tutte le materie di studio. Erano gli anni del “maestro unico”, anche se la maggior parte dei docenti era di sesso femminile. Nella mia scuola, però, le classi non erano miste e la maestra o il maestro erano dei punti di riferimento rispettivamente per le femminucce e per i maschietti.
La mia insegnante elementare, tuttavia, era molto moderna, forse preparata dal punto di vista pedagogico e consapevole che i due sessi non dovevano essere per forza separati, a livello educativo il confronto poteva costituire una ricchezza, un’occasione formativa che l’austerità della scuola del tempo metteva in secondo piano con la “segregazione” imposta, in quanto poteva apparire sconveniente la promiscuità tra maschi e femmine.
Così lei e un maestro, che era anche il papà di una mia compagna, di tanto in tanto facevano lezione a “classi aperte”. Una metodologia didattica che, se calata in quegli anni, poteva apparire davvero all’avanguardia.

Non avrei dovuto, comunque, attendere molto per ritrovarmi in una classe mista: conclusi i cinque anni delle elementari, infatti, iniziò la mia avventura scolastica in compagnia anche dei maschi. Alcuni di essi, tra l’altro, li conoscevo già in quanto avevano frequentato la classe del maestro amico della mia maestra.
Il mio impatto con la scuola media fu contraddistinto da una sensazione di estremo disagio. Mi sentivo incompresa. Feci fatica ad ambientarmi, mi sembrava di non essere particolarmente apprezzata né dai compagni né dai docenti. Ero stata una scolara molto brava, studiosa, intelligente. La mia maestra tesseva di me elogi e mi prendeva a modello, cosa che tra l’altro mi metteva in imbarazzo, essendo io particolarmente timida. Però lei sapeva gestire bene il gruppo, era in grado di spronarci alla competizione in modo sano, senza invidie, capricci o ripicche.

Alla scuola media, specialmente il primo anno, non mi sentivo motivata e anche lo studio, che avevo sempre amato, finì per annoiarmi. Avevo, però, una professoressa di Lettere molto intelligente. Lei comprese che in qualche modo dovevo sentirmi protagonista. Nel senso buono, però, niente esibizionismo né superiorità, semplicemente avevo bisogno di distinguermi in qualcosa, di diventare un traino per gli altri.
La prof di Lettere lesse in me una propensione che io non sospettavo nemmeno di avere: aiutare chi è in difficoltà. Fu così che mi propose di organizzare delle visite a casa di un ragazzo più grande di noi ma che aveva una malattia che lo faceva apparire nostro coetaneo. Fu così che mi attivai e riuscì a formare, tra i compagni di classe, un gruppetto che andava un sabato pomeriggio al mese (forse anche di più, non ricordo bene) a far compagnia a questo ragazzo meno fortunato di noi. A soli 12 anni facevo la “volontaria” senza nemmeno sospettare che questo tipo di attività un giorno avrebbe avuto un posto importante nella società.

studenti sarah kayLa stessa professoressa, in terza media, mi affidò l’incarico di assistere un mio compagno, che soffriva di ricorrenti emicranie, portandogli i compiti e studiando con lui, affinché non rimanesse indietro nei lunghi periodi di assenza. La cosa non mi entusiasmò, soprattutto perché non lo conoscevo. Era stato inserito nella mia classe quell’anno – credo in seguito alla bocciatura dovuta, appunto, al suo stato di salute – e non pensavo fosse facile instaurare un rapporto di collaborazione con un perfetto sconosciuto. La mia prof senz’altro mi aveva scelta perché conosceva il mio spirito solidale e soprattutto per il fatto di essere praticamente una sua vicina di casa.
Tra me e quel ragazzo nacque una bella amicizia, forse da parte sua qualcosa di più. Da parte mia imparai che aiutare gli altri mi rendeva una persona migliore.

I ricordi del liceo sono sicuramente più nitidi. Devo, però, essere onesta: non sono proprio bellissimi.
La mia classe non era molto unita anche se mi sentivo un po’ a casa avendo ritrovato ben sette compagni della scuola media. Crescevo in fretta, troppo. Ero molto matura per la mia età, credevo di avere ben poco da spartire con i miei compagni, specie con i maschi che mi apparivano frivoli, un po’ sciocchi, troppo infantili. A parte qualche compagna che vedevo nei pomeriggi durante la settimana, frequentavo perlopiù gente più grande e i sabati pomeriggio li passavo a ballare in una discoteca improvvisata all’interno di un garage.

Dei miei professori ricordo con infinita gratitudine e molto affetto la professoressa di Lettere del ginnasio: buonissima, anche troppo, dolcissima, estremamente comprensiva, quasi materna. Per me, anzi, più materna della mia stessa madre, dato che lei era piuttosto severa e poco comprensiva. Non si sforzava nemmeno di capirmi.
Gli anni del ginnasio furono una passeggiata. Non mi ammazzavo di studio ma ottenevo ottimi risultati perché sapevo organizzarmi. Non ho mai sentito lo studio come una limitazione della libertà. Studiare era per me un piacere ma occupava uno spazio non troppo grande tra le altre mille attività in cui ero occupata, le tante passioni che mi davano enormi soddisfazioni.

studio sarah kayAl liceo (dal terzo anno, quindi) iniziai a comprendere che si doveva fare sul serio. Due professori presero il posto della mia amata prof di Lettere del ginnasio.
Quello che insegnava Italiano era buono e comprensivo, molto appassionato, estimatore di Dante, tanto da far passare in secondo piano la Storia della letteratura. Fu un male e un bene allo stesso tempo: mi trasmise la passione per il ghibellin fuggiasco, tanto da laurearmi in Filologia e Critica dantesca, e mi costrinse a studiare come una matta per superare brillantemente gli esami di Storia della letteratura alla facoltà di Lettere.
L’altro prof insegnava Greco e Latino, le mie due vere passioni. Era agli antipodi rispetto alla mia prof del ginnasio: severo ed esigente in modo fin quasi esagerato, serissimo, mai un sorriso una parola di incoraggiamento, anzi, usava spesso l’ironia per sottolineare le nostre debolezze. Sadico al punto da iniziare a distribuire i compiti scritti, dopo la correzione, non in ordine alfabetico, come faccio io, ma partendo dal voto più alto. Insomma, avete presente la fatidica frase: “per te Miss Italia finisce qui!”, pronunciata dal conduttore di turno del programma tv? Ecco, quando si arrivava al 6 e non si era stati ancora nominati, il mondo finiva lì. Fortunatamente non provai quasi mai quell’esperienza, una sola volta, mi pare, in una versione dall’italiano al latino, una vera croce a quei tempi.

Ecco, questi sono gli insegnanti che ricordo con maggiore affetto. Sono stati loro i miei maestri, in tutti i sensi. Dal primo momento in cui, poco più che ventenne, salii in cattedra, ciascuno di loro è stato per me un modello da seguire.

Dalla maestra ho imparato che la competizione, quella sana, può offrire stimoli e facilitare l’integrazione nel gruppo degli studenti più introversi, quelli che si sentono inadeguati.

La mia prof di Lettere della scuola media mi ha insegnato che gli studenti sono soprattutto persone, al di là dei voti segnati sul registro. Come tali hanno bisogno di non sentirsi soltanto dei numeri, di non essere giudicati solo per i voti che prendono perché il valore di una persona non è misurabile su una scala decimale. A volte è necessario investirli di qualche responsabilità per farli sentire “importanti”, persone di cui ci si può fidare.

La mia professoressa di Lettere del ginnasio mi ha insegnato a non esitare a mostrare di me anche il lato umano. Si può essere bravi insegnanti e rispettati nel proprio ruolo anche se, di tanto in tanto, si racconta qualche aneddoto personale o ci si confronta con le generazioni che ci scorrono davanti agli occhi iniziando con il detestato “Ai miei tempi …”.

Il mio professore di Italiano del liceo mi ha trasmesso un amore incondizionato per Dante. Soprattutto mi ha fatto capire che la “Divina Commedia” non sarà mai un’opera fuori luogo e fuori tempo perché permette di fare molti confronti con i tempi attuali e con tante altre discipline di studio.

inegnante sarah kay
Fra tutti, però, il modello di riferimento costante è il mio professore di Greco e Latino, nel bene e nel male.
Agli inizi della carriera non elargivo molti sorrisi, ero piuttosto austera, mi vestivo come una suora. Un po’ perché non dimostravo l’età che avevo e pensavo che un certo contegno autoritario mi avrebbe procurato la rispettabilità che credevo non fosse conciliabile con l’aria sbarazzina e spensierata che la mia giovane età mi avrebbe suggerito. Volevo essere come il mio prof ma mi sbagliavo. I tempi erano cambiati, semplicemente. Quando una ragazzina di seconda media mi fece notare che, al contrario della mia collega che insegnava in una classe parallela, non sorridevo mai e non offrivo mai loro le caramelle, mi fermai a riflettere. E cambiai … anche se non offro caramelle.
Ma quando spiego la letteratura latina, quando analizzo e traduco un passo d’autore, allora prendo il meglio di quel prof che, pur senza sorrisi, mi ha fatto amare così tanto la sua disciplina.

Infine ringrazio la mia maestra Alberta Penso, le professoresse Fulvia Tassan e Anna Buttazzoni, i professori Sergio Pirnetti e Sergio Daris. Assieme ai loro colleghi, che non ho citato e forse non hanno lasciato dentro di me una così vasta orma di sé, mi hanno accompagnato negli anni della mia infanzia e adolescenza e hanno fatto di me la persona ma soprattutto l’insegnante che sono.

[immagini Holly Hobbie da questo sito; immagini Sarah Kay da questo sito]

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22 gennaio 2009

QUANDO IL VOTO DI CONDOTTA ANDREBBE DATO AI GENITORI

Posted in adolescenti, attualità, cronaca, famiglia, Mariastella Gelmini, scuola, voto di condotta tagged , , , , , , a 9:30 pm di marisamoles

Si dice che il mestiere dell’insegnante sia difficile. Chi meglio di me potrebbe dirlo? Ma che sia anche rischioso è un dato di fatto, considerate le notizie che, da qualche tempo, si leggono sui giornali.
Oggi come oggi, esprimere un giudizio su un allievo o sgridarlo appare cosa ardua, ovvero bisognerebbe farlo previa consultazione del Codice Penale, delle sentenze della Cassazione o del TAR. Non faccio riferimento agli episodi eclatanti di maltrattamenti, come quello della maestra che ha tappato la bocca dell’allievo petulante con il nastro adesivo – chi non vorrebbe farlo?!? – , ma alla routine di tutti i giorni. Un tempo i maestri avevano la bacchetta e nessuno fiatava. Anzi, c’è da dire che allora i bambini e i ragazzi erano di gran lunga più buoni e rispettosi, tanto che l’uso dello “strumento di correzione” era determinato prevalentemente dalla volontà dell’insegnante di far rispettare la sua autorità: “io ho la bacchetta e comando, tu le prendi e sei sottomesso”. Messaggio chiarissimo che veniva recepito immediatamente anche se poi gli “scivoloni” potevano avvenire: i bambini sono sempre bambini, e ciò vale per tutte le epoche.

Di questi tempi il docente deve stare attento a come parla, sia con gli allievi sia con i genitori. Non si sa mai. E se magari le sue parole vengono fraintese dagli interessati, nonostante la classe intera sia testimone, deve poi giustificarsi con il Capo d’Istituto e non sempre la sorte sta dalla sua parte.
Anni fa mi capitò di richiamare un’allieva di prima liceo che, invece di starsene seduta al suo posto a rispondere alle domande di storia, si era accomodata sul davanzale interno della finestra, gambe accavallate, sguardo indifferente … mancava solo che si mettesse a fare il manicure.
Io, che ho sempre avuto un grande senso di responsabilità, la ripresi con queste parole: “Se non vuoi fare la prova di storia, non importa. Ma almeno scendi da là, non vorrai mica cadere?”. Come andò a finire? Qualche giorno dopo mi chiamò la Preside – allora non si chiamava “Dirigente Scolastico” – e mi riferì che aveva accolto la lamentela di una mamma: la signora sosteneva che, al rifiuto della figlia di svolgere il compito di storia, io avessi detto “Se non sai fare la prova è meglio che ti butti giù dalla finestra”. Figuriamoci! Beh, almeno allora le mamme usavano le parole, sbagliate ma pur sempre solo parole, e non le mani.

Ma i tempi cambiano. È successo ieri a Quarto Oggiaro, nell’hinterland milanese: una mamma di 29 anni e una nonna di 50, per vendicare l’ingiusto rimprovero, a parer loro, della figlia e nipote da parte di un’insegnante, l’hanno aspettata fuori di scuola e riempita di schiaffi e pugni. Per separare le tre “litiganti” è intervenuta la polizia e la prof malcapitata ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari.
Ma quale sarà mai stato il motivo di tanta violenza? Semplicemente una brocca d’acqua rovesciata dalla studentessa tredicenne nella mensa della scuola: pare che l’insegnante abbia ripreso la ragazza invitandola a fare più attenzione. La reazione della fanciulla non è stata delle più pacifiche e ciò fa capire quanto poco siano disposti i giovani d’oggi ad essere richiamati.
Certo, cose come queste non succedono tutti i giorni e dappertutto. La maggior parte delle volte il tutto si risolve a parole, anche se non sempre in modo civile. Ma la notizia si riferisce ad una realtà difficile, quella della periferia con tutte le difficoltà relazionali che si possono verificare nel degrado e in un “microcosmo criminale” che era già tale trent’anni fa quando io, ragazzina, passavo le vacanze natalizie da una zia che vive a Milano, proprio vicino a Quarto Oggiaro. Ricordo che avevo il veto assoluto di avvicinarmi al quartiere in questione.

Se leggiamo la notizia, ci rendiamo conto che si sta comunque parlando di una situazione complessa anche a livello familiare: la ragazzina è seguita dai servizi sociali e ha un educatore che sta con lei due o tre volte alla settimana. Madre e nonna hanno precedenti per reati contro il patrimonio. Resta da chiarire se è vero, come afferma l’allieva, che l’insegnante le avrebbe dato uno schiaffo. Certo, questo gesto sarebbe inaccettabile da parte di un’insegnante. La scuola, infatti, dovrebbe assolvere al ruolo che in certe realtà familiari manca: quello di educare e contribuire ad una sana formazione dell’adolescente. Dovrebbe, è vero. Ma senza la collaborazione da parte degli allievi diventa veramente difficile.

Insomma, mi chiedo se non sarebbe il caso di attribuire un voto anche alla condotta dei genitori. In fondo la recente normativa prevede che all’atto dell’iscrizione venga sottoscritto un “Patto di Corresponsabilità”, citato anche nel nuovo Decreto n°5 del 16/01/09 in cui si stabiliscono le norme attuative per quanto riguarda l’attribuzione del voto di condotta. Cito testualmente: In considerazione del rilevante valore formativo di ogni valutazione scolastica e pertanto anche di quella relativa al comportamento, le scuole sono tenute a curare con particolare attenzione sia l’elaborazione del Patto educativo di corresponsabilità, sia l’informazione tempestiva e il coinvolgimento attivo delle famiglie in merito alla condotta dei propri figli. (art. 4, comma 4).

Certo, se le “risposte” sono queste, pare che la strada della collaborazione scuola-famiglia non sia percorribile. E, diciamolo chiaramente, la scuola da sola non ha armi per sconfiggere quello che è il peggior “nemico”: l’indifferenza.

7 ottobre 2008

LATINO ALLO SCIENTIFICO SI PUO’ FARE … E FA BENE.

Posted in latino, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , , , , , a 9:03 pm di marisamoles

liceo ateneStamattina arrivo a scuola alle 7 e 45, pronta ad affrontare più o meno serenamente la mia battaglia quotidiana, quando l’attenzione viene attirata dalla fotocopia, affissa all’albo, di un articolo che qualche solerte e attento collega si è premurato di diffondere. Alcune parti sono sottolineate in rosso (la mania degli insegnanti … non sanno fare a meno di usare il rosso dappertutto!). Solo dopo leggo il titolo: Scientifico, inglese al posto del latino. Bene, mi dico, allora mi riguarda, anzi credo proprio che si tratti di quello che sto facendo da un paio d’anni: insegnare latino in inglese. Ma la mia attività cerebrale al mattino presto è decisamente un po’ lenta; sono come i diesel … ce ne vuole per mettermi in moto. Rifletto: mi sa che quel “al posto” stravolge completamente l’idea che mi ero fatta sul contenuto dell’articolo, quindi lo leggo per intero. La mia sorpresa è indicibile … rimango basita ad osservare quelle righe sottolineate in rosso, non mi sposto nemmeno quando qualche collega (nel frattempo la sala insegnanti si è animata) cerca di passare ed io gli ingombro il passaggio. Qualcuno spintona, certo senza farlo apposta, sono io che proprio non mi muovo.
Il famigerato articolo, responsabile del più o meno repentino cambiamento d’umore, è apparso sul numero del Corriere della Sera di sabato 4 ottobre. Prima di commentarlo ve lo riporto, tanto era anche piuttosto breve, giusto una strisciolina in verticale. Non sarebbe poi strano se fosse passato inosservato ai più, anche perché non si fa altro che parlar di scuola di questi tempi. La Gelmini qua, la Gelmini là … beh, una volta tanto non è nemmeno lei la responsabile del mio malumore.

ROMA – Liceo scientifico con il latino o senza il latino? Facciamolo facoltativo e impieghiamo quelle ore per l’ inglese. È l’ ipotesi che il direttore del ministero, Mario Dutto, ha prospettato ai sindacati. L’ idea di rendere il più gettonato tra i nostri licei ancora più scientifico continua a girare a viale Trastevere, dove si sta mettendo a punto un’ ipotesi di riforma delle superiori, la prima – sperimentazioni a parte – dai tempi di Gentile. Ora al ministero si è arrivati alla conclusione che allo Scientifico il latino – quattro ore a settimana – non sia indispensabile. L’ ipotesi è questa: il latino cede 4 ore all’ inglese e l’ inglese cede le sue ore ad una seconda lingua straniera. E qui c’ è l’ altra novità: seconda lingua straniera e non seconda lingua comunitaria significa che nei licei si potranno apprendere anche il cinese o l’ arabo. Ostile il responsabile scuola di An, senatore Giuseppe Valditara: «Il latino è una palestra per la mente». Contrario il senatore del Pd Mauro Ceruti, ordinario di Filosofia della Scienza: «In Europa si va nella direzione opposta, recuperando il latino».

Giusto per iniziare dirò che da più di quindici anni insegno il latino nei Licei Scientifici. Avendo una certa esperienza di biennio, dirò anche che ad ogni inizio d’anno nelle classi prime ho sempre impiegato alcune ore per svolgere delle lezioni propedeutiche allo studio della lingua dei romani. Non solo per spiegare agli allievi che ogni giorno usiamo, più o meno scientemente, vocaboli latini (tipo agenda, album, auditorium, aula magna … giusto per iniziare dalla lettera A), ma di latinismi è piena la nostra lingua essendo, come si sa, neolatina o romanza che dir si voglia. A questo proposito, faccio solitamente svolgere degli esercizi sul lessico per far comprendere ai volenterosi pargoli, già lieti di imparare cose nuove, che non solo le lingue romanze hanno “parole” in comune, ma anche quelle germaniche, inglese e tedesco per esempio. Basti pensare a mater, mother e mutter. Quello che più mi preme, però, è far capire agli allievi il perché dell’insegnamento del latino in un liceo scientfico. Un’ora, quindi, la spendo trattando il tema: Motivazione allo studio del Latino. Per non annoiarvi, riassumerò in breve il contenuto di questa breve lezione. In primis (giusto per rimanere in tema …) su una parte della lavagna scrivo i pro e sull’altra i contro, quindi perché serve studiare il latino e, al contrario, perché questa disciplina è ritenuta da alcuni del tutto inutile. La conclusione cui si arriva è sintetizzabile nei seguenti punti:

1) il valore del latino deve essere valutato tenendo conto del mondo che esso esprime, poiché la lingua è la caratteristica peculiare di una civiltà e di una cultura calate in un contesto storico ben preciso;
2) lo studio del latino, nella sua storia, è utile, se non per “scrivere” meglio l’italiano, a formarci una coscienza storica della nostra lingua;
3) il latino è essenzialmente lettura, studio e interpretazione degli autori; l’obiettivo che ci si prefigge non è quello di studiare il modo di esprimere il nostro mondo in latino o di tradurre gli autori italiani in latino, ma di comprendere i testi latini calandoli nel loro mondo, sapendoli interpretare e tradurre modernamente nella nostra lingua;
4) l’impegno di ridurre un testo latino in forma italiana corretta e corrispondente è un’esercitazione mentale molto utile.

Non vorrei perdere tempo, ora, a commentare questi punti. Ritengo, però, molto valida l’affermazione del senatore Giuseppe Valditara: “Il latino è una palestra per la mente”. Non a caso, proprio al liceo scientifico spesso i Debiti Formativi contratti dagli studenti sono per la maggior parte relativi alle due discipline che per alcuni sono diametralmente opposte: latino e matematica. Ma ci sarà pure una ragione! Infatti, la logica è il comune denominatore tra esse: chi fatica ad apprendere il latino spesso trova difficoltà in matematica, così come normalmente è molto bravo in latino lo studente che brilla in matematica. Insomma, non è certo una regola ma nemmeno l’eccezione. Per entrambe le discipline sono necessarie uno studio costante, un’applicazione mentale non superficiale, la logica e la deduzione. Insomma, una specie di fitness mentale.
Tornando all’articolo, persino il senatore Ceruti, che sta all’opposizione, è d’accordo nel ritenere ridicola la proposta di abolire lo studio del latino allo scientifico. Se è vero che in Europa si sta recuperando l’antico idioma, perché dovremmo rinunciare proprio noi italiani, almeno quelli che frequentano il liceo scientifico, ad apprendere la nostra “madre lingua”? Certo anche l’inglese è importante così come le altre lingue straniere che, per altro, già si studiano nei corsi sperimentali di bilinguismo. Certamente non il cinese o l’arabo, anche se non ci sarebbe nulla di male ad impararlo a scuola visto che gli studenti cinesi e arabi imparano l’italiano. Non sa forse l’autore dell’articolo (che, tra l’altro, non compare) che è una prassi chiamare le lingue che si studiano a scuola “straniere”? Anzi, di solito si parla di L2, certamente non di lingue comunitarie anche se le più gettonate –  francese, tedesco e spagnolo – effettivamente lo sono.
Non ci sarebbe nulla di male, insomma, ad aumentare il monte ore dell’inglese o a rendere obbligatorio il bilinguismo in tutti i corsi dello scientifico. Ma, per piacere, non toccate il Latino! Non lo dico solo perché se fosse abolito perderei il posto … anzi, con la mia anzianità di servizio non lo perderei affatto perché mi resterebbero le altre materie, italiano, storia e geografia. Lo dico solo perché è una lingua che in un liceo, anche se scientifico, si deve studiare, è irrinunciabile per la completa formazione dei discenti. Volenti o nolenti siamo eredi degli antichi romani: non lo dobbiamo dimenticare e, soprattutto, non dobbiamo permettere che i futuri liceali lo ignorino.
Se i nostri studenti si annoiano e trovano difficile lo studio del latino è, indubbiamente, colpa degli insegnanti che non si evolvono, che continuano ad insegnarlo come quarant’anni fa. La didattica del latino, come del resto la didattica in generale, è cambiata. Ci sono molti modi per renderlo accattivante. Io ci sono riuscita facendo dei percorsi interdisciplinari, trovando il modo di attualizzare antichi messaggi.1 Ho iniziato ad insegnare il latino in inglese (attraverso il progetto CLIL) e, dopo le prime perplessità e diffidenze, gli allievi hanno fatto tesoro di ciò che hanno imparato, anche divertendosi. Insomma, non sono le riforme a cambiare la scuola: ogni trasformazione deve partire dall’interno, dal cuore e dalla mente di chi opera con la consapevolezza di fare qualcosa di diverso perché ai ragazzi non sia sempre propinata la “solita minestra”.

1. Leggi QUI.

ARTICOLO CORRELATO LINK

[nell’immagine: La scuola di Atene di Raffaello Sanzio]

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